Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

mercoledì 23 marzo 2016

La cittadinanza a Zeffirelli? Scusate il ritardo...

Di tutto un blog...

MEGLIO TARDI CHE MAI... FORSE
La nostra città ha un nuovo cittadino onorario. Alla veneranda età di 93 anni, il maestro per eccellenza del cinema e del teatro italiano, Franco Zeffirelli, tiene in mano la pergamena che lo elegge cittadino onorario di Gubbio. Lui, fiorentino nel dna, nel carattere irascibile, nella sensibilità acuta per ciò che è bello e affascinante, ha almeno avuto miglior sorte di chi, fiorentino d'origine, da Gubbio era stato diversamente omaggiato (grazie a Cante Gabrielli) finendo ramingo in quel di Ravenna. E mentre a distanza di quasi 800 anni arrivano le scuse al Sommo Poeta, in extremis arriva un ideale grazie a Franco Zeffirelli, che per primo, tra il 1968 e il 1971 – decisamente in tempi non sospetti e con una Gubbio ben diversa da quella che i restauri e la ristrutturazione tra anni 70 e 80 hanno riconsegnato – fece della Città di Pietra il palcoscenico di se stessa, sorprendendo forestieri quanto gli eugubini stessi, scegliendola quale scenografia naturale di due capolavori della storia del cinema, l'uno celebrato con i premi (Romeo e Giulietta) l'altro con l'immaginario collettivo (se si parla di un film di San Francesco, ovunque nel mondo si pensa all'opera di Zeffirelli).
L'emozione di questa giornata è nell'opportunità felice di poter passeggiare con lo sguardo nei salotti del maestro fiorentino, nella sua splendida residenza romana: un carosello di volti, protagonisti, star internazionali che fanno riflettere un attimo su chi sia davvero quest'uomo. E anche su quanto tempo una città irascibile e a suo modo “ghibellina” come Gubbio abbia perso prima di coniugare il suo nome con questo grande artista: che 20 o 30 anni fa avrebbe, lui sì, potuto generare opportunità inimmaginabili di promozione e immagine per Gubbio. Come poi nei fatti ha indirettamente dimostrato uno dei suoi “discepoli” artistici, Paolo De Andreis. Spero che gli Eugubini sappiano la fortuna che hanno” le profetiche parole di Zeffirelli.

EDUCAZIONE... DIFFERENZIATA
Entro il 2016 la nostra città, come le altre in Umbria, dovrà raggiungere quota 60% nella raccolta differenziata. E' lodevole lo sforzo con cui l'amministrazione comunale (e l'assessore Tasso in primis) si prodiga per incentivare questo che dovrebbe essere semplice “Senso Civico". A distanza però di quasi 15 anni dall'introduzione del nuovo sistema ancora troppi eugubini non sanno che pesci pigliare. O meglio, non sanno neanche che i pesci vanno nell'organico. 
La foto a fianco è emblematica, di pochi giorni fa: in un solo gesto, due errori madornali. Il primo è deporre in strada due diversi “raccolti” differenziati (considerando che solo uno, almeno quel giorno, sarebbe stato ritirato). L'altro errore, è mettere l'organico in una qualsiasi busta nera di plastica – rendendolo di fatto inutilizzabile. Ecco, scene di questo tipo ancora sono fin troppo diffuse nei vari punti della città che ospitano il poco gradevole spettacolo della raccolta differenziata. Ci saranno pure state carenze informative, ma i primi a fare mea culpa, stavolta, devono essere quei cittadini che non la fanno differenziata o che la fanno “tanto per tenere pulita la coscienza”. Quella almeno, siamo sicuri, non deve finire nell'organico...

E MALEDUCAZIONE INDIFFERENZIATA
Altra questione, è quanto è capitato, loro malgrado, ai cassonetti di S.Vittorino: per gli autori geniali di questo gesto – ribaltarli e gettarli in un dirupo - non servono incontri, informazione mirata e incentivi. Come per chi imbratta ogni fine settimana vicoli e piazze del centro storico. Per loro la bellezza, decantata da Zeffirelli, fa rima con “monnezza”.


Da editoriale "Gubbio oggi" - marzo 2016

giovedì 17 marzo 2016

Quelle sconfitte che ti fanno sentire più forte di prima...

Credo la grandezza di una persona la si veda soprattutto nelle sue sconfitte. E nel modo in cui reagisce.
Lo sport, e il calcio in primis, è una metafora plastica di questo assunto. Che dovrebbe farci compagnia ogni giorno, soprattutto in quei momenti in cui tutto sembra girarti contro. O in cui magari, ad un passo dalla meta, dal traguardo, dal raggiungimento di un obiettivo, qualcosa o qualcuno si mettono di mezzo. E vanificano tutto.
Ecco, quello è il momento di non abbattersi, di rispondere alle avversità. Di sentirsi ancor di più orgoglioso di chi sei, di quello che fai e soprattutto di quello che ancora puoi realizzare. A dispetto delle avversità.

Per qualcuno sembrerà una comoda consolazione. Ma è pur sempre meglio che piangersi addosso, cadere nella facile teoria dei complotti o del vittimismo (quel che va male, è sempre colpa di qualcun'altro) o peggio ancora, considerare irraggiungibile quella meta che è sfuggita di un niente.

Penso a tutto questo con la mente a ieri sera, alla partita della Juve a Monaco. Un 4-2 che ricorderemo per un pezzo. E caso mai ce lo scordassimo, ci penseranno i tifosi delle altre squadre italiane a rinfrescare la memoria: se non altro per lenire la propria carenza ormai cronica di successi negli stadi di casa.

In Germania, come allo Stadium, la Juventus ha dimostrato di essere ancora più grande dello scorso anno. Lo ha fatto contro un avversario che, a questo punto, potrebbe vincere la Champions. Giocando alla pari almeno il 70% dei 210 minuti delle due gare, pareggiando 2-2 i due confronti al 90' e dimostrando di essere competitiva in Europa per il secondo anno di fila, nonostante una squadra largamente rinnovata, in estate, e largamente rimaneggiata nelle ultime 48 ore. Lascio stare poi i due gol viziati all'andata e il gol annullato al ritorno da due terne dimostratesi forse non all'altezza degli altri 22 in campo. Altrimenti ricadrei nel vittimismo tipico di quei tifosi festeggiano solo per le disgrazie bianconere.

La sensazione di questa forza, infine, me l'ha data un dettaglio finale: la capacità di costruire altre due palle gol dal 115' in poi, proprio dopo lo tsunami che aveva travolto i bianconeri tra l'ultimo minuto di gara e i primi 10 del secondo tempo supplementare. Chiunque sarebbe crollato, giocando d'inerzia con il solo obiettivo di finirla prima possibile. Invece, da terra, dopo il doppio ko propiziato dall'ex di turno che non ti aspetti (Coman), la Juve si è rialzata ed è andata vicina a riaprire la contesa.

Quella forza che ha prodotto l'ennesima occasione da gol sfumata ha detto due cose: che la Juventus non arriverà in fondo per un pizzico di fortuna in meno (quella che forse tra sorteggi ed episodi c'era stata lo scorso anno), ma che è pronta a ripresentarsi da settembre ancor più temibile di prima.
Del resto - e questa è la seconda - sul tap in di Mandzukic e la ciabattata di Sturaro c'era scritto tutto: la dea Eupalla - per dirla alla Brera - aveva già deciso.
E non avrebbe lasciato riaprire, neppure per 5', un'ipotetica speranza.

venerdì 11 marzo 2016

Perchè intervistare Sollecito? Io la penso così...

"Vorrei esternare la mia indignazione per lo scempio andato in onda giovedì sera... dove siamo arrivati...Adesso facciamo parlare anche Sollecito?
La trasmissione di questa sera è lo specchio di una nazione che si merita tutto ciò che ha.
Spero che questa mail di protesta non sia l'unica...
"

Di solito chi fa il mio mestiere - e chi va in video a fare informazione, più di ogni altro (compresi i colleghi che non fanno tv) ci mette la faccia - tende a crogiolarsi nei complimenti, nelle congratulazioni, nei "like" e nelle faccine col sorriso che arrivano, per strada, al telefono come dalla rete o sui social.
Fa piacere, è gratificante, inutile nasconderlo. Non ne sono affatto indifferente.

Per una volta, però, comincio questa mia riflessione con una e-mail di protesta che mi è arrivata, insieme ad altri commenti che invece, ancor prima che andasse in onda la trasmissione di "Link" con ospite in studio Raffaele Sollecito, esternavano la propria indignazione.

Rispetto pienamente queste opinioni. Ma visto che ho un blog, vorrei dire la mia su questa scelta che certamente non è stata superficiale o senza riflessioni a priori, perchè nessuno di noi vive su Marte. E sapevo bene che un'intervista di 90' con Raffaele Sollecito - per altro la prima in uno studio televisivo nella regione in cui è avvenuto quanto avvenuto il 1 novembre 2007 - non sarebbe passata inosservata.

Innanzitutto partiamo da un assunto: se da Montesqieu in poi esiste un sistema giudiziario - separato da legislativo ed esecutivo - in cui dobbiamo riconoscerci (criticabile o meno, è un altro discorso), secondo questo sistema l'ospite della trasmissione invitato come autore di un libro autobiografico, è innocente.
Ognuno di noi può avere la sua verità, le sue convinzioni e la trasmissione non aveva la pretesa (l'ho pure detto in presenza dell'ospite) di orientare nessuno. Ne' tra i colpevolisti nè tra gli innocentisti. Sarebbero rimasti tali anche dopo la trasmissione, ci mancherebbe.
Nè è compito di chi fa informazione, giornalismo e televisione, trasformare il mezzo di cui dispone in un'aula giudiziaria di quarto grado (visto che i gradi di giudizio sono tre) anche se esistono format che prendono proprio questo nome e chissà, magari hanno pure questa ambizione: ci sono Tribunali, Corti d'Appello e Cassazioni chiamate a decidere (magari un po' più in fretta di quanto attualmente gli riesce). E' loro compito.
Mi è bastato laurearmi in Giurisprudenza per capire che non era quella la mia strada...
Il giudizio morale invece resta qualcosa di personale: che chi fa informazione dovrebbe cercare di separare da quello che è il proprio ruolo. Come è doveroso separare la notizia dall'opinione.

Ho intervistato migliaia di persone in questi 28 anni di mestiere (la scrivo con orgoglio, la parola mestiere, anche se oggi il termine assurge sempre più ad un'accezione negativa... peccato).
Migliaia di persone sui più svariati argomenti.
E non è che sempre fossi d'accordo con tutti loro su quanto facevano o dicevano, o anche su quel che rappresentavano; nè avevo la medesima valutazione morale su ognuno di essi.
Il mio mestiere però non è giudicare: ma nell'informare, è anche fornire gli strumenti più completi - per quanto possibile - a chi ci segue, per potersi fare un'opinione su una vicenda o un personaggio.

E allora - quando tramite la casa editrice Longanesi, che ha pubblicato il libro, contattata attraverso l'amica Anna Maria Romano (che ringrazio) si è creata la possibilità di realizzare questa trasmissione, mi sono detto: se ho l'opportunità di informare, approfondire e conoscere più da vicino una storia o un personaggio al centro di un clamoroso fatto di cronaca nella nostra regione - certamente il più grave e anche il più mediatico di questi 16 anni di nuovo secolo - dovrei esimermi dal farlo, magari per obbedire ad una mia ipotetica riserva morale?
Forse è proprio non facendo la trasmissione, per una mia personale convinzione, che tradirei quel ruolo che deve essere invece proprio di chi opera "al servizio di tutti": di quelli che la pensano in un modo e di quelli che la pensano al contrario.

Sempre con un principio di base: su vicende come questa, il presupposto è il rispetto per le vittime. E i fatti accertati (con sentenze).
Tradotto: rifuggire dal gossip giudiziario che ha invece condito per 8 anni tutta la vicenda, con plastici, fiction animate, ricostruzioni spesso folcloristiche, contorni improbabili, retroscena "sparati" ed esclusive fini a se stesse.
Che piaccia o no, la storia oggi è cristallizzata da una sentenza passata in giudicato.
E solo dopo il verdetto conclusivo (e inappellabile), ci siamo occupati di questa storia.

Come sono solito fare anche su altri versanti - per fortuna meno cruenti - senza lasciarmi incantare magari da frenetici botta e risposta di comunicati, prese di posizione, campagne di propaganda, "crociate morali" o presunte tali: tutte materie buone per ingolfare la rete, ma che prima o poi, ad un bivio si ritrovano.
Quello dei fatti.
Ecco, è a quel bivio (e non un metro prima) che chi fa informazione, deve farsi trovare pronto. Possibilmente con le domande giuste.


giovedì 25 febbraio 2016

Il sorriso di Teresa... e un pomeriggio speciale al Residence Chianelli

C'è un momento nel quale l'emozione, interiore e contenuta per quanto possibile, può avere il sopravvento.
Giovedì scorso ero a Perugia, nella prima delle tante sortite di questi ultimi 10 giorni (c'è chi dice che dovrò abituarmici... Vedremo). 
Di sicuro è stata la più intensa e coinvolgente.
Un intero pomeriggio al Residence Chianelli, a due passi dall'ospedale del capoluogo. Dove Franco e Luciana da 25 anni accolgono e sostengono le famiglie costrette a combattere una propria guerra: quella contro la malattia peggiore.
Una guerra in cui la paura maggiore non è nel nemico - che purtroppo si conosce - ma nel rischio della solitudine, nel timore di non essere abbastanza forti, nell'angoscia di non sapere cosa di aspetta. Insomma una di quelle condizioni che se non ci passi, non serve neanche provare a descriverle.
E allora via con interviste e testimonianze, dall'appassionata narrazione di Franco Chianelli, artefice di un cammino di solidarietà che per un quarto di secolo ha reso possibile quel che forse neanche le istituzioni preposte avrebbero fatto; agli straordinari protagonisti del mondo scientifico, il prof. Brunangelo Falini, un premio Nobel in pectore per le storiche conquiste nella ricerca sulle leucemie, e il dr. Maurizio Caniglia, del reparto di oncoematologia pediatrica (uno di quei posti che ti fanno piombare addosso diversi punti interrogativi parecchie sul perchè un bambino debba subìre destini così truci). E poi le assistenti, psicologhe, psicoterapeute dello staff interdisciplinare, affiatate ed entusiaste di lavorare "in un luogo unico, per umanità e calore". 
Se ci sono però delle parole che mi hanno lasciato scolpito qualcosa di unico, quelle sono di Teresa.


Non so quanti anni abbia. Non l'ho potuto neppure capire, nascosta com'era dietro una mascherina che è la sua corazza antibatterica dopo che ha subito il trapianto del midollo, donato da sua madre Belinda. Viene dal Lazio, credo Ciociaria. Ma in fondo che importa da dove viene?
E' magra, il colore della pelle dice tutto della battaglia che sta combattendo, i capelli corti e in fase di ricrescita sono la cifra estetica del delicato iter di decorso della terapia che sta attraversando.
Quando Luciana, infaticabile animatrice di tante iniziative di volontariato legate al Comitato, mi ha accompagnato nella sua stanza, un mini appartamento di una trentina di metri quadri, diviso in due piccoli vani, non sapevo francamente come muovermi. E neanche da dove cominciare.

In queste situazioni il timore è di usare le parole sbagliate. E perfino i silenzi sbagliati.
Come spesso mi accade, ho lasciato fare a loro: all'istinto - che dopo quasi 30 anni di interviste comincia ad incresparsi lungo il versante dell'esperienza - e la sensibilità - o quel che interpreto come tale, che è quell'insieme di sensazioni che ti fanno procedere in punta di piedi, tra migliaia di uova disseminate per terra, con l'abilità di chi riesce a schivarle senza incrinare neppure un guscio.

Poi ha fatto tutto lei, Teresa. Con le sue parole, il suo spirito, la sua energia, la sua voglia.
Già, la voglia di farcela, di reagire, di giocarsela fino in fondo. Fino ai supplementari, e se dovessero servire, anche ai rigori. Lei sì che ce l'ha questa forza. 
Qualche sua frase mi è rimasta tatuata nell'anima: perchè spesso sono le persone che attraversano il guado della lotta per l'esistenza, quelle che ti fanno capire quanta energia puoi avere e puoi dare (e 
magari sottovaluti per primo).

"Lottare sempre, tutti i giorni - mi ha confidato all'inizio dell'intervista - Ho vissuto bene la mia malattia, e per la verità' non mi sono mai sentita una persona malata. Mi sono sempre definita una paziente non malata, sempre consapevole del mio stato.
Quando sono arrivata qui ho potuto capire che stavo reagendo bene e questo mi ha dato sempre più forza per affrontare la fase del percorso più dura. Non è stata una passeggiata, lo so, ma grazie al supporto di mia mamma ho riscoperto ad esempio la voglia di colorare, dipingere, l'avevo sotterrata da quando avevo 11 anni. Quando ero ricoverata, invece, non vedevo neppure l'arteterapista ma guardavo i colori. Non vedevo l'ora di colorare. E ho cercato di dipingere la mia storia. E mi piace. Mi piace stare qui, ormai questa è la mia casa. 
E' fondamentale una persona che ti stia vicino. Quando si vive una situazione del genere, ti scatta qualcosa dentro che ti cambia tutto, una rivoluzione. 
Si apprezza la semplicità delle piccole cose, anche vivere in un piccolo appartamento. Ma a me va bene così, non abbiamo bisogno di avere tante cose. Ci sono io, c'è la mamma, ci sono gli amici del Chianelli. C'è la mia nuova vita".

Teresa ce la può fare. Sa che dipende dalle persone che la circondano, prima di tutto i medici. Sa che 
ci vorrà anche fortuna, e per chi la sente, anche fede. Ma sa che dipende anche da lei. 
Un viso sottile ma tenace, due occhi che raccontano il suo volto. E un sorriso che non potuto vedere, per quella mascherina, ma che Teresa mi ha trasmesso. Il sorriso di chi ama la vita. E riesce a dirtelo, sorprendendoti.
È' stato un pomeriggio speciale. Dove le tante litanie quotidiane per le quali dedichiamo fin troppi pensieri, hanno lasciato spazio alle cose semplici. Alle cose belle. Alle cose vere.



sabato 20 febbraio 2016

Dalla "sanità tellurica" alla lezione di papà. Passando per un tapis roulant...

Di tutto un blog...

SANITA' TELLURICA
Il mese di febbraio è appena a metà strada che rischia già di lasciare il segno per il quinquennio del Marini bis. Le dimissioni dell'assessore alla Sanità, Luca Barberini è il prezzo pagato dalla Governatrice nel braccio di ferro sulle nomine dei direttori sanitari. Con buona pace di chi pensa che dietro queste scelte – al di là della competenza ed esperienza indubitabili dei diretti interessati – non si consumino anche battaglie politiche aspre.
Questa è una disfida tutta interna al Pd, con Marini e fedelissimi da un lato, Barberini (o meglio, Bocci) e fedelissimi dall'altro. La scossa dei giorni scorsi avrà conseguenze anche sulla tenuta di maggioranza? 
Dei 13 consiglieri regionali del Pd (compresa la Presidente), 5 sono gli “aventiniani” (con Barberini, l'eugubino Smacchi, Brega, Guasticchi e la Porzi). Che la maggioranza esca più forte e solida di prima è difficile dimostrarlo. Perchè la politica è l'arte del possibile, ma anche la matematica non è un'opinione.
Cosa debbano pensare poi gli elettori, i cittadini, che poi sono anche i pazienti di Asl e ospedali umbri, dopo tutto questo bailamme, è ancora altra cosa.

UN GIORNO A SPOLETO
Dici Spoleto e pensi a “Don Matteo”. 
Se si fa un giro per la città dei Due Mondi in realtà ci si accorge di come, senza fare centinaia di chilometri, si possa cogliere qualche buona idea in fatto di mobilità alternativa. 
Ad esempio, arrivando nella zona dell'ospedale nel parcheggio Posterna, si può imboccare la scala mobile (tapis roulant) – una delle tre strutture di mobilità pedonale – che conduce fino in cima al centro storico, a poche decine di metri dal Duomo. 
Non è una scoperta straordinaria, ma la consapevolezza di come troppo spesso la politica e l'opinione pubblica di una città come Gubbio finisca per incupirsi e fossilizzarsi su “crociate” tutte cittadine, senza alzare la testa e dare uno sguardo al futuro. 
Ad esempio, a come immaginare la mobilità nella Gubbio del 2020 o del 2030. Se vi si potrà passeggiare, o fare zig zag tra le auto parcheggiate e ambulanti, con una residenzialità ancora viva e un tessuto commerciale e artigiano ancora esistente. 
O se sarà destinata ad un mero presepe che di naturale avrà solo la dimensione, che si accende a intermittenza, a Natale e a maggio, per poi spegnersi negli altri 10 mesi.

LA LEZIONE DI PAPA'
Pensierino finale a babbi e mamme che domenicalmente danno il “meglio di sè” dagli spalti di una tribuna (di calcio e non): non per incoraggiare il proprio pargolo, ma per insultare avversari, genitori degli avversari, arbitri, allenatore e quanto di deambulante gravita attorno (ultimo caso, nel Ternano, un paio di domeniche fa). 
Non sanno, costoro, quanti danni possa causare tutto questo, principalmente a loro figlio. Negandogli la gioia di giocare ma anche il valore educativo che lo sport (anche con le sue sconfitte) sa offrire. 
Un consiglio? Leggersi la storia di Giuseppe Abbagnale, ex olimpionico di canottaggio e oggi presidente della Federazione. A pochi mesi dalle Olimpiadi, da presidente prima ancora che da padre, ha sospeso il figlio, Vincenzo, che aveva saltato tre controlli antidoping. Ora rischia di saltare anche Rio 2016. Una possibile medaglia in meno, per gli Azzurri e per casa Abbagnale. 
Ma una lezione straordinaria che resta impressa per tutta la vita.
GMA


editoriale da "Gubbio oggi" - febbraio 2016


sabato 13 febbraio 2016

Quando sembra solo un mozzicone per terra... e invece è pura inciviltà

Ne ho contate 287 stamattina. Sono le cicche schiacciate per terra dalla pioggia e dall'incuria di chi le ha aspirate fino a poco prima. 287 sigarette che compongono, come un sentiero sacro della nicotina, il breve tragitto che va da casa mia alla redazione.
Più o meno 800 passi (così mi dà il telefono) che corrispondono a poco più di 500 metri.
E ho contato solo quelle che giacevano lungo il metro, metro e mezzo di perimetro che attraverso scendendo da via Aquilante a San Pietro, giu' per la Piaggiola.
Se mi fossi spostato dall'altra parte della strada, stesso identico percorso, probabilmente ne avrei contate altrettante.
Considerando che la multa è di 300 euro, al Comune sarebbe bastato tenere un addetto lungo questi 500 metri di strada, neanche troppo complicata da vigilare, per incassare in un paio di giorni, più o meno 86.000 euro di multe. Che non risolverebbe certo il problema, anche se come deterrente, 3 banconote verdognole con il portale in stile barocco stampato sopra, secondo me, funzionano.

Ho fatto questo piccolo calcolo dopo che è entrata in vigore la legge che punisce chi getta sigarette (o anche rifiuti generici) per strada.
"Con tutti i problemi che abbiamo..." dirà qualcuno, c'era bisogno di questa legge?
Purtroppo sì anche se non sarà facile scardinare l'incivile usanza.
In fondo anche quando entrò in azione la legge Sirchia - l'unico ministro della Salute che abbia davvero inciso nella qualità della Salute più tangibile - ci volle un po' per non vedere più le sigarette accese in un locale chiuso. Ma la goccia scava la pietra, ripetevano già i latini. E questo vale anche per chi fuma (sostanzialmente buggerandosi della salute propria così come di quella di chi gli sta vicino).

Comunque se fumare resta esercizio discutibile - almeno in fatto di salute - adesso buttare la cicca per terra non è più soltanto sintomo di apatia e menefreghismo civico (basterebbero pochi passi per schiacciare una sigaretta in un portacenere o spegnerla e quindi gettarla in un cestino) ma è anche un atto punibile per legge.
Quel che purtroppo non è punibile è la stupidità: che fa dell'uomo, con sigaretta o senza, un essere incapace di custodire il suolo pubblico con la cura che riserverebbe, che ne so, alle proprie mutande (già saremmo molto avanti). E allora quel che è Pubblico è semplicemente "di nessuno", traduzione molto impropria di ciò che invece significherebbe "di tutti". E quindi anche mio.

Ho un senso di ripulsione per la sciatteria con cui la maggior parte delle persone "tratta" il suolo e in generale l'ornato pubblico. Mi innervosisce vedere le cartacce per terra, mi indispettisce assistere al variopinto spettacolo circense dei cassonetti dell'immondizia ricolmi di tutto, compreso quello che dovrebbe finire nel cassonetto accanto.
Non riusciamo proprio a differenziare. Perchè non riusciamo a differenziarci.

Chi butta la cicca per terra non fa eccezione. Probabilmente, dopo il varo di questa legge, continuerà a farlo. Anche perchè ci vorrà del tempo prima che un vigile urbano ti venga a multare (rischiando di passare lui per un irremovibile figlio di buona donna).
Ma gutta cavat lapidem, la goccia scava la pietra. Anche quella dell'inciviltà diffusa. E' già un bene che la pietra abbia iniziato a inumidirsi...

giovedì 28 gennaio 2016

Ci mancherà Enzino. Anche il fatto che non voleva lo chiamassimo Enzino, ci mancherà...

Era un po' come uno zio. Perchè in fondo, per mio padre, era un fratello.
Enzo Menichelli se ne è andato. In silenzio. Come forse avrebbe voluto.
Come sempre mi chiedeva facessi per le tante iniziative o suggerimenti che era solito fare per un servizio o un'iniziativa a favore della sua Gubbio.
E non perchè non volesse assumersi responsabilità, ma perchè era volutamente schivo e restìo ad apparire.
Credo che perfino i manifesti funebri, se avesse potuto, li avrebbe coperti. Come le statue dei Musei Capitolini al passaggio di Rouhani.
Era anche un ceraiolo di grande fermezza: anche quella silenziosa ma inesauribile.
Faceva parte di quella generazione che con mio padre ha "rianimato" il cero di Sant'Antonio dagli anni Sessanta in poi. E a metà degli anni Ottanta il naturale passaggio generazionale mi ha visto sfiorarli sulla terza girata della sera, loro alle ultime spallate e io ancora acerbo braccere 15enne. E nell'89, quando toccai la spalla per la prima volta sul monte (tra l'altro, era l'anno del diluvio) catechizzò mio padre, con eleganza ma senza remore: "Devo farti un appunto", gli disse. Ritenendo, forse a ragione, che quel ragazzotto di 18 anni (ero io) avrebbe potuto aspettare per il  battesimo del cero.
Per una volta però voglio ricordare una persona con le parole di mio padre: quelle lette in chiesa, il giorno del suo funerale. Un affresco di quel personaggio davvero speciale, che era Enzo.


"Enzo Menichelli ci mancherà. 
L'abbiamo già avvertita in questi giorni la sua mancanza, dopo che se ne è andato in silenzio, in disparte. Forse proprio come desiderava succedesse. 
Ci mancherà vederlo spuntare in fondo al corso, dentro al suo loden, all'inizio di una delle tante passeggiate che prediligeva sempre con le stesse tappe. Gli stessi amici. 
All'apparenza Enzo poteva sembrare burbero e scostante, ma noi amici fraterni da una vita sapevamo che non era così. Era un signore, di un'educazione antica, integerrima, mai volgare. Un signore tutto d'un pezzo, fatto a modo suo. Sono gli altri che non lo capivano.


La terza girata del 1986: Enzo ceppo interno,
io acerbo braccere 15enne a Gianni Casoli
Perché  Enzo era un Eugubino verace e amante della propria città, un appassionato ceraiolo santantoniaro. Semplicemente non amava che si parlasse di lui. E qualche volta neppure che gli si parlasse.
Ecco perché sono certo che anche queste poche parole, oggi, per salutarlo, forse non le avrebbe volute. Ma gliele dobbiamo. Da amici e da eugubini.

Amava la sua città in modo forte, viscerale ma anche discreto. Non voleva mai apparire. Ma c'era.Osservava, criticava ma proponeva. 
Soprattutto quando si faceva interprete di un sentore diffuso o di un volere personale e promuoveva iniziative a favore di un monumento o del recupero di una memoria storica.


Nella sua abitazione - dove gelosamente evitava intrusioni non volute - è stato ritrovato il bozzetto della statua di San Francesco e il Lupo realizzata a fianco della chiesa - di cui era stato tra i promotori. Aveva contribuito al restauro e al recupero di alcuni elementi architettonici del centro storico, che "vigilava" quotidianamente con passeggiate cadenzate da tappe consuete presso amici e conoscenti. 
E grande era anche la passione ceraiola per Sant'Antonio: siamo cresciuti insieme sotto la stanga, sulle mute di Mijarini e poi sulle girate. 
C'era sotto lui, insieme a
E in questi ultimi anni continuavamo a intestardirci anche sulla mostra, risalendo per i Ferranti dove tra tanta gente ci ritrovavamo ogni anno, lui immancabilmente a ceppo. 

Enzo poi non faceva mancare la sua presenza negli appuntamenti più importanti, anche pochi giorni fa non aveva voluto mancare al voto per il capodieci e poi alle celebrazioni del 17 gennaio.
L'iscrizione fatta apporre da Enzo
nel campanile dell'antico convento
di S.Antonio (sopra la piazzetta)
Ora lo vogliamo immaginare insieme agli amici di un tempo, a Nando, Ino, Gioacchino, magari seduto in una tavola imbandita e festante, tra qualche canto, molte risate, gli scherzi che eravamo soliti fare e che lui amabilmente mal sopportava. 
Enzino ci mancherà. Perfino il fatto che non voleva che lo chiamassimo Enzino, ci mancherà. 
Non possiamo farci niente. Enzo, un abbraccio da tutti noi".

lunedì 25 gennaio 2016

IL 2016 a Gubbio? Serve il cambio di passo...

Il 2016? Serve il classico cambio di passo. Non per un ballo e neanche per una prova sportiva.
Parliamo di politica, parliamo di Giunta, della Giunta Stirati. Che dopo 18 mesi si è ritrovata senza due pezzi importanti della propria formazione ed è dovuta correre ai ripari.
Come nel calcio, le sostituzioni ci possono stare, purchè lo schema di gioca sia chiaro e alla fine l'obiettivo si raggiunga. Qui non c'è da vincere una partita e neanche un campionato. L'avversario invece è ben chiaro: si chiama crisi.
Sicuramente una sfida molto più complicata: risollevare una città e un territorio che stanno attraversando certamente l'empasse economico più grave dal dopoguerra, con incertezze sul fronte degli investimenti imprenditoriali, con allarme rosso sul piano dell'occupazione e con un clima di ottimismo legato a nuove progettualità che ancora non riesce ad attecchire. Tutti carichi pesanti ereditati ma con i quali bisogna fare i conti.
I numeri del 2015 parlano di oltre 2.600 iscritti al Centro per l'impiego (oltre il 50% sono donne), quasi 150 domande di Cassa integrazione in deroga nel comprensorio, di cui oltre la metà da Gubbio e quasi 350 lavoratori interessati dalla formula dei 5 mesi di Cassa in deroga autorizzata da Regione Inps.
Non che altrove si stia meglio, ma il problema nel comprensorio eugubino come in quello gualdese, è che alla mannaia del tramonto dell'impero Merloni, si è sommata la crisi dell'edilizia e del cementiero – colonne imprenditoriali da oltre 40 anni – in una zona già emarginata sul piano delle infrastrutture, poco reattiva dal punto di vista della cultura di auto-imprenditorialità e già tornata ad essere di nuovo terra di partenza da parte di numerosi giovani, come qualche decennio fa, per lidi più appetibili sul piano professionale.
Accanto a questo quadro oggettivamente fosco, ci sono anche luci e segnali che qualcosa si muove: il trend turistico è in crescita, nuovi eventi del 2015 hanno lasciato il segno e fanno presagire anche ad un 2016 altrettanto interessante. Laboratori progettuali come Joint Gubbio cominciano a funzionare, e forse il nuovo anno potrebbe perfino portare all'apertura della Perugia-Ancona, vera araba fenice della viabilità regionale.
In questo contesto l'azione di una Giunta comunale può sembrare relativa, ma la capacità di essere concreti, risoluti ed efficaci non solo è necessario ma è anche un segnale forte di distanza rispetto alle lentezze o agli errori del passato.
L'impressione è che la città, la comunità e anche la politica di maggioranza come di opposizione, debbano cambiare passo.

Lasciando stare le piccole beghe di bottega, mettendo alle spalle battaglie ideologiche e muri pregiudiziali che hanno contraddistinto veleni e confronti quando era tempo di vacche grasse. E cercando di focalizzare pochi ma importanti interventi che diano respiro e futuro alle vocazioni proprie di questa città e del suo territorio.

venerdì 8 gennaio 2016

Niente bus da Assisi, niente tratte per il Giubileo: a Gubbio rischia di restare un'altra occasione persa...

Ad oggi è impossibile arrivare direttamente a Gubbio partendo da Assisi, nessun autobus copre questa tratta; quindi si parte dalla città Serafica, si arriva a piazza Partigiani a Perugia, da lì si riparte con un nuovo autobus per arrivare a Gubbio.
Viceversa per il ritorno.
Dunque 47 km sofferti (considerata anche la tortuosa amenità del tragitto) per quei pellegrini e turisti che volessero visitare le due città umbre simbolo del Francescanesimo.
Ed anche per il Giubileo della Misericordia che vede Assisi seconda tappa giubilare dopo ovviamente la Capitale, i servizi non saranno implementati a favore né dei pellegrini né del rilancio turistico di questa parte di Umbria.
Nulla è previsto in tal senso in chiave “viabilità per il Giubileo”, da Palazzo Donini come conferma l'accordo tra Regione, Busitalia e Trenitalia, che attivano “collegamenti più rapidi e frequenti sui principali assi della mobilità regionale, con maggiore integrazione fra treni e bus, per rispondere al meglio alle esigenze connesse al Giubileo col potenziamento dei servizi per pendolari e turisti che li renda competitivi rispetto all’uso dell’auto privata”.
Già da questa settimana ci saranno più bus e treni sul corridoio Magione-Perugia-Assisi-Foligno, con 4 corse autobus in più al giorno tra Foligno e Spoleto e 2 tra Terni, Orte ed Orvieto, maggiori collegamenti anche sulla Terni-Todi-Perugia, e potenziati i servizi bus di collegamento e distribuzione urbana ed extraurbana nelle stazioni di Assisi, Perugia, Foligno e Magione.
Il servizio ferroviario dal 13 dicembre offrirà 6 nuovi treni (4 collegamenti Foligno – Assisi – Perugia e 2 collegamenti Foligno – Assisi – Perugia – Magione).

Completamente dimenticata invece la zona dell'Alto Chiascio, come anche dell'Alto Tevere, del tutto ignorata l'ipotetica e non proprio peregrina ipotesi di un asse diretto Assisi-Gubbio. Se non altro per dare seguito ad un accordo istituzionale (di cui la Regione non può non sapere) e per rispondere concretamente a chi da tempo (nel mio caso, da anni) si attende una reale valorizzazione del Sentiero Francescano coperto dal Poverello forse unico in Italia potenzialmente capace di competere, per simbologia, a quello di Santiago de Compostela.
Gubbio abbraccia la chiesetta nella quale Francesco ha realizzato concretamente la conversione abbandonando i beni materiali per la povertà.
Niente, tutto sembra dimenticato o sconosciuto a chi decide da Perugia come veicolare e far transitare il pellegrino-turista.
Occasione persa per Gubbio dunque per agganciare la sfida del Giubileo. Non è infatti facile arrivare a Gubbio se non si è muniti di autovettura.
Per chi da Roma vuole giungere a Gubbio con l'autobus della linea Sulga: unico bus giornaliero quello che parte dalla stazione Tiburtina alle 16 con arrivo alle 19, 18 euro il costo e cambio a Ponte San Giovanni.
La partenza alle 5.50 da piazza 40 martiri con arrivo nella capotale alle 9.
Per chi sceglie il treno per lasciare Assisi o Roma ed arrivare a Gubbio, sulla direttrice Roma- Ancona, ci sono alcuni autobus di linea ad aspettarli fuori dalla stazione: ma in alcuni casi l'attesa è anche di due ore.
Magra consolazione constatare che Gubbio sia una della città scelte per l'installazione di una colonnina per la ricarica delle autovetture elettriche, città inserita nel percorso voluta dalla Regione negli ultimi mesi in tutto il territorio.

Il problema resta quello di portarci i pellegrini e far in modo che si fermino almeno per due giorni. E il Giubileo rischia di rivelarsi da queste parti un'altra occasione persa...

sabato 2 gennaio 2016

Iniziamo l'anno con una risata: sperando che la Perugia-Ancona diventi una cosa seria...

Se il buongiorno si vede dal mattino, la topica nella segnaletica stradale a Pianello dei giorni a cavallo di Capodanno, non lascia presagire nulla di buono per la viabilità umbra nel 2016.
Soprattutto se si pensa che da quelle parti dovrebbe transitare la fatidica Perugia-Ancona il cui completamento nel tratto umbro è stato trionfalmente annunciato proprio per il 2016 dalla Presidente della Regione, Marini, nella conferenza di fine anno.
Fatto sta che da un paio di giorni fa bella mostra di sè, all'incrocio tra la variante che conduce a Pontevalleceppi-Collestrada e la statale 318 che proviene da Casacastalda, una scritta enorme sull'asfalto: quello che dovrebbe essere un comunissimo "stop" è diventato STPO, con un'inversione di lettere che ha dell'incredibile – anche per le dimensioni della scritta - e farebbe pensare ad uno scherzo di photoshop o più goliardicamente ad una bizzarria da Amici miei. Se non fosse tutto vero.
E allora nel 2016 che si è aperto con mamma Rai in anticipo di 40 secondi e con bestemmia in video, anche la nostra cara Umbria vuole fare la sua parte nell'antologia delle topiche di inizio anno.

Di segnaletiche balorde ogni tanto se ne vedono in giro: limiti di velocità contraddittori a distanza di pochi metri, indicazioni turistiche o geografiche contrastanti, autovelox finti o presunti tali. Ma lo Stop invertito ci mancava. Inevitabilmente la foto dello stop – pardon, STPO – di Pianello ha cominciato a fare il giro del web, in particolare dei social network a cominciare da facebook, diventando un'occasione virale di ilarità contro Anas, Regione e istituzioni pubbliche in genere. Riderci sopra è inevitabile.

Ma finita la risata, almeno qualcuno vada a correggere la scritta. Noi, intanto, incrociamo le dita: non tanto per la scritta, quanto per la strada che dovrà passarci sopra e che l'Umbria aspetta da almeno 30 anni...

giovedì 31 dicembre 2015

Il 2015 se ne va? Ora tocca al 2016 fare il suo dovere...

Di solito il 31 dicembre l'atmosfera ha un sapore diverso. 
Impaziente e nostalgico al tempo stesso. 
Quest'anno no. 
È stato un anno di silenzio. Il perchè non me lo chiedo neanche. Non saprei rispondermi. 
Ci penso e in queste ultime ore mi dico che non ho grande nostalgia di questo 2015. 
Non perché non abbia riservato esperienze speciali, giornate da ricordare. Anzi,  ripercorrendolo posso trovare momenti di quelli da incorniciare e adagiare sulla mensola centrale dei miei ricordi.

Ad esempio il 2015 ha i colori del tramonto di S.Vito Lo Capo. Di un sole che sembra quasi appoggiarsi sulla cima del faro più a ovest della Sicilia. Che è stata una delle scoperte (o meglio, riscoperte) più esaltanti di questi ultimi 12 mesi. Una vacanza dall'aroma mediterraneo, capace di deliziarti con le spezie di un pane cunzato assaggiato su una delle calette della Riviera dello Zingaro e con la dolcezza di un gelato al pistacchio gustato nelle passeggiate serali nelle viuzze del centro storico. 

Il 2015 è anche la corsa affannata per aprire una porta. Un venerdì santo che non sarà mai come gli altri. La porta e' quella di ingresso a est della città, la porta di S.Agostino, dove a un'ora e poco più dalla processione, sono riuscito a far passare l'auto con a bordo mia sorella e soprattutto mia nipote Caterina, che aveva una gran fretta di venire al mondo. Il sorriso che mi regala ogni volta che la vedo, come quello dei mii figli, e' uno spot alla vita. E alla voglia di viverla con l'impazienza che appartiene ad ogni capodanno. 

Le luci, i colori, il caotico caleidoscopio vissuti per due volte ad Expo - l'evento dell'anno, nel quale una volta tanto la nostra piccola grande Italia ha fatto la sua gran bella figura con tutto il mondo - fanno da contraltare alla quiete silente di tante passeggiate intorno alla mia Gubbio, o lungo i tratti del sentiero francescano che l'intelligente vena organizzativa di Maggio Eugubino e Piccolaccoglienza hanno scelto come tappe delle proprie iniziative. 

E poi il 2015 e' stato un anno insolitamente ricco di teatri: La Fenice, con la serata della finale del Campiello e il fascino da Rondò di una Venezia sublime e un po' ruffiana di inizio settembre, capace di stregarti anche solo con una indimenticabile colazione in terrazza. 

E la Scala di Milano, perlustrata in una domenica mattina grazie alla complicità dell'amico Max che ci ha aperto un dietro le quinte inaspettato, finendo per ritrovarci all'interno dell'enorme regia luci che sovrasta il lampadario maestoso della platea.
 
Il 2015 è stato un anno da dimenticare per chi ama come me il rossoblu': dagli altari alle polveri e' quello che la nostra Gubbio calcistica ha toccato con mano nel breve volgere di 4 anni. 4 anni luce quelli che ci separano da un 2011 che forse proprio per questo resterà irripetibile.

Ma quest'anno si era aperto con la personale sfida impossibile alla brocca, ritrovandomi ancora a incrociare la strada insieme a due amici, stavolta sottoposti al giudizio dei ceraioli. Giudizio che ho accettato, che mi ha comunque riservato soddisfazioni e gratificazioni, che non mi ha allontanato dalle persone con cui sono cresciuto sotto la stanga e mi ha avvicinato ancora di più a me stesso. Se il cero e' una straordinaria metafora di vita, le delusioni che il cero ti riserva sono solo delle sfide per capire dove puoi ancora arrivare. E cosa puoi ancora apprezzare, a 44 anni, del tuo cammino sotto la stanga: ad esempio un altro 20enne che si affida a te per la sua prima Callata dei Neri. 
Ecco, il 2015 e' anche quella corsa infinita (nei pressi c'è sempre la porta di S.Agostino) il rumore degli scarponi (giuro di averli sentiti) che filtra nella spessa coltre del boato in cui ti immergi, quasi tuffandoti da una delle piattaforme che poi avrei calpestato nelle tonnare di Sicilia. E l'abbraccio alla fine, di quegli abbracci che non si raccontano. Nascono da soli, e non sono ripetibili. 

Dopo tutto questo verrebbe da chiedersi allora perché questo anno che se ne va non lascia impronte nostalgiche.
Semplicemente perché avrei voluto che accadessero delle cose. Ma non sono accadute. Che cambiassero delle situazioni, che non si sono modificate. Che il 2016 potesse avvicinarsi sotto certi auspici... Ma ho la sensazione che non sarà così.
Eppure... Continuo ad essere fiducioso. 
L'anno si è chiuso con un'intervista-chiacchierata (come mi piacer definirle) con una persona che ho conosciuto quest'anno. Un imprenditore un po' filosofo e un po' sognatore. Di quelli che però alcuni sogni hanno saputo anche realizzarli. Non è Cucinelli (che pure ho intervistato un paio di volte quest'anno), del resto non è l'unico ad avere buone idee e a sognare un futuro migliore.
Donare e stupire: sono due dei punti cardinali che ha provato a spiegarmi l'interlocutore di pochi giorni fa, su una panchina del Teatro Romano. 
Ecco, mi sono chiesto quanto ognuno di noi - e soprattutto la nostra comunità - abbia difficoltà a donarsi, a donare. E a regalare stupore. 
Per certi versi ho l'impressione che la nostra Gubbio non sia più capace nemmeno di saperli ricevere e capire certi doni (spero di sbagliare), troppo occupata spesso a coltivare invidie e polemiche, disfattismo e apatia.
Ci sono le felici eccezioni (penso alle 100 ramazze e al tanto volontariato che pullula da queste parti), ma c'è anche la netta sensazione che troppe potenzialità restino inespresse: perché non sappiamo unirci. Ma sappiamo benissimo quale è la formula algebrica per dividerci. Su tutto. 
Non voglio farmi un augurio per il 2016. Può sembrare banale. 
Forse l'unico - oltre alla salute per me e i miei cari - è di trovare un po più tempo e maggiori stimoli anche per tornare qui, su questo blog. Per fare una delle poche cose che mi gratifica davvero... Scrivere. Ecco, il 2015 è stato strano anche per questo. Ho scritto meno del solito. E allora, tanti saluti 2015...

venerdì 21 agosto 2015

L'estate sta finendo. Anche se è la più lunga nella storia del Gubbio...

L'estate sta finendo. 
La cantavano a metà anni 80 i Righeira ma dopo un trentennio il motivo potrebbe essere eletto a inno ufficiale del Gubbio.
L'estate sta finendo ed è certamente la più lunga della storia ultracentenaria dei rossoblù: perchè a 2 settimane dal via del campionato il Gubbio non sa ancora con certezza in quale campionato giocherà.
Colpa di un sistema che naviga nella totale incertezza da anni e che si riduce a risolvere le questioni di giustizia sportiva solo al fotofinish. Nulla di cui sorprendersi, se pensiamo che a fine maggio fu rivoluzionata la griglia playout per un ricorso pendente da 8 mesi prima.
Colpa anche di un Gubbio che, a bocce ferme lo si può dire, la scorsa stagione ha fatto di tutto per complicarsi la vita. E alla fine c'è riuscito con un suicidio perfetto, a costruire una retrocessione semplicemente impensabile al giro di boa.
Sarà corsa contro il tempo, comunque.

Lo sarà se la sentenza di primo grado che catapulta all'indietro di due categorie il Teramo e di una il Savona, consentirà ai rossoblù di tornare tra i professionisti. Perchè la squadra è quasi tutta da costruire. E la cosiddetta amalgama richiederà qualche buona partita di campionato prima di entrare a regime.
Sarà corsa contro il tempo anche se – e l'ipotesi è francamente improbabile – dovesse tutto essere ribaltato nel processo d'appello. Perchè anche per una serie D il Gubbio dovrebbe completare il suo mosaico, con la questione fuoriquota che farà la differenza.

Restando realisti, senza farsi trasportare da eccessivo ottimismo, si può dire che ad oggi il Gubbio ha un piede e mezzo in Lega pro. Che vedrà scritto il suo nome nel girone e nei calendari che saranno stilati la prossima settimana. Ma che saprà solo al 100% di essere tornato in terza serie i primi di settembre, a pochi giorni dalla prima trasferta, chissà dove, magari proprio a Siena dove solo qualche anno fa l'Inter di Ibra vinceva i suoi scudetti (nella foto a sinistra).

L'estate sta finendo. Ma mai come quