Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

domenica 15 luglio 2012

"L'attimo in cui siamo felici": conoscere i momenti di felicità altrui... per apprezzare di più anche i propri...

"L'attimo in cui siamo felici". Non so, per la verità, se esista davvero. Non so se si può fotografare, cristallizzare, se si può cesellare e incastonare in un cofanetto, da conservare gelosamente tra le cose preziose della propria esistenza. Per poi andarselo a riguardare, a rileggere, a rivivere ogni volta che c'è bisogno.
Operazione audace, a cui si sottopone - gioco forza - Valerio Millefoglie, con il suo libro edito da Einaudi (che mi ha accompagnato durante qualche giornata di questa estate, tra quelli in concorso per la nuova rassegna "Onor d'Agobio" di cui sarò indegno componente di giuria).
Il libro si intitola proprio così "L'attimo in cui siamo felici". E parte da una necessità interiore e paradossalmente egoistica (se di egoismo si può parlare quando è il lutto a condensare la gran parte delle proprie emozioni). La perdita del padre.
L'elaborazione del lutto è difficile e sofferta, per il protagonista del libro - che poi altri non è che il suo autore. E per uscire - o tentare di uscire - dal tunnel depressivo fatto di rinunce, consapevolezza e ricordi, Millefoglie rispolvera un esperimento che aveva abbozzato negli anni che avevano preceduto quel lutto. Una sorta di "terapia della felicità", comminata su se stessi con un metodo semplice quanto acuto: conoscere, apprezzare (e magari anche godere) delle felicità altrui.

Omacatl, divinità della felicità
almeno per gli Aztechi
Cos'è la felicità? E' un interrogativo che dai tempi di Omacatl (divinità azteca) passando per la mitologia greca, in poi ha imperversato cultura e letteratura, ma in fondo - tra tante vacuità e inutilità quotidiane - è l'unica domanda seria che ci rimane anche nel XXI secolo. La domanda ci sta, è la risposta che è difficile da articolare.
Perchè in fondo la felicità non è qualcosa di materiale, di tangibile, di inquadrabile. Forse nel momento stesso in cui si focalizza, è già passata.
E0 così che l'autore chiosa il suo libro: "E' proprio questo che rende così bella e unica la felicità: che finisce".
La felicità esiste. Ma forse non esistono le persone felici. Perchè non si può essere "sempre felici", come non si può essere fortunatamente sempre infelici. Stati d'animo ed emozioni si alternano, un po' come le figure sfocate di alberi e case, dal finestrino di un treno, mentre si viaggia: figure appannate che si accavallano col buio delle gallerie e il monotono e rutilante tran tran delle rotaie.

Valerio Millefoglie
Tant'è che Millefoglie racconta nel suo libro un percorso parallelo: quello personale, di chi vive l'angoscia di una perdita irreversibile, e di chi invece si è raccontato, candidamente e quasi ingenuamente, con un esercizio di una semplicità elementare ma di una profondità unica. Ovvero gli interlocutori conosciuti casualmente da Millefoglie nei bar, negli ospedali, alla posta, piuttosto che nelle scuole o nei supermercati: lui, l'autore, ha lasciato una semplice scheda da compilare.
Indicate i vostri attimi di felicità, recitava con un preciso questionario da redigere almeno su scala settimanale: giorno - ora - durata (anche minima, anche pochi secondi) - motivazione.
Rileggendo una semplice scheda settimanale, poi, l'autore ha intervistato gli anonimi compilatori. Non certo delle cavie, anzi. Persone, in carne e osse, grazie alle quali scoprire un universo sconosciuto di stereotipi diversi: i gemelli che vivono insieme le proprie emozioni quotidiane, il signore dal piumino verde accompagnato in ogni dove dalla propria fede, la ragazza che si realizza facendo volontariato, la nonnina del 1910 - che dopo una vita trascorsa accanto al marito, ormai defunto, sogna di incontrarlo un giorno: e cosa vi direte? le chiede Valerio, "Niente, risponde, basterà guardarsi":
E poi Simona (ma con la s minuscola, perchè non si sente di meritare un nome in maiuscolo) o Marco Elettrico, con la sua compilation della felicità e infine xxx la ragazza di tatuaggi e piercing, per la quale la felicità è riuscire a parlare di nuovo dopo essersi fatta dividere in due niente meno che la lingua.

E' un libro che mi ha colpito. Non per le storie che racconta, più o meno interessanti, più o meno emblematiche, ma per il senso che esprime.
La felicità raccontata come fosse un puzzle, ma un puzzle senza contorni - quelli che in fondo ti permettono, a cominciare dai quattro angoli retti, di comporre quello stesso puzzle. Senza contorni e senza confini, dove ognuno raccoglie i propri istanti felici.
Perchè la felicità, in fondo, non ha una definizione e nemmeno un clichè. Bere un caffé con un amico, incontrare per caso una persona speciale, tornare a casa, assaggiare il piatto preferito, guardare un programma tv, fare il tifo per la propria squadra di calcio, vedere proprio figlio crescere, godere di un'alba o di un tramonto. O anche respirare in mezzo ad un bosco durante una passeggiata. O un bel voto a scuola o all'università.
La felicità non è qualcosa di costruito, ma di istantaneo: ti coglie, all'improvviso, ti appassiona e ti gratifica.
Ma la ricetta del "dottor Millefoglie" ha una qualità in più: ti consente di archiviare questi piccoli grandi momenti. Come? Magari compilando la sua scheda - la trovate riprodotta davvero all'inizio del libro - almeno per una settimana.
La scheda per compilare... i propri attimi di felicità
Sarà come rivedersi in fotografia i momenti più belli. Quelli che ti fanno capire che in fondo questa parola così ridondante - felicità - è in realtà il risultato di gesti semplici, spesso condivisi, il più delle volte inaspettati. Che diventano però, a loro modo, eterni; "rendere eterno il minuto" dice proprio l'autore - "mettere sottovuoto alcuni momenti felici, fermarli per un attimo".
Proprio con quella capacità di cristallizzare l'istante che è propria di una fotografia - a differenza di un'immagine filmata che è documento più completo, ricco e accattivante, ma non sa discernere l'istante dal complesso.
E a proposito di eterno, Millefoglie conclude la sua riflessione - dopo aver conosciuto una coppia di imprenditori, titolari di un'agenzia funebre - con una riflessione un po' bizzarra e decisamente originale. Ma profonda.
"Se invece delle lapidi e delle frasi misericordiose e commemorative o dei fiori, si potessero leggere le felicità dei defunti, andare al cimitero non sarebbe così triste. E nessuno verrebbe dimenticato".
Allora ho provato.

Giacomo Marinelli Andreoli: amava scrivere, leggere, emozionarsi, conoscere storie e persone, sperando di riuscire a raccontarle. Anche con un semplice blog.
Che ne dite?
Può sonare bislacca. Ma io la metterei così...

Invece la prossima settimana voglio autosperimentare la scheda di Millefoglie: raccoglierò le felicità quotidiane, dal lunedì alla domenica successiva. Chissà che non mi aiuti ad apprezzare di più i piccoli momenti della giornata, quei dettagli che spesso fanno la differenza. Provate anche voi... (anche il blog è a vostra disposizione).

venerdì 13 luglio 2012

E' tutto anche per oggi, a te Provenzali...

