Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

giovedì 9 maggio 2013

Le origini di "Primavera", l'inno dei Santantoniari: una delle tante idee del Pacio


Oggi è la canzone più amata dai ceraioli di Sant’Antonio. 
Ed è conosciuta da tutti come “Primavera baciata dal sole”. In realtà il testo originario è francese e la versione italica della canzone, risalente agli inizi del secolo scorso, è “Lo studente passa”. Ad importarla all’interno della Festa dei Ceri e istituirla come inno dei Santantoniari fu a metà degli anni Settanta il maestro Pietrangelo Farneti, detto “Pacio”, infaticabile anima e intraprendente fautore di decine di iniziative legate ai Ceri e a Gubbio. E con una grande infinita passione per la musica. Scomparso un anno e mezzo fa, è stato ricordato nel corso della serata musicale “Yesterday” al Teatro comunale di Gubbio: e in quella sede il figlio Riccardo Farneti ha rivelato che fu proprio il padre, da tutti conosciuto come “Pacio”, a trovare lo spartito della canzone, riscriverne le parole e chiedere ad una delle orchestre dell’epoca di eseguirla in occasione del Veglione di carnevale dei Santantoniari. 

Da allora è stata adottata anche grazie all’esecuzione, prima degli studenti del maestro Farneti (in particolare i piccoli della scuola elementare di Madonna del Ponte), e poi dei ceraioli di Sant’Antonio, con un testo interamente riscritto e ovviamente dedicato ai Santantoniari: oggi la Banda Santantoniara la esegue nei momenti topici della sfilata e anche quest’anno sarà la canzone che introdurrà in piazza Grande l’arrivo del capodieci Ubaldo Gini e dei ceraioli di Sant'Antonio.
Più che con tante parole - spesso un po' troppo retoriche, che certo il maestro non avrebbe gradito - è proprio con l'intonare e il perpetuare questa canzone che meglio si può ricordare lo spirito e la vitalità del "Pacio". Non dimenticando che la maggior parte di ciò che contorna i Ceri e che molti, per ignoranza, chiamano tradizione, è frutto dell'estro e dell'iniziativa di eugubini appassionati.
Il loro esempio è ciò che merita di essere ricordato. Senza enfasi, senza fronzoli. Ma come nella foto in alto, mi piace ricordare il Pacio così: sorridente, a guidare la Banda Santantoniara, quasi da maestro d'orchestra, a godere con spontaneità e con la gioia di un bambino, delle emozioni della Festa.
Che tra pochi giorni, spero con lo stesso spirito, avremo tutti noi la fortuna di riassaporare...

martedì 7 maggio 2013

Gubbio: grande con le big, spuntata con le piccole. Ma il bicchiere è più che "mezzo pieno"...


Grande e appassionante con le grandi, incerta e balbettante con le piccole. 
Dovessimo trovare una definizione della stagione 2012-13 del Gubbio, verrebbe di primo acchito proprio questa. Un campionato di alti e bassi, vissuto nella prima parte da autentica protagonista, capace di infilare risultati roboanti contro le presunte big del girone, e di stagliarsi al secondo posto in classifica la sera del 30 novembre, nell’anticipo di campionato contro la Nocerina. 

Poi il black-out tra dicembre e febbraio, causato da assenze, infortuni, squalifiche più o meno evitabili, una condizione psicologica più fragile che di certo ha complicato il cammino della squadra facendo modificare gli orizzonti del torneo. Da papabile ai play off il Gubbio di Sottil si è ritrovato invischiato nella lotta per evitare i play out, poi evitati con una serie di risultati ottenuti proprio quando sembrava che il torneo volgesse al peggio. Resta intatta la cifra di un cammino comunque importante, nel quale le gemme sono immedesimate dai successi o le prestazioni messi in mostra contro le avversarie più quotate e valide.

Non è un caso che siano state le vittorie su Frosinone, Pisa, Benevento e Nocerina a lanciare il Gubbio nelle alte sfere nei primi 3 mesi di campionato. Un campionato strano, con il ritorno alle 16 squadre, con continui stop di un calendario a singhiozzo e la possibilità di trovare per strada qualche inciampo inglorioso.
Uno di questi è proprio di novembre, nel recupero di Carrara, quando sopra di 2 gol, il Gubbio viene rimontato dai marmiferi trascinato da un incontenibile Makinwa: sorte ha voluto che il nigeriano non sarebbe stato in campo se quella gara si fosse giocata come da calendario. 

Altra tegola è stata quella di infortuni e squalifiche a raffica a cavallo di andata e ritorno: il rosso eccessivo a Boisfer, che poi si è procurato impulsivamente 3 turni di stop e la mononucleosi di Radi non sono stati messaggi rassicuranti da parte della dea bendata. Cinque sconfitte di fila, tra cui quella interna dell’epifania contro il fanalino Sorrento hanno messo in discussione anche la guida tecnica, in più il derby perduto tra le mura amiche a fine gennaio col Perugia ha fatto da spartiacque, lanciando i grifoni verso la rimonta clamorosa e piegando invece la voglia di rivalsa dei rossoblù, che certo quel 3-2 al passivo non avrebbero meritato per quanto visto in campo. 

Stringere i denti è diventata la parola d’ordine e le vittorie risicate ma pesantissime su Paganese e Prato hanno dato ossigeno ad una classifica preoccupante.
Il punto più basso della parabola è ancora targato Carrarese: lo stop interno a marzo con i toscani ultimissimi in classifica ha aperto lo spettro delle streghe, con un calendario tutt’altro che amico. E invece proprio contro Nocerina, Latina e in trasferta ad Andria, la squadra rossoblù ha trovato il colpo d’ala, d’orgoglio e di risultati determinante. 

