Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

sabato 21 giugno 2014

Azzurri e... la sindrome della "seconda" (partita). Tra corsi e ricorsi pensando all'Uruguay

Ormai e' dimostrato, la "sindrome della seconda" e' tipicamente italiana.
Capiamoci subito. Parliamo di calcio, parliamo di partite a gironi nelle competizioni internazionali piu' importanti. 
La seconda partita e' diventata un incubo, a prescindere dal nome dell'avversario. Anzi piu' e' esotico e improbabile, più e' facile che gli Azzurri siano in vena di prestazioni memorabili. Memorabili alla rovescia.

Che cosa accadrà ora martedì, alla solita ora di pranzo (in Brasile) contro l'Uruguay?
Ci giochiamo il futuro del Mondiale 2014 con quella che in fondo e' la squadra piu' italiana dopo l'Italia, non solo perché 1/3 dei suoi 3 Milioni e mezzo di abitanti (poco piu di Roma) ha cognome o sangue italico; non solo perché quasi tutti i componenti della Celeste sono calcisticamente maturati nei nostri club; ma soprattutto perché da sempre l'Uruguay e' la piu europea delle sudamericane, nel gioco, nell'agonismo, nella forza di non mollare mai. E di non tradire le attese. Di solito.
"Se l'Inghilterra e' la madre del calcio, l'Uruguay e' il padre", si diceva un tempo. Mentre i presuntuosi sudditi di Sua maestà rifiutarono di giocare il Campionato del Mondo fino al secondo dopoguerra (perché da ideatori del gioco del calcio si consideravano il dream team planetario che non poteva sporcarsi i parastinchi con italiani e austriaci), proprio Italia e Uruguay - quasi come sorella e fratello - vincevano i primi 4 Mondiali (2 a testa) tra il 1934 e il 1950 compreso il celebre Maracanazo, ovvero l'imprevedibile 2-1 uruguagio firmato Ghiggia e Schiaffino (poi naturalizzati italiani, guarda un po'...) inflitto al Brasile niente meno che nel tempo del calcio carioca davanti 200 mila persone.
Tutto questo conterà qualcosa martedì sotto il sole cocente di Natal, e all'umidità tropicale così invisa ai giocatori di Prandelli? Forse.
Perché in certe partite non conta solo come ti metti, chi gioca, che schema adotterai. In certe gare, da dentro o fuori, conta soprattutto CHI SEI. Chi sei davvero, chi senti di essere e rappresentare. 
E anche quale storia porti alle spalle e quale storia intendi onorare. E magari continuare a scrivere.
Un peso, tutto questo, quando davanti hai Costarica, Corea (Nord o Sud e' indifferente) Slovacchia, Croazia, tanto per citare qualche nome a caso delle "Caporetto" calcistiche degli ultimi anni (spesso alla seconda giornata). Uno straordinario stimolo, invece, quando davanti ti ritrovi un altro monumento ideale della storia del football. Che conosci a memoria (anche per averci giocato non piu tardi di 12 mesi fa per il terzo posto della Confederation) e che in fondo ti somiglia parecchio.

Certo e' che la seconda giornata di un torneo di quelli pesanti, comincia a diventare indigesta alla maglia azzurra. L'ultima volta che l'Italia ha vinto una "seconda giornata" Mondiale comincia ad avvicinarsi alla maggiore età: era il 1998 e la Nazionale di un altro Cesare (Maldini), trascinata da un'altra ariete ex interista (Vieri) travolgeva il Camerun 3-0, dopo aver sudato non poco per rabberciare un prezioso 2-2 al debutto contro il Cile di un emergente Salas.
L'ultima volta in assoluto - a parte il 4-3 dell'anno scorso alla Confederation rifilato al Giappone di Zac - e' in realtà a cavallo tra i due secoli: risale al 2000 quando un Belgio anni luce lontano da quello attuale (che senza timore di smentita potrei pronosticare come probabile semifinalista) cedette di schianto all'Italia di Dino Zoff, forse la Nazionale piu' qualitativa dell'ultimo decennio, non a caso il gruppo base che poi trionfo a Berlino: Totti prima e Fiore poi infilarono i fiamminghi. Fu anche l'ultima Italia che chiuse la prima fase a punteggio pieno (9 punti in 3 gare) andando a battere ed eliminare anche la Svezia nella terza ininfluente partita in barba a qualsiasi sospetto di "biscotto". Gli scandinavi ci "ringraziarono" 4 anni dopo rifilandosi il piu clamoroso dei frollini in coppia coi danesi, unico caso nella storia del calcio in cui una squadra con 5 punti (Italia del Trap) fu eliminata al primo turno. Tra arbitri corrotti (2002 Byron Moreno) e vichinghi felloni il povero Trap dovette ingurgitare due supposte beffarde e colossali.

Spesso, molto spesso, insomma, e' accaduto che gli Azzurri si siano giocati il tutto per tutto alla terza gara. Quasi sempre.
Quando sarebbe stato necessario vincere, qualche volta siamo tornati a casa (come agli Europei inglesi, con il rigore di Zola abortito coi tedeschi; o come 4 anni fa con i carneadi slovacchi), altre volte e' bastato un pari - proprio come contro l'Uruguay. Uno di questi mi costo' una corda vocale, sull'incornata di Del Piero alle spalle di un portiere messicano con la faccia da pusher (2002) in una gara surreale vissuta da solo in un'abitazione che non era mia, mentre i figli giocavano nel giardino con alcuni amichetti ignorando che il loro papà stava friggendo.
Qualche volta il pari e' bastato. E qualche volta, come nell'82 o nel '94 da un pari anonimo, e quasi discusso, c'e' scappato il Mondiale memorabile...

sabato 14 giugno 2014

Comincia l'era Stirati: obiettivo, voltare pagina. A cominciare dalla Giunta...



Gli Eugubini non hanno avuto dubbi. Il 73% di Filippo Mario Stirati al ballottaggio – dove ha partecipato poco più della metà degli aventi diritto, comunque ben al di sopra delle medie partecipative di città come Foligno o Perugia – parla chiaro.
Ora, forte della legittimazione delle urne, il Professore dovrà cominciare a tessere la sua tela. Con un vincolo non da poco: l'approvazione del Bilancio in tempi record e prim'ancora l'individuazione della Giunta, di cui per il momento è stato fatto un solo nome, quello del prof. Augusto Ancillotti (destinazione Cultura).
A Filippo Stirati, dopo la lunga ed estenuante campagna elettorale, tocca ora l'onore ma soprattutto l'onere di capitalizzare la fiducia della gente in interventi immediati. Per dimostrare risolutezza nel voler cambiare pagina.
 