Ci sono personaggi che ci sembra di conoscere da sempre. Come fossero un vicino di casa, come li incrociassimo ogni mattina salutandoci per andare a prendere il giornale. Come se fossimo insieme in fila alla posta o sulla stessa panca alla messa.
Silenziosamente ci accompagnano in momenti "insignificanti" della nostra vita. Apparentemente insignificanti perchè in fondo, accendere la radio e ascoltare "Tutto il calcio minuto per minuto" è null'altro che un piacevole gioco da adulti, una liturgia laica che si rinnova ogni domenica.
E sull'altare di questo piccolo e ripetitivo rito, la voce che, umile ma immancabile, scandiva il susseguirsi di ogni domenica, era quella di Alfredo Provenzali.
Un giornalista che apparteneva alla generazione di radiocronisti che hanno segnato l'epoca d'oro di Radio Rai: forti non solo dell'assenza di una vera concorrenza (e la mancanza della pay tv che ha "violentato" il fascino dell'ascolto radio delle partite) ma soprattutto forti una professionalità e personalità che erano figlie di quel tempo, di quell'Italia ricostruitasi con le proprie mani, capace di rimboccarsi le maniche sapendo che c'era tanta strada da fare.
Se un giorno metteremo in classifica i primi dieci fenomeni di costume del XX secolo, potrebbe scapparci anche di inserire "Tutto il calcio minuto per minuto": perchè il rituale della domenica non conosceva sosta, perchè sapeva sciorinare le emozioni più appassionanti per gli sportivi italiani, perchè riusciva a condensare la capacità di fare cronaca con l'abilità di commentare, senza urla nè esasperazione, quello che in fondo era "il più bel cartone animato per adulti" (appunto, il calcio).
In questo teatro, Provenzali non ha mai amato apparire in prima fila: ma il suo ruolo è stato sempre di grande protagonista. Puntuale, rigoroso e inappuntabile.
La sua scomparsa - dopo quella degli anni scorsi dei vari Ameri e Ciotti (che però in prima fila sapevano esaltarsi con le inconfondibili cadenze e raucedini) - è l'addio definito ad una radio che non c'è più, ad un'informazione che non c'è più, ad una liturgia che ha cambiato le proprie forme, i colori, gli strumenti.
E sicuramente anche lo stile.


giovedì 12 luglio 2012

Toglieteci tutto ma non le "nostre" maglie... Crollano definitivamente anche gli ultimi simboli della passione calcistica: con una felice eccezione... bianconera

Palacio e il "rosso" Inter, decisamente indigesto
E' l'estate dello spread, della spending review, dei 50 mila euro per l'intervista a Schettino e della "guerra delle maglie da calcio".
Ormai non c'è più tabù che regga e perfino gli ultimi simulacri di passione, identità e senso di appartenenza - legati al dio Eupalla - si sgretolano di fronte alla legge inesorabile del merchandising.
Gli sceicchi monopolizzano quasi incondizionatamente il mercato calciatori - rischiando di proiettare nell'olimpo calcistico europeo una società che non ha mai vinto nulla fuori dai confini parigini - dando ossigeno ad un fenomeno che per altro non si limita al calcio (perfino la holding fashion Valentino appartiene ormai ad un emiro del Qatar).
In tutta questa fiera della bulimia consumistica - che fa un po' a pugni con le difficoltà quotidiane dei potenziali fruitori di molti di questi gadget - si assiste ad un parossistico carosello di gaffe in uno degli inutili "riti" che la fiera calcistica moderna ha escogitato per questo periodo: la presentazione delle nuove divise.

Rischieremmo la reclusione coatta in un astenotrofio di periferia se dicessimo della nostra nostalgia per le estati di qualche anno fa, quando le amichevoli si giocavano esclusivamente con le selezioni locali, prima di vedere in campo le "squadre vere" solo per i turni preliminari di Coppa Italia, quando i numeri andavano dall'1 all'11, il fischio d'inizio era indistintamente alle 14.30 e alle 18 ci aspettava Paolo Valenti per vedere, ansiosamente, i primi gol prima della sintesi commentata da Nando Martellini.
Ma senza ambire a camicie di forza, lasciateci dire che la parata di nuove divise sta (finalmente) andando in corto circuito: gli stilisti del football non sanno più cosa inventarsi e a furia di cercare soluzioni innovative e qualche variazione sul tema - pur di far vendere maglie e orpelli griffati - di fronte a flash e sorrisi patinati si finisce per assistere ad una triste liturgia che ormai, nella stragrande maggioranza dei casi, suscita delusione se non addirittura vere e proprie crociate di protesta.
I tifosi, quelli veri, non ci stanno. E siccome sono loro a tirare fuori (buona) parte delle risorse che garantiscono a quelle maglie di essere indossate (non solo con i biglietti allo stadio ma soprattutto con gli abbonamenti pay per view), è bene che qualche Presidente prenda nota e tenga a mente a futura memoria.

Clemente con la  nuova maglia "ciclistica" del grifo
L'ultimo caso, molto locale ma emblematico, è fresco di giornata. Presentate le nuove divise del Perugia calcio e a dare un'occhiata veloce alla maglia c'è da strabuzzare gli occhi. Il povero Clemente - abituato a dirimere mischie furiose nelle aree avversarie - deve aver avuto più di un sussulto imbarazzato quando si è trattato di infilarsi una magliettina attillata come fosse una muta da Tour de France, con un'incomprensibile doppia croce bianca (simbolo dei kamikaze, a detta del patron), oltre al non esaltante logo dello sponsor che, non ce ne voglia, contribuisce a condire un minestrone cromatico indigesto e a sfiorare i vertici del risibile estetico.
Quel che lascia perplessi è che alla guida del sodalizio perugino ci sia un vero guru della moda italiana (mister Frankie Garage) al quale è finora riuscito tutto bene (con i jeans e con il grifo), salvo sottovalutare le reazioni a questa maglia, diciamo così, alquanto naif. Su facebook i tifosi perugini sono già scatenati, e al momento non si segnala neppure un voto a favore della maglia (con l'aggravante che per il portiere la divisa scelta è rossoverde, soluzione suicida o masochistica, nell'ottica del tifoso della Nord, a seconda dei punti di vista).
Che distanza siderale - di stile e sobrietà - quella maglia interamente rossa, con bordi bianchi e colletto a V, indossata dal Perugia imbattibile di Castagner e da mostri sacri del calcio italico, come "Pablito" Rossi.

Ma il Perugia è in buona compagnia, e almeno su questo può consolarsi. C'è chi riesce a fare di peggio, come l'Inter, capace di sfoderare un rosso diabolico nella seconda maglia da trasferta (i tifosi della Nord, anche qui, hanno già esortato a Moratti a donare queste divise a Samantha Cristoforetti, prima astronauta tricolore, che decollerà nello spazio solo nel novembre 2014). E non ha trovato gloria neppure la T-shirt away (da trasferta) dei mitici Gunners, l'Arsenal di Londra, che ha scelto un improbabile versione pigiama, a bande orizzontali nero-viola, già ribattezzata dal "Mirror" come maglia da Famiglia Addams o peggio ancora, da busta dell'immondizia (rubbish, termine tecnico).

In questo panorama sconfortante, un sospiro di sollievo arriva fortunatamente dall'universo bianconero. Parlo di Juventus e non mi soffermo sulla tanto chiacchierata anomalia semantica ("30 sul campo" anzichè la terza stella). Il riferimento è alle riconquistate maglie a strisce (non zigrinate) verticali ma soprattutto ai numeri che tornano magicamente di colore bianco su quadrante nero (stile anni 70-80, come nelle divise rese celebri e vincenti da gente come Bettega, Scirea o Michel Platini). Se ne va - mi auguro per sempre - quell'ignobile numero giallo (un anno fu addirittura rosso) che faceva somigliare la divisa ufficiale della Signora ad un'anonima magliettina da mercato del martedì, buona forse per qualche partitella a calcetto tra amici in spiaggia, non certo per sollevare in cielo una coppa (scudetto o Champions che sia).
 