Con un rimpianto - l’infortunio a Galabinov che avrebbe potuto rimpinguare i suoi 12 gol – e una chicca da riservare all’ultima giornata. Gubbio-Catanzaro, ininfluente per la classifica, sarà l’addio da giocatore di Alessandro Sandreani. Un motivo non da poco per salutare o torneo, un grande giocatore nella storia rossoblù, il capitano per antonomasia degli ultimi anni. Dando un senso ancora più emozionante alle montagne russe, o meglio rossoblù, di questa strana ma appassionante stagione.

Copertina rubrica "Il Rosso e il Blu" - da trasmissione "Fuorigioco" di lunedì 6.5.13

lunedì 6 maggio 2013

Puglia mon amour: e il Gubbio si salva senza l'aiuto di nessuno... Ora due nodi da sciogliere


Puglia mon amour. Il Gubbio conquista la salvezza matematica alla seconda trasferta vittoriosa, su altrettante sortite nel Tavoliere. E quella di Andria è una vittoria voluta, dal primo all’ultimo minuto, dal primo all’ultimo giocatore in campo.
Da Venturi, uno degli artefici del successo in terra barese con una serie di interventi prodigiosi che ripagano con gli interessi qualche giornata appannata, fino a Bazzoffia, entrato a gara in corso e autore del gol vittoria, il suo primo acuto stagionale, che segna il ritorno al bersaglio dopo la bellezza di 16 mesi – ultima rete al Del Duca di Ascoli prima del grave infortunio di Nocera Inferiore.
Ma è stata anche la vittoria della squadra, della compattezza, degli elementi d’esperienza, come dei giovani che in questo scorcio finale di stagione hanno trovato maggiore spazio, fiducia e capacità di incidere. Un nome su tutti, quello di Malaccari, già assist man nella rete del successo sul Latina, che ha firmato anche la sua prima realizzazione stagionale dopo un quarto d’ora di gioco ad Andria.

Obiettivo raggiunto e senza dover ringraziare nessuno – anche se il concomitante successo del Perugia sul Prato avrebbe consentito alla squadra di Sottil perfino di perdere le ultime due gare del campionato. Ma è meglio così, meglio costruirsi il proprio cammino, le proprie fortune e il proprio obiettivo solo ed esclusivamente con le proprie forze. Senza rimpianti, senza dover pensare a cosa sarebbe stato se.
Dovrebbe essere servita di lezione la scorsa annata per capire che nessun campionato regala nulla, nessun torneo è facile, in nessuna categoria un nome o un blasone bastano da soli a centrare il risultato. In fondo il Gubbio in questa C1 era appena alla sua seconda apparizione, la prima nel girone meridionale. E il bicchiere è decisamente più che mezzo pieno.

A salvezza acquisita, ora restano un paio di nodi, non da poco, da sciogliere guardando al futuro: l’ipotesi di accordo pluriennale con il Parma, un’operazione che garantirebbe qualità di benefici e prospettive di gestione tecnico-finanziaria importante, in un periodo in cui di risorse, dagli sponsor ufficiali in giù, se ne potrebbero preventivare sempre di meno. L’altra questione è quella manageriale e tecnica: l’eventuale intesa col Parma potrebbe rilanciare l’ipotesi di una permanenza di Giammarioli, mentre la guida tecnica di Sottil appare al momento blindata dal biennale sottoscritto a inizio stagione – salvo altre più ambiziose possibilità per il trainer in altre piazze o categorie. Una serie di se a cui è bene dare comunque risposta in tempi rapidi. L’esperienza delle ultime stagioni insegna abbastanza che programmare è alla base di tutto. E farlo in tempi congrui è il primo passo per compiere le scelte migliori. O almeno quelle sulle quali poi non ci saranno rimorsi. 

Copertina di "Fuorigioco" di lunedì 6.5.13
musica sottofondo: "Se si potesse non morire" - Modà (2013)

domenica 5 maggio 2013

Scudetto 31... la forza della normalità... e quel tweet firmato Alex

Non so se sia una sorta di nemesi. Una sottile e perfida condanna. Quella di non godere pienamente dei successi quando questi diventano (o meglio tornano ad essere) piacevole abitudine.
Fatto sta che il 31esimo scudetto della Juventus (29esimo per i benpensanti, 4o o 5o per gli interisti) mi e' passato quasi inosservato. Non nel suo divenire ma nel suo concretizzarsi. 
Sara' che ormai da mesi il campionato era virtualmente chiuso. Sara' che i bianconeri lo hanno dominato dall'inizio alla fine, anche se quest'anno l'imbattibilità si e' andata a far benedire. Sia quella custodita per tutte le 34 giornate l'anno scorso (evento questo si' difficile da bissare) sia quella dello Juventus stadium, che, ironia della sorte, ha ceduto proprio di fronte agli "odiati" avversari nerazzurri.
Eppure la leadership della Juventus non e' mai stata in discussione. Il Napoli ci ha provato meglio delle altre ma la squadra di Mazzarri non ha mai dato la sensazione di poter tenere il passo. E anche negli scontri diretti ha finito per pagare dazio.

Eppure e' tutt'altro che semplice mettere in fila due scudetti. Tutt'altro che scontato vincere e rivincere, praticamente con la stessa squadra. Praticamente con le stesse armi, gioco a ritmi intensi, spettacolo, difesa granitica e gol quanto basta per aggiungere 3 punti in classifica.
Nell'undici titolare utilizzato più frequentemente da Antonio Conte, il solo Asamoah rappresentava una novità del mercato estivo. Le altre sono rimaste confinate in panca o hanno trovato meno spazio.