La definizione della Giunta sarà di per sé già un primo banco di prova e una cartina al tornasole, per capire dove esattamente si collochi il confine tra la volontà di “dare discontinuità” alla politica eugubina e la necessità di far quadrare gli equilibri in una coalizione eterogenea come forse nessun'altra in passato (se si eccettua la sola tacita alleanza Prc-Forza Italia del 2001, che aprì il decennio Goracci).
Tra le anime della coalizione Stirati si condensa la giovanile energia civica di “Scelgo Gubbio” (i fautori della prim'ora nella candidatura del Prof.), con la militanza di non pochi veterani che nella lista “Liberi e Democratici” hanno ottenuto il ritorno sugli scranni di Palazzo Pretorio. Senza contare Psi e Sel che pur con risultati elettorali minori, qualcosa vorranno pur contare nella partita.

Una delle "patate bollenti" per Stirati: l'ex ospedale
Gubbio ha bisogno di competenza e di affidabilità” ha ribadito anche dopo l'elezione il neosindaco, assicurando che su questi principi sarà disegnato il nuovo governo cittadino. E' quello di cui la città ha assolutamente bisogno.
Insieme ad un clima di ritrovata serenità – pur nelle differenti posizioni – che sarebbe, questo sì, già un enorme punto di distacco dal quindicennio lasciato alle spalle.

Chi esce malconcio dalle urne eugubine, oltre al centrodestra praticamente liofilizzato, è il Pd. Che, dopo la scoppola nei 90', ai calci di rigore del ballottaggio non si è neanche presentato, se è vero che al candidato Palazzari sono mancati ben 1.000 voti (su quasi 5.000) tra il 25 maggio e l'8 giugno. Difficile pensare siano rimasti arenati sulle rive dell'Adriatico.
Quanto al futuro politico del Pd eugubino, ci vorrebbe una sfera di cristallo di quelle buone. Di sicuro non è una priorità per il Pd regionale, che ha altri problemi cui pensare dopo il ribaltone perugino targato Romizi e alla vigilia di un'altra stagione elettorale (quella per le Regionali 2015) che adesso fa venire i brividi anche nelle menti più soporifere del primo partito regionale.
GMA

Da editoriale "Gubbio oggi" - giugno 2014
 

mercoledì 11 giugno 2014

Quel rito esoterico chiamato... Mondiali


Il Mondiale di calcio. Un rito esoterico che ogni quattro anni contagia milioni di persone.
Non vedo l'ora che arrivi. Non solo perché per un 2/3 settimane funziona da splendido anestetico della monotonia estivo- quotidiana. Quanto piuttosto perché i Mondiali di calcio rappresentano una sorta di pellicola della memoria che vedi correre lungo il cammino della tua vita.
Può apparire esagerato, ma in realta' la frase del libro di Paolo Rossi (Pablito, non il comico), ovvero che puoi non ricordare che poche date della tua vita, ma non dimenticherai mai dove e con chi ti trovavi il giorno in cui l'Italia vinse i Mondiali, e' sacrosanta.

In questi giorni mi diverto alla sera a fare un po' di zapping (per carità, pochi minuti, roba di mezz'ora al massimo) nei canali tematici che si divertono a riproporre dai propri archivi le immagini dei Mondiali del passato. A parte i capolavori narrativi di Federico Buffa su Skysport e SkyArte (un nuovo genere di linguaggio per raccontare lo sport oltre lo sport, andando anche oltre le emozioni capaci di essere evocate da un format come "Sfide"), ogni tanto spunta un filmato in bianco e nero, qualche spruzzata di amarcord, qualche gol da far scappare le corde vocali, qualche rigore a groppo in gola impossibile da digerire.

Tra le analogie di questo Mondiale con i primi ricordi infantili, c'e il fuso orario. Il mio primo Campionato da telespettatore/tifoso cosciente fu quello di Argentina 78: avevo solo 7 anni ma già il calcio era un bel diverticulum, soprattutto perché in quell'occasione - con le partite che si giocavano da mezzanotte in poi senza che il calcio fosse legato a doppio filo alle esigenze tv - significava andare a letto a notte fonda. Roba da grandi!
E se le palpebre non reggevano, la mattina ci si svegliava precipitosamente per andare a chiedere risultato e marcatori al babbo in camera da letto. Non esisteva nè Sky active, nè le finestre tematiche che se vuoi, ti rimpinzano di gol per 24 ore al giorno.

I vaghi flash che porto ancora nelle meningi mi accendono qualche fioca luce (ovviamente in bianco e nero) sulla partita degli Azzurri di Bearzot con l'Argentina, vista a casa dei nonni materni a San Martino, sul gol di Bettega (un nome quasi mitologico per me bambino, sentendolo nominare almeno ogni domenica, come fosse il prete sull'altare), sull'inevitabile mio crollo tra le braccia di Morfeo (non quello dell'Atalanta).
O qualche rimembranza nella quasi semifinale con l'Olanda (allora c'erano i gironcini di semifinale, studiati ad hoc per catapultare l'Albiceleste di Menotti in cima al mondo) vissuta a cavallo tra l'autogol iniziale degli Orange che sembrava spianare la strada e una partita giocata per strada con mio cugino Ettore interrotta dalle notizie che arrivavano dal terrazzo di casa (prima il pareggio e poi il vantaggio della squadra dei mitici gemelli VandeKerkof, con questo nome che ricordava le scatole di cioccolatini di una vecchia zia).

Tasselli di un passato che non può tornare: con le sintesi di telecronaca di Nando Martellini, le cravatte gigantesche degli inviati con basette improponibili, quei numeri sulle maglie fino al 21 che sembravano trasformare il calcio in qualcosa di diverso, quelle maniche lunghe e quel freddo così inusuale di giugno (ma in Argentina era inverno pieno) che sembravano trasmettere emozioni davvero dall'altro mondo (espressione banale, ma che un Papa, guarda caso proprio argentino, 35 anni dopo, avrebbe trasformato in un'epigrafe indimenticabile).
Chissà dov'era nel '78 Bergoglio. Io, nel mio piccolo, ero in casa a sognare che gli Azzurri vincessero. Non accadde, almeno per quel '78, anche se resto dell'idea che quella Nazionale fosse più forte di quella che 4 anni dopo avrebbe alzato la Coppa, rendendo indimenticabile il 1982 e forse un intero decennio.
Ma si sa... le grandi vittorie nascono anche da qualche sconfitta. E nella fattispecie, dalla testardaggine di un signore friulano che puntò su un blocco (quello Juventus) e alla fine ebbe ragione...

