Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

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venerdì 7 luglio 2017

Il 7 luglio di dieci anni fa... e quello scenario, ad Ischia, indimenticabile

7 / 7 / 07. Ci credete all'alchimia dei numeri?
Io no, però il 7 l'ho sempre considerato il numero più bello. Un fascino speciale.
Sarà il tratto netto e continuo, ma non presuntuoso (da numero 1, insomma).
Sarà la leggera inclinazione, elegante e ironica; e anche la capacità di rifarsi il look (per chi lo scrive col trattino in mezzo).

Insomma il 7 è il 7. Gli altri sono solo numeri...
E anche se non ci credo, il 7.7.07 è un giorno che mi resterà nella memoria, senza il rischio di bruciare il back up. Per parecchio.

Ero ad Ischia. Che "scialo"... Sono passati dieci anni e, come si dice in questi casi, mi sembra ieri. Ho ridato un'occhiata anche in questi giorni al sito del Premio Internazionale Ischia di giornalismo, tanto per rinfrescare la memoria.
Sempre bei nomi sul parterre.

La borsa di studio "Marco Suraci" legata al Premio Ischia - quella che vinsi, molto a sorpresa, anzi il più sorpreso ero proprio io, avendo messo in fila circa 700 colleghi che sostennero con me l'esame per l'accesso all'Albo Professionisti - da qualche anno, non l'assegnano più.

Da qualche anno viene ricordato Biagio Agnes, presidente del Premio Ischia e storica guida della Rai negli anni d'oro del pentapartito: quando però la qualità (dei programmi) non era ancora schiava della parola auditel...

L'avevo conosciuto in quella edizione, 10 anni fa: personaggio di spessore, certamente rappresentava l'establishment, l'aristocrazia di un Regno delle Due Sicilie che in certi ambienti, non solo Rai, continua a contare. Aveva classe: non dimenticherò il baciamano a Milly Carlucci sul palco, in quella serata. Un gesto semplice, elegante. Di distinzione.
Nella chiacchierata piacevole che fu occasione di conoscenza reciproca, mi permisi di suggerirgli di arricchire il Premio Ischia con una sezione dedicata all'informazione locale: una galassia sconfinata di realtà - di carta stampata, radio, tv e negli ultimi anni anche internet - dove spesso si mescolano talenti e ciarlatani.
Senza distinzione, e senza gerarchia (anzi, i secondi - come in tanti altri "mestieri" - spesso si ritrovano a dirigere i primi). Ma quei talenti, altrettanto spesso, rischiano di restare confinati nella cronaca della porta accanto - che è pur sempre giornalismo, e proprio per questo meriterebbe di essere valorizzato.
Biagio Agnes annuì, sorridendo. Mi disse che era una buona idea. Anche se non so se lo fece per "farmi contento" o se lo credeva davvero. Il "Marco Suraci" non c'è più. Ma non c'è neanche il premio al giornalista di stampa locale. Quindi la chiacchierata è finita lì.

Ricordo quelle due-tre giornate estive di assoluto relax e di emozioni totali, come un viaggio nell'elite del giornalismo italico, quasi una passeggiata inedita alla Pollon in un Olimpo apparentemente distante e invece incredibilmente vicino: qualche nome?
Per la sezione carta stampata, fu premiato Mario Orfeo (allora direttore del "Mattino", oggi alla guida di Mamma Rai), per la radio Aldo Forbice (per tutti "Zapping", Radio Uno), per la Tv Barbara Parodi Delfino (Tg5), il Premio Ischia alla carriera andò al "mitico" Emilio Rossi, e tra i giovani (più o meno miei coetanei) Ilaria Cavo (Mediaset), Annalena Belini (Il Foglio), Valeria Braghieri (Libero).
Conobbi Antonio Ghirelli (storica firma del Corriere dello Sport), fui colpito dall'affabilità di Luciana Frattesi (vice direttore di "Oggi") che ricordo mi riconobbe perché si era studiata, già all'arrivo in albergo, i nomi e i volti dei premiati (scoprì in quel momento che la mia "bella" faccina stava in un libro stampato in non so quante migliaia di copie e distribuito in tutta Ischia in quei giorni... ). E fui colto di sorpresa dall'altezza di Paolo Bonaiuti - che l'anno dopo sarebbe tornato ad essere Sottosegretario della Presidenza del Consiglio.
Il parterre del Premio Ischia, sullo sfondo il Castello Aragonese
Sul traghetto che ci condusse dalla piazzetta centrale di Ischia Ponte - arricchita da uno sfondo incantevole con il Castello Aragonese - al ristorante dove era allestito il galà conclusivo della serata, mi ritrovai di posto a fianco di due personaggi che guardai sicuramente in modo strano (lo capii da come loro riguardarono me): a destra Ciriaco De Mita, a sinistra Sergio Cragnotti. Cosa stessero a fare lì, non l'ho chiesto, non me lo sono chiesto, anzi ho rifiutato di pormelo come domanda. Punto.

Ricordo piuttosto molto piacevolmente l'amicizia nata con Mattia Feltri - marito di una delle giovani premiate - e figlio d'arte "atipico", oggi titolare della rubrica "Buongiorno" de "La Stampa" di cui è apprezzato editorialista politico: vedendolo e soprattutto conoscendolo da vicino non avrei detto fosse il figlio di Vittorio Feltri (anzi, lo seppi dopo averlo conosciuto, perché ci eravamo ritrovati allo stesso tavolo in una cena di quelle in piedi - a buffet - e si era iniziato a "cazzeggiare" insieme).
Mi è sembrato molto diverso - lui ironico, scanzonato e in alcuni momenti, gigioneggiante - dal clichè che contraddistingue suo padre - rigoroso e asburgico. L'ho incontrato negli anni a seguire a Gubbio, alla Scuola di Formazione del PDL, come inviato de "La Stampa". Ho cominciato a leggerlo e seguirlo: e ho capito, invece, che era proprio il figlio di un grande Direttore.

Ricordo il profumo di Ischia, di un'isola accogliente e pulita - che avevo già toccato con mano un paio di volte all'inizio degli anni Novanta per dei corsi da addetto stampa Libertas che l'amico Fernando Sebastiani mi aveva "procurato" generosamente.
Ma quella sera aveva un sapore speciale. Non dico da Notte degli Oscar, ma da passerella esclusiva, un po' sì. Anche se vissuta in maniera spensierata: avevamo fatto gruppo, quelli "giovani", e avevamo cenato con una pizza in piedi e una Coca - tutti vestiti a puntino con le colleghe imbellettate, diremmo a Gubbio, da veglione ceraiolo.
"Mi fate fare un figurone" avevo detto loro. E ricordo l'emozione quasi tremante di una Valeria Braghieri - una abituata a raccontare il jet set, fresca di firma di un istant book su Fabrizio Corona, con cui aveva allacciato un'amicizia speciale - che mi confidava il suo terrore a salire sul palcoscenico. E mi chiedeva: "Ma tu come fai a stare così tranquillo?". Nascondevo bene...
Li avrei ritrovati tutti qualche mese dopo al Quirinale, per la giornata nazionale dell'Informazione, con l'allora Presidente Napolitano che premiava uno ad uno i giornalisti insigniti di un riconoscimento in quel 2007. Di quella giornata - off limits per flash dentro al Palazzo del Presidente della Repubblica - ho solo una foto: con mia moglie e la mia piccola Vittoria (che aveva 5 mesi) fuori dal Quirinale. Me la feci fare dal primo collega che usciva dalla premiazione, passandomi accanto. Toni Capuozzo, un mito.

Alla fine, a dirla tutta, il palcoscenico in sè non fu un'apoteosi: un paio di minuti, un paio di domande pre-confezionate di Milly Carlucci, l'emozione sì di una proclamazione (che fa sempre piacere), ma anche un pizzico di delusione (proprio così...) per essere premiati con una busta di carta (devo essere sincero? perfino quella, vuota), senza un straccio, che so io, di una targa, un "gingillo", una coppa riciclata da qualche torneo di calcetto parrocchiale.
Forse sono un po' pretestuoso ma ho capito che la parola fiction non va usata solo per "Don Matteo".
Semmai il bello di quella passerella furono - come sempre, in tutte le vicende emozionanti che si rispettino - gli istanti prima. L'attesa, la chiamerebbe qualcuno. Il dietro le quinte. La leggera ma intensa fibrillazione di quegli istanti, in cui aspetti che ti chiamino, prima che le luci diventino abbaglianti.
E in quei momenti ho ripensato - ebbene sì - a mio nonno. Pompeo Pierucci, professione macellaio. Sembra strano, ma fu lui - lontano anni luce dall'ambiente che sarei andato poi a fare mio - a farmi iniziare questo "mestiere", nel lontano 1986, accompagnandomi fino in cima alle scale di Radio Gubbio nella affumicata sede storica di via Ansidei. Un tutor sui generis, è proprio il caso di dirlo. E quello che oggi chiameremmo stage (imparare il mestiere, accanto a colleghi come il prof. Chiocci e Massimo Boccucci) fu il mio approccio a ciò che sarebbe diventata la mia professione.

In quell'attesa, sul palco di Ischia, dietro le quinte, con un paio di tizi con la cuffia addosso che mi appoggiavano la mano sul busto per indicarmi che ancora era presto per entrare, per un momento, mi è tornato davanti il film di tanti anni di "gavetta". E di mio nonno che mi aveva guidato ad iniziare quel percorso.
Mi immaginavo che potessi vedermi, da non so dove, e sorridere compiaciuto, battendo il bastone che lo aveva accompagnato negli ultimi anni tra la sua abitazione di piazza Bosone e la macelleria di via Cavour. C'aveva visto lungo, quando mi aveva convinto a seguirlo a Radio Gubbio per la prima volta...
E io non potevo che dedicargli nel mio intimo, quel riconoscimento. Quel momento lì...

giovedì 24 luglio 2014

Il sorriso non se ne andrà...

Il sorriso non se ne va.
Lo fanno le persone, specie quando il destino non è loro complice. Quando arriva troppo presto.
Arriva sempre troppo presto, ma con qualcuno ancor di più.
Il sorriso non se ne va.
Perchè ci sono persone che ce l'hanno dentro. E sanno offrirtelo senza volere nulla in cambio. Lasciandolo impresso. Piu' forte di un tatuaggio. E' il loro modo di esserci. E di restare.
Ora c'è uno squillo di tromba in più, in cielo. Ma quel sorriso, gioioso e sincero, non se n'è andato. Resta con noi, coi santantoniari.
Da custodire come qualcosa di prezioso. Come qualcosa di nostro.
(Ciao Roberto...)

mercoledì 21 maggio 2014

"Come sei combinato?": oggi male prof. Oggi non ce l'ho fatta... (quello che avrei dovuto leggere, e forse non ho letto interamente, per ricordare Gianni Chiocci...)


