Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

mercoledì 24 giugno 2015

Sono passati 10 anni da quel pomeriggio... Ciao Lucio!

Ciao Lucio.
Ci volevi tu. Per farmi riscrivere dopo quasi un mese.
Che vuoi che ti dica? E' un 2015 silente. Forse un giorno saprò anche perché. Per ora e' così. Ed e' giusto che sia ciò che vuol essere.

Sono passati dieci anni da quel pomeriggio. Da quella telefonata fredda e inconsapevole che mi faceva il tuo nome, chiedendomi se eri proprio tu, il pilota d'aereo, quella persona.
Sono passati dieci anni e in fondo non e' cambiato molto.
Io ad esempio, arrivo sempre in ritardo.
Anche oggi, alla tua messa, nella cappella del cimitero. Sono arrivato alla fine, quando gli altri se ne erano andati. 
Per fortuna c'erano ancora Donatella e Walter. Gia' sapevo che Paolo era stato costretto a Perugia. Per parlare del "suo" volo.
Perché in fondo - come abbiamo detto nella intervista di quest'anno su "L'Attesa" (scommetto che t'e' piaciuta...) - il volo e' nel destino della tua famiglia.
C'e chi lo ha fatto in aereo. C'e chi oggi lo fa con un drone. E se volessimo "cojonarci" un po', come facevamo una volta, diremmo che in comune abbiamo un po' tutti anche un altro tipo di volo... C'e capitato un 15 maggio di qualche anno fa. Ma in fondo si può andar fieri anche di quello.
E' stato bello rivederci. In quella foto, la stessa che campeggiava il tappeto verde della Madonna del Prato, 10 anni fa, per il nostro ultimo saluto. Quella dove hai il tuo sorriso accennato. Ne' sguaiato, ne' banale. Peccato che in una foto, una sola foto, non possa esserci tutto il resto.
Ad esempio, la risata simpatica e irresistibile che seguiva sempre quel sorriso. Magari a corollario di una battuta, di un pensiero.
E' quella stessa foto che ho con me in una stanza. Un giorno mio figlio mi ha chiesto "chi e' quel signore col cappello che sta vicino ai nostri libri?". E gli ho raccontato la tua storia. La nostra piccola grande storia.
Finita troppo presto. Ma senza "se".
Basta, mi sono detto che e' ora di riporre in un cassetto tutti i "se" della nostra esistenza. E chiudere a doppia mandata.
Quanti "se" ci siamo detti o ripetuti in questi 10 anni?
Quanti "se" ci rincorrono nostalgicamente nella nostra vita?
Quanti "se" si travestono da ricordo e nascondono un alibi?
Non ci sono "se". Neanche per te Lucio.
Mi tengo stretta l'amicizia che c'e' stata e l'affetto profondo che ancora oggi ci lega, attraverso Donatella, Paolo e Walter.
Ieri sera, uscendo dal cimitero, gli ho raccontato per la prima volta un particolare che mi e' tornato in mente, come quei flash improvvisi a distanza di tempo. Un frammento mnemonico cui non avevo dato importanza ma che oggi forse mi da' la cifra di come il destino si diverta talvolta, cinicamente, non solo a segnare le nostre vite. Ma a farlo con la spietata meticolosità di un killer. Non tralasciando neanche i dettagli.
Uscendo dal cortile di casa, quel pomeriggio, dopo aver ricevuto quella telefonata, che mi chiedeva se fossi tu quel ragazzo in via Paruccini, con l'angoscia di chi si precipita in un posto sperando che non sia davvero successo quel che e' successo, illudendosi quasi di poter riavvolgere il nastro, una volta sopraggiunto, ho incrociato -ignara ancora di tutto- tua nipote Stefania. E' la prima persona che ho visto fuori dalle colonne. Era a passeggio con il suo fidanzato, oggi suo marito. Evidentemente non sapeva nulla. 
Non mi ha sfiorato nemmeno l'idea di fermarmi e dirLe qualcosa. Non potevo, non dovevo. Ma in quell'istante, giusto il tempo di inforcare con lo scooter la curva del bar Padeletti e scendere contro mano per via Maffei - a proposito, in barba ai divieti e con rischi che solo dopo ho calcolato come incoscienti - ho avvertito quasi il sogghigno crudele di quel fato che aveva gia disegnato la sua opera piu' cattiva. Ma non pago, si divertiva pure a scolpire la cornice. 
Dopo 10 anni, ho poco altro da dirti. Quello che siamo stati e quello che siamo, lo ha visto anche tu.
In fondo, siamo solo piu' vecchi di 10 anni. Abbiamo fatto tante cose. Non troppe di cui serbare un vero ricordo, Alcune, quelle si', nel tuo ricordo. Nella tua memoria.
Sfogliavo ieri sera il libro delle firme, dei pensieri, dei sentimenti dedicati, che ti siedono accanto, dentro la cappella.
E sono sempre piu certo che ognuno di noi non e' cio' che la vita ha la fortuna di dargli. Ma ciò che con la vita sia ha la possibilità di lasciare agli altri. Non siamo ciò che otteniamo, ma ciò che diamo.
Non conta quanto vivi, ma come vivi.
Senza "se".
Sono passati 10 anni, Lucio. Ma restiamo tutti "di passaggio", come scrivevi tu. Siamo come il tuo aereo. 

mercoledì 27 maggio 2015

Quel Pastorale inaspettato... (proprio quest'anno)

Quel Pastorale inaspettato...