Tasselli di un passato che non può tornare. Ma che ogni 4 anni alimenta l'album dei ricordi. E un altro capitolo della vita. Parrà banale, parrà retorico. Ma per milioni di persone, non solo in Italia, l'esoterismo del Mundial, sta proprio in questo...

martedì 3 giugno 2014

Dalla magìa dei piccoli, alle spigolature dei grandi: cosa resta di questa Festa dei Ceri 2014...

E' stato un trionfo della spontaneità l'ultimo atto delle feste ceraiole 2014 con i piu' piccoli protagonisti. I Ceri piccoli condensano i significati piu innocenti e autentici della Festa.

E in questa "pellicola della verità" ci stanno pure le sconcezze, quelle che invece, nella stessa giornata, davanti agli occhi di quegli stessi bambini, vedono protagonista qualche adulto.
In genere dissennato o sotto effetto di sostanze alteranti - prevalentemente alcool ma non escludiamo anche dell'altro. In genere con la sola conseguenza di spaventare i poveri ceraioli in erba capitati da spettatori per caso. La speranza e' che capiscano, fin dalla tenera eta', quali esempi seguire e quali evitare.

L'immagine dei tre ceri piccoli insieme nel Chiostro
immortalata dall'arte di Giampietro Rampini
"Per essere grandi bisogna tornare bambini" ha ricordato saggiamente Don Mirko Orsini, Cappellano dei Ceri, nell'omelia di lunedì sera al ritorno dei santi alla chiesetta dei Muratori. Una frase che richiama un principio di S.Agostino ("per diventare grandi bisogna imparare ad essere piccoli") e che si sposa alla perfezione con lo spirito della Festa dei Ceri.
Quello spirito che troppo spesso finisce nel dimenticatoio (per non dire altrove) proprio nel luogo che dovrebbe maggiormente ispirare senso di riconciliazione o quanto meno di responsabilità: la Basilica.
E' quasi inutile ripetere il perché. Chi non l'ha capito ancora, e all'anagrafe magari ha ben oltre i 40 anni, non lo potrà comprendere adesso.
Un plauso e' comunque doveroso per il Cappellano che pur di fronte a scene sconfortanti non si stanca di richiamare i valori veri della Festa. Soprattutto con i più piccoli, cui spetta l'ingrato compito di dare una "sterzata" (servirebbe un capocinque di razza) a certi atteggiamenti. Con più coerenza rispetto a certi "valori" ripetuti a memoria in qualche intervista o nelle frasi di circostanza.

La Festa dei Ceri 2014 finisce definitivamente in un album fotografico. E allora di quest'anno, cosi' strano per il sottoscritto, mi piace rivedere qualche istantanea:

L'arrivo in Basilica -
Inutile sforzarsi. Tra 1000 anni, se esisterà ancora, come credo e spero, la Festa d Ceri, il 2014 sarà ancora ricordato come l'anno in cui il cero di San Giorgio ha "bloccato" il cero di Sant'Ubaldo sulla scalinata della Basilica. Un po' come il '68 (che a Gubbio si rimembra per la caduta sulla "Callata dei Neri"), un po' come il 2004 (caduta sul Corso). Non me ne vogliano i ceraioli santubaldari, ma e' così raro assistere a questi episodi che inevitabilmente quando accadono, lasciano il segno. E' andata bene anche ai noi Santantoniari. Se non altro per lasciare in seconda fila gli smacchi delle cadute messe insieme nel giro di 10' (ma 40 secondi effettivi) tra alzatella e Callata. Anche se, il fatto che se ne parli meno o per nulla, non lenisce le ferite.

Insieme nel chiostro -
Se c'e una foto che sintetizza in modo sublime questo 15 maggio e' l'immagine dei tre ceri nel chiostro. Insieme. Non e' un gesto voluto. Ma e' successo. E questo basta (almeno per quest'anno).

Il drone -
E' stato l'anno del drone. Ne giravano due la mattina del 15, anche se nessuno se n'e' accorto. Ne era rimasto uno la sera, in Basilica, e lo ha intravisto mio figlio che m'ha detto: "Babbo, perchè  sta volando quella playstation con le luci?".
Il video che ne uscito fuori, griffato Giampaolo Pauselli, e' una perla che resta immutabile ad esaltare l'energia, l'effervescenza, l'unicità cromatica e dinamica di una festa che non ha pari. Gli scorci della citta', già valorizzati in altre recenti produzioni video, hanno goduto di un valore aggiunto. E il fatto che tutto aia avvenuto senza minimamente scalfire l'atmosfera del 15 maggio (in passato il precursore Sartori aveva dovuto pagare dazio sul,piano impattante, pur ottenendo un risultato finale sublime) e' il valore aggiunto di un'iniziativa nata dal puro volontariato e dalla passione autentica. Che nessun professionista super pagato saprebbe garantire.

Il San Giorgio a spasso -
Di questa edizione dei Ceri ci resterà anche l'immagine di un anonimo 21 maggio, reso meno anonimo dalla passeggiata goliardica di un Sangiorgiaro... vestito da santo. Qualcuno ha storto la bocca, qualcuno ha parlato di gesto quasi blasfemo. I più hanno sorriso con la giusta leggerezza. Del resto non c'era volgarità e neanche supponenza. Sul piano estetico la ricostruzione era fedelissima. Il San Giorgio itinerante non ha preferito verbo, non ha parlato. Ha attraversato la citta', in silenzio, con il sorriso sotto i baffi (e' il caso di dirlo) gustandosi un "trionfo di corsa" piu' che legittimo. Tra tante manifestazioni di sana"cojonarella" (sopravvive da qualche parte ancora la bietola per fortuna, e a giro tocca a tutti) annoveriamo anche questa.
Ricordandoci che i santi vanno onorati nei modi e nei luoghi opportuni. I nostri, in particolare, il 15 e il 16 maggio.

lunedì 26 maggio 2014

Europee 2014: finisce l'era del voto ideologico... Renzi fa "capotto" ma ora dovrà governare davvero

Almeno stavolta non potranno dirlo tutti. Di aver vinto le elezioni.
Perchè queste Europee 2014 ce le ricorderemo, da qualunque angolazione le si guardino.
Per il trionfo indiscutibile del partito del premier (sopra il 40% come forse una o due volte era riuscita la sola Dc e Berlusconi con tanto di coalizione).
Per il mancato boom di Grillo e dei 5 Stelle, rimasti a bocca asciutta rispetto ai roboanti proclami della vigilia (seppur con un notevole 21% nazionale che resta uno zoccolo importante).
Per l'ormai irreversibile strada dell'estinzione imboccata dal Cavaliere e dal Berlusconismo di centro destra (quello di centro sinistra sopravvive ancora nell'attuale Presidente del Consiglio) cui non possono far da contraltare i risultati a cavallo della soglia di sbarramento di Alfaniani e Meloniani.