Non mi piace granchè l'idea di riproporre sul blog ciò che mi ero preparato per ricordare il prof. Gianfrancesco Chiocci in occasione del suo funerale, oggi pomeriggio. Ma la commozione mi ha sinceramente sconvolto. E temo di aver perfino omesso qualche passaggio nella lettura.
A pensarci, vedendomi in quel modo, m'avrebbe detto: "Via, legge, non fa' tanto 'l cojombro...".
Scusi prof. E' stato più forte di me...



Radio Gubbio dà di più.

Era uno degli slogan, oggi li chiamaremmo jingle, coniato dal prof. Chiocci quando nell'agosto del 1985 appariva per la prima volta in tv, nella prima diretta di Tele Gubbio, nata dalla splendida esperienza di Radio Gubbio.

Ce lo ricordò il prof. Chiocci nella trasmissione "Sembra ieri".
E Sembra ieri che in questa città sia venuta alla luce un'emittente radiofonica, Radio Gubbio.
Sembra ieri che dal successo di quella esperienza, cresciuta con una guida autorevole e appassionata e capace di catalizzare decine di giovani, sia poi nata un'emittente televisiva, Tele Radio Gubbio.
Sembra ieri che a guidare, inventare, costruire, dedicarsi, profondere ogni energia per la migliore riuscita di ogni giornata di lavoro, fosse il prof. Gianfrancesco Chiocci.
Lo chiamavamo il "prof.".
E non solo perchè era apprezzato insegnante di matematica, ma soprattutto perchè, per tutti noi, per un'intera generazione di ragazzi alla ricerca di una strada, è stato un maestro di vita, di giornalismo, di passione e di attaccamento alla nostra città.

Ho visto l'ultima volta il professore giovedì, durante la mostra. Ce l'ha fatta a toccare per l'ultima volta il suo Sant'Antonio, davanti casa in via Savelli: giornalista, insegnante, ma soprattutto ceraiolo, personaggio di cultura, in una parola, un uomo straordinariamente legato al nome di Gubbio.

Per la nostra famiglia di TRG una stella polare.
E' stato tra i fondatori nel 1977 di Radio Gubbio e nel 1985 di Tele Radio Gubbio, di cui è stato direttore ininterrottamente fino al 1996, da cui ho avuto l'onore di raccogliere le redini.
E' stato anima e guida nell'informazione cittadina: a lui si deve la nascita e la crescita di quello che oggi è un network informativo regionale, e che nell'età delle radio libere, fine anni 70, lo vide infaticabile animatore.
Prima corrispondente de "Il Tempo", Chiocci ha diretto Radio Gubbio e Tele Gubbio con la passione, la dedizione, la generosità del buon padre di famiglia, riuscendo ad imprimere professionalità e identità alle trasmissioni e alle iniziative di cui l'emittente è stata interprete fin dalla sua nascita. A lui si devono trasmissioni e rubriche rimaste nella memoria degli eugubini, su tutte "La città domanda", che per anni fu prezioso riferimento per le segnalazioni dei cittadini e un immancabile pungolo nei confronti del Palazzo, quel Palazzo a cui il prof. dedicava spesso e volentieri pungenti e arguti editoriali, non con l'astio dell'avversario – pur non avendo mai nascosto ed anzi orgogliosamente manifestato le proprie idee politiche – ma con la autentica passionalità e il sentimento di un cittadino innamorato della sua Gubbio.

Grazie a lui tanti professionisti oggi affermati nella stampa umbra e nazionale hanno mosso i primi passi, sono cresciuti, accanto alla sua Olivetti grigia e all'immancabile Lido accesa, e oggi sono riferimento di iniziative editoriali qualificate e prestigiose.
Come sei combinato?” ci chiedeva prima di mandarci a fare qualche servizio o qualche intervista: quasi che non volesse essere troppo invadente, pur avendo il ruolo, la qualifica e soprattutto il carisma per fare, e bene, quello che faceva.

Se Gubbio in 30 anni è cresciuta e ha conosciuto un po' meglio se stessa, lo deve anche sicuramente a Radio Gubbio e a Tele Gubbio. E dunque lo deve indiscutibilmente a Gianfrancesco Chiocci.

Ma il professor Chiocci è stato conosciuto e apprezzato da tantissimi eugubini per il suo profondo attaccamento alle tradizioni e alla città, in particolare alla Festa dei Ceri. Non starò qui a ripercorrere quanto lui abbia dato alla festa, al cero, alla città, anche in questa veste. Posso dire di averlo sempre visto come un indiscutibile punto di riferimento, anche da santantoniaro.

In ogni suo fare, in ogni sua iniziativa, ha dimostrato di essere un eugubino con la E maiuscola. ù
E' per questo che la sua scomparsa colpisce tutta la comunità: ma resta l'esempio di amore sincero per la propria Gubbio e le sue massime espressioni culturali, manifestato attraverso il giornalismo e la passione nel raccontare, questa stessa città, ogni giorno.

E resta soprattutto l'esempio del voler dare "sempre qualcosa di più", anche più di quanto si potesse in effetti dare, proprio come diceva quel suo slogan: è l'insegnamento più grande che ci lascia, non mettere l'asticella più in basso dei nostri sogni.
Insieme alla sua umiltà, al rifuggere la prima fila, all'evitare i riflettori, quasi un paradosso per chi ha creato dal nulla tutto questo. Sembra ieri, ma oggi è un giorno triste per la famiglia di TRG ma è anche il giorno in cui è doveroso rivolgere il GRAZIE più sentito da parte di tutta la nostra compagine editoriale e redazionale.