La maglia azzurra, ultima versione:
decisamente kitsch

Un consiglio ci si consenta di lanciarlo agli originali e creativi stilisti sportivi in circolazione. Un vecchio maestro di giornalismo mi disse un giorno: "L'articolo migliore è quello in cui riesci più possibile a rimanere te stesso. Il giorno in cui vorrai strafare, sicuramente non sarai all'altezza".
E' così difficile applicare questa massima anche ad una banale maglietta di calcio?
Sembrerà (e forse lo è davvero) un problema stupido e ozioso, da post estivo di un blog qualsiasi. Ma quei colori, in fondo, sono tra le poche autentiche passioni che ancora ci restano.
E dopo un'estate di azzurro (anche sulla maglietta della Nazionale ci sarebbe, eccome, da ridire...), è così pretestuoso aspettarsi un po' di naturalezza, sobrietà, semplicità, di linee, colori e tendenze, in vista dell'autunno da sabato o domenica calcistica?
Se è vero - come è vero - che un sondaggio inglese individua nelle 16.15 della domenica il momento più triste della settimana di un italiano (indovinate perchè?), non rendetelo ancora più triste, solo per qualche euro in più...

mercoledì 11 luglio 2012

11 luglio 1982: 30 anni fa capimmo cosa significa essere "Campioni del mondo"... Una prima volta - e un cofanetto di ricordi personali - rispolverati anche grazie al libro di "Pablito"...

Due settimane fa, mentre i clacson delle auto (e perfino di qualche autotreno) infiammavano il lungomare di Alba Adriatica, dopo la vittoria degli Azzurri sulla Germania, alla terza ora di baldoria consecutiva, in piena notte, mio figlio mi ha chiesto: “Babbo ma non è ora che smettono?”.

Nella sua innocente spontaneità, Giovanni aveva ragione. In fondo non avevamo ancora vinto nulla (anche se battere i tedeschi è sempre una “goduria”, ma questo lui lo capirà tra qualche anno…).
Gli ho risposto, con la prima cosa che mi veniva in mente. E l’ho buttata là: “Fanno festa perché un giorno lo racconteranno ai loro figli e magari ai nipotini. Come il nonno Giorgio mi raccontò della festa per le strade dopo Italia-Germania 4-3. Come io ti ho raccontato della festa di Italia-Germania 3-1 quasi 30 anni fa. Tu magari racconterai al tuo bambino di aver festeggiato al mare questo 2-0…”.
Peccato che poi sia mancata la ciliegina sulla torta (senza la quale, talvolta, anche la torta resta indigesta…).

Però sono esattamente 30 anni: 30 anni da quell'11 luglio 1982, da quel 3-1 sulla Germania che faceva gridare al pur mite Nando Martellini, per tre volte, "Campioni del mondo!" e che mandava in visibilio l'ugola composta e anglosassone dello storico radiocronista Enrico Ameri (una chicca che potete riascoltare nel documento filmato qui in basso).



Sarà stato l’effetto condizionante del libro che ho finito di leggere in queste ore (non parlo di giorni, perché lui, il libro, fila via che è un piacere): “1982 - Il mio mitico Mondiale”, firmato dall’indimenticabile "Pablito", al secolo Paolo Rossi,  con sua moglie, la collega perugina Federica Cappelletti.

Se chiedi ad un italiano cosa ha fatto il giorno x dell’anno y nessuno saprà risponderti con precisione. Ma se gli chiedi dov’era e cosa faceva nei giorni del Mundial di Spagna tutti sapranno raccontarti nei dettagli la loro storia”.
E’ l’incipit di uno dei capitoli più interessanti del libro, che nella prima parte è una sorta di diario personale di Pablito – una storia che è di per sè un romanzo considerando che l’eroe, capocannoniere, artefice della vittoria degli azzurri con i suoi 6 gol tutti d'un fiato, arrivava a quella manifestazione dopo appena 1 mese di attività agonistica, all’indomani di una squalifica di 2 anni (poi rivelatasi ingiusta) per il calcio scommesse del 1980.

Ma l’idea di un libro costruito anche sui ricordi dei tifosi l’ho trovata geniale. E' forse il modo migliore per celebrare il trentennale di un evento che contraddistingue non solo il 1982, ma che potrebbe tranquillamente finire nella top ten degli eventi del XX secolo italiano (che pure ha generato due guerre mondiali e molti altri avvenimenti, ahinoi, dolorosi).

A fine lettura, posso dire che il libro – per la leggerezza con cui l’autore si racconta e anche per la capacità di riprodurre l’atmosfera di quei giorni rocamboleschi – finirebbe per piacere anche a chi di calcio, in fondo, vuol saperne poco o nulla. Ma di sicuro, in quell’82, non restò indifferente alla febbre generale da Mundial (e da Pablito).
Per i cultori del dio Eupalla, poi, sono davvero innumerevoli i passaggi significativi, brillanti, originali, a tratti perfino commoventi: soprattutto nella descrizione della sofferenza dei genitori di Paolo Rossi nei periodi dello scandalo, e del loro straordinario modo di vivere la resurrezione del figlio, in quei 30 giorni spagnoli, interpretato con una dignità, una compostezza e una signorilità non comuni (quando al loro posto, chiunque avrebbe potuto scaricare su stampa e opinione pubblica tonnellate di sassolini dalle scarpe… per rimanere ad una metafora molto cara all'attuale CT Prandelli).

E allora colgo l’occasione – un cenno l’ho fatto parlando della vigilia di Italia-Germania – per ricostruire qualche ricordo personale su quelle partite, su quell’estate 82 che ha segnato felicemente anche la mia adolescenza – anche se per la verità fu il 5 luglio, data di Italia-Brasile, la partita che più di ogni altra (e più della stessa finale) catturò le emozioni e i brividi del sottoscritto (e forse anche di altri milioni di tifosi italiani).

Naranja
Intanto quel Mondiale 82 segnalò, per la prima volta, la mia attitudine non dico alla professione giornalistica (avevo 11 anni), ma quanto meno a qualcosa che le somigliasse un po' da lontano: ricordo che ritagliai da alcuni quotidiani (mio padre ha comprato per decenni "La Nazione" e mio nonno materno era uno dei più fedeli lettori della “rosea” – anche per l’inaffondabile fede nel ciclismo) e anche da qualche periodico (credo il Guerin Sportivo, sempre proveniente da casa di nonno Pompeo), i profili delle 24 squadre partecipanti, con i bomber attesi, i pronostici, gli stadi, il programma delle partite e tutto quello che ruotava attorno al Mundial 82.
Forse il pappiere ormai trentennale (un rudimentale quadernone a quadretti, di quelli spartani che si compravano per i compiti dell'estate) impolverato e spiegazzato, giaccia in qualche armadio a casa dei miei. Chissà se prima o poi si deciderà di rispuntare fuori…
Ricordo ancora “Naranja”, la mascotte della manifestazione, che campeggiava in ogni rivista e che vedevo spuntare dalle sigle delle trasmissioni televisive dei pochi canali allora esistenti (oltre la Rai, la sola Capodistria e qualche timida apparizione di tv locali).

Nell’82, per la cronaca, ancora a Gubbio non aveva visto la luce neppure Canale 5 – credo di aver visto per la prima volta questo strano canale con il biscione campeggiare in basso a destra, in uno sperduto ristorante di una lontana trasferta nelle Marche meridionali a seguito del Gubbio, dove con mio padre, mio fratello e mio zio Giulio finimmo stregati da una fiamminga di code di rospo, saltando letteralmente il primo tempo (evidentemente neanche tanto memorabile) di Porto S.Elpidio-Gubbio. Nell'occasione su quell’ignota stazione tv (Canale 5, appunto) appariva una puntata di "Hazzard" (mi colpì quella auto arancione con gli sportelli che non si aprivano, ma ignoravo ancora che sarebbe diventato di lì a qualche anno una delle mie serie preferite).