Inutile dire che una delle chiavi dello scudetto della "Vecchia Signora" stia seduta in panchina. E risponda al nome di Antonio Conte.
La sua mano, la sua impronta, il suo carattere - prima ancora che il gioco per altro tra le prerogative identitarie di questa squadra - si sono visti anche nei mesi in cui il trainer leccese e' rimasto confinato nei box delle tribune. Per una condanna francamente risibile, su dichiarazioni contraddittorie e dalle quali, a giochi fatti e a sanzione scontata, e' stato pienamente scagionato.
Ma le storie dell'ingiustizia sportiva sono vecchie come il "cucco" - modo di dire curioso, anche se non credo riferito al monte che sovrasta l'Eugubino-Gualdese. Chiedere a Pablito Rossi per opportuna verifica.


Potrebbero essere tanti i simboli o le immagini di questo scudetto "della conferma". Conte, come detto, ma anche il genio di Pirlo, l'agonismo qualitativo di Vidal e Marchisio, l'affidabilità di Buffon, l'impenetrabilita' del trio Chiellini-Barzagli-Bonucci, l'estro e l'imprevedibilita' di Vucinic. La capacita' di una squadra di andare a rete con tutti i suoi effettivi, sopperendo così all'assenza di un vero top player in attacco. Sopperendo ad alcune operazioni di mercato francamente al di sotto delle aspettative, se non addirittura incomprensibili (Bendtner e Anelka per tutti).

Eppure un simbolo di questo scudetto e' anche un signore distante decine di migliaia di chilometri da Torino. Che pochi minuti dopo la conquista del 31mo scudetto ha twittato una frase che la dice lunga sulla sua sensibilità e sul suo attaccamento alla maglia bianconera: 


"Non sapevo immaginare cosa fosse veder vincere la Juve senza di me...". Firmato Alessandro Del Piero. Uno che ha legato il proprio nome agli ultimi 20 anni di Juve. Che aveva vinto gli ultimi 8 scudetti (l'ultimo tricolore bianconero senza il fuoriclasse di San Vendemiano risaliva al 1986, l'anno di Chernobyl per capirci....). Che ha salutato lo Juventus stadium in una domenica di maggio, un anno fa, certamente più memorabile di quasi la meta' dei successi tricolori della Signora, così costanti, ciclici e purtroppo spesso anche anonimi.


Ecco, quello per cui credo si debba ricordare questo 31mo scudetto, difficile, sudato, voluto, contro tutti e contro tutti ( ricordiamo il rigore "scandaloso" con cui fu deciso il Milan-Juve dell'andata... Senza le polemiche feroci che avremmo sentito per lo stesso episodio a parti inverse) e' proprio legato ad un personaggio che non c'è. 
E che con la discrezione e la signorilità che l'ha sempre contraddistinto, pur essendo a Torino il giorno della conquista, con l'1-0 al Palermo, ha preferito non esserci. 
Non per rinunciare alla festa, non per scarsa fedeltà bianconera, non per ripicche ma certamente per evitare che la sua presenza deviasse il significato di questa giornata, che la sua figura finisse per assorbire la scena, depauperasse il palcoscenico ai giusti protagonisti di un'altra splendida impresa juventina.
Splendida ma tutto sommato "tipica" della supremazia Juve. E forse, per questo, un po' meno godibile. Ma pur sempre la prima da 27 anni ad oggi... la prima senza Alex...

mercoledì 1 maggio 2013

Un 1 maggio contro tutti gli "ismi"... anche quelli nascosti dietro presunte libertà...

Quest'anno si è ironizzato anche sul 1 maggio. Se fino all'anno scorso quelle sfilate con tanto di bandiere al vento avevano un che di nostalgico e folcloristico, con la crisi imperante è imperversata la domanda: "Scusate ma cosa si festeggia?". O peggio ancora, c'è chi l'ha definita, la Festa dei Disoccupati. Non è di primo maggio che voglio parlare, anche se un po' è proprio la giornata di festa che mi ha ispirato questa riflessione.
Sì perché spesso dietro slogan e liturgie stanche e ripetitive ci si nasconde. E la bandiera della libertà, talvolta, diventa il tabernacolo dentro al quale si celano soprusi e ipocrisie.
Tre casi bastano per tutti, a dimostrare quanto gli "ismi" - di qualunque colore e tipologia essi vivano - rappresentano ancora oggi una minaccia all'intelligenza e alla libertà, quella vera, di pensiero.

Caso numero 1) Nella serata finale del Festival Internazionale del Giornalismo la blogger cubana Yoani Sanchez è stata aggredita (per fortuna solo verbalmente) da un gruppo di filocastristi perugini a cui non piaceva che una tizia venuta da Cuba raccontasse che il regime non è poi così idilliaco come alcune associazioni di nostalgici vorrebbe farci credere. E' dovuta intervenire pure la Polizia per consentire all'organizzatrice del Festival, la collega Arianna Ciccone, di sedare gli animi e perfino di tornare a casa. Tutto questo, ovviamente, in nome della libertà, sbandierata sotto l'icona di Che Guevara, uno a cui credo non sarebbe piaciuta l'idea che non si possa manifestare un pensiero diverso da quello del proprio regime.

"Mi piacerebbe che si potesse protestare così anche nel mio Paese" è stata la replica esemplare di Yoani Sanchez a chi la insultava e le dava, nel migliore dei casi, della spia della Cia (ma si è sentito anche di peggio). Un attonito Mario Calabresi ha faticato a mediare, cercando di mantenere l'aplomb sufficiente per condurre l'intervista. Certo qualche domanda su questa manifestazione di intolleranza "allo stato brado" se la deve pure essere fatta. Peccato che ancora una volta Perugia non abbia dato bella mostra di sè. Il sindaco Boccali si preoccupa (e querela) chi osa definire il nostro capoluogo "un supermarket della droga" (lo ha fatto anche Saviano, proprio al Festival). Eppure la cultura di questa comunità dovrebbe sentirsi ancor più offesa da queste manifestazioni, ottuse e totalitarie, che appartengono a epoche, latitudini e costumi lontani anni luce dal presente. E da noi. "Chi tocca Cuba muore" verrebbe da parafrasare. Il sorriso e la serenità sul volto della Sanchez sono l'unico motivo di conforto dopo una serata così allucinante.