Il grazie che si deve ad un "padre".
Addio Prof.!




 

giovedì 27 marzo 2014

27 marzo 1994: Berlusconi vinceva le elezioni... e nulla, o quasi, sarebbe stato piu' come prima...

Ricordo che quella sera stavo facendo un puzzle. Lo ricordo bene perchè ero a casa mia e non ero solo. E ricordo anche il puzzle: una foto di New York riflessa sulle acque, in versione notturna.
Il puzzle mi è sempre piaciuto. Ma come quasi tutte le cose che adoro, mi piace farlo in compagnia. E in quel periodo era un rompicapo buono come scusa per starmene con la fidanzata (che oggi è mia moglie).
Ricordo il volume della tv che rientrava dal salotto dei miei.

Stretta di mano dopo il duello tv tra Berlusconi e Occhetto
E Mentana, già proprio lui, Enrico Mentana, che annunciava i primi exit poll - forse gli ultimi a prenderci nella storia delle elezioni - che sancivano l'impensabile successo di Forza Italia, partito nato appena 2 mesi prima e diventato di colpo il primo partito italiano.
Tangentopoli non aveva ancora esaurito i suoi effetti al napalm sulla politica di casa nostra, la "gioiosa macchina da guerra" di Occhetto - l'uomo della Bolognina - aveva scoperto di avere acqua nel serbatoio, e il Berlusca aveva trovato la chiave giusta per ipnotizzare milioni di italiani: 1 milione di posti di lavoro, meno tasse, meno burocrazia, la garanzia di un uomo che si era fatto da solo. Seppur circondato di un alone di veleni, che presto si sarebbero tramutati in avvisi di garanzia.

La copertina, non proprio entusiastica,
di "Repubblica" - 28-3-1994
E' surreale come pochi oggi ricordino quella data, quel 27 marzo 1994. Sembra un secolo fa.
E per certi versi lo è. E' passato un secolo per la comunicazione - credo che meno del 30% della popolazione italiana avesse ancora il cellulare (il mio primo lo feci nel Natale 1996), internet non era di uso pubblico, i social network non stazionavano neppure nell'anticamera del cervello di Zuckemberg, che all'epoca frequentava ancora le elementari.
E' passato un secolo per l'informazione (che con quella tornata elettorale scopri' i primi faccia a faccia, i duelli televisivi, il "Di qua o di là"), prima di essere imbavagliata da una delle leggi più stupide e inutili della storia repubblicana, la "par condicio" (stupida perchè non puoi quantificare l'intelligenza e la capacità penetrativa di un messaggio, inutile perchè valida solo in tv e in radio, ma non in rete e nella carta stampata).
E' passato un secolo per i conti del nostro Stato, già disastrati ma ancora lungi dal far suonare l'allarme, per il nostro benessere (che non c'è più), per la lira (che nessuno pensava di dover rimpiangere) e per la politica della Prima Repubblica, quasi rimpianta più della lira, con i tanti partiti ormai alla soglia del tramonto allora, e oggi rimasti solo nei libri di storia (e nell'ultimo di Pansa, "Sangue, Sesso, Soldi" che sto quasi finendo).

Un triumvirato burrascoso e incostante:
Fini-Berlusconi-Bossi
Sono passati vent'anni e forse è ancora presto per giudicare un'epoca - anche se gli elementi non mancherebbero. Certamente Berlusconi, comunque la si veda, ha lasciato il segno. Che può essere giudicato in tanti modi. Ancor più di lui, ha fatto danni certamente il "berlusconismo", ovvero la tendenza di molti (non solo a destra, ma perfino nell'estrema sinistra) ad avventurarsi in carriere improbabili, sulla fiducia (spesso rivelatasi sicumera) di poter "bucare l'elettorato" con la stessa capacità comunicativa di un'"animale politico" (per dirla all'Aristotele) e televisivo (per dirla alla Freccero) come il Cavaliere.

Capace di trovarsi abilmente ogni volta un nemico contro il quale scatenare il proprio elettorato. Capace di ritagliarsi un'aurea di vittimismo sulla quale emendare i vuoti del proprio programma. Capace di illudere che l'inizio di un'età dell'Oro potesse regalare all'Italia un periodo diverso, lontano dall'inefficienza e dal marciume del sistema pubblico e dell'incapacità della politica di risolvere i problemi dei cittadini.
Oggi, esteticamente e non solo, Silvio Berlusconi appare la "cera" di se stesso, e quei proclami appaiono la cenere di ciò che sarebbe dovuto essere e non fu.
E nonostante tutto - ma questo evidenzia la maggior pochezza altrui - continua a polarizzare le coordinate della politica italiana.
Tanto per dire, il "dolce stil novo" di Renzi è passato per Arcore prima di definire una nuova legge elettorale.