Un messaggio recondito e profondo si nasconde in questa formidabile istantanea.
Un pastorale che poggia su tre anime, gialla, azzurra e nera. 
Ognuna è necessaria per comporre l'inatteso disegno. 
Non c'è sceneggiatura, non c'è protocollo, è tutto straordinariamente spontaneo e reale.
E in fondo altro non è che il senso della Festa dei Ceri.
Ci si divide e si lotta, si sta dalla propria parte, si appartiene.
Perchè l'omaggio sia più puro, perchè la spallata sia più gratificante. 
Poi, alla fine, però, ci si ricompone e ci si riunisce in un'unica essenza: quel pastorale. Simbolo di colui che è l'unica Tradizione, l'unico quadro per il quale si fa tutto questo.
Il resto, tutto il resto, noi compresi... è solo cornice... 
GMA


Immagine tratta dal video di Giampaolo Pauselli realizzato con drone il 15 maggio 2015

giovedì 7 maggio 2015

Chissà se un giorno ci ricorderemo "dei Ceri del '15"

Chissà se un giorno ci ricorderemo questa Festa dei Ceri.
Il rischio, pensando al futuro, è che quanto accaduto negli ultimi 20 anni abbia quasi “appiattito” in una sorta di formato standard, il 15 maggio.
Intendiamoci, nel cuore di un ceraiolo nessun 15 maggio è uguale al precedente. E sono molteplici i motivi per conservarne un frammento. Nella mente come nell'anima. Come fosse un pezzo di brocca.
Nell'immaginario collettivo, invece, non sempre è così.
Cambiano le facce, i volti in posa, i cosiddetti “protagonisti” - sempre che lo siano – Capitani e Capodieci, cambia per un paio di edizioni la luminosità e il fattore meteo. Ma poco altro.

La Festa dei Ceri 2015 potrebbe essere diversa. Almeno agli occhi dei visitatori, dei turisti, dei forestieri che arriveranno a Gubbio.
Per la prima volta, infatti, troveranno, accanto a quel clima indefinibile e inconfondibile di primavera frizzante e di profumo accogliente, anche un luogo che potrà raccontare loro cos'è la Festa dei Ceri.
Un Museo dei Ceri, un ambiente nel quale immergersi idealmente nel 15 maggio. Anche quando il 15 maggio è distante.
Sembra l'uovo di Colombo, eppure niente era stato fatto e nessuno ci aveva pensato prima. Pur essendo stato più volte auspicato, anche da queste colonne, fin dal dicembre 1991 (1o numero di Gubbio oggi).

Meglio tardi che mai. Meglio ora che chissà quando. Perchè la dimensione della Festa dei Ceri – come elemento identitario e qualificante del popolo eugubino – può essere anche uno strumento promozionale formidabile. E tuttora sottovalutato.
Senza stravolgere nulla, senza invadere campi o ambiti (ad esempio, l'organizzazione della corsa) che vanno giustamente lasciati alle dinamiche interne delle compagini ceraiole.
Senza ripetere l'errore che mamma Rai commise esattamente 50 anni fa pensando di poter influire, anche sull'andamento della corsa, per pure esigenze di ripresa.
Basta essere di Gubbio, o anche solo respirare per qualche tempo l'aria che circola da queste parti, per capire l'inconsistenza di un simile progetto. E basta pensare a quanto accadde allora alla Rai, per capire quale miracolo ogni anno compie invece la tv locale Trg per regalare, senza alcun intralcio, la Festa dei Ceri a chi non ha la fortuna di toccarla da vicino.

Quelle immagini aeree dello scorso anno, poi, ci dicono che la tecnologia può sposarsi felicemente con i colori, il dinamismo, la trascendente unicità della Festa dei Ceri. Esaltandola, come mai accaduto prima. E rendendole quella veste che le è propria, e che appartiene anche alle pietre e alla storia di questa piccola grande città.

Se un giorno ci ricorderemo la Festa dei Ceri del '15 (inteso come 2015) sarà perchè finalmente anche il 15 maggio sarà diventato un momento di condivisione globale, di esaltazione dell'Eugubinità, non chiusa in se stessa ma pronta ad offrirsi alla presenza e alla compartecipazione di quanti – da ogni parte del pianeta - ne sapranno cogliere significati, valori e sfumature. Difficile che un estraneo resti indifferente ad un qualsiasi istante del 15 maggio.

Sarà perchè i Ceri – come mirabilmente raccontato dai proff. Raniero Regni e Paolo Belardi qualche mese fa – hanno saputo trasformarsi da tesoro di pochi a linguaggio di tanti. Senza bisogno di alcuna traduzione. Patrimonio, essenziale prima ancora che certificato, dell'umanità. 

mercoledì 25 marzo 2015

"Don Matteo" torna a Spoleto? Meglio il patto con Assisi...

Potrà sembrare una pia consolazione. Ma leggere che la Lux Vide ha riconfermato Spoleto come sede della decima edizione di “Don Matteo” il giorno prima della firma del protocollo tra i comuni di Gubbio e Assisi, fa un po' meno male.

Non nascondiamoci dietro un dito. In molti avevano sperato che qualcosa si potesse recuperare sulla strada “perduta” dopo l'addio nel 2012-2013 della popolare fiction – dovuta ad una serie di incongruenze, mancanze istituzionali (da Gubbio), vuoti progettuali ma anche da una serie di “combinazioni non meglio identificate” che portavano anche a Palazzo Donini.

Coperta in extremis con una giustificazione poco plausibile la vicenda dei tanti mila euro spesi dalla Regione per promuovere la fiction a Spoleto, resta da chiedersi – per ora senza risposta dai diretti interessati – come mai in 13 anni dal Palazzo politico più importante dell'Umbria nessuno, dalla Lorenzetti alla Marini, si sia mai scomodato per venire a prendere un caffè in Piazza Grande, davanti la scacchiera del prete detective, salvo poi precipitarsi all'ombra del Duomo spoletino in occasione del primo ciak nella nuova location.
Che da Spoleto c'abbiano saputo fare (e anche rifare, vista la decima edizione alle porte) è fuori discussione: le associazioni di categoria, il consorzio albergatori e la lobby della ricettività ha di nuovo serrato le fila, con il comune, non appena si è profilata la “minaccia” che Gubbio tornasse all'assalto. In questo va riconosciuto che almeno il sindaco Stirati ci ha provato, intessendo nuovi rapporti e un tentativo di dialogo con il gruppo Bernabei. Salvo correzioni in corsa, purtroppo il tentativo non è andato.