Caso numero 2) Il 1 maggio viene escluso - dopo essere stato invitato - dal concertone di Roma, abitualmente palcoscenico affidato a messaggi e interpreti, diciamo così, progressisti, il rapper Fabri Fibra. Motivo, la triplice sindacale ritiene inappropriata la sua presenza, assecondando una lamentela dell'associazione DIRE (Donne in rete contro la violenza) per alcuni testi di canzoni che qualche anno fa avevano enfatizzato, per usare un eufemismo, il rapporto carnale-violento uomo-donna. Si scomoda pure Jovanotti per definire questa esclusione degna del "Minculpop" (il ministero della cultura popolare nel Ventennio Fascista).
La notizia è passata in sordina, se l'avete notata è stata diramata per lo più su internet (dove non a caso Fabri Fibra è maggiormente gettonato). Ma le tv e i giornali, quando si tratta di "bacchettare" i sindacati, ci pensano due volte. A dimostrazione che non solo esistono i "sepolcri imbiancati" di dimensioni gigantesche - ovvero quei soggetti che oggi sfilavano per la giustizia e il lavoro, ma che si arrogano il diritto di dividere tra buoni e cattivi anche il palcoscenico - ma anche le "zone d'ombra" sconosciute nell'informazione. Quei "poteri forti" tante volte acclamati e additati, che assumono però le sembianze insospettabili di coloro che dovrebbero essere, per tutti, le "sentinelle dei diritti".
Fossi Fabri Fibra risponderei con una canzone: un rap dedicato a Cgil-Cisl-Uil. Un motivo tipo "Tranne te" dedicato a chi si erge sul piedistallo dell'uguaglianza. Ma poi, quando si tratta di immergersi nel placido liquido della demagogia, non guardano in faccia a nessuno. Prima o poi, bisognerà anche scoperchiare la pentola di questa "casta"... Se qualcuno avrà mai il coraggio di farlo...

Caso numero 3) Un senatore del "Cinque Stelle" viene espulso dal movimento per la sua eccessiva esposizione mediatica. Troppe comparsate in tv, e per Marino Mastrangeli il destino è sembrato ribaltarsi contro, un po' alla Robespierre, storico fautore della ghigliottina come metodo di soluzione giustizialista nell'epoca della Rivoluzione francese, finito a sua volta per essere decapitato quando la rivoluzione ha preso una piega incontrollabile. Non conosco questo Mastrangeli, ma il solo fatto di essere stato cacciato con metodi che ricordano la "democrazia" pseudo-cambogiana, me lo rende epidermicamente empatico.

Il caso fa riflettere, perchè quel movimento che si presentava come il più limpido, trasparente e felicemente rivoluzionario, sull'onda della naturale simpatia per Grillo e delle indiscutibili istanze per le quali alzava la voce, si sta rivelando una macchina spietata di "sottomissione al consenso via clic". Una sorta di assolutismo della social-networkcrazia, per il quale se finisci nel tritacarne del sistema, basta un post sul blog del guru, un pollice verso (stile Nerone al Colosseo) per finire fatalmente catapultati dall'altare alla polvere. Sulle contraddizioni che in poche settimane il Movimento di Grillo ha già manifestato ci sarà modo di tornare. Ma questa storia è emblematica di come molta strada debba ancora fare chi si propone come alternativa politica e culturale alla Prima e Seconda Repubblica. Ma non riesce ancora a spiegare perchè ogni esponente del Cinque Stelle debba sistematicamente sottrarsi al confronto con altri politici (vietato da statuto) o perchè l'eccessivo proporsi sul piccolo schermo o sui media in genere debba diventare addirittura rischioso per la propria "sopravvivenza" in seno al movimento. Le conduttrici telecomandate con l'auricolare erano materia cara a Boncompagni. A Montecitorio per vedere all'opera semplici "pianisti" e alzatori di mano non c'era bisogno di uno tsunami.

Finiamo il 1 maggio con un sorriso. Ho pescato per caso questa notizia in rete: in Corea del Nord il regime ha autorizzato solo 18 tipi di taglio capelli per le donne del paese. Insomma anche sul look le fedeli al giovane Kim Jong-Un dovranno limitare la propria fantasia. In nome dello Stato, che tutto può e tutto vede, anche in fatto di cute.
Chissà se qualche dissidente nordcoerana dovesse arrivare dalle nostre parti e rischiasse quello che è accaduto alla Yoani Sanchez.
Potremmo sempre rivolgerci al'asso-acconciatori... se non altro per solidarietà...

lunedì 29 aprile 2013

Contro il Latina una vittoria simbolo della stagione: ora manca solo l'ufficialità...

Caccavallo esulta al triplice fischio: la salvezza
ormai è cosa fatta (foto Gavirati)

Il più è fatto. E la vittoria che stacca virtualmente il biglietto salvezza per il Gubbio arriva nel confronto più difficile, tra quelli rimasti. A conferma dell'imprevedibilità di questa squadra, capace di fare 1 misero punto tra Viareggio e confronto interno con la Carrarese, per poi agguantarne 4 tra Nocera Inferiore e sfida al Latina. 

Ma proprio nella vittoria sui ciociari si specchia fedelmente quella che è stata la stagione della squadra di Sottil. Alti e bassi, spesso inspiegabili, spesso frutto di episodi e anche di circostanze poco fortunate, talvolta di prestazioni incomprensibili. Un film shake che in versione cortometraggio è andato in scena proprio in Gubbio-Latina.