Il Cavaliere arringa i suoi alla Scuola di Forza Italia
svoltasi per alcuni anni a Gubbio
Cosa mi manca di quel 27 marzo? Certamente il senso di un orizzonte che pareva schiudersi. Un'alba che avrebbe potuto e dovuto rappresentare un'epoca nuova per il nostro Paese. E per chi non era o si sentiva di sinistra.
Se c'è un merito - che in ogni caso, a prescindere dalle opinioni - andrebbe riconosciuto al leader di Forza Italia è proprio questo: di aver "sdoganato" la destra, un'area politica che fino al suo avvento veniva frettolosamente etichettata (e ghettizzata) ancora - a 50 anni dalla fine della guerra - come "post-fascista", sterilizzando di fatto l'ipotesi di una possibile alternanza politica, a ogni livello, da Roma alle periferie. Il pentapartito, le convergenze parallele, il compromesso storico, sono tutte esperienze figlie di un'assenza di fondo: quella di una destra liberale e liberista che potesse fare da contraltare (e dire che di figure di spessore e specchiata onestà non ne mancavano, dato che oggi perfino a sinistra in molti rimpiangono persone tutte d'un pezzo come Almirante).
Che poi questa destra, interpretata da Forza Italia prima e dal PDL, abbia effettivamente fatto (e disfatto) ciò che i suoi elettori effettivamente desideravano, è altro discorso.
Oggi continuano ad essere tanti i seguaci di Silvio. Ma altrettanti sono quelli delusi, confluiti in altre esperienze o nella sempre più ampia porzione di astensionisti.
Una cosa è certa: prima di quel 27 marzo 1994, dirsi di destra, in Italia, era quasi proibito. Oggi, forse, per molti è diventato quasi inutile.
Ma in fondo, a pensarci bene, vale anche per la sinistra...

martedì 18 marzo 2014

Niente focaroni? L'ennesimo "no" di una città che ormai sa solo "negare"...

E' triste quando la burocrazia invade tutto.
Mesto, quando la tradizione viene interrotta.
Amaro, quando ad interromperla è l'ipocrita cattiveria di qualcuno, che sfruttando la meschinità dell'anonimato, innesca il procedimento burocratico: esposto, ordinanza, intervento.
Un tempo Gubbio era definita "la Città del Silenzio". Oggi c'è chi la definisce "la città dei no".
Difficile dare torto. E quel che è peggio è che la schiera dei "no" - su tutto e su tutti - comincia ad offuscare l'orizzonte, ad annerire i contorni della prospettiva, ad oscurare la capacità di guardare oltre. Di guardare avanti.
Dove il no domina imperante, dove tutto è nero, non c'è speranza. Dove il no pregiudiziale, il no acritico, il no ideologico mette i paletti, segna i confini, delimita gli spazi, il poco ossigeno che resta serve solo a stare fermi. Immobili.
Mentre il mondo va avanti. E l'immobilismo, significa arretratezza.

Tutto questo per la vicenda "focaroni", direte voi? Forse è esagerato.
Forse sì, ma è esemplare. Di come in una città, vessata da anni di oscurantismo sotto varie forme, generi e fattezze, il verbo più declinato sia "negare". E quello più sottovalutato (e consequenziale) sia "annegare".
Non sappiamo chi si è inventato l'esposto anonimo che come un "effetto domino" ha acceso il tasto off e ha fatto divampare quello delle polemiche. Non sappiamo trovarne le motivazioni.
Al tempo stesso si potrebbe comprendere che - come su tutte le iniziative - va trovata una giusta forma, vanno evitate esagerazioni, vanno trovate formule anche di compromesso tra chi confonde un permesso con la possibilità di agire in libero arbitrio.
Ma tra questo e il "no", una zona intermedia ci deve essere.

Ecco, trasferiamo questo identico ragionamento su altri fronti. Su altre polemiche - che hanno costellato la cronaca degli ultimi mesi - su altre querelle - che hanno condito muri cittadini e social network con i toni della "crociata" - su altre questioni - che hanno diviso l'opinione pubblica.
E' ancora il "no" a prescindere, a segnare la linea di confine. A ridurre quello che potrebbe essere un dibattito pure costruttivo sul futuro della città, in un mero dividersi tra "buoni e cattivi", tra "fedeli e infedeli", tra "bianchi e neri".
Con l'unica discriminante di non cercare un punto di comunione o di sintesi, pur nella diversità di vedute (che vivaddio, resta comprensibile e necessaria), ma - anche non dovesse esserci - di rintracciare, anche col lanternino, un elemento di divisione, di polemica anche strumentale, di distinguo. In un contesto dove la divisione - di partiti, di associazioni, di persone fisiche o giuridiche - è diventata la regola non scritta.

Unica consolazione e speranza: in questo complicato bailamme, continuano ad esistere le persone, esiste il pensiero, esiste ancora la volontà. E la capacità di distinguere.
Chi vuole "fare" e chi dice semplicemente "no". Spegnendo qualsiasi fuoco - non solo quelli di San Giuseppe - che ancora rimane ad illuminare la prospettiva di questa comunità...
Basta riconoscerli...

venerdì 14 febbraio 2014

Non toccatemi Marco Pantani...



La prima cosa che ho pensato e' stata: "Fortuna che non c'e il nonno". Di quel giorno di febbraio di 10 anni fa ricordo soprattutto questo. Marco Pantani era stato ritrovato in una camera d'albergo senza vita.

Il piu grande ciclista italiano che ho potuto apprezzare in questi 40 anni di vita era morto per un'overdose, nella solitudine, nell'oblio, nella disperazione piu totale. Dentro una camera anonima di un motel diseredato quasi quanto la sua fama.