Ma per una fiction che saluta – con tanto di testimonial neo cittadino onorario (anche se ormai Terence Hill è più popolare come guardia forestale del fiabesco lago di Braies a Dobbiaco) – molte altre finestre e opportunità si possono aprire.
Proprio il protocollo tra i comuni di Assisi e Gubbio è la grande novità di questo periodo. Qualcuno lo battezzerà come frutto della spinta elettorale della candidatura Ricci. Sarà anche questo, fatto sta che l'accordo non ha precedenti e – quel che è peggio – negli anni precedenti nessuno c'aveva neppure pensato. Neanche una telefonata tra Palazzo Pretorio e Piazza del Comune ad Assisi.
Del resto cosa volete che abbiano in comune queste due città (come si chiedeva un amministratore eugubino pochi anni fa)?
Niente, a parte la figura del santo più conosciuto al mondo, che ha dato il nome all'attuale Pontefice, che ha percorso i sassi del sentiero che conduce alla Chiesa della Vittorina e al ribattezzato Parco della Riconciliazione, dove ha ammansito il lupo – parabola simbolo di pace più famosa al mondo – dove ha vestito il suo primo saio e curato i lebbrosi.

La risposta è volutamente ironica ma anche da queste colonne, chi vi scrive, la proponeva dall'inizio degli anni Novanta. E' passato, ahinoi, quasi un quarto di secolo. 
Meglio tardi che mai... 

GMA


Editoriale "Gubbio oggi" - febbraio 2015

lunedì 16 marzo 2015

"Sugar Queen": la favola di un mancato magistrato che diventa rinomata cake designer...

Una storia contro la crisi. Soprattutto contro la disoccupazione femminile e intellettuale: è quella raccontata nel libro “Sugar Queen” da Cristina Zagaria, giornalista di Repubblica autrice del volume presentato a Gubbio al ristorante Federico da Montefeltro su iniziativa della Fondazione Mazzatinti in collaborazione con il Comune. 
Il libro racconta la storia di Giada Balderi, napoletana, laureata 110 e lode in legge, aspirante magistrato, mamma di una bimba e con un secondo "marmocchio" in arrivo. Quanto basta per vedersi sbarrate le strade professionali, se non rifugiandosi in un misero incarico collaterale in uno studio legale partenopeo con poco più che un rimborso spese a fine mese.
Insomma il miglior viatico per chiudersi in casa e mettersi a pulire le fughe delle mattonelle con l'acido, mansione cui finisce per dedicarsi per sfinimento (ed esaurimento nervoso incipiente).
La sua "seconda vita" in realtà nasce per caso: quando sembra tutto perso, quando il destino sembra riservarle un futuro da cenerentola - senza neanche la speranza di trasformare una zucca a mezzanotte - si mette d'impegno a realizzare la torta di compleanno per sua figlia Mirea.
Non una torta qualsiasi, ma una torta da guinness, con tanto di principesse - come desiderato dalla piccola. Oggi Giada è diventata una delle piu' famose cake designer in Italia con il suo laboratorio Sugar Queen di Napoli.

Da sin. Giada Balderi e Cristina Zagaria
Il libro racconta questa favola: per dimostrare che credere in ciò che si fa, ma anche credere in ciò che non si pensava di poter fare, resta il segreto di sorprese inaspettate. Che per qualcuno significano anche lavoro, gratificazione e futuro.
Un messaggio positivo, incoraggiante, ottimistico, tanto più che proviene dal Sud, da Napoli, città che quanto ad opportunità non può certo dirsi una Silicon valley.
Cristina Zagaria ha saputo dipingere questa storia con i tratti forti ed energici di chi ha a che fare quotidianamente con la cruda realtà della cronaca, ma anche con la delicatezza e lo stile che si richiede ad uno stilista di colori e di sapori, quale la protagonista del libro sa diventare.

In sala, per la presentazione del libro che ho avuto la fortuna di introdurre, anche due cake designer eugubine, Marta Pierucci ed Eleonora Pierotti titolari della "Bottega delle Dolcezze", da pochi mesi una novità nel panorama eugubino che sa abbinare pasticceria tradizionale alle nuove decorazioni in pasta di zucchero. Con una simpatica dimostrazione che ha arricchito la presentazione di Sugar Queen.
Marta è ingegnere, Eleonora studentessa. Il presente e il futuro, fino a qualche settimana fa, era appeso ad un esame o ad una prospettiva professionale appannata dalla solita cronica crisi.
Che per molti altro non è che un pretesto per non scommettere su se stessi.
Loro no, loro hanno scommesso. E sognano di poter diventare, nel piccolo mondo eugubino, delle Sugar Queens... In bocca al lupo!

domenica 15 marzo 2015

S.Croce della Foce: arriva il finanziamento, si apre finalmente un nuovo capitolo

Per una volta la parola “resurrezione” arriverà prima ancora della Passione.
La metafora, lungi dal voler sembrare blasfema, si presta alla perfezione per la chiesa di Santa Croce della Foce di Gubbio.
Ieri è stato il giorno in cui è stato svelato il piano per finanziare i lavori strutturali per la splendida chiesa barocca simbolo dei riti della Passione a Gubbio e sede dell'antica Confraternita di S.Croce della Foce che organizza ogni anno la suggestiva Processione del venerdì santo.
Occasione propizia perchè venisse illustrato nel dettaglio il piano che vede in campo oltre alla Confraternita di S.Croce della Foce, presieduta da don Giuliano Salciarini, che mai si è tirata indietro nel sollecitare un intervento risolutore, il sindaco Stirati e il consulente ministeriale Rocco Girlanda, grazie al quale sarà possibile attivare un finanziamento importante – si parla di circa 2 milioni e mezzo – per l'intero intervento di riconsolidamento.

Anche il FAI, il Fondo Ambiente Italiano, era presente con la presidente regionale Nives Tei e il delegato eugubino Claudio Fiorucci: l'associazione – che proprio la prossima settimana rinnova in tutta Italia la fortunata iniziativa delle Giornate FAI di Primavera, per favorire la fruizione più ampia e diffusa di alcuni dei tesori artistici del Belpaese. Sono state oltre 12 mila – come anticipato nei giorni scorsi - le firme raccolte nella campagna dei “Luoghi del cuore” a favore di S.Croce della Foce, giunta 25ma nella graduatoria nazionale.
Un attestato ulteriore dell'importanza con cui viene vissuta la missione di recupero di questo vero gioiello architettonico cui la comunità eugubina è legata anche e soprattutto per i riti della Passione.