Gerbo esulta con i suoi, ma poi chiede scusa
ai tifosi rossoblù (foto Gavirati)
Gara soft, quasi ingessata, per almeno mezz'ora, finchè i portieri hanno deciso di vivacizzarla con uscite a dir poco audaci. Prima Bindi è andato a farfalle, graziato da Guerri, poi Venturi ha calcolato male tempo e distanza d'uscita, ed è stato punito da uno degli ex di turno, quel Gerbo spesso incompreso la scorsa stagione, spesso immaturo per recitare un ruolo importante in serie cadetta. Quello visto ieri è un signor giocatore, che con un anno di gavetta in più, in B potrebbe tornarci tranquillamente, e non a scaldare panchine. 

Il crac di Galabinov, che mette male il piede
sul contrasto di Cottafava (foto Gavirati)
Ma lo scherzo più pesante lo ha combinato, involontariamente, un altro degli ex, Cottafava, la cui entrata su Galabinov è costata la frattura del perone, e i titoli di coda per la stagione del bulgaro, brillante e trascinante.
Senza l'ariete e con un gol da recuperare, in pochi avrebbero scommesso nella ripresa sul pari, figuriamoci sulla vittoria dei rossoblù. Ma l'orgoglio e il carattere di questa squadra è tornato a farsi sentire quando ce n'era davvero bisogno.

Briganti la mette dentro di ginocchio. Quanto basta
per il gol dell'1-1 (foto Gavirati)
Trascinato da un poderoso Briganti, roccioso dietro e minaccioso in prima linea, il Gubbio ha trovato subito il pari, su rocambolesca incertezza di Bindi, innescata da un corner alla Palanca firmato Radi. Poi quando il Latina ha scoperto le carte cercando di vincerla e gettando nella mischia anche calibri come Danilevicius, è stato di nuovo il Gubbio a colpire, con il più piccolo, ma di testa, su assist di un sempre attivo Malaccari: e Caccavallo, un solo gol finora nel derby inutile di gennaio, ha messo il sigillo sulla vittoria più importante della stagione. Come aveva impresso la svolta due settimane fa nel recupero di Nocera. Un giocatore rivelatosi essenziale nel momento del bisogno.

Caccavallo ha appena scoccato l'inzuccata
vincente alle spalle di Bindi (foto Gavirati)
Nel finale sia Venturi che la traversa hanno capitalizzato il prezioso vantaggio, figlio anche di una prestazione stoica di Boisfer - che praticamente non si era allenato in settimana - e dell'intero pacchetto centrale.
E se il Perugia avesse fatto il suo dovere, a quest'ora i rossoblù avrebbero già potuto brindare. 
Ora c'è solo da attendere: potrebbe anche non servire fare altri punti (basterebbe la vittoria dei grifoni domenica sul Prato), ma è bene non guardare gli altri campi.

Boisfer, tra i migliori, abbraccia Briganti
sotto lo sguardo di Gerbo (foto Gavirati)
Il Gubbio si è costruito, nel bene e nel male, questa strana annata tutto con le sue forze. Ed è giusto che con questi giocatori, e magari con un'altra prestazione super, ad Andria arrivino i punti della sicurezza.
Un traguardo doppio: come doppia sarà la permanenza in terza serie, un campionato - ricordiamolo - che il Gubbio praticamente non conosceva (avendolo vinto alla sua prima esperienza), ma che quest'anno ha rivelato in toto le due difficoltà.
Ora manca davvero un niente per proclamare "missione compiuta"...



domenica 28 aprile 2013

Letta e sottoscritta...

"E ora guardiamo avanti. E facciamolo individuando due-tre priorità, e bando alle polemiche".
Potrebbe essere questo il discorso di insediamento del nuovo premier, Enrico Letta, "nipote d'arte" (ma su sponda opposta), prodotto dell'Università pisana, figlio della seconda schiera del Pd, quella che oggi ha la responsabilità di dare un governo - anzi un governissimo - al nostro Paese.
Pd-PDL-Scelta civica insieme. Difficile da prevedere solo 3 mesi fa, quando in campagna elettorale i tre schieramenti se ne dicevano di tutti i colori - e con loro Grillo a rincarare la dose nel "tutti contro tutti" più caotico degli ultimi anni.

Ora il tempo dei teatrini e' finito. Napolitano ha accettato coraggiosamente a 88 anni di ricominciare daccapo, quando già era a bordo dell'auto che l'avrebbe portato a Capri (come l'irresistibile parodia di Crozza ha raffigurato). Lui ha fatto dietrofront, ma ha ridicolizzato nel discorso alle Camere quella classe politica che non era stata in grado di realizzare le riforme basilari per ripartire: legge elettorale, sostegno alle imprese e all'occupazione, welfare (tanto per dirne alcune che sarebbero epocali).
Tutti hanno applaudito, ipocritamente, ma il risultato e' maturato in pochi giorni: incarico a Enrico Letta, nuova generazione, governo di 21 ministri in grandissima parte alla prima esperienze e di sicuro poco affini alle nefandezze e ai lassismi registrati negli ultimi mesi. Alla porta un'intera flotta di ex leader di partito e di ministero che di fatto escono di scena dall'agone politico (pur restando seduti nelle Camere dove pero' non potranno certo boicottare l'esecutivo come hanno fatto nel segreto del voto, con le candidature Marini e Prodi).

Per ora il nuovo governo si segnala sul piano quasi folcloristico: il primo con un ministro di colore, il primo con un ministro naturalizzato e medaglia d'oro olimpica, il primo con un terzo di donne, il primo con un esponente radicale (una big).

Non mancano le critiche, le polemiche e i disfattismi collaterali. Grillo grida al solito inciucio (peccato che abbia offerto "un'autostrada parlamentare" a Bersani se avesse votato Rodotà... e quello cos'era?), sapendo che se al governo Letta andrà male, i 5 Stelle avranno la strada spianata.
Sel rinnega l'alleanza con il Pd (senza la quale pero' ne' Vendola ne' l'elegante neo presidente della Camera sarebbero entrati a Montecitorio). La Lega storce la bocca, conscia pero' che la propria base chiede una svolta nella politica economica e nel sostegno alle imprese, fregandosene sostanzialmente dei bizantinismi di Palazzo. Opposizioni quasi fisiologiche che danno l'impronta del nuovo Governo come di un enorme coalizione bipartisan che in realtà finisce per riprodurre un insieme di "correntoni" della vecchia Balena bianca (DC). E come dice Gramellini, il timore è che questo "eccellente governo democristiano", faccia la fine di altri consimili: cioè duri troppo poco. Ex DC nel Pd, nel PDL, nella lista Monti. Ma pur sempre politici che molto meno di altri "si sono sporcati le mani" nella guerra civile di questi ultimi 20 anni, combattuta sul fronte berlusconiano-anti berlusconiano.
A proposito, lui, il Cavaliere, ha silenziosamente appoggiato il progetto Letta. Perché? Forse perché sa meglio di chiunque altro, che questo governo era l'ultima chiamata per la salvezza del Paese ( e perché no, anche dei suoi interessi).

Ora va misurato alla prova dei fatti. Ma un dato e' certo. L'operazione Letta ha aperto anche una nuova era politica e generazionale. Che sia migliore di quella che l'ha preceduta lo vedremo (non ci vorrà molto per riuscirci). Che era l'unica opzione possibile - con buona pace di chi invoca ancora oggi un Rodota' al Quirinale o un movimento 5 Stelle al governo senza nessun altro - già lo sappiamo.
E già basta questo per sottoscriverla...
Con un grande, enorme, in bocca al lupo... Nell'interesse di tutti noi.

mercoledì 24 aprile 2013

Quando aiutare la cultura passa per un burraco...


Oltre 80 presenti, 40 coppie di giocatori in tutto, l'intero incasso delle iscrizioni (15 euro a coppia) devoluto interamente alle attività culturali della Biblioteca Sperelliana. 
Potrebbe sembrare quasi una colletta, in realta' era molto piu' semplicemente un torneo di burraco. Una serata, come tante, trascorsa a cercare "pinelle" e jolly, ma stavolta per una buona causa. Anzi una causa nobilissima. Sostenere la Biblioteca, una delle istituzioni culturali di maggior rilievo della nostra comunita', che da 3 anni ha trovato la sua nuova casa nella eccellente location di San Pietro - di sicuro l'intervento pubblico piu significativo dell'ultimo decennio - sarebbe compito di tutti, pubblico e privato. 
Per ora ci riesce, e pure bene, il privato, o meglio l'associazionismo, quella realta' fatta di una miriade di soggetti che, disinteressatamente - e dunque nel modo piu' limpido e autentico - riescono a fornire un contributo ancor piu' efficace di quanto potrebbe riuscire a fare qualsiasi altra opera di mecenatismo. 
Un esempio di cui anche le istituzioni, e il soggetto Pubblico in primis, dovrebbero far tesoro. Vista anche l'inconcludenza insopportabile e i continui e ripetuti bizantinismi nei quali si dimena, senza alcuna concretezza, l'attuale consiglio comunale cittadino. Imbrigliato in dispute personalistiche e in miopi sordità non meno deprecabili di quelle denunciate a livello nazionale nel mirabili discorso di insediamento del riconfermato Capo dello Stato.
A Gubbio, i cittadini, quegli 80 appassionati e accaniti giocatori di burraco, hanno dimostrato che ognuno, nel proprio piccolo... puo' fare la differenza...

domenica 21 aprile 2013

La giostra di piazza Oderisi: un'immagine della politica di questi giorni...

La nebbia mattutina sembra quasi descrivere
il quadro politico attuale...
Ci pensavo stamattina, mentre osservavo mia figlia divertircisi spensieratamente, vagando da un personaggio all'altro, da una navicella ad una carrozza, da un cavallino all'altro.
La giostra che troneggia in piazza Oderisi, a Gubbio - proprio ai piedi della sede eugubina del PD - sembra quasi simboleggiare la politica di questi giorni, di questi tempi. E più in generale, di questa epoca.
Un gigantesco carrozzone, sul quale a turno, si alternano protagonisti, o semplici comprimari, della politica. Di quella che un tempo i latini, bontà loro, chiamavano "res publica" (cosa di tutti), ma che oggi è semplicemente il nome di una popolare testata giornalistica.

La Repubblica, quella nostra, quella che ha l'articolo e che significa, almeno per il sottoscritto, "bene comune", ha attraversato un fine settimana di quelli da segnare sul calendario. Di cui leggeremo tra qualche anno sui libri di storia - e a quel punto sapremo anche come è andata a finire.
Per ora credo che valgano per tutti le parole del direttore del Corsera, De Bortoli, che ho postato ieri su facebook: al Quirinale è stata trovata la soluzione migliore nella condizione peggiore.

Perchè in teoria la conferma di Napolitano - prima volta nella storia repubblicana di un bis del Capo dello Stato - non era negli auspici neanche del diretto interessato, ormai 88enne ed "esausto" dopo l'ultimo biennio trascorso a traghettare la malconcia condizione istituzionale del nostro Paese. Pensare di dover ripetere l'esperienza altri 7 anni è  da condanna ad un carcere cambogiano.
Ma Napolitano non ha potuto dire di no - non tanto ai partiti, impantanatisi da soli in queste sabbie mobili - ma alle invocazioni accorate che soprattutto i presidenti delle Regioni gli hanno rivolto la sera di venerdì e il mattino di sabato: quando il quadro clinico della politica italiana era a rotoli, il PD aveva perduto qualsiasi ombra di credibilità con le inevitabili dimissioni del suo timoniere - avendo annientato due sue candidature (tra cui il padre fondatore, Prodi) - e l'ombra del "Movimento 5 Stelle" e del suo disfattismo istituzionale aleggiava sopra Montecitorio.