Pensai a mio nonno Pompeo, ad un amante del ciclismo puro, autentico, dell'epopea dei Coppi e dei Bartali, ma anche dei Merx o dei Gimondi, e piu di recente dei Saronni e dei Moser.
Pensai al dolore che avrebbe provato nel vedere quel ragazzo di Cesenatico, celebrato come un campionissimo appena 6 anni prima, spirare tristemente, da solo, in quel motel della riviera, in uno stato di depressione lontano anni luce dai titoli, dalle fanfare, dai riflettori che fino al giugno 1999, con un altro Giro d'Italia già in pugno, ne avevano accompagnato l'ascesa.


Non mi hanno mai convinto le teorie dei complotti, le congetture di una longa manus che governa tutto. Ma e' pur vero che nella storia di Pantani di ombre ne restino tante.

Il campione di Cesenatico, capace di solcare le salite dolomitiche e dei Pirenei con la leggerezza di una danzatrice, non e' mai stato trovato positivo all'antidoping. Una mattina di giugno del 1999 il suo tasso di ematocrito nel sangue e' stato trovato superiore di 2 punti rispetto al consentito (50). Da li e' iniziato il suo calvario, i tanti amici si sono diradati improvvisamente. Il successo e' tornato ad essere un semplice participio passato. Il mito del Pirata si e' sgonfiato fino ad implodere in modo angosciante nel baratro della droga.
Quanto c'abbia messo del suo, nel precipitare inesorabilmente, e quanto abbia contribuito il sistema mediatico perverso, che ti esalta e ti spreme con la stessa disinvoltura, a seconda che tu sia eroe positivo (forte di risultati) o anti-eroe negativo (a prescindere dalle reali responsabilità), e' difficile a dirsi. E forse tra 100 anni i (pochi) amanti del ciclismo rimasti continueranno a dividersi su questo.


Continuo ad amare Marco Pantani per quello che ha dipinto nella mia galleria delle emozioni sportive. Le sue vittorie non sono mai sembrate frutto di un meccanismo automotive - come nei mostri "indistruttibili" e inespressivi che pure in quegli anni macinavano successi (penso ad Armstrong o a Ullrich). Il sudore di Pantani era vero. Sincero. Trascinante.


Capace di contagiare anche l'animo di chi la passione per la bicicletta non l'aveva mai avuta, sebbene avesse un nonno innamorato come pochi altri del ciclismo. Di quel ciclismo che ancora era poesia, memoria, leggenda.
Coppi, Bartali, Gimondi, Moser.
Pantani sta di diritto con quei signori li. Qualunque cosa sia accaduta dopo la sua esclusione. A prescindere dal destino che lo ha poi portato via con se'.




martedì 31 dicembre 2013

Il mio Zeitgeist 2013... Per augurarci tutti un nuovo anno di emozioni...

 
Poche ore a Capodanno. E nel mio blog, un saluto che è anche un po' l'esercizio che preferisco: il rewind.
Nostalgico, sì, ma piacevole da risfogliare.
Si chiama Zeitgeist (spirito del tempo): per me, è semplicemente il meglio di quanto il 2013, personale e non, mi ha lasciato. Raccontato in questo blog...
 
L'ho felicemente sperimentato lo scorso anno. E anche in questa fine 2013 mi piace ripassare la pellicola di 365 giorni, vissuti a cavallo tra vicende personali ed eventi che hanno caratterizzato l'opinione pubblica come il nostro "piccolo".
Penso a Papa Francesco, o meglio a Jose Maria Bergoglio, che appena un anno fa era conosciuto sì e no dai fedeli di Buenos Aires. E oggi è il personaggio dell'anno - non solo per il "Times".
Penso a Berlino e a Gardelegen. E a quello che potrebbero regalare, come esperienza personale, già nel 2014.
Penso a chi non c'è più, da tanto tempo o a chi se ne è andato in questo 2013. Ma ha lasciato un'impronta.
Penso alla pellicola che potrebbe essere, quella che inizierà da domani.
E mi auguro, e auguro ai miei "25 lettori di blog", che - in barba alla "crisi" e allo sciame psico-sismico - possa regalarci ancora emozioni memorabili...
 
 
3 gennaio: una partita da ricordare, un amico da ricordare.
All'insegna del più sano... Spirito di Squadra
 
13 gennaio - l'illusione Giannino. La speranza di un progetto,
l'uscita di scena ingloriosa...
 
 
20 febbraio - il voto "futile", l'Italia divisa in tre e impossibile da governare
 
 
13 marzo - da carneade a Uomo del 2013. Papa Bergoglio si presenta
così: "Buonasera...". E per milioni di fedeli diventa un modello
 
20 marzo - Addio "Don Matteo". La beffa si consuma dopo mesi di attesa.
La fiction eugubina trasloca a Spoleto.
 
 
1 aprile - Gubbio-Fonte Avellana a piedi: molto più che una passeggiata.
Respirare la vita. Insieme alla propria interiorità...
 
 
14 aprile - Memorie migranti. Il Cile ci fa amare l'Italia. Nei mesi
di sconquasso del nostro Paese, l'esempio dei nostri emigranti che fa inorgoglire
 
11 maggio - Grazie Ale. L'ultima del Capitano rossoblù da giocatore.
Dopo 12 anni, la voglia di tornare a vincere. Ancora in rossoblù.
 


15 maggio - Vince chi la vive... la Festa. Fuori dalle polemiche,
un'altra giornata di intensità straordinaria. Un'altra overdose di vita.