Insomma, le urne Europee consegnano l'Italia al teorizzatore del "dolce stil novo" politico. Una legittimazione ex post della scalata vertiginosa operata in pochi mesi prima sul PD e poi sul governo del Paese. Di gente come Bersani, D'Alema o Fassino non si vede più l'ombra e lo stesso elettorato sembra aver percepito l'antifona. Segnando di fatto la fine del voto ideologico in Italia.
Non si sente parlare più di ex comunisti e di ex fascisti (con i nostalgici dei due fronti confinati nelle riserve elettorali di Tsipras e dei Fratelli d'Italia): e non è detto che sia un male.
Nel senso che in quel 40% e rotti messo a segno da Renzi solo una parte (la gran parte, ma non tutto) è un elettorato tradizionale di centrosinistra. Il resto sono gli italiani che hanno preferito sperare piuttosto che ribellarsi, che hanno investito nel sindaco di Firenze piuttosto che nell'avventura dell'ex comico di Genova. Chi per fiducia vera, chi perchè non vedeva alternative. E tra questi ultimi, non pochi moderati che fino a qualche anno fa non avrebbero lontanamente preso in considerazione di mettere una croce sul PD.

La scommessa di Matteo Renzi, al momento, è vinta. Nel senso che - in sede di primarie - aveva dichiarato che avrebbe prosciugato l'elettorato di centro e intaccato anche quello moderato ex Forza Italia: morale, Scelta Civica è scomparsa, il Nuovo Centro Destra galleggia appena e Forza Italia è ormai ai livelli dell'ex PSI craxiano. In un percorso di riforme continuerà ad avere peso, ma parlare di alternativa politica futura autonoma è pura utopia.

Per qualche giorno il premier potrà godersi questi numeri, magari seduto e sorridente al centro della Sala dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio. Ma la "luna di miele" con gli italiani è destinata a durare poco.

Ora ha gli strumenti e la legittimazione a fare quello che ha promesso: "cambiare verso" al Paese, a cominciare dalle riforme e dalla Pubblica Amministrazione.
Se riuscirà a farlo, con abilità politica e pragmatismo da statista, quel 40% si consoliderà nel tempo e non sarà più frutto di una "mancanza altrui".
Se le sue resteranno promesse - per incapacità o per impossibilità dovuta al fatto che restiamo pur sempre la patria del Gattopardo - quel 40% tornerà a risfaldarsi in tanti rivoli inconcludenti.
Come già scrissi, ahimè, per Monti e per Letta, comunque la vedano, gli italiani saranno costretti a fare il tifo.
Prossimo step, Regionali 2015: si voterà per le 20 regioni (in attesa di sapere se chiuderanno anche quelle), ma di fatto sarà un altro referendum sul governo Renzi.
Ad maiora...

venerdì 23 maggio 2014

A tu per tu con Steve Mc Curry: e una vigilia dei Ceri decisamente... diversa dal solito

"A Gubbio in questi giorni di festa c'è un'atmosfera magica. La gente ti apre le case, ti offre il cibo, c'è un'atmosfera di calore che chiunque al mondo dovrebbe provare almeno una volta".

A parlare è Steve Mc Curry. Non un oratore, non un filosofo, non un poeta. Ma uno dei più importanti e conosciuti fotoreporter al mondo. E' americano, è celebre per il suo scatto della "bambina afgana" che è l'impronta artistica di un'epoca.
Tra qualche secolo continueranno ad ammirarla, identificandovi un periodo storico, speriamo non di decadenza: come si farà con il Colosseo, con la Gioconda o con le arie di Verdi.

Una sensazione strana averlo a casa, o meglio in giardino, alla vigilia della Festa dei Ceri 2014. Con un appuntamento approntato al volo, on the road, grazie all'amico e fotografo Paolo Tosti. Con cui proprio 10 anni fa ho condiviso la straordianaria esperienza di Pamplona. E di "Estafeta". Per un'intervista esclusiva e speciale: dato che in Umbria, ormai, bazzica da tempo. Ma nessuno è mai riuscito ad avvicinarlo. Passa per essere uno scontroso, un burbero. Niente di più falso.

Arriva, affiancato da alcuni membri della sua troupe, entra dalle colonne di Barbi e inforca il cortile. Valutiamo se realizzare l'intervista nella tavernetta che attende, nel giro di qualche ora, l'arrivo di alcuni amici santantoniari. E' colpito gustosamente dal buffet di salumi e formaggi, con tanto di cesta di fave, già pronto per la sera. "Grazie ma non mangio in servizio" sembra dire quando cortesemente dice di no alla mia offerta. Si sofferma però sulle foto.

Quelle foto che lo incuriosiscono: in particolare due. Una è in bianco e nero, l'altra a colori. Nota che si tratta dello stesso identico scorcio: "It's the same place!" sussurra. Gli spiego che una ritrae mio padre, l'altra mio fratello: sono le birate della sera, hanno 30 di differenza l'una dall'altra. "Wonderfull" commenta quando gli spiego che non è così raro che un figlio prenda il cero nello stesso punto dove anni prima lo aveva preso il padre. I Ceri sono anche questo.

Poi si sale, in giardino. Non lo avevo allestito certo come un set fotografico. Solo dopo la registrazione mi accorgerò che sullo sfondo, per qualche istante, compare perfino la mia Vittoria, mentre gioca con un passeggino e la sua bambola. Almeno non dovrò chiedere la liberatoria ai genitori...

Quindi l'intervista. Che si scioglie via, veloce, in poco più di 6 minuti. Non c'è molto tempo ma ce n'è abbastanza per capire che Steve non sta qui solo per gli ormai famosi 75 mila euro investiti dalla Regione per l'operazione. Chi critica, non sa (o forse finge di non saperlo) che Steve Mc Curry è un veicolo potenziale di immagine e promozione ben più rilevante di questi denari, con i 450 mila visitatori nelle mostre che ha realizzato solo quest'anno, e con un brand (il suo nome) che da solo ha la forza per aprire le porte della conoscenza e della curiosità in ogni angolo del pianeta.
Ma si sa, Gubbio è anche culla di fantastiche chiusure mentali.

Alcune sue frasi sono parole che escono dai binari del protocollo, della circostanza. E la conferma me la darà qualche giorno dopo proprio Paolo Tosti, rivelandomi che il 16 maggio, a 24 ore dai Ceri, in un contesto del tutto differente (Salone del Libro a Torino), intervistato dai cronisti Mc Curry dichiarerà: "Cosa mi piace dell'Italia? Ieri ero a Gubbio, alla Festa dei Ceri. Dovreste essere lì per capire il segreto di quanto può essere amato questo Paese".

L'intervista? Basta ascoltarla e cogliere alcuni spunti:
http://www.trgmedia.it/playYouTube.aspx?id=5568

"La Festa dei Ceri è una delle più grandi tradizioni italiane che tiene uniti i paesi, le famiglie, i loro amici. Penso che sia incredibile la passione con cui le persone partecipano a questo evento. E' tutto molto spettacolare".

"Il primo elemento, essenziale, da cogliere in una foto è l'emozione, il sentimento, la storia di questo luogo, delle persone, mostrando la gente e il modo in cui vive e perfino si veste per la festa. In definitiva anche i colori, le divise, la moltitudine contribuisce al fascino di uno scatto".
 
" La prima cosa che ho notato, arrivando a Gubbio questa volta, e mi ha colpito molto, a parte il clima di festa, è l'ospitalità della gente, sono molto amichevoli, aprono le proprie case, le taverne, offrono il cibo, c'è un'atmosfera di calore invitante. Credo che chiunque al mondo dovrebbe almeno una volta provare questa bella sensazione".
 

La foto di Mc Curry dedicata a Gubbio
in "Sensational Umbria"
"La foto migliore? E' quella che devo ancora fare. E' quella che devo ancora scattare, così come un'esperienza prossima o un compito che ci sarà assegnato, sono sempre impregnati delle nostre speranze, delle nostre previsioni e dei nostri desideri più forti. Penso che l'attesa che una grande foto, come un'esperienza unica od una bella opportunità, siano dietro l'angolo, è qualcosa per cui tutti speriamo e che tutti sogniamo".
 
"Giallo, Azzurro o Nero? Beh, mi piacciono tutti i colori! A parte gli scherzi, sono un outsider, un intruso, un forestiero, quindi mi limito ad augurare a tutti e tre i Ceri il meglio. Credo davvero che la Festa dei Ceri sia una delle esperienze più coinvolgenti in Italia e forse al mondo".ù
 
Il prossimo anno potremo apprezzare il lavoro e la creatività di Steve Mc Curry, in una mostra che - al momento ufficiosamente - sarà allestita proprio a Gubbio. Dove, quando e come, ancora non si sa. Speriamo possa essere duratura e possa trovare nella comunità eugubina quella sensibilità e quella lungimiranza che, spiacevoli vicende hanno un po' offuscato alla vigilia dei Ceri.
 
Ringrazio Steve, lui ci saluta. "Nice to meet you". Accarezza il mio labrador, lo scioglie dal guinzaglio (lo avevo legato, perchè quando arrivano estranei, preferisco così), sorride e se ne va.
"Next time". 
Magari già "Next year!". 
Thank you so much, Steve!




Fotoservizio - Marco Signoretti (giunto di corsa in bici, avvertito appena 15' prima dell'intervista... grazie di cuore anche a lui di queste istantanee).


mercoledì 21 maggio 2014

"Come sei combinato?": oggi male prof. Oggi non ce l'ho fatta... (quello che avrei dovuto leggere, e forse non ho letto interamente, per ricordare Gianni Chiocci...)


Non mi piace granchè l'idea di riproporre sul blog ciò che mi ero preparato per ricordare il prof. Gianfrancesco Chiocci in occasione del suo funerale, oggi pomeriggio. Ma la commozione mi ha sinceramente sconvolto. E temo di aver perfino omesso qualche passaggio nella lettura.
A pensarci, vedendomi in quel modo, m'avrebbe detto: "Via, legge, non fa' tanto 'l cojombro...".
Scusi prof. E' stato più forte di me...



Radio Gubbio dà di più.

Era uno degli slogan, oggi li chiamaremmo jingle, coniato dal prof. Chiocci quando nell'agosto del 1985 appariva per la prima volta in tv, nella prima diretta di Tele Gubbio, nata dalla splendida esperienza di Radio Gubbio.

Ce lo ricordò il prof. Chiocci nella trasmissione "Sembra ieri".
E Sembra ieri che in questa città sia venuta alla luce un'emittente radiofonica, Radio Gubbio.
Sembra ieri che dal successo di quella esperienza, cresciuta con una guida autorevole e appassionata e capace di catalizzare decine di giovani, sia poi nata un'emittente televisiva, Tele Radio Gubbio.
Sembra ieri che a guidare, inventare, costruire, dedicarsi, profondere ogni energia per la migliore riuscita di ogni giornata di lavoro, fosse il prof. Gianfrancesco Chiocci.
Lo chiamavamo il "prof.".
E non solo perchè era apprezzato insegnante di matematica, ma soprattutto perchè, per tutti noi, per un'intera generazione di ragazzi alla ricerca di una strada, è stato un maestro di vita, di giornalismo, di passione e di attaccamento alla nostra città.

Ho visto l'ultima volta il professore giovedì, durante la mostra. Ce l'ha fatta a toccare per l'ultima volta il suo Sant'Antonio, davanti casa in via Savelli: giornalista, insegnante, ma soprattutto ceraiolo, personaggio di cultura, in una parola, un uomo straordinariamente legato al nome di Gubbio.