Certo, tra giovedì e sabato, ne abbiamo viste di tutti i colori. Prima l'affondamento di Marini, poi quello di Prodi, in mezzo il sostegno imperituro del M5S a Rodotà (che solo qualche mese fa definiva Grillo il "re dei populisti").
E la giostra - quella dei parlamentari (soprattutto del PD) e non quella di mia figlia - ha finito per ridicolizzare il Paese agli occhi degli ormai immancabili "osservatori internazionali" e ancor di più agli occhi degli osservatori di casa nostra, ovvero di tutti noi.

Quando di fronte ad una scelta che dovrebbe unire, le divisioni diventano ancora più marcate (elezione del Capo dello Stato confusa per un "regolamento di conti" interno al partito di maggioranza) vuol dire che si è persa la bussola del proprio ruolo. Che qualcuno non credo sappia neppure che ci stia a fare a Montecitorio (e non parlo solo dei "bontemponi" che hanno scritto il nome di Siffredi o di Trapattoni sulla propria scheda, con la nonchalance con cui noi, scapestrate matricole universitarie, scrivevamo il nome di Roberto Baggio tra gli iscritti all'esame di Diritto Costituzionale).

Questo spettacolo indecoroso, questa fiction surreale, nella quale il "nuovo corso" parlamentare (con quasi l'80% di esponenti nuovi rispetto al passato) non ha fatto rimpiangere affatto i precedessori, ha rischiato di trasformarsi perfino in un problema di ordine pubblico quando Grillo ha gridato per l'ennesima volta al complotto e ha invocato la piazza preannunciando un avvento messianico nella Capitale. Risoltosi in un clamoroso flop, con dietrofront imbarazzati dopo i proclami cui si erano uniti anche centri sociali e perfino Casa pound. Il che dà la cifra esatta della distanza, non solo della vecchia politica, ma anche di quella che si professa "nuova" (come se questo aggettivo contenesse anche quelli di competenza, equilibrio e pragmatismo necessari a governare) dal sentire popolare.

In un'ipotetica pagella, sulla "giostra" della politica di queste giornate febbrili, chi ne esce istituzionalmente rivalutato è - paradosso, ma è così - proprio Berlusconi. Che non solo, politicamente, ha dato scacco al derelitto PD, ma anche dimostrato senso istituzionale appoggiando sempre candidature di altri schieramenti (lo era Marini, lo sarebbe stata anche la Cancellieri, lo è comunque anche Napolitano) nello spirito che dovrebbe caratterizzare la nomina di un Capo dello Stato, arbitro super partes delle vicende costituzionali e politiche di casa nostra.

Lo stesso non può dirsi certo nè di Bersani  - che dopo le "forzature" su Presidenti di Camera e Senato ha ondivagato tra l'ammiccare con il PDL e il rincorrere affannosamente Grillo - nè di Vendola - che ha continuato a sostenere Rodotà anche di fronte alla riconferma di Napolitano - e neppure di Grillo stesso, i cui rappresentanti in Parlamento hanno sdegnosamente rifiutato qualsiasi gesto di bon ton istituzionale, dopo la nomina di Napolitano, dimostrando di non avere ancora sufficienti briciole di maturità parlamentare. E rischiando di trasferire il proprio malcontento in piazza, con conseguenze che per fortuna, la fuga di Grillo ha evitato di dover rendicontare.

La giostra resta lì. Ha girato vorticosamente per alcuni giorni, come impazzita. Ora, il ritorno imprevedibile del "grande Vecchio" - del Presidente uscente - è una rassicurazione sul futuro imminente.
Perchè qualcosa, fin da domani, dovrà succedere. Un governo subito, con un programma di riforme immediate e una risposta istantanea alla crisi drammatica del Paese.
Queste sono le condizioni poste da Napolitano per il suo ritorno al Colle. Capiremo subito se dalla giostra sono scesi anche altri, o se è stata l'ennesima illusione...

mercoledì 17 aprile 2013

Pensando al Quirinale... e ad un video che arriva dal Cile...

Domani si decide.
Riflettori puntati sul Quirinale, sul Colle che mai come stavolta oscilla e pende, un po' come il suo piazzale d'ingresso. Tra l'incertezza del futuro inquilino e la certezza di quel che si lascerà alle spalle.
Giorgio Napolitano sarà ricordato come il Presidente che ha interpretato in modo più autorevole e responsabile un ruolo che in altre epoche è andato appena oltre la soglia dell'attività notarile. Saranno i libri di storia, tra un po', a rappresentarci in modo più fedele quanto accaduto nell'ultimo settennato (e in particolare, nell'ultimo biennio). Ma è certo che l'impronta di Napolitano resterà impressa un po' come i piedi e le mani delle star nella Hollywood boulevar.

Ora è iniziata la corsa al successore (Marini in pole position e PD spaccato, tanto per cambiare) e mai come in questa occasione regna l'inconsapevolezza. Già, perchè più che incerta, la situazione appare quasi incosciente.
Un Paese alle prese col suo futuro, infradiciato da settimane passate in mezzo al guado di elezioni senza un vincitore, intimorito da un'atmosfera che alterna gli slogan disfattisti alle ricette miracolose, intontito da strategie definite via facebook, ora sa che da questa votazione ci si gioca molto.
Perchè il quid di affidabilità che l'Italia ha finito per ritrovarsi in Europa dopo mesi di fango, un quid che somiglia ad un filo di lana, è tutto accatastato nelle stanze del Quirinale. E rischia di andarsene insieme al Capo dello Stato uscente.

Perchè il successore di Napolitano dovrà, come il saggio ex comunista di Napoli, saper interpretare la Costituzione contestualizzandola al drammatico momento attuale ma dovrà anche sapersi ritagliare un'identità propria. Politica e di personalità.