 
27 maggio - Arriva il Commissario, saluta il Capitano.
Gubbio non ha più sindaco, giunta e consiglio comunale. E anche Iannicca se ne va.
 
2 giugno - L'abbraccio di padre risveglia il ricordo del nonno.
I ceri piccoli come non l'avevo mai vissuti.
 
 
28 giugno - Addio Nello. Gigante buono. Schivo
per i riflettori, infaticabile nell'operosità. E quella frase sussurrata...
 


26 luglio - Via Fabiani cade a pezzi: un'immagine inquietante ed emblematica
della crisi di Gubbio e del suo centro storico.

 
16 agosto - Isola del Giglio. A due metri dalla tragedia trasformata
in spettacolo. Pochi mesi prima che un altro show rialzasse la Costa Concordia.
 
25 agosto - Due tre cose su Berlino.
Una città a misura d'uomo. Conoscerla e innamorarsene è tutt'uno.
 
26 agosto: Gardelegen. La forza di un abbraccio, di un ricordo,
di un gesto. E un cactus a simboleggiare tutto questo...
 
4 ottobre - Il Papa nella sua Assisi.
Una giornata incancellabile, vissuta e proposta in diretta.
Un giorno unico. Per l'umanità.
 
26 ottobre - Una volta scout, per sempre scout. La festa
dei 30 anni dello scoutismo a Gubbio. Un salto indietro agli anni più belli...
 
31 ottobre - Ceri, da 40 anni stemma della Regione
La cerimonia, le emozioni, l'orgoglio di esserci. E di sentirsi Eugubini.
 
16 novembre - Valencia... correndo. Un'esperienza unica. Immersi
nella marea umana di 17mila appassionati.
 
2 dicembre - Addio grande Pittino...
Esempio di eugubinità.
 
20 dicembre - Va in scena lo psico-sisma.
Lo sciame c'è ma i danni veri arrivano dai media nazionali.

29 dicembre - In parananza... a mescolare una crema di castagne
Anche per quest'anno l'inedito è andato in onda... Almeno si chiude sorridendo...
AUGURI A VOI TUTTI!
 

lunedì 2 dicembre 2013

Il ricordo di "Pittino" NIcchi: tante passioni in "Rosso e Blu"...




La partita non è finita finché l'arbitro non fischia”: rispondeva così, Enrico Nicchi, per tutti “Pittino”, a chi gli chiedeva notizie, chi si informava, con discrezione, sul suo stato di salute. Da anni giocava la sua partita con la malattia, un confronto difficile, impari, ma di quelli che spesso Pittino aveva combattuto a centrocampo sull'erba di mezza Italia. E più la sfida era difficile, più sembrava appassionarlo e tirare fuori il meglio di lui.
Enrico Nicchi se ne è andato a 76 anni. Per Gubbio e per il Gubbio una perdita pesante, anche se purtroppo non inaspettata. Ma la battaglia con il male, Pittino l'ha affrontata sempre a testa alta, senza mai tirare la gamba indietro, senza arretrare di un metro. Con una dignità e un coraggio esemplari.
Eugubino verace come pochi, ha dedicato la sua vita, oltre che alla famiglia trasmettendo ai figli un attaccamento viscerale alla propria città, alle due grandi passioni che lo hanno animato, e che trovavano comun denominatore nell'amore per Gubbio: il calcio e le tradizioni, in particolare quelle legate alla Festa dei Ceri.
Con la maglia rossoblù ha iniziato la sua carriera agonistica alla fine degli anni 50, portato in prima squadra da Carlo Baccarini, altra gloria del calcio eugubino – titolare nella mitica serie B del 1946 e allenatore nella vittoriosa stagione 1957-58.
Dopo una stagione in IV serie, Nicchi spicca il volo verso il calcio professionistico, legandosi per molti anni alla Sambenedettese con la quale milita a lungo in serie C e in serie B, diventandone una colonna, tanto da scatenare la rivolta della piazza quando viene ventilata la sua cessione alla Lazio. Milita anche a Cosenza e Castrovillari, dove vince da giocatore e allenatore, e chiude poi la carriera ancora a Gubbio, nel 73-74.

Ma lui, Pittino, anche a centinaia di chilometri di distanza, resta sempre legato, con il cuore, ai colori rossoblù e contagia intatta la passione al figlio Alessandro, capitano del Gubbio negli anni '90 e oggi direttore tecnico dell'Atletico Gubbio, e a suo modo anche alla figlia Angela, capitano della squadra di pallavolo eugubina. Enrico Nicchi ha dedicato la sua passione per il calcio guardando soprattutto ai giovani, ed essendo "giovane tra i giovani": è stato ancora lui, insieme ai compianti Luciano Cambiotti e Giuseppe Angeloni, una delle colonne dell'Atletico Gubbio, società sportiva che proprio in queste settimane ha celebrato i 30 anni di attività e che rappresenta una delle realtà giovanili più dinamiche della nostra regione.
E poi "Pittino" non si può non ricordare come grande ceraiolo e appassionato delle tradizioni eugubine e della sua città. Santubaldaro doc, è stato anche Presidente della Famiglia Santubaldari alla fine degli anni Ottanta oltre che per molti anni ceraiolo valente e carismatico. Era anche abile artigiano: una delle sue passioni, oltre alla ceramica, era la realizzazione delle statuine dei santi, in particolare quella del Patrono.
Una delle sue "creature" è stata collocata alcuni anni fa sulla Cappella del Col di Lana - il luogo dell'Alto Adige dove gli eugubini organizzarono nel 1917 un'edizione speciale della Festa dei Ceri al fronte.
Da qualche giorno, tornando alla metafora che lui stesso utilizzava, l'arbitro ha fischiato la fine dei 90 minuti. Pittino, con il sorriso ironico che gli disegnava il volto, è rientrato negli spogliatoi.
Dove si respira l'olio di canfora e il sapore del vissuto calcistico, dove si racconta un'altra storia, indocumentabile, talvolta irriferibile, dove si smaltisce l'amarezza delle sconfitte, si condivide l'emozione incancellabile delle vittorie. E dove, comunque vada, qualcuno sa anche lasciare un'impronta importante, nella propria squadra come nella propria comunità.
Fatta di umanità, autenticità, senso di appartenenza. In una parola, Eugubinità.
E quando questo accade, e per Pittino è accaduto, la partita in realtà non finisce: passa solo ai tempi supplementari...