Ebbene il Mundial 82 mi riporta a qualche flash che seppur arrugginito dai 6 lustri trascorsi, ancora conservo. E magari vado a inchiostrare, di getto, per ricordarmelo tra qualche anno, quando i lustri saranno aumentati e anche la memoria comincerà a fare cilecca.
Ho già cancellato - e rinuncio a recuperare i backup - i file relativi alle prime due deludenti partite di quel Mondiale spagnolo. Di una, della gara d’esordio – Italia-Polonia 0-0 a Vigo – ricordo solo (ma per averle viste in seguito) le immagini degli Sbandieratori di Gubbio che curarono la coreografia della gara tra primo e secondo tempo. Memorabile il commento sarcastico al Tg1 del senese Paolo Frajese che annunciando la loro presenza si lasciò scappare un “Se ci fossero stati quelli di Siena, sarebbe stata un’altra cosa”. Una gaffe che fece infuriare tutti gli eugubini, la cui eco credo sia giunta anche allo stesso giornalista Rai (dato che la redazione romana della tv di stato era frequentata dagli eugubinissimi Italo Cicci – parlamentarista - e Dante Alimenti – vaticanista).

In occasione di Italia-Camerun ricordo di essere stato invece a casa di mio zio Gigino Balducci (per la verità lo chiamavo “zio” in modo affettuoso, pur non essendolo in realtà, se non in modo acquisito): ricordo l’euforia per il gol di Graziani (e uno strano tipo, credo un fotografo, che gli correva dietro da bordo campo dimenticandosi di fare il suo lavoro), che sembrava rompere un incubo, seguito pochi istanti dopo dal pareggio di quella bizzarra squadra africana, che aveva in porta uno strano tipo (N'Kono) capace di vestire una calzamaglia quando in campo si stava ben oltre i 30 gradi: quel golletto striminzito comunque sarebbe stato il motivo della qualificazione degli Azzurri (differenza reti proprio rispetto alla squadra di Roger Milla).

Nel turno successivo, in attesa di Maradona e Zico, con la squadra di Bearzot data per spacciata praticamente da tutti – giornalisti italiani in primis – ritrovammo la "nostra" formazione tipo davanti alla tv: nel senso che vedemmo le partite, in reclusione quasi claustrale, io, mio padre e mio fratello, nel salotto di casa. E sempre in un caldo infernale (le gare erano tutte di pomeriggio, a conferma dello scarso appeal televisivo che forse ispirava la squadra azzurra, o magari ancora perché le tv non dominavano come oggi gli interessi del calcio).

Un trio che era complementare: perché mio padre era il disfattista – dopo 10’ senza gol avrebbe già sostituito mezza squadra – mio fratello l’irascibile – con scatti carichi di adrenalina ad ogni sussulto dal limite d’area in poi – ed io, diciamo una via di mezzo, ma più compassato (apparentemente) e con più ottimismo. Anche se in due circostanze di solito, vado su tutte le furie: sugli errori dell’arbitro e sui gol clamorosamente “divorati” (tipo quello di Di Natale con la Germania, l'altra sera, a fine gara).
Un trio cui, allora, si aggiungevano a turno mia madre (con domande tecniche del tipo “Che fa l’Italia?”) con in braccio nostra sorella, Anna, che aveva poco più di un anno, e in ogni partita vestiva un completino azzurro confezionato per l’occasione. Oppure faceva capolino mia nonna paterna, nonna Anna, che incitava a suo modo Paolo Rossi: “Dai Paolino, che se fai gol ti facciamo sposare l’Annarella!” (mia sorella, sua omonima).
Quasi tre decenni dopo il destino ha voluto che quella piccola Annarella abbia casualmente conosciuto Pablito e famiglia, ma, credo non abbia trovato il coraggio di raccontargli, seppur simpaticamente, questo aneddoto (anzi credo sia arrosita in silenzio solo pensandoci…).

La curiosità su Italia-Argentina è che dopo il primo tempo (finito 0-0) mio padre se ne dovette andare per uno “scarico improvviso” – termine tecnico che non deve far pensare a qualche crisi gastrointestinale: era semplicemente un cliente della nostra azienda di famiglia che aveva bisogno di nafta (termine per me quasi di origine mitologica, visto che l’ho sentita nominare da quando ero in fasce, senza sapere per anni cosa esattamente fosse, ma ne ricordo solo l’inconfondibile profumo) e, vista l'urgenza, mio padre era dovuto andare ad assolvere alla consegna personalmente (tra mille improperi verso quell’intempestivo cliente). Ricordo la gioia con cui insieme a mio fratello, gli comunicammo al suo rientro la notizia della vittoria strepitosa e insperata sull’Argentina (gol di Tardelli e Cabrini): probabilmente finse di essere sorpreso e di non saperlo, per farci contenti (escludo che non abbia fatto di tutto per ascoltare almeno in radio quella gara, nonostante lo scetticismo ancora imperante sul destino della Nazionale).

Più nitidi i ricordi di Italia-Brasile. Una partita che, a distanza di 30 anni – o poco più, visto che si giocò il 5 luglio – continuo a considerare a tutt'oggi (per dirla alla Rino Tommasi) “nel mio taccuino personale” LA PARTITA.
Italia-Brasile di scena nella "bombonera" del Sarrià di Barcellona – gara che ho rivisto integralmente non meno di 10 volte – è un film che ricordo quasi in ogni istante. Probabilmente la rivedessi ancora, da un semplice retropassaggio a centrocampo, riuscirei a risalire all'epilogo successivo dell’azione: un po’ nei film di Sergio Leone, di cui rammenti le battute di ogni scena, o come i codici di procedura penale o civile, che nelle ultime settimane pre-esame, nel dubbio, ingurgitavo mnemonicamente articolo per articolo.
I flash di questa gara, vissuta con toni spasmodici in un ennesimo pomeriggio torrido, sono così vivi che è quasi surreale pensare siano già corsi via 30 anni.
Italia-Brasile: dopo 5' il gol dell'1-0: comincia
il vero Mundial di Pablito
L’inno nazionale, e quel preambolo musicale sul “Fratelli d’Italia” di Mameli che non avevo sentito in nessun altra occasione. Il viso sudato di Cabrini e Tardelli, che sembravano già sfiniti quando ancora doveva essere battuto il calcio d’inizio. Il rutilante tam tam del tifo brasiliano, la torcida, che sembrava quasi il ciclico ripetersi di un treno monocorde che circondava quello stadio, un vero catino, per tutto l’arco dell’incontro. Ricordo l’azzurro di quelle maglie, inizialmente morbido e quasi appannato, che poi trasfigurava in una tonalità sempre più scura, col passare dei minuti, e l’addensarsi delle chiazze di sudore vivo emblema della battaglia in corso. E il timore, epidermico, ogni volta che il Brasile si avvicinava all’area di rigore degli azzurri, nella consapevolezza di avere di fronte una squadra di “marziani”.
I boati, tra l’incredulo e l’estasiato, che seguirono ai guizzi di Pablito, finalmente destatosi nel giorno più importante con una tripletta che l’avrebbe reso celebre in tutto il mondo. E avrebbe trasformato quel suo acronimo "Paolorossi", in un neologismo brasiliano con significato assimilabile al nostro “Corea”.

Italia-Brasile: "Pablito", coperto da Junior,
ha appena deviato la palla del 3-2
Ricordo l’urlo liberatorio di Falcao, dopo il momentaneo 2-2 nel quale temetti davvero che la squadra azzurra sarebbe crollata. Prima del guizzo inaspettato su azione da corner, ancora di "Pablito" per il 3-2 finale. E le maledizioni, mie e di mio padre, all’arbitro israeliano Klein, che nel finale di gara annullò il 4-2 (regolarissimo) di Antognoni, rete che avrebbe evitato il sussulto di coronarie degli ultimi minuti, con epiteti che scomodarono il riconoscimento internazionale di Israele del ‘48 e la guerra dei 6 giorni di fine anni ‘60.
Fortunatamente non venne fuori anche la diaspora e i salmi di Abramo, perché Klein fece in tempo a fischiare la fine dell’incontro.