Eppure, credo che gli elettori del prossimo Presidente della Repubblica - grandi o piccoli che si definiscano - dovrebbero preliminarmente occuparsi di dare un'occhiata ad un video.
Ci pensavo in questi giorni, immaginando quanto salutare possa essere mostrarlo alle scolaresche (ai cittadini di domani, come banalmente si definiscono gli studenti) ma anche ai nostri più o meno autorevoli rappresentanti in Parlamento.

Mariana Diaz Vasquez
Un video che non parla di Capi di Stato o di Costituzioni, non fa lezioni di diritto nè di strategie politiche.
Parla dell'Italia. Un'Italia vissuta e sentita, come senso di appartenenza, a migliaia di chilometri di distanza. Parla di come alcuni italiani, italiani d'origine, pensano e amano il proprio Paese.
E' un'emozione che ho avvertito, forte e intensa, sabato quando ho presentato (e assistito) alla premiazione del concorso "Memorie Migranti", indetto per il nono anno dal Museo dell'Emigrazione di Gualdo Tadino (felicissima intuizione del compianto sindaco Pinacoli poi sponsorizzata politicamente dalla Regione).
Il video è di Babel tv, firmato dalla giornalista cilena Mariana Francisca Diaz Vasquez, che racconta di una comunità di oriundi italiani stabilitasi ormai da tre generazioni a Capitan Pastene, nel sud del Cile. In quella "fine del mondo" richiamata anche dal nuovo Pontefice e che così da vicino, politicamente, l'Italia sembra osservare come una minaccia in queste ore.
Una comunità nella quale si produce prosciutto artigianale, pasta fatta in casa, di continua a parlare italiano, si esibisce la bandiera tricolore accanto a quella cilena, ci si dichiara orgogliosi di "essere italiani". Anche se a 11.000 chilometri da qui.

Un video da gustare e apprezzare nelle sensazioni che quei pensieri e quelle considerazioni, emerse nel corso di piacevoli chiacchierate con la giornalista, i protagonisti regalano al pubblico.

Per sentire che l'"italianità" non è qualcosa di cui vergognarsi, ho dovuto ascoltare le parole di alcune persone che vivono dall'altra parte del pianeta...
Un po' come il post dell'amico Giuseppe Rosati che da NY mi dice che nella Grande Mela "fa molto figo usare parole in italiano". L'esatto opposto di quanto avviene nella comunicazione di casa nostra...

Forse abbiamo tutti bisogno di ascoltare un emigrante. Di sentirci, a nostro modo emigranti.
Per amare e rispettare di più il nostro Paese. Un dovere di tutti. A partire da coloro che lo rappresentano...


lunedì 15 aprile 2013

Gubbio all'insegna del "mai dire mai": imbattuti a Nocera nell'occasione più improbabile...



La palla, colpita da Galabinov di testa, bacia la traversa
e si insacca. E' l'1-1 finale.
"Mai dire mai". 
Il Gubbio torna da Nocera Inferiore con un punto pesantissimo e il bello è che l'impresa arriva nella stagione e nella circostanza più improbabili.
Sì perché dopo due sconfitte interne di fila in pochi avrebbero scommesso su un risultato utile in terra campana; ancor meno chi, ascoltando la gara alla radio, aveva appreso che dopo il vantaggio dei molossi su calcio di rigore nel finale di primo tempo (con l'ex grifone Mazzeo) su un fallo di mani improvvido di Galimberti, la squadra eugubina era addirittura rimasta in dieci per l'espulsione di Belfasti nel corso della ripresa.

Il penalty del vantaggio rossonero
I rossoblù, guidati nella circostanza da Coppola in panchina, non si sono scomposti, hanno retto l'urto, salvato il salvabile, giusto per tenere in bilico il risultato e nella ripresa, con l'ingresso di Caccavallo, hanno trovato la chiave tattica per far saltare il banco dei rossoneri. 



E dopo il 12mo gol... streap tease bulgaro
Infine l'incornata di Andrej Galabinov ha fatto il resto, o meglio ha fatto il più, trovando il pari a 10' dalla fine, sulla prima rete siglata dal bulgaro in azione aerea, dodicesima stagionale. Un bottino niente male per un giocatore arrivato solo per raggiungere la doppia cifra, partito panchinaro fisso ma rivelatosi nel corso delle settimane elemento imprescindibile della squadra: quando ha girato lui, il Gubbio ha fatto punti, e viceversa quando la squadra ha carburato, Galabinov ha lasciato il segno.

Nel finale poi ci ha pensato Venturi, decisamente ritrovato dopo qualche défaillance, a blindare il prezioso punticino, reso ancora più importante dalle concomitanti sconfitte di Catanzaro, Prato, Viareggio e Andria, squadre con cui il Gubbio ha il bilancio degli scontri diretti a favore o deve ancora incontrare da qui alla fine.
"Mai dire mai" è il brand di questa prima vera domenica primaverile. 

Il gol di Galabinov da altra angolazione:
che diventi il logo-salvezza di questa stagione?
Anche perché in uno stadio che si chiama "S.Francesco d'Assisi" il Gubbio non era mai riuscito ad ammansire i molossi, perdendo sempre negli ultimi istanti di gara, anche nelle stagioni più trionfali. E cosi lo stesso Gubbio che ha regalato 4 punti s 6 a Carrarese e Sorrento, riesce nell'impresa di toglierne 4 alla Nocerina, ed ora attende tra due settimane il Latina per combinare un altro dei suoi scherzetti alle grandi del girone. 
Come a dimostrare che quest'anno – che ha visto anche la prima vittoria a Prato e la prima vittoria in terra pugliese - ogni pronostico può essere sovvertito. 
E' nel DNA di una squadra capace di tutto. 
Nella buona e nella cattiva sorte.


Copertina di "Fuorigioco" di lunedì 15-4-13
musica sottofondo: "Never can say goodbye" - Gloria Gaynor (1975)