La chiesa oggi si presenta chiusa, in ogni senso: interdetta all'accesso nell'unica navata che la caratterizza con le preziose decorazioni barocche e il soffitto a cassettoni già oggetto di restauri negli anni scorsi. Inagibile nel presbiterio e nella sacrestia. Ma le ferite più profonde sono quelle testimoniate già lo scorso anno dalle immagini di TRG, le fondamenta, con l'intera zona absidale che sta scivolando verso il fiume Camignano con rischi di crollo resi ancora più serrati dallo sciame sismico che negli ultimi 18 mesi ha interessato il nostro territorio.
Con il piano operativo che illustrato, infine, non si porrà solo rimedio ad una situazione di precarietà preoccupante, risolvendo definitivamente i problemi della chiesa e della sua stabilità.
Si metterà anche la parola fine alla vicenda parallela al lento degrado della chiesa: quella che ha visto polverizzarsi i finanziamenti che fin dal 1999 erano previsti per S.Croce dal PIR e che, prima derubricati a classe 3a a classe N (ovvero di un'opera rinviabile), quindi tra il 2007 e il 2009, quando i fondi previsti 10 anni prima potevano essere recuperati, nulla è stato fatto. Un vulnus burocratico e politico che sarà messo alle spalle.

E se anche quest'anno, come è stato annunciato, i tradizionali riti della Passione subiranno variazioni logistiche – la Processione del Cristo Morto partirà dalla chiesa di S.Domenico per girare verso via Vantaggi e raggiungere il "pietrone" – ci sarà almeno la certezza che i disagi non saranno perenni: e che un nuovo capitolo nella storia di questo sito finalmente si apre.

domenica 22 febbraio 2015

Luca Ronconi e quell'intervista di 10 anni fa: "Il teatro? E' come cercare se stessi". "Vivere in Umbria? Quello che cercavo".

Per ricordare Luca Ronconi, il più grande regista teatrale italiano, scomparso ieri a Milano, e che aveva scelto dal 1978 di vivere sulle colline di Gubbio e di trovare in Umbria la sua nuova dimora, ho ripescato un'intervista che realizzai 10 anni fa (luglio 2004) per "Il Sole 24 Ore". Rileggerla oggi ci aiuta a conoscere e apprezzare ancor di più un personaggio che ha dato e lasciato alla cultura italiana pietre preziose. E, come in questa intervista, in un pomeriggio d'estate sulle colline di S.Cristina, parole importanti...


Le colline di S.Cristina sono come un tappeto rabberciato, che si insinua tra la pianura di Gubbio e la valle perugina. 
Uno spicchio di verde francescano, dove la quiete è sovrana. E nemmeno il fiorire, negli ultimi anni frenetico, di agriturismi e country house ha alterato un’atmosfera quasi surreale. Che fa sentire distanti, serenamente distanti, da tutto e da tutti.
Forse è anche per questo che nel 1978, Luca Ronconi, il più grande regista teatrale italiano, ha scelto di vivere qui.

Non è stata una fuga – precisa di primo acchito, il maestro – ma una scelta di vita. Ho cercato un luogo dove potessi trovare tranquillità e che mi desse quello che cercavo”.
Cosa cercava, in particolare?
Niente più che un luogo tranquillo, piacevole, dove la natura ti circonda, la campagna ti affascina. Un posto semplice ma dove vivere bene, in mezzo a persone gradevoli, disponibili, cordiali. L’ho trovato. E non c’ho pensato due volte”.

Da 26 anni il maestro Ronconi ha lasciato la residenza romana di via Monserrato e si è stabilito a Gubbio, non certo venendo meno agli impegni artistici e professionali: “Ho continuato a operare, pur risiedendo in periferia, dove anzi ho potuto organizzare con più calma il volume di lavoro che dovevo affrontare”.
E sulle colline umbre ha meditato e trovato ispirazioni importanti:
Perché no, al Teatro Comunale di Gubbio ho ambientato la prima di alcune opere (“Tre sorelle” di Cecov, la “Serva Amorosa” e in Umbria altri celebri allestimenti con il Teatro Stabile) che considero momenti importanti. E’ un piccolo gioiellino il teatro eugubino, e mi ha fatto piacere ritrovarlo per la Scuola di perfezionamento che abbiamo avviato”.

Luca Ronconi non coltiva hobby, o attività particolari. 
Magari, a volte, può scapparci una passeggiata, lungo qualche sentiero. Il teatro è e resta la sua vita. Senza pertugi per interessi diversi. E il suo stesso parlarne con discrezione, con voce sommessa, quasi silente, sembra quasi indicare una linea di confine, oltre la quale è difficile addentrarsi.
Solo parlando di teatro, il maestro riprende di buon grado il suo dialogo: un percorso che vive una nuova esperienza, una piccola sfida, con la Scuola di perfezionamento per attori e registi voluta e diretta da lui stesso, che ha portato in scena i primi lavori al Teatro Comunale di Gubbio e al Teatro della Sapienza di Perugia.
Non vuol essere una scuola nel senso classico – spiega Ronconi, rivelando tutta la sua passione per il progetto - ma un’occasione d’ incontro, confronto e crescita tra diverse generazioni di attori e registi. In fondo anche noi possiamo imparare dai giovani. La considero una sperimentazione che ci ha permesso di verificare le reciproche esperienze e di crescere giorno dopo giorno, in base a reali condizioni operative”.