L'indimenticato Gaetano Scirea, con la Coppa del Mondo
Fischio finale che né io, né mio padre, né mio fratello in realtà vedemmo. Perché ad un fischio precedente – che avevamo erroneamente interpretato come triplice fischio finale – eravamo schizzati fuori di casa a festeggiare, ritrovandoci tutti, fantozzianamente soli, in mezzo a corso Garibaldi. Mio padre, in preda ad un’euforia da bambino che mai gli avevo visto addosso, si sentì autorizzato a spostare il divieto di transito in mezzo alla strada, mentre il silenzio ansioso e ansimante che proveniva dal bar Padeletti assiepato di tifosi e dal bar de la Caterina poco distante, ci fece capire che avevamo anticipato un po’ i tempi… Secondi che sembrarono eterni, e che furono interrotti da un boato in stereo arrivato contemporaneamente da finestre, giardini, bar, praticamente da tutta Gubbio, al momento del triplice vero fischio di chiusura. Uno dei primi a comparire dal bar Padeletti fu l’istrionico "Nanne" Vergari, con completino brasiliano e una valigia in mano, che sorridente salutava tutti, deridendo quel Brasile di Tele Santana già dato per vittorioso che invece doveva imbarcarsi per la via di casa.

Dopo l'urlo di Munch, quello di Marco (Tardelli)
E poi i caroselli infiniti che avrei continuato a godermi prima al mare – per la semifinale Italia-Polonia, vista con mio cugino a Marotta (dove ero stato dirottato con mio fratello per qualche giorno di balneare) in un albergo dove avevamo escogitato delle maracas fatte in casa (bicchieri di plastica riempiti di sassolini e chiusi con il palmo della nostra mano).
Poi per la finalissima quando tornai a Gubbio e, come già detto in un altro post, ho il flash di quella bandiera con scudo sabaudo vista volteggiare in mezzo piazza Oderisi, davanti la sede dell'allora Pci.
Ma LA PARTITA per antonomasia, di quel Mundial, per me resta Italia-Brasile.

Come nel 2006, LA PARTITA resta Italia-Germania e quella vittoria incancellabile in terra tedesca realizzata nei supplementari (con una mia reazione che sorprese anche me stesso, 35enne ormai teoricamente maturo, ma incapace di trattenersi al gol di Del Piero, uscire in giardino e gridare quel che di peggio si potrebbe sull’intera stirpe teutonica… il calcio è un fantastico poema tragicomico, che aiuta anche a conoscere i lati più oscuri del proprio io…).

Paolo Rossi e Federica Cappelletti
Tutto questo, ricordi, aneddoti, curiosità personali, è tornato fatalmente a galla grazie al libro di Paolo Rossi e Federica Cappelletti: in una piacevole settimana di mare, trascorsa aspettando l'escalation degli Azzurri di Prandelli.
Non l’ho fatto per scaramanzia, durante un Europeo che, epilogo a parte, ci ha ricordato proprio l’epopea di quell’estate (o magari, ad essere pignoli, la splendida Italia del Mundial del 78), né per esorcizzare chissà quale paura. Ma perché, talvolta, anche la lettura di un libro “sportivo” può sbobinare la pellicola dei ricordi, riattivare il tasto on e metterci di fronte ad un telo bianco che si inebria di immagini e di sensazioni…
Sensazioni uniche di un'estate, quella dell'82, dopo la quale nulla, per gli sportivi italiani (ma anche per tanti italiani non sportivi) sarebbe stato più come prima.

Il celebre scopone scientifico nel viaggio di ritorno
tra Pertini, Zoff, Causio e Bearzot
Eravamo "Campioni del mondo!" nello sport che più di ogni altro catalizzava le passioni (e anche le manìe) del nostro straordinario Paese. Comunque sarebbe andata dopo (e fortunatamente siamo tornati a gridarlo 6 anni fa), comunque l'82 resterà per tutti quelli della nostra generazione, "la prima volta", il nostro Mondiale.
In questa avventura, ognuno ha il suo patrimonio di energie emozionali, ognuno conserva gelosamente dei file, ognuno potrebbe scriverne un suo libro. Ho provato a farlo, a mio modo (e mi piacerebbe che i frequentatori del blog, facessero altrettanto, perchè no...), proprio seguendo l'idea originale di Paolo Rossi e Federica Cappelletti.
In attesa, magari, di parlarne de visu con il protagonista diretto…


martedì 10 luglio 2012

Il formicolìo del martedì... Dalle quote rosa di Assisi, ai frati che salutano S.Ubaldo. E in mezzo una class action contro l'assenza politica ultradecennale...

E' un martedì da formicolìo. Non quello da torpore che ti assale in mezzo alla spiaggia, quando disteso ed esanime sul lettino, ti trovi a pagare salato il conto dell'otium estivo. E i piedi ti solleticano almeno una passeggiatina sulla sabbia.
Il sussulto odierno risponde all'esigenza, quasi fisiologica, di liberarsi di un vagone (consistente) di sassolini nelle scarpe. Nulla di personale, per carità. Ma per un paio di considerazioni dopo la quotidiana carrellata di notizie spuntate dai quotidiani (del mare nostrum) per la rassegna stampa.
Che partono da Assisi e si concludono, via Gubbio, ancora ad Assisi...

Salvate il "soldato" Ricci? Questa storia delle "quote rosa" nella Giunta di Assisi rasenta il risibile, se è vero che leggo che la questione approderà niente meno che a Montecitorio. Il problema - sollevato da qualche settimana dall'opposizione (che legittimamente fa il suo mestiere) - è l'assenza nel governo cittadino assisiate di rappresentanti del "gentil sesso". Da qui la protesta contro il Sindaco che non avrebbe rispettato quel principio - di discutibile plausibilità - per cui in un esecutivo debba essere garantita per diritto divino una presenza minima di rappresentanti del cosidetto "sesso debole".
Fermo restando che sulla definizione in questione ci sarebbe da discutere, e fermo restando che unanimemente il pragmatismo femminile sarebbe un toccasana per la gran parte delle amministrazioni locali, se fossi una donna mi farebbe imbufalire molto più la pretesa di essere tutelata (e dunque spacciata) come "razza in via d'estinzione" che non l'assenza estemporanea di una lady nella Giunta di un comune di 15 mila anime.
Assodato che il '68 è lontano anni luce (purtroppo per alcuni, per fortuna per altri), che i suoi danni li ha provocati (e di qualche maceria o radiazione c'è ancora traccia), che le battaglie femministe appartengono ormai all'archivio di "SuperQuark" (molto più efficaci le politiche concrete e meno urlate come ad esempio la bistrattata legge sullo stalking dell'ancor più bistrattata ex ministro Carfagna), ci chiediamo quali motivazioni che non siano puramente ideologiche e strumentali possano generare il caso-Assisi.

Per di più in una regione al di sopra di ogni sospetto, dove a Palazzo Donini da tre mandati al timone c'è un Governatore in rosa, dove non mancano altri esempi amministrativi, imprenditoriali, sindacali di tutto rispetto o manager apprezzate anche al di là dei confini regionali e nazionali. E dove anche una normalissima signora che abbia voglia di fare una famiglia e al contempo di realizzarsi professionalmente, sente certamente più necessaria la garanzia di un posto per il bebè in un asilo nido e che non un assessore tacco 12.
Il problema dunque ha tutta l'aria di essere solo di facciata: "Dateci una donna nel governo della città serafica e ritroveremo la pace".
Di fronte a tanta demagogia, perfino la risposta "qualunquistica" di Ricci ("A Roma pensino ai veri problemi della gente") assume i toni della lungimiranza e del buon senso.