Per la nostra famiglia di TRG una stella polare.
E' stato tra i fondatori nel 1977 di Radio Gubbio e nel 1985 di Tele Radio Gubbio, di cui è stato direttore ininterrottamente fino al 1996, da cui ho avuto l'onore di raccogliere le redini.
E' stato anima e guida nell'informazione cittadina: a lui si deve la nascita e la crescita di quello che oggi è un network informativo regionale, e che nell'età delle radio libere, fine anni 70, lo vide infaticabile animatore.
Prima corrispondente de "Il Tempo", Chiocci ha diretto Radio Gubbio e Tele Gubbio con la passione, la dedizione, la generosità del buon padre di famiglia, riuscendo ad imprimere professionalità e identità alle trasmissioni e alle iniziative di cui l'emittente è stata interprete fin dalla sua nascita. A lui si devono trasmissioni e rubriche rimaste nella memoria degli eugubini, su tutte "La città domanda", che per anni fu prezioso riferimento per le segnalazioni dei cittadini e un immancabile pungolo nei confronti del Palazzo, quel Palazzo a cui il prof. dedicava spesso e volentieri pungenti e arguti editoriali, non con l'astio dell'avversario – pur non avendo mai nascosto ed anzi orgogliosamente manifestato le proprie idee politiche – ma con la autentica passionalità e il sentimento di un cittadino innamorato della sua Gubbio.

Grazie a lui tanti professionisti oggi affermati nella stampa umbra e nazionale hanno mosso i primi passi, sono cresciuti, accanto alla sua Olivetti grigia e all'immancabile Lido accesa, e oggi sono riferimento di iniziative editoriali qualificate e prestigiose.
Come sei combinato?” ci chiedeva prima di mandarci a fare qualche servizio o qualche intervista: quasi che non volesse essere troppo invadente, pur avendo il ruolo, la qualifica e soprattutto il carisma per fare, e bene, quello che faceva.

Se Gubbio in 30 anni è cresciuta e ha conosciuto un po' meglio se stessa, lo deve anche sicuramente a Radio Gubbio e a Tele Gubbio. E dunque lo deve indiscutibilmente a Gianfrancesco Chiocci.

Ma il professor Chiocci è stato conosciuto e apprezzato da tantissimi eugubini per il suo profondo attaccamento alle tradizioni e alla città, in particolare alla Festa dei Ceri. Non starò qui a ripercorrere quanto lui abbia dato alla festa, al cero, alla città, anche in questa veste. Posso dire di averlo sempre visto come un indiscutibile punto di riferimento, anche da santantoniaro.

In ogni suo fare, in ogni sua iniziativa, ha dimostrato di essere un eugubino con la E maiuscola. ù
E' per questo che la sua scomparsa colpisce tutta la comunità: ma resta l'esempio di amore sincero per la propria Gubbio e le sue massime espressioni culturali, manifestato attraverso il giornalismo e la passione nel raccontare, questa stessa città, ogni giorno.

E resta soprattutto l'esempio del voler dare "sempre qualcosa di più", anche più di quanto si potesse in effetti dare, proprio come diceva quel suo slogan: è l'insegnamento più grande che ci lascia, non mettere l'asticella più in basso dei nostri sogni.
Insieme alla sua umiltà, al rifuggere la prima fila, all'evitare i riflettori, quasi un paradosso per chi ha creato dal nulla tutto questo. Sembra ieri, ma oggi è un giorno triste per la famiglia di TRG ma è anche il giorno in cui è doveroso rivolgere il GRAZIE più sentito da parte di tutta la nostra compagine editoriale e redazionale.

Il grazie che si deve ad un "padre".
Addio Prof.!




 

venerdì 9 maggio 2014

I Ceri ad un passo: e un silenzio interiore, senza un perchè...

Ho notato un particolare. Siamo il 9 maggio e l'ultimo post sulla Festa dei Ceri risale a dicembre.
Non so interpretare questo silenzio. So che c'è stato.
So che sto aspettando una Festa dei Ceri diversa. E forse, un po' come Achille, lo sto facendo inconsciamente in solitario, su una collina, aspettando di vedere "l'effetto che fa".

Sarà che ho lasciato il pezzo sulle "birate". E il cero in città. Non è una decisione reversibile. "Dopo i grandi non ce stanno i grandissimi" dice "Barcarola" (al secolo, Luigi Pierucci), primo capodieci di Sant'Ubaldo in questo 2014.
Decisione impulsiva? Qualcuno me l'ha detto. Ma da qualche parte la muta doveva cominciare a "svecchiare". Ed io - classe 1971 - ero il primo della lista. Certo, se penso che mio padre ha "girato" a 49 anni (e posso dire che "io c'ero" alla tenera età di 16, braccere del mitico Gianni Casoli detto "Fashion") un po' di malinconia e nostalgia per quella stanga viene fuori.

Ma è giusto così. Me lo sono ripetuto, convinto e senza troppi rimorsi. Per soffrire ci sarà tempo. Ci sarà tutto il 15.
Chissà se mi mancherà il nodo allo stomaco, se mi mancherà il gusto arido di una bocca incollata, anche pochi istanti dopo un sorso d'acqua; il fremito delle mani gelide, lo sguardo rapido alle scarpe, per controllare i laccetti. Quella gamba che, negli ultimi anni, accarezzava quasi timidamente la stanga appoggiata per terra - in attesa del via delle "birate" - quasi cercando una complicità, una sintonia, un incastro ideale con quel legno, da condividere quando nel giro di qualche istante sarebbe stato issato sulle spalle (giusto il tempo di sentire il "Nanne" (al secolo, Giovanni Pierini, primo capodieci di Sant'Antonio 1991) urlare: "So le 7 meno 10, tiramolo su!"), prima del fatidico "sinistro avanti".

Ora conta poco, niente, tutto questo. Non ho neppure risfogliato l'album delle foto. Gli anni scorsi capitava, magari per caso, magari passando sul soppalco dove conservo in uno scaffale le istantanee del cero. Quest'anno no. Niente occhiata, niente curiosità.
Mi aspetta un 15 maggio diverso. E po', come nella vita, attendo con curiosità di aprire un capitolo nuovo, inaspettato (nel senso che non so cosa mi aspetta) ma anche inevitabile.
Col cero, poi, proprio come nella vita, ci si abitua a tutto.
Anche a non scrivere di cero per 6 mesi. Senza sapere neanche perchè...

venerdì 2 maggio 2014

Mentre Assisi fa record di presenze, a Gubbio campeggia una domanda: chi risponde?

E' stato un altro mese da record di presenze, quellodi aprile, appena concluso, per Assisi e la Città del Poverello.
La concomitanza con la solenne celebrazione della canonizzazione dei due Pontefici, Giovanni Paolo II e Papa Giovanni XIII ha richiamato sulla soglia della Basilica Francescana migliaia di pellegrini da tutto il mondo, in particolare stranieri, dalla Polonia e dal Sudamerica.
Un evento che per altro non è certo episodico per Assisi che sta beneficiando di quello che gli esperti di marketing turistico hanno già ribattezzato come “effetto Papa Francesco”.
Uno studio di Coldiretti stima in circa 5 miliardi di dollari – poco più di 3 miliardi di euro, per capirci 6.000 miliardi di vecchie lire – il giro d'affari legato al turismo religioso di cui l'Italia ha beneficiato nel primo anno dell'era Bergoglio.
Una quantificazione  e una valutazione che a qualcuno apparirà quasi blasfema ma che per un settore in difficoltà come quello ricettivo rappresenta davvero un toccasana: e tra le mete che, oltre a Roma, hanno goduto maggiormente di questo incremento poderoso di flussi, c'è proprio Assisi, legata a doppio filo con il rinnovato entusiasmo intorno al principale inquilino del Vaticano, dopo la scelta del nome papale cosi' "rivoluzionario", e dopo la storica giornata del 4 ottobre 2013.
Lo scorso weekend – per fare un esempio concreto – sono stati ben 1.200 i pullman che hanno raggiunto la città Serafica, un volume di presenze che a fatica la stessa area assisana riesce a contenere. 

La domanda che campeggia in queste settimane, in cui si è registrata una intensa presenza del sindaco di Assisi, Claudio Ricci, ad iniziative politiche nell'Eugubino, è semplice ma essenziale per il futuro turistico della città: 
quale ruolo può avere Gubbio lungo l'asse Francescano con Assisi? 
E connessa a questa altre domande, altrettanto semplici:
Come riuscire ad intercettare almeno una parte degli ingenti flussi turistici diretti principalmente alla Città di Francesco?
Considerazioni e progetti che suonano da un lato come occasione mancata fino a questo momento e che spetteranno alla futura amministrazione. E allora ai candidati sindaco, un quesito su tutti, auspicando una risposta concreta:
come può Gubbio sentirsi più vicina e collegata ad Assisi?

mercoledì 30 aprile 2014

Voglia di decadenza?

Cadere ci può stare. La Festa dei Ceri è una splendida metafora, da questo punto di vista, su come sia necessario rialzarsi e ripartire. Diverso quando oltre a cadere, si cominciare a "decadere".
Ecco, l'impressione - strana, ma non nuova - e' che la citta', o meglio una parte di essa, non necessariamente la maggioritaria ma certamente la più rumorosa e visibile, esprima un desiderio intestino quasi inconsapevole. Una voglia di "decadenza".
Non c'entra Baudelaire, men che meno Pirandello. Anche se un contesto di così intensa vocazione autolesionistica ne avrebbe forse ispirato pagine memorabili.


La decadenza e' un riflesso, neanche troppo nascosto, sebbene sottovalutato, di quella forsennata difesa dell'esistente, che insieme all'arroccamento anacronistico sul passato (non solo politico), sono figli (cresciuti male) di un conservatorismo immobilistico travestito da "patriottismo de noaltri" il cui unico risultato e' di emarginare ancor di piu' la citta' da qualsiasi contesto o interlocuzione esterna, di affermare una vanagloriosa autonomia e liberta' (da chi?), di vaneggiare un futuro di prosperità astratta, fatta di orgoglio fine a se stesso, di felice pauperismo o di effimere velleità. Sbandierando qualche luogo comune, sempre buono a catturare consenso nell'immediato: come la storia della "fiera opposizione ai poteri forti" e arti congeneri. Elaborata, a suo tempo, da chi aveva semplicemente programmato di farsi sostenere da uno a scapito dell'altro. E di dividere la citta' per capitalizzare le macerie di quel conflitto sociale.

Quel castello, oggi, e' crollato. Ma le macerie sono tutte li', nessuno le ha scansate.
E quei poteri, presunti forti, sono molto meno forti e molto piu' logorati dalla crisi non meno che da un decennio di contese economiche, e non solo, il cui risultato altro non e' che la nuda fotografia del presente.
Un presente destinato, senza un energico colpo di reni, al declino come l'era del vituperato cemento. Con una città che rischia di risvegliarsi, tra qualche mese, in uno stato di "cassa integrazione vegetativa".

Dunque? Gubbio si trova ad un bivio, sapendo che soprattutto in una fase come questa, le certezze sul futuro appartengono solo agli stolti.
Il bivio non è politico, non è economico, la voglia di decadenza rischia di pervadere ogni schieramento, ma è una scelta quasi esistenziale: affidare il proprio futuro a chi vuol bene alla citta', a chi - pur senza bacchetta magica - puo' darle idee ed entusiasmo per ripartire; e capire chi sia davvero costui o chi siano costoro, rispetto a chi invece afferma di volerglielo, inseguendo utopie, senza accorgersi di essere invischiato nel solco della decadenza.

All'elettore spetterà scegliere. Sperando di non doverlo fare assistendo stancamente ad un nuovo rodeo di divisioni e dispute, fini a se stesse. Redditizio, forse, per qualcuno, a breve termine. Ma fatalmente letale, per tutti, in futuro.
GMA


Da editoriale "Gubbio oggi" - maggio 2014

lunedì 28 aprile 2014

Il calcio con leggerezza ed ironia: il calcio di Vujadin Boskov...

Rigore è quando arbitro fischia”.
Chissà, tra qualche secolo gli appassionati, di quel che resta del calcio, non solo ricorderanno i tempi in cui milioni di persone di accanivano ancora intorno al destino di un pallone di cuoio. Ma anche qualche suo indimenticabile interprete.
E magari ricorderanno frasi come questa. Che ci raccontano non solo di un uomo diventato allenatore, ma che in questa veste ha rappresentato un'icona inconfondibile. Quella di un padre per i giocatori, di uno zio affettuoso per i tifosi, di un irresistibile fonte di aneddoti per un giornalista.

Vujadin Boskov se ne è andato a quasi 83 anni. In punta di piedi, perchè non era solito alzare la voce. E certamente con quel sorriso ironico e quella leggerezza con cui aveva interpretato lo schizofrenico mondo pallonaro. Una mosca bianca in una giungla fatta di arrivismo e risultati a tutti i costi, logiche che spesso anche lui ha finito per pagare. Ma certamente lo ha fatto ridendoci su. "Perchè l'allenatore è padre ma anche poliziotto".

Il tecnico di Novi Sad – che oggi viene pianto soprattutto a Genova, sponda Samp - è legato anche al calcio di casa nostra, per i 5 mesi trascorsi sulla panchina del Perugia nella stagione 1998-99, in piena era Gaucci. Dopo aver vinto lo scudetto alla guida dei blucerchiati guidati dalla coppia d'attacco Vialli - Mancini, dopo aver guidato anche Napoli e Roma, Boskov viene chiamato alla guida del grifo nel marzo del 99 al posto del dimissionario Castagner, dopo una delle tante liti con il vulcanico patron biancorosso. Boskov non riuscirà a invertire la rotta di una stagione anonima, ma si toglierà qualche bella soddisfazione, come battere l'Inter di Moratti – che appena qualche mese prima aveva liquidato Gigi Simoni, fresco vincitore sul Real Madrid – come lanciare qualche giovane promessa, come Cristian Bucchi e come quella di portare in salvo il Perugia, vincendo nella penultima di campionato a Udine.
Poi nell'ultima gara gli mancò il colpo memorabile, ai danni del Milan di Zaccheroni, che invece vinse al Curi, con un Abbiati strepitoso proprio nel finale su Bucchi, e si cucì addosso lo scudetto numero 16.
Fu un passaggio veloce, repentino, quello di Boskov in Umbria, ma che lasciò traccia, perchè ancora oggi quei giocatori, i Giovanni Tedesco, i Cristian Bucchi, gli Ze Maria, ne ricordano il carisma, la simpatia irresistibile, le gag, come le frasi indimenticabili.

 
Pallone entra quando Dio vuole” ripeteva dopo le azioni più sfortunate. Arrivò due volte in finale di Coppa Campioni, con Real Madrid e Sampdoria, ma perse in entrambe. Ora forse lassù qualcuno starà sorridendo. Certo che non solo le vittorie, o almeno non solo quelle, a rendere indimenticabili gli uomini.
A rendere memorabile uno come Vujaidin Boskov.

sabato 26 aprile 2014

Il senso di questo 25 aprile? Si chiama Carol Wojtyla...

Per anni è stata una bandiera da sventolare, una data "di parte".
C'è voluto del tempo perchè il 25 aprile diventasse davvero la Festa della Liberazione. E non solo la festa di alcuni a scapito di altri. Un po' come le ferite che ci mettono a cicatrizzarsi, anche questa ricorrenza ha avuto bisogno di qualche decennio di rodaggio, perchè non fosse solo a tinta rossa. Non appartenesse solo a quella parte del Paese che, pur nella legittima rivendicazione delle proprie idee - al netto di quanto la Storia ha poi decretato - non rappresentava tutto il Paese. E neanche tutti coloro che quella Liberazione avevano contribuito a costruirla e soprattutto a mantenerla nei decenni successivi.

Ma lasciamo stare la storia, almeno stavolta.
Sì perchè questo 25 aprile 2014 ha un nome e un cognome: Carol Wojtyla. Qualcuno dirà, ma chi? Giovanni Paolo II?
Sì, proprio lui. Che domani, in data 26 aprile, sarà proclamato Santo da Papa Francesco, insieme a Papa Roncalli, il Pontefice del Concilio Vaticano II.
Wojtyla però è anche un'icona di libertà. Lo è per il suo popolo, lo è per la Polonia, che non a caso vive questi giorni come una sorta di festa nazionale. Una delle aree più martoriate dell'Europa, costretta a subire gli "ismi" peggiori del XX secolo - dopo averne viste di tutti i colori anche in quelli precedenti - ed essere trasformata in "merce di scambio" proprio alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, dal famigerato patto Moltov-Von Ribbentrop (ebbene sì, nazisti e stalinisti scesero a patti, prima di darsele in guerra).

Con Lech Walesa, leader di Solidarnosc, il sindacato
che si oppose al regime comunista polacco
Cosa c'entra con tutto questo Papa Giovanni Paolo II? C'entra eccome. Perchè fu proprio lui, insediato alla fine degli anni Settanta, a ergersi non solo come Vescovo di Roma e capo della Chiesa cattolica. Ma anche come simbolo di libertà. Di una libertà che nessuno, in quegli anni, aveva il coraggio di invocare. Che sebbene con i distinguo sopraggiunti dopo Budapest e Praga, anche in Italia si faticava ancora a focalizzare. Mosca non era più il sole, ma i problemi di Varsavia e delle altre capitali dell'Est Europa apparivano lontani. E forse pure pretestuosi.
Wojtyla fu il primo a parlare di libertà. Una libertà inseguita e conquistata negli anni, attraverso le parole, l'esempio, le esortazioni.


13 maggio 1981, Papa Wojtyla è stato appena colpito
dal colpo di pistola di Ali Agcà
Attraverso la fermezza con cui affermava quei principi in cui credeva. Sapendo di doverci mettere non solo la "faccia" - tanto per dirla alla moda di oggi - ma se necessario anche la vita, che rischiò di perdere in un pomeriggio di maggio del 1981, proprio in piazza San Pietro. Saperlo proclamato santo, per la mia generazione, significa tanto: non solo perchè è un santo che abbiano visto, sentito parlare, conosciuto, con il quale siamo cresciuti. Ma perchè ha saputo dare speranza a chi non l'aveva. Dare forza a chi cercava un appiglio su cui reggersi: anche in quelle battaglie nascoste per la libertà.

Oggi quell'uomo è proclamato santo. In Polonia è venerato fin da quegli anni.
Perchè riuscì, senza sparare un colpo, ma con la forza della fede e l'illuminazione della sapienza, laddove guerre, milizie, eserciti in passato avevano fallito.
Per l'Europa - dilaniata dalla crisi e dal giogo dei patti di stabilità - oggi le libertà da cercare sono altre, apparentemente meno cruente ma non meno inquietanti per il futuro. Servirebbe un altro Wojtyla, anche senza la veste papale, per iniettare quella stessa energia che vedevamo scorrere nei milioni di persone che lo invocavano, in ogni piazza della terra.

La folla oceanica di Varsavia lo osanna
Non so se la Polonia oggi festeggi, magari in un'altra data, la propria liberazione dall'impero sovietico e dalla cortina di ferro: forse da quest'anno il suo 25 aprile diventerà il 26.
E tra qualche anno sui libri di storia leggeremo di questo Papa diventato santo: magari anche per la sua straordinaria capacità di unire i popoli, di sostenere gli ultimi, di parlare ai giovani, di richiamare l'irresistibile forza evocativa della fede. E perchè, capace anche di liberare la sua nazione. Senza aprire il fuoco. Se non quello delle anime...