Da "Il Rosso e il Blu" - di "Fuorigioco" del 2.12.13ù
musica di sottofondo: "Ticket to Heaven" Dire Straits

mercoledì 30 ottobre 2013

30 anni scout... per sempre scout. Flash di un fine settimana speciale...


Per una volta mi piace lasciar parlare le immagini. Potrei scrivere tanto (sicuramente troppo) sfogliando l'album della memoria, su aneddoti e ricordi di un'esperienza che considero unica e inimitabile sul piano umano ed educativo.
"Basta guardare il sorriso di un lupetto di ritorno da una giornata vissuta insieme ai suoi coetanei, per capire che lo scoutismo avrà sicuramente un grande futuro": parole di Elisa Pellegrini, con cui ho deciso di chiosare il video realizzato in occasione del 30ennale dello scoutismo a Gubbio.

Una frase che mi ha colpito e che, a maggior ragione, mi ispira a lasciare che siano le immagini, le foto, i volti, i sorrisi, le emozioni impresse nello sguardo dei presenti, a raccontare un fine settimana - e in particolare la serata di sabato scorso - che ha segnato le iniziative celebrative dei 30 anni dello scoutismo a Gubbio.
Se tutto questo avrà un seguito, lo vedremo. Ma a prescindere, è stato bello ritrovarsi.
Bello e significativo. Per capire che quell'esperienza ci ha lasciato qualcosa di grande dentro. E forse, inconsapevolmente, ci ha "tatuati" spiritualmente anche per gli anni che sono poi scorsi via (ahinoi) così velocemente.
Avrei voluto vedermi in faccia quando, il giorno prima del ritrovo a San Francesco, ho ritrovato in un armadio in soffitta da mia madre, una busta azzurra: dentro c'era tutto quel che cercavo, camicia, fazzolettone, le magliette del primo campo 1984 (una addirittura della Ital-leganti di Acquasparta), i golf di lana inspessita, il tutto condito da un aroma ammuffito che ha offerto quel non so che di autentico e sorprendente all'insperato ritrovamento.

30 anni sono passati. Ma anche quando ne passeranno altri, tutto il bagaglio di vissuto che il fazzolettone e la borraccia ci hanno aiutato ad apprendere, resterà con noi.
"Il nostro zaino si riempie sempre di cose nuove e importanti" ha detto Michele Pastorelli, che oggi guida il gruppo dei lupetti (dove c'è anche il mio Giovi).
Uno zaino che oggi ha ancora qualcosa in più... Queste istantanee. Piene di nostalgia ma anche di felice consapevolezza. Di essere stati (ed essere ancora oggi) parte di qualcosa di profondamente intenso... Estote parati!

P.S. Le foto relative alla manifestazione sono dell'immancabile (e insostituibile) Marco Signoretti. Le foto d'archivio - tratte dalla mostra fotografica svoltasi nei giorni scorsi - sono merito di Barbara Bernabucci.
P.P.S. Un grazie a Barbara, anche perchè l'imput di questo trentennale è nato da una chiacchierata su facebook (che talvolta fa meno danni di quanto non si pensi) qualche mese fa...


Il campo estivo a Castelluccio di Norcia - 1984

Con i "pipistrelli" in una rappresentazione... di non so cosa - 1984
La promessa, alla Cappelluccia di San Giorgio - 1984

L'inconfondibile sagoma di padre Giuseppe, un "padre" spirituale
per molti di noi - 1985

Uscita reparto maschile a Madonna del sasso - inverno 1985


Uscita noviziato, campo scout Castelluccio - 1986

Colletta squadriglie per comprare... monte Prata - 1986

Reparto Gubbio 1 al completo - Castelluccio 1986

L'alzabandiera ieri... - Castelluccio 1984

E l'alzabandiera oggi... - 2013

Lo splendido scorcio del chiostro di San Francesco
per la messa del 30ennale - sabato 25 ottobre
L'entusiasmo è rimasto lo stesso:
magia intergenerazionale...
... per poi ritrovarsi allegramente a tavola
Sotto le arcate del chiostro, tra canti e ricordi...
Non è mancato neanche l'urlo "San Giorgio",
con l'energia "particolare" di Massimo Panfili
Tavolata del gruppo scout Gubbio 1
... e la sfida (impari) con gli scout di oggi
"E' l'ora di partir, fratelli, è l'ora di partir...
il canto si fa triste ma partire è un po' morir...
ma noi ci rivedremo ancor
ci rivedremo un dì...
arrivederci ancor fratelli, arrivederci un dì..."