La battaglia dei forensi. Parliamo della fatidica spending review, uno dei più odiosi neologismi anglosassoni con cui, noi, culla della lingua europea, siamo condannati a convivere, obtorto collo (tiè! così ci spiattello un po' di latino che fa media). Tra i servizi da sacrificare sull'altare del dio spread, finiscono nuovamente le sedi giudiziarie. Il piano Monti prevede l'azzeramento di tutte le 220 sedi distaccate. In Umbria non siamo alla semplice tosatura: out C.Castello, Gubbio, Assisi, Todi e Foligno, restano in vita Perugia, Terni e Spoleto. Fermo restando che è tutto da verificare se gli accorpamenti non significheranno ulteriori intoppi alla già aggrovigliata macchina amministrativa della Giustizia, la decisione ha sollevato la rivolta del mondo forense, soprattutto nell'Eugubino-Gualdese.
Dove, a differenza che negli altri territori, la trasferta imposta su Perugia appare logisticamente più gravosa.
In realtà la legittima protesta degli avvocati - le cui maggiori spese, lungaggini e disagi poi si trasferiranno, sotto forma di parcella, sui cittadini - cela un problema a monte, ben più critico e meritevole di accenti polemici.
Perchè se da C.Castello, Assisi, Todi o Foligno le trasferte "imposte dalla riforma" saranno comunque sostenibili - essendoci superstrade e ferrovie a disposizione - qui nell'antica Ikuvium, quando siamo ormai ben oltre la soglia del terzo millennio, di superstrade e ferrovie neanche l'ombra. E il sogno di raggiungere in meno di mezz'ora  il capoluogo di provincia (prossima anche questa, a meritata estinzione) è più pretestuoso di un volo pindarico.
Questo è il vero problema di giustizia, altro che sedi di tribunale. E allora ce n'è abbastanza per avviare una raccolta di firme verso il Governo Monti, non per evitare un taglio di sede distaccata (ormai assodato in tutta Italia e dunque indifendibile), ma per chiedere che la spending review si accanisca in modo più celere e inesorabile possibile sui rappresentanti parlamentari, regionali e provinciali che da 50 anni a questa parte hanno (si fa per dire) raccolto su questo territorio voti e consensi, senza tradurli in realizzazioni concrete.
La maggior parte di costoro sono "forestieri" inviati direttamente dal partito a raccimolare messe di schede pre-indirizzate sempre allo stesso destinatario politico (e qui c'è una correità della cittadinanza, lampante). Ma molti sono anche gli "autoctoni" la cui presenza a Montecitorio, Palazzo Cesaroni, Piazza Italia (e per qualcuno, perfino Palazzo Pretorio) va rintracciata soltanto grazie agli appelli nominali di inizio seduta.
Ecco avvocati e giudici (o ex, come l'esimio Matteini Chiari, in prima linea su questo fronte, meritoriamente da anni) forse dovrebbero lanciare una sorta di "class action" per chiedere i danni al "vuoto politico" espresso da questo territorio in decenni di assenza ingiustificata, a tutti i livelli amministrativi.
Sicuramente saremo tacciati - al pari del sindaco di Assisi - come qualunquisti di seconda o terza fila.
Di fronte a cotanta nullità, anche questo diventa un appellattivo più che... onorevole.

Anche i frati salutano. Intanto l'estate ci regala la novità della annunciata dipartita (epifania 2013) dei frati conventuali di S.Ubaldo dalla Basilica del Patrono di Gubbio. Qui la spending review dell'Ordine Provinciale francescano sembra aver seguito coordinate e parametri poco comprensibili, se è vero che una decisione così drastica viene giustificata dalla carenza di vocazioni (problema annoso e non certo imputabile alla Basilica di Gubbio), che appare ancor meno plausibile alla luce dei flussi continui e della presenza importante di fedeli in cima al monte Ingino. Per non parlare del valore simbolico e religioso di una figura come S.Ubaldo, che finisce per essere indirettamente trattata alla stregua di una presenza "insignificante" (o di nicchia, prettamente eugubina) nel panorama religioso regionale.
Il segnale che arriva dalla Patria del Poverello somiglia ad uno smarcamento dal suolo eugubino, un defilarsi, neanche troppo velato, dovuto ad una valutazione volutamente sottostimata del ruolo che una Basilica Ubaldiana svolge per la comunità locale ma anche umbra. E che non si limita certo alle giornate del 15 e del 16 maggio.
E dire che la città, che gli Eugubini, hanno sempre caldamente sostenuto la comunità conventuale di S.Ubaldo, ben sapendo - diciamocelo con franchezza, a bocce ferme - che parte di quelle donazioni e di quelle offerte (dovute esclusivamente al profondo attaccamento della comunità al suo Patrono) finivano poi per essere dirottate anche alla "casa madre" in quel di Assisi.
Tutto questo ormai conta poco.
Al Vescovo di Gubbio resta in mano un cerino bollente, che nel giro di 4-5 mesi dovrà essere spento (e sbrogliato). Come?
Francamente ci resta difficile immaginarlo, non è compito di chi scrive. Nostro modesto incarico è quello di sollecitare una qualche riflessione. Rubando qualche minuto di un'estate non proprio soporifera (stando alle notizie), men che meno gradevole sul piano atmosferico.
Che vedrà paradossalmente un'immagine Ubaldiana ergersi da agosto sulla cappella del Col di Lana. Ed un'altra, quella originale, custodita nell'urna ultraottocentenaria, rischiare di rimanere senza custodi nel giro di pochi mesi.
E questo sarebbe semplicemente una vergogna... Altro che formicolii...

lunedì 9 luglio 2012

Dall'interrogativo sul cubo allo spray di piazza Grande... Altro che il bosone di Higgs...

Sono tornato da un paio di settimane riposanti e rigeneranti. Così riposanti e rigeneranti che perfino il blog ha respirato un po' (e chissà, se anche i suoi 25 lettori non abbiano potuto tirare un sospiro di sollievo).
Torno e cosa mi trovo?
Un cubo enigmatico in piena piazza Oderisi e una scritta - enigmatica nel contenuto, ma non nella forma (psico-patologica) dell'estensore - in Piazza Grande.
"Non ve se po' lascià soli un attimo..." avrebbe esclamato un mio vecchio professore di liceo, quando - rientrando magari dalla sala docenti - ritrovava la nostra classe praticamente rivoltata sotto sopra (cattedra compresa) e noi, tutti diligentemente seduti sulle sedie in silenzio, con quell'ultimo pizzico di polvere che si spostava a mezz'aria, quasi a segnalare l'avvenuta implosione dell'intera scolaresca.

Ho riflettuto un po' - guardando il cubo e lo spray - e ho concluso che le due vicende non sono tra loro slegate. Hanno un che di connesso, un filo logico comune (essendo a Gubbio, direi un "filo rosso comune").

Il cubo evidenzia un punto di domanda: un interrogativo. Probabilmente una di quelle domande sul senso della vita (Chi siamo? Dove andiamo? Quant'è oggi lo spread?) che condizionano la nostra esistenza. O forse, più banalmente, un quesito sul presente e sul futuro di questa città - chissà, la sua stessa collocazione nel cuore del Corso e di fronte alla sede del partito di maggioranza relativa cittadino, può non essere casuale. Sono stato ad Alba due settimane e torno ritrovando la mia città senza più la sezione distaccata del Tribunale (per decreto governativo) e senza neppure i frati francescani a S.Ubaldo (su questo sarà bene dedicare una riflessione ad hoc...). Magari ne sapremo di più tra qualche giorno... O, visti i ritmi con cui cambiano mode e costumi in questa nostra latitudine, tra qualche secolo...

Lo spray sulle pietre trecentesche del Palazzo dei Consoli, rappresentano purtroppo la risposta. O almeno una risposta. Certamente la più disarmante e desolante.
Qualche mese fa avevo ironicamente suggerito - ma il consiglio è sempre valido - all'anomina destinataria di un messaggio amoroso via spray esibito nelle mura neo-intonacate del Liceo, di lasciar perdere quello sconosciuto aspirante delle sue virtù più o meno nascoste. Per il semplice motivo che se un tizio non sa apprezzare il bello che lo circonda, difficilmente saprà cogliere fascino e pregi anche di che gli sta accanto.