Organizzato dal Centro Teatrale Santa Cristina (fondato dallo stesso Ronconi) finanziato dalla Regione dell’Umbria e dall’Unione Europea (con 112mila euro), il corso di altissimo perfezionamento è riservato a 30 giovani talenti, attori e registi, più cinque uditori, selezionati tra oltre 600 domande arrivate da tutta l’Italia . Qualcosa come 300 ore di esercitazione su testi moderni e contemporanei, da D’Annunzio ai classici shakespeariani, con lezioni di lingua e letteratura inglese.
Cosa cerca nel teatro, cosa le dà il teatro?
E’ come cercare se stessi – rivela Ronconi – Quello che ancora oggi mi muove e mi stimola è la curiosità. Nel teatro è insita una duplice vocazione: l’istinto della rappresentazione e la necessità di comunicazione, due forme espressive che possono mutare aspetto, stile, ma che non possono fare a meno l’una dell’altra. E dopo tanti anni, è naturale cercare di trasmettere quello che si è costruito, appreso, quello che si ha e si vive nel teatro”.
In questo percorso, quanto è importante il talento e quanto la tecnica?
Il talento da solo non basta, perché purtroppo è facile disperderlo: ho visto troppi talenti dilapidati nel tempo. La didattica resta un passaggio irrinunciabile”.
La didattica poi non è una novità per il maestro: “Iniziai a 36 anni alla Camera Filodrammatica – ci confida – quella di oggi la vedo come una naturale prosecuzione delle esperienze maturate: inutile apprendere senza poi condividere. Il teatro è un territorio, non una proprietà: non si può essere gelosi custodi di quello che si ha e che si ama. Ma la vera soddisfazione nasce dalla possibilità di trasmettere questo mondo, questa disciplina, che è il teatro, soprattutto ai più giovani”.
Il teatro come territorio. Una metafora emblematica per capire il rapporto intimo tra Ronconi e la sua “creatura”. Un senso di appartenenza che il maestro in parte trasferisce anche in questa porzione di Umbria, che da quasi trenta anni lo ha adottato.

Si sente un po’ umbro?
Non sono umbro, ma ho imparato ad amare questa terra e a viverla con rispetto: è facile sentirsi a casa propria in queste colline. Ed è facile essere contagiati da questa atmosfera: così come nelle tradizioni più radicate e sentite”.
C’è chi l’ha immortalato ad esempio, lo scorso 15 maggio, in mezzo a numerosi ceraioli, durante la Festa dei Ceri, la “folle” corsa con tre enormi macchine lignee, che ogni anno gli eugubini dedicano al proprio Patrono:
Una festa molto bella, una vera festa popolare, con una straordinaria partecipazione che sa coinvolgere tutti, gli eugubini ma anche i tanti forestieri che vi si avvicinano. A suo modo, un’esperienza unica che esprime emozioni non comuni”.
Proprio come sa regalare l’Umbria, che ha saputo accogliere un artista straordinario, che a sua volta ha idealmente voluto ricambiare: visto che la Scuola di perfezionamento per attori e registi è stata fortemente voluta in Umbria, nonostante il maestro abbia sempre importanti impegni professionali e legami con Milano per altri tre anni è alla Direzione del Piccolo Teatro e il 7 dicembre lo attende la prima de “L’Europa riconosciuta” di Salieri.
Un altro capolavoro firmato da Luca Ronconi: che in Umbria ha stabilito la sua dimora, ma che con questa terra, marginale ed espressiva, tranquilla ma intimamente energica, ha saputo entrare in simbiosi. Come quegli incontri che prima o poi devono avvenire.
Continuerà a vivere in Umbria? 
La risposta è semplice ma essenziale: “Qui sto meravigliosamente. Perché dovrei pensare di andare altrove?”.

GMA

Da "Il Sole 24 Ore - Centro Nord - cultura" - 29,7,2004

martedì 30 dicembre 2014

Dalla guerra dei nostri nonni, al 2015 che si avvicina...

Sto leggendo Aldo Cazzullo e la storia della "guerra dei nostri nonni", mentre il 2014 sgocciola via lentamente con le sue ultime battute.
In genere, in queste ore, ci si guarda indietro e si ripercorre l'anno che si sta lasciando alle spalle.
L'ho già fatto in questo blog negli anni scorsi. E la tentazione e' forte.
Ma stavolta resisterò. E non perché non abbia bei ricordi di questo 2014, professionali e soprattutto personali.

Penso ad esempio all'intervista a casa di Piero Angela, a febbraio, con un'appassionante visita al museo nazionale dell'emigrazione all'Ara Pacis di Roma. O all'intervista - cotta e mangiata - il pomeriggio della vigilia dei Ceri con Steve Mc Curry niente meno che nel giardino di casa mia: dopo che era rimasto incantato a guardare le foto dei ceri nella mia tavernetta, già imbandita di salumi e assaggi vari in attesa della sera. O alla lunga chiacchierata con Flavio Insinna, a San Pietro, in un pomeriggio estivo prima del suo spettacolo per i 25 anni del "Gubbio Summer Festival". O la cena informale insieme a Gianni Letta a casa di Francobaldo Chiocci, prodigo di consigli e complimenti (che non guastano mai, specie se spontanei, non richiesti e disinteressati) dopo la presentazione del libro "C'era una volta l'inviato speciale".

Bellissime esperienze, ma ancor più coinvolgenti lo sono state le mille emozioni che hanno saputo regalarmi i miei figli, la mia famiglia, ai viaggi, alle sciate o alle nuotate, ai libri letti e a quelli che attendono solo di essere sfogliati. Alle trasmissioni venute bene, e a quelle che mi hanno lasciato amaro in bocca, alle discussioni in redazione come ai complimenti di qualche telespettatore per strada. Alle intuizioni fugaci e ai rimpianti postdatati. Alle chiacchierate davanti ad un aperitivo come agli addii non voluti. Ce ne sarebbe di che scrivere di questo 2014...

Eppure avverto, più che in passato, un crescente formicolìo. Che e' sinonimo, forse, di vecchiaia ma soprattutto di impazienza.
Impazienza per un 2015 che dovrà per forza lasciare qualche segno.
E' un anno carico di aspettative, di ricorrenze, di eventi certi o possibili che meritano questa sensazione un po' nervosa, un po' nevrotica, un po' spasmodica di ansia.
 
Cento anni fa, i nostri nonni - per tornare al libro su cui mi sto immergendo - avevano sogni diversi, ideali lontanissimi da quelli di oggi, e una precarietà che non era fatta di Co.Co.Co ma di moschetti, trincee e assalti alla baionetta.

Mio nonno Stefano aveva 18 anni (classe 1897) quando fu chiamato al fronte. Forse andò con entusiasmo, sicuramente durò poco. Perchè di quella guerra, come dell'altra combattuta in Montenegro 25 anni dopo, non raccontò mai nulla a casa. E non esiste memoria, almeno in ambito familiare, per qualcosa che probabilmente sei costretto a portarti dentro, più come un macigno che come un'esperienza da riportare ai nipoti.
E' passato un secolo e molte di quelle vicende non hanno insegnato nulla.
Il buono che resta, e che può corroborarsi con le pagine del libro di Cazzullo, è la “voglia di Italia” che tanti ragazzi andarono ad esprimere non solo “mettendoci la faccia” (come va di moda dire oggi) ma rimettendoci la vita, con uno spirito che – senza moschetto, baionetta ma con la stessa “voglia di Italia” - dovrebbe essere da esempio ai nipoti e pronipoti di oggi. Per quei 650 mila italiani che nonni non poterono diventare.

Altro dovrà accadere, fortunatamente nel 2015. Altro di cui parlare, di cui scrivere e di cui leggere. E non vedo l'ora di poterlo fare...
Auguri a tutti i 25 lettori del blog. E un 2015 ricco di tutto ciò che vi aspettate.
E anche, perché no, di qualche bella sorpresa...

mercoledì 17 dicembre 2014

Nuovo anno, soliti auspici? Ma la città almeno ha ritrovato una guida...

Come sempre l'arrivo del nuovo anno e' l'occasione per gli auspici.
Ci si sente tutti un po' più buoni, e non si sa bene perché.
Ma soprattutto si spera sempre che il nuovo anno cancelli le scorie di quello che se ne va. Un'illusione? Forse. Ma e' bello che resti così.
Sarebbe curioso andarsi a rileggere gli auspici degli anni passati, una sorta di fact check a ritroso, per vedere se poi tutto e' andato davvero come si sperava... Meglio di no. Meglio guardare avanti.


E Gubbio ha iniziato a guardare avanti, dopo un anno nel quale, quanto meno, si e' restituita una guida amministrativa.
Ecco, intanto il 2015 sarà il primo vero anno operativo per la nuova Giunta. Non un esame (quelli, in fondo, non finiscono mai e lo sa ancor meglio di noi il sindaco, da stimato e navigato docente) ma l'entrata a regime. Che dovrà essere anche una prima importante svolta, un cambio di passo per questa citta': sul piano progettuale, sulla capacita di programmare il futuro, senza dimenticare il "piccolo cabotaggio", le buche o i lampioni che sono il primo termometro di un'attività amministrativa (ma non devono restare l'unico). Un risveglio, soprattutto con un autunno e inverno ricco di eventi di successo, comincia a intravedersi. Non ci si culli sugli allori del momento, ma la strada e' quella giusta.


Sarà anche l'anno delle Regionali, il 2015. E se con 30 seggi si riusciva con qualche acrobazia ad avere un paio di rappresentanti, con i futuri 20 scranni sarà dura che Gubbio e il suo territorio siano adeguatamente rappresentati. Vedremo. Pur sapendo che non basta avere una "bandierina" sul tavolo del Risiko di Palazzo Cesaroni come alcune vicende - che gridano vendetta (tipo Alberghiero) - dimostrano.

Il 2015 sarà l'anno in cui dovrebbero andare a compimento storiche realizzazioni: come la Perugia-Ancona, tratto umbro (alleluia, ma gridiamolo solo a cose fatte...) o come il remake rivisto e corretto del parcheggio di S.Pietro (vedi sopra).
Ma noi ci aspettiamo anche qualche sorpresa (positiva). In fondo, proprio come i regali, gli auspici piu belli sono quelli che non ti aspetti...

GMA



da editoriale "Gubbio oggi" - dicembre 2014

lunedì 15 dicembre 2014

Eugenio Lamanna, l'esordio in A, e quel destino scritto dal dischetto...

Qualche volta il destino si diverte. Si diverte a farci credere in una sorta di predestinazione.
Non sarà così, ma che l'esordio assoluto in serie A di Eugenio Lamanna coincidesse con un rigore parato, neanche lui deve averlo mai sognato.
Timido com'è, introverso e di poche parole, può essergli capitato di pensarlo fugacemente. Ma poi di allontanare subito quella piccola intima illusione. Convincendosi che è meglio allenarsi, restare coi piedi per terra e aspettare il momento giusto.
Perchè davanti c'è uno come Mattia Perin che invece predestinato lo è: a diventare l'erede di Gigi Buffon.

E invece la domenica 14 di dicembre Eugenio Lamanna se la ricorderà per sempre: perchè in un contropiede della Roma a Marassi va a finire che Perin tocca Naingolaan, il belga va giù e l'arbitro Banti indica dischetto e sventola il rosso al portiere genoano.
"Gegè è il tuo turno", deve avergli detto Gasperini, scuotendo la testa e già pensando di dover ripartire con un gol di svantaggio. E lui, in silenzio come sempre, è andato in porta.

Che fare? Niente di paranormale, mi butto a sinistra e prego che sia la parte giusta.

Perchè? Perchè a sinistra Lamanna ha parato 4 dei suoi 5 rigori con il Gubbio, nelle due stagioni dorate della doppia promozione dalla C2 alla B.

Si comincia in C2 nel 2009-2010, in Gubbio-Giacomense. Finirà 2-0 con i gol di Marotta e Farina ma gran parte del merito va anche a Lamanna che dice di no a Perelli dagli undici metri.
Qualche mese dopo il rigore è più pesante: finale di andata play off col San Marino, i rossoblù conducono 2-0 grazie ai gol di Rivaldo su punizione e il raddoppio di Gomez in apertura di ripresa: al 90' Cesca si procura il penalty per riaprire tutto ma dal dischetto il talentuoso Grassi si vede sbarrata la porta da Lamanna. Che a fine playoff, al ritorno, ringrazierà il suo "maestro", l'ex portiere del Perugia e del Genoa, Simone Braglia.


Si sale di categoria ma il copione non cambia. Prima di campionato in casa in C1 col Sudtirol: il Gubbio dimentica i 5 gol di Cremona incassati 7 giorni prima, rifilandone 4 agli altoatesini, ma sul conto c'è anche un rigore neutralizzato da Lamanna a Campo.
Passa qualche mese, Lamanna supera lo choc dell'aggressione subita ad Alessandria e nel match di ritorno proprio con l'Alessandria, e con il Gubbio sopra 1-0 grazie al missile di Daud, è ancora rigore: stavolta c'è Artico sul dischetto, ma Lamanna torna a buttarsi a sinistra, e lo stadio esplode di un boato liberatorio.
Non è finita. Lui comasco deve parare pure un rigore al suo Como: due settimane dopo è Franco ad andare sul dischetto ma Lamanna mette da parte gli affetti e le origini, si butta stavolta dall'altra parte e la porta è ancora salva.

Chissà se ha ripensato a tutto questo Eugenio mentre aveva di fronte Adem Liiajc a Marassi ieri pomeriggio. Forse no, l'importante è che il risultato sia stato il medesimo.
Un record imbattibile, quello di esordire in A parando un rigore. Ora non resta che augurargli, non ce ne voglia Perin, di tornare anche in futuro protagonista nel palcoscenico più ambito.
Da Gubbio, è sicuro, il tifo non gli mancherà mai...
 
 
Rubrica "Il Rosso e il Blu" da "Fuorigioco" - lunedì 15.12.14

sabato 6 dicembre 2014

Basket Gubbio, 40 anni in un ciaf...

Tabelloni di legno, canestri artigianali, un campo di cemento-asfalto, ovviamente all'aperto. Sono lontani i tempi della palestra di San Pietro. Sono passati 40 anni da quando un gruppo di appassionati di basket organizzarono la prima squadra cittadina, il primo quintetto pronto ad incamminarsi in un percorso che allora, forse in pochi, avrebbero immaginato così prolifico.

Il Basket Gubbio ha mosso i primi passi in un piazzale a suo modo storico ed emblematico per la comunità eugubina.

Prima della guerra, davanti a quella palestra, si svolgeva addirittura l'alzata dei Ceri.
Dopo la guerra almeno due generazioni di eugubini hanno giocato, trascorso momenti di ludica spensieratezza o anche semplicemente una ricreazione scolastica.
Oggi sorge un complesso che da solo raffigura plasticamente l'incertezza sul futuro di questa comunità.
Non è incerto invece il cammino che da allora, per 40 anni, ha contraddistinto il Basket Gubbio. Centinaia di ragazzi, innamorati della pallacanestro, hanno potuto abbracciare una disciplina straordinaria, per coinvolgimento, spirito di squadra, aggregazione.
Con un sigillo distintivo da un lato pionieristico, dall'altro fortemente identitario: in 40 anni è stato forse il basket la vera disciplina sportiva che ha contribuito a superare campanilismi e aiutato una aggregazione anche con comunità limitrofe – su tutte Gualdo Tadino – da cui spesso sono arrivati giocatori, ragazzi e amici.

Dall'altra, oggi, a fronte di realtà sportive dove gli eugubini stentano a trovare spazio (calcio ma anche pallavolo), è ancora il basket lo sport principe per esaltare e dare spazio alle migliori risorse giovanili eugubine, con una squadra interamente composta da elementi cresciuti nel vivaio, ancora oggi forte di oltre 200 unità, dal minibasket fino alla Juniores fino ovviamente alla prima squadra.

Non sono mancate, certo, tappe di difficoltà, di crisi, anche di divisione, lungo il cammino quarantennale.
Il superamento di ognuno di essi ha comunque sempre corrisposto ad un salto di qualità, ad una crescita di maturità, ad una maggiore consapevolezza della forza aggregante del pianeta basket a Gubbio: per giovani e anche meno giovani, per praticanti o anche solo per appassionati dediti al tifo dagli spalti.

Molti dei quali ricordano ancora le gradinate di San Pietro, come gli scalini incandescenti della Palestra del Liceo, i gradoni più moderni della palestra dell'Istituto d'arte fino all'attuale “teatro” della Polivalente.
 

Dove gioie sportive e qualche amarezza si sono accavallate, ma sempre con un unico denominatore comune: la passione per la pallacanestro più sana, l'appartenenza ai colori biancazzurri, la voglia di indicare una strada. Nel panorama sportivo e anche sociale della nostra comunità.
Con la forza di un tiro da tre, un “ciaf”, morbido e inesorabile. Capace, però, dopo 40 anni, di lasciare il segno.
 
GMA
 
 
 
Editoriale libro "1973-2013 - 40 anni del Basket Gubbio"

martedì 18 novembre 2014

Il libro di Uliano Vettori... ricordando una partita, anzi LA partita: Gubbio-Poggibonsi


 http://www.trgmedia.it/playYouTube.aspx?id=6356
 

Gubbio-Poggibonsi. Potrebbe sembrare uno dei tanti confronti del calcio di provincia, capitolo anonimo del romanzo pallonaro umbro-toscano. E invece no.
Perchè Gubbio-Poggibonsi è una partita che non passa inosservata per la generazione dei tifosi degli anni 70. Basta recitare i due nomi, e in un attimo il pensiero vola al "Renato Curi". Viene spontaneo immergersi in un salto nel passato, in un viaggio a ritroso che ispira magari una prossima sfida.

Già perché per molti, moltissimi tifosi eugubini Gubbio-Poggibonsi non è una partita, ma LA partita. Ci sarà stata pure la serie B, il biennio dorato della doppia promozione, tanti gol, tanti protagonisti che in questi 30 anni hanno vestito la maglia rossoblù.

Ma quello che accadde il 17 maggio di 27 anni fa ha pochi paragoni nel calcio dilettantistico nazionale. Già perchè in quel "Renato Curi" si giocava soltanto uno spareggio tra le due capoliste di un girone di serie D: eppure sugli spalti c'erano 22 mila tifosi. Altro calcio, altri tempi. Altri protagonisti.

Come Uliano Vettori, che insieme a Giampaolo Landi, era il nocchiero protagonista di quella cavalcata. E se il professore ravennate, insieme al ds Mario Mancini,  aveva plasmato il Gubbio a sua immagine e somiglianza traendo il meglio da quanto già costruito negli anni con Fiorindi e Roscini, Uliano Vettori, toscanaccio purosangue, aveva dato l'impronta ruvida ma solida alla sua squadra. Tutt'altro che spettacolare quel Poggibonsi ma imbattibile, tanto che non perse mai in tutto il campionato, capitolando solo al 113' minuto, sul guizzo letale di Rosario Zoppis, servito al bacio da una girata sopraffina di Bobo Camborata. 27 anni sono passati da quel 1987 che regalò forse la pagina più entusiasmante, trascinante, appassionante della storia sportiva di Gubbio.

E c'è tanto Gubbio anche nei ricordi di Uliano Vettori, che usci' a testa alta da quel confronto sportivamente epico, vincendo l'anno dopo il campionato a mani basse. E diventando qualche anno dopo anche allenatore del Gubbio, ma solo per un mese. In un anno che poi si sarebbe chiuso con una retrocessione.

C'è anche tanto Gubbio nel suo libro ("Per le vittorie c'è sempre tempo"), presentato sabato a Poggibonsi, firmato da Paolo Bartalini: che proprio a Gubbio, dove faceva servizio civile, conobbe Uliano Vettori. In un Gubbio-Poggibonsi vinto dai toscani 2-0 davanti a 5000 spettatori.
Altro calcio, altri tempi. Altra gente, quella come Uliano Vettori.



Copertina de "Il Rosso e il Blu" - in onda venerdì 14 novembre
musica di sottofondo: "Vivere una favola" - Vasco Rossi 1987

sabato 15 novembre 2014

Rileggere il passato? Può servire, ma solo se si resta in piedi...

Quando ti fermi a rileggere il passato, devi farlo in piedi. E' un po' come un messaggio che dai a te stesso. Una terapia inconsapevole.

Se ti guardi indietro, se rileggi i tuoi giorni, i tuoi scritti, i tuoi pensieri che hai lasciato alle spalle, non puoi farlo seduto in poltrona. O sdraiato su un divano - come in questo momento, mentre rielaboro strani fluidi di memoria, mescolati col presente sibillino.

Ieri, un mese fa, un anno fa, sono tutti momenti importanti. E' stato importante viverli, e' importantissimo immortalarli - magari con una foto, con un video, con un pensiero scritto in un blog. Ma e' fondamentale non fermarcisi dentro.
"E' un peccato non leggerti più sul blog" mi dice qualcuno.
E scopri il volto di chi ti segue, di chi condivide quei pensieri. Non e' per questo che lo fai, non e' - o non dovrebbe essere – voyeurismo di se stessi.
Ma forse se in questo cammino ti sei fermato, forse c'e un perché.

Non mancano gli argomenti su cui riflettere, gli spunti, la stessa aneddotica (ad esempio, i 25 anni della caduta del Muro da soli bastavano a suggerire una miriade di collegamenti).
Non mancano i personaggi su cui mi piacerebbe scrivere (uno, anzi Uno, l'avevo pronto da settimane e l'ho postato solo oggi).

Forse il problema e' un altro. C'e una sorta di limbo, di attesa che qualcosa accada, di Forche Caudine da superare, nelle quali si sono arenate molte delle energie che c'erano. O magari le migliori.  Il fermarsi per la verita' e' un concetto teorico.
La quotidianità non ti consente l'immobilismo in giacca a cravatta, almeno quello degli impegni, delle "beghe" da risolvere, dei servizi da prevedere, dei palinsesti da riempire.
C'è però un'altra dimensione che sembra quasi essersi cristallizzata in quella parte di te che stava qui dentro. Che e' ora concentrata in un progetto ambizioso e prezioso. Sul quale si condensano aspettative e silenzi. Potrebbe essere finito, ma forse bisognerà rimetterci le mani. Potrebbe essere piaciuto, ma forse sarà necessario ritoccare qualche sua parte. O intervenire radicalmente. Il dubbio in questo caso, e' un compagno di viaggio che ti ritrovi tuo malgrado. E tutt'altro che gradito.

Un po' come quei tizi che ti si siedono davanti in treno, quelli che fanno cose che ti infastidiscono, invadenti, ingombranti, magari con un cane al seguito o parlando al telefono a voce alta, in malo modo, insomma insopportabili ma dai quali non puoi staccarti: se ti alzi a cercare un altro posto sei tu che finisci per fare la loro stessa figura. E allora te ne stai li'. Silente. A sopportare e sperare che alla prossima fermata quel tipo si alzi e se ne vada.

Ieri una persona, una semplice conoscente, in un convivio dal quale tutto mi sarei aspettato men che di finire a parlare del blog, mi ha confidato che lo segue e gli piace. E indirettamente, che gli manca.
Ed e' un po' come se avesse interpretato, inconsciamente, il desiderio di "ripartire" che covavo dentro. Non so se ci riuscirò. Ma intanto comincio da qui.
Comincio dal ringraziarla. Per le parole che ha riservato ai miei pensieri, per quell'iniezione di stima che, senza neanche saperlo, ha saputo trasmettermi. Con un tempismo eccellente. Perché caduto in una giornata in cui avevo bisogno, come poche altre, di quelle parole.

"Non ti chiedi mai che una persona potrebbe aver bisogno anche solo di una parola, di un "ciao come va?", di un semplice saluto?".
Me lo sono sentito ripetere a iosa. Ma finche' non ci passi, sopra quel sentiero, un po' solitario, un po' disorientante, non lo capisci.
Scrivo ergo sum. Anche solo per il piacere di farlo. Ma se si tratta di farlo al passato, meglio in piedi. Perché non ci si siede, non ci si ferma, non si interrompe quel desiderio di guardare avanti che deve spingerci sempre, crisi o non crisi, sul lavoro, in famiglia, con le persone care. O anche con un semplice conoscente che in pochi secondi riesce a trasmetterti quell'aspirina di motivazioni che mancava.

Sembra quasi di sentirla ancora sciogliersi effervescente nell'acqua. L'ho mandata giù volentieri. Oggi va già meglio...