Ora, mi chiedo: "Ti amo, vita!" è un'espressione così serafica e francescana da far pensare ad un'anima tenera e suadente, che abbia colto l'ispirazione di un attimo, fugace ed etereo, per poter cristallizzare quel sentimento nel modo più poetico e suggestivo possibile.
E allora, perchè scriverlo - in rosso e blù - sulla parete di un monumento trecentesco?
Potrebbe essere un ragazzino, o magari un neo-maggiorenne o chissà magari, grattando grattando, potremmo scoprire che addirittura trattasi di persona adulta. Che in vena di elucubrazioni metafisiche, ha preso spray e calamaio e ha dato sfoggio alla propria (misera) creatività...
Perchè? (che è anche il punto di domanda che avevamo lasciato nel cubo di piazza Oderisi...).


 Perchè forse oggi, senza accorgercene, stiamo smettendo di davvero di "amare la vita". Nel senso più semplice e naturale del termine. Amandola (e basta).
E invece a furia di farlo, ci viene voglia di gridarlo - anzi, di scriverlo a caratteri cubitali - ignorando luogo e dinamica del gesto (senza parlare di deturpazioni e costi di ripulitura conseguenti, che sono forse l'aspetto meno grave e più prosaico della questione - tanto che al momento in cui andiamo on line, la parete è già stata "rispolverata" a originario color pietra).
Un giovane, per quanto sbarazzino e imberbe possa essere, che utilizza i colori della propria città - presumendo dunque di sentirsene "legato" - per imbrattarne (non chiamiamolo graffito, vi prego) uno dei suoi monumenti simbolo, ci dice indirettamente che si è perso il confine più elementare di ciò che ha un senso e ciò che non lo ha.
Non è solo un problema di essere cresciuti - per dirla alla Balotelli - col "culo immerso nella nutella". Qui qualcuno c'ha infilato pure la testa.
Se fossimo sociologi (e non lo siamo, per nostra fortuna e soprattutto per la fortuna della categoria dei sociologi) ci dovremmo interrogare su come è stato cresciuto questo ragazzo.
E magari scopriremmo che ha avuto un'infanzia e un'adolescenza assolutamente normali e tranquille.
Eppure... eppure gli manca ancora questo file. O se l'aveva, l'ha cancellato erroneamente in una fase di defrag che probabilmente ha avuto conseguenze molto più devastanti del previsto.
Peccato che sia un file fondamentale nell'hard disk del vivere civile...

Se si ama davvero la vita, e lo stesso vale per una persona o per un'idea, lo si può esprimere in milioni di modi. Ma con la sensibilità e anche la forma (sì, la forma, è importante pure quella) che quell'idea, quella persona, o quella vita - per quanto relativa ed effimera possa sembrare - meritano.
E se tra 2.500 anni un archeologo dovesse scovare un muro trecentesco, avendo il problema di dover sciogliere l'enigma di quale sia l'epoca a cui risale, mi auguro non possa avere come data di riferimento... quella dell'invenzione dello spray.
Se proprio dovesse fare una scoperta così epocale, tipo il bosone di Higgs, speriamo sia per svelare ciò che si nasconde dentro al cubo...
Magari è solo la risposta a tutte queste nostre domande. Futili, estive e pretestuose...

mercoledì 4 luglio 2012

Da Einstein una lezione di ottimismo, contro la crisi... 80 anni dopo

E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte, le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e le sue difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle nazioni e delle persone è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d’uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.

Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo.
Invece lavoriamo duro, finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla”.

Ho letto casualmente questo testo, riportato ieri nell’editoriale di apertura de “La Stampa” a firma del direttore, Mario Calabresi.
Sembra un testo scritto ieri o tutt’al più qualche settimana fa. Invece è un articolo a firma Albert Einstein, dei primi anni 30: ebbene, 80 anni dopo, un testo di straordinaria lucidità e attualità, che sembra tagliato su misura per i giorni nostri.

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”, ammoniva quello che sarebbe diventato lo scienziato del secolo con la sua teoria della relatività. Una scoperta che non è casuale, provenendo da un’intelligenza acuta, profonda e fertile come queste righe confermano.
Non ho mai trovato qualcosa di più lucido e coraggioso di fronte al buio e alla paura” scrive Calabresi con riferimento a queste riflessioni.
Parole, considerazioni, immagini che andrebbero fatte proprie praticamente ogni giorno.

Dovremmo leggerle e rileggerle, quasi memorizzarle, ripetercele al mattino, appena entrati in ufficio, o appena iniziato il proprio lavoro.
Proprio perché non sia la routine ad avere il sopravvento, non sia il ripetere pedissequamente il “da farsi quotidiano” a prevalere sulla necessità di far “mulinare i propri neuroni”, di pensare, escogitare, creare e perché no, rischiare (perché l’impresa in fin di conti, questo è).
Ognuno nel proprio piccolo, ognuno per dare il proprio contributo a cambiare: non tanto per farlo, ma per mettere il proprio mattone nel cambiamento di marcia che l’attualità ci richiede.

“Siamo un paese vecchio, che pensa da vecchio e agisce da vecchio” ha lapidariamente sentenziato qualche giorno fa il CT della Nazionale azzurra. Non c’è da scandalizzarsi se un allenatore di calcio – di indiscussa saggezza e buon senso come Prandelli – si avventuri in analisi di carattere quasi socio-politico (restando sul solco dei direttore tecnici di Nazionale, le relazioni di uno Julio Velasco sono quasi meglio di molte tesi di laurea in psicologia motivazionale).
Semmai c’è da chiedersi perché debba farlo lui, che in fondo è chiamato a scegliere i migliori calciatori azzurri e a metterli in campo – cosa che gli riesce piuttosto bene, visto come è andata a Euro 2012.

Ma la sferzata può essere salutare, perché è comunque un personaggio pubblico, le cui parole – volenti o nolenti – penetrano il tessuto adiposo di un’opinione pubblica adagiata ancora sull’amaca degli anni Ottanta-Novanta, quasi inconsapevole, in buona parte della stessa, che i rami si stanno spezzando…
E allora rispolverare pensieri e intuizioni così straordinariamente acute ed attuali non guasta.

Anche in un pomeriggio d’estate, anche in un periodo di ferie. Anche e soprattutto guardando ai prossimi difficili mesi.
Perché se proprio di crisi si deve parlare, l'immagine non dev'essere quella di un crepaccio sul ciglio del quale si è costretti a delicati esercizi di equilibrismo. Ma come fosse un’asticella da superare. E visto che ci sono le Olimpiadi all’orizzonte, diciamo che quell'asticella deve essere il nostro piccolo grande record da battere… Già capirlo, significa essere al centro della pedana, pronti alla rincorsa...

lunedì 2 luglio 2012

Che batosta! E che peccato! Ma dietro il poker spagnolo c'è tanto da "salvare"... Ed è sempre peggio un golden gol...

"Che batosta! Che peccato!". Sono le due espressioni che forse, anche a distanza di qualche tempo, seguiranno la lettura negli anni del calcio, del risultato finale di questo Europeo 2012.


Sfido chiunque ad aver anche lontanamente immaginato un 4-0 per la Spagna, alla vigilia dell’atto conclusivo di Euro 2012.
Un risultato che ovviamente è “figlio”, non solo della supremazia tecnico-tattica delle "furie rosse" ma anche delle vicissitudini di gara, dell’inferiorità numerica, del crollo psico-fisico – da favola che si tramuta in tragedia – subito dagli Azzurri col passare dei minuti.

Un po’ come Icaro, la squadra di Prandelli ha superato se stessa, ha alzato l’asticella delle proprie potenzialità, si è avvicinata troppo al sole (la Spagna, che attualmente resta la squadra più forte dei due emisferi) e ha finito per sciogliersi con la cera e con le ali. Precipitando fragorosamente, con un tonfo che è anche eccessivo per i demeriti della nostra Nazionale.

Non meritavamo di finirla così quest’avventura e tanto si disquisirà sulle ultime scelte del CT, sulla mentalità con cui è stata affrontata questa gara, sulle oggettive difficoltà legate agli spostamenti logistici (in una settimana 3 partite ma soprattutto due viaggi in Ucraina, dal ritiro polacco), sulla qualità dei nostri avversari che forse – diciamolo spudoratamente – non si sono neanche “goduti” questo terzo trionfo di fila: perché vincere così’ non dà quella scarica di gioia e adrenalina che certamente gli 1-0 di 4 anni fa alla Germania e 2 anni fa all’Olanda avranno regalato.
Pecunia (sportiva) non olet, e dunque non credo che giocatori e (soprattutto) tifosi iberici se ne faranno un problema. Già li immagino scatenarsi nei prossimi giorni a Pamplona (sabato è il giorno del chupinazo)…

Che batosta, sì. Ma anche, che peccato!
Perché il calcio è scienza illeggibile.
La Spagna non aveva incantato in questo Europeo, solo con l’Irlanda si era “sfogata” (anche lì 4-0) ma più per svarioni dei greens del Trap che non per giocate proprie. Minimo sforzo per eliminare la Francia ai quarti, solo la lotteria dei rigori, e senza lode particolare, per liquidare il Portogallo in semifinale. Non senza buena suerte (palo esterno di Bruno Alves per i lusitani, palo interno e gol per Fabregas, il destino ci mette sempre del suo...).
Insomma un compitino svolto facile facile giusto per riportare a casa una finale che invece in casa azzurra aveva le sembianze del prodigio: perché la qualificazione del primo turno era stata sudatissima (anche per proprie defaillance offensive), perché i quarti erano finiti alla lotteria dei penalty, perché la semifinale si era conclusa con un batticuore allucinante. Tante energie nervose lasciate per strada, ma come nella favola di Pollicino, al momento di raccoglierle (per tornare a casa vittoriosi), qualcuno se l’era mangiate…

Squadra fiacca e poco reattiva in avvio, con alcune individualità ormai dalla spia rossa del fuel accesa: emblematica l’azione del vantaggio iberico, dove Chiellini (uno dei punti interrogativi della formazione iniziale) si è fatto scavalcare da Fabregas come un terzino di eccellenza regionale: evidentemente senza gamba e forza d’urto, che sono le prerogative dell’ariete difensivo juventino.

Le sconfitte servono a rialzarsi e ripartire. Questo il messaggio di ieri sera del capitano Buffon e che oggi ha sottolineato molto acutamente il Ct Prandelli (che dopo le esternazioni sul "peso" che meriterebbe la Nazionale avvalora a maggior ragione il mio post di sabato "Aut Caesar, aut nullus").
Eppure c’è sconfitta e sconfitta.
Paradossalmente questo 4-0 fa meno male di quanto accadde esattamente 12 anni fa a Rotterdam: quella finale Italia-Francia – vissuta dal vivo con due miei amici, dopo un viaggio straordinariamente esilarante quanto allucinante – fu ciò che di più assurdo e frastornante sia accaduto alla Nazionale azzurra nella sua storia.

Vincere fino al 93’, dopo una gara dominata, venire raggiunto nell’unico tiro in porta, finire ai supplementari e perdere per il golden gol  di Trezeguet (una delle invenzioni più stupide del calcio, fortunatamente abolita dopo poco) è una pugnalata che fa molto più male di una litanìa come quella vissuta ieri a Kiev. Dove dopo mezz’ora già si era capita l’antifona…

E allora non c’è che da voltare pagina. Prendere per buono – anzi, direi per ottimo – questo secondo posto e guardare avanti.
Facendo tesoro non tanto e non solo degli errori sul campo, quanto di quelli che da anni si commettono dietro le scrivanie federali nella gestione del patrimonio Nazionale: un bene di tutti di cui però – come sottolineato giustamente dal CT – ci si accorge solo ogni due anni.
Se nel nostro campionato il 55% dei giocatori non è italiano, se alcuni talenti nostrani giocano all’estero (ma questo potrebbe anche essere valore aggiunto), se perfino le squadre giovanili (come visto a Gubbio nella Final eight di Primavera) sono zeppe di forestieri che mai indosseranno l’azzurro, ma che dal nostro calcio vengono “educati” e formati, c’è poco da dire o da fare.

Già è tanto - da questo punto di vista - un secondo posto europeo. In fondo le corazzate Brasile e Germania (per non parlare dell'Argentina o dell'Inghilterra) mancano all'appello della vittoria da molto più di noi (dopo il trionfo azzurro del 2006 ha vinto solo la Spagna...).
Godiamocelo allora questo "argento" senza rimpianti, magari rivedendoci ogni tanto le due partite che da sole resteranno nella memoria dei tifosi (con Inghilterra e Germania).
E che anche la serataccia di Kiev – come avvenuto per il 4-3 dell’Azteca 42 anni fa, non certo impallidito dal successivo 1-4 subìto col Brasile - non potrà certamente offuscare…

venerdì 29 giugno 2012

Aut Caesar, aut nullus... specie dopo questo trionfo...

E così sono quattro. Quattro le Italia-Germania consegnate alla storia del calcio. Forse quella di ieri è stata tra le meno equilibrate - insieme alla finale di Spagna 82. Forse, perchè gli episodi, a volte, cambiano radicalmente una partita: e i quasi autogol di inizio gara avrebbero potuto spostare il baricentro del match altrove...
Ha vinto la squadra con l'idea di gioco più limpida. Che non ha avuto paura di sbagliare, ha giocato a viso aperto, ha preso possesso del centrocampo, ha saputo (finalmente) colpire in zona d'attacco. Pur lesinando le finalizzazioni al primo tempo - chè nella ripresa il risultato si sarebbe potuto arrotondare di molto.
Straordinaria la difesa azzurro-bianconera (in fondo lo stesso Balzaretti è tornato al ruolo che 6 anni fa gli aveva affidato Capello alla Juve), dinamico e martellante il centrocampo (dove De Rossi e Pirlo meriterebbero già una statua di cera al Museo di Londra), finalmente efficace l'attacco, con un Cassano meno celebrato di Balotelli ma altrettanto decisivo. E nella ripresa è mancato solo l'acuto finale, il colpo del ko, di Di Natale.

Ha ragione Buffon a sentirsi irritato alla fine. Perchè buttare via prestazioni sontuose come quella di ieri è un attimo.
Io c'ero a Rotterdam: finale degli Europei 2000 (ne parlerò semmai in altro post... a giochi fatti).
Anche quell'Italia-Francia fu dominata dagli azzurri che però non riuscirono a chiudere la gara. E alla fine Wiltord al 93' e Trezeguet con il maledetto golden gol, ci inflissero una delle delusioni più cocenti della storia "pallonara" azzurra.
Buffon non c'era (infortunato) ma sicuramente la mente è andata a quel 2 luglio.
Domenica bisognerà ricordarselo, perchè i veri festeggiamenti... devono ancora essere conquistati...

Infine due parole sul CT: aut Caesar aut nullus. Prandelli dimostra di avere non solo la stoffa del selezionatore (e pensare che io stesso ero rimasto molto perplesso di fronte a certe convocazioni) ma anche quella dello stratega tattico. Mestiere che gli si addice da tecnico di club (con la squadra a disposizione tutti i giorni) ma difficile da applicare con una Nazionale.
Lui ha dato un'identità a questa squadra: identità tattica e soprattutto tempra morale. Ha saputo capitalizzare il magic moment del blocco juventino e lo ha assortito con "la meglio gioventù" rimanente.
Ora gli manca l'ultima impresa. Ma è la più difficile, perchè è quando la vetta è a due passi, che quei passi diventano straordinariamente impervi e difficili. Il traguardo è lì, manca poco. Ma quel poco vale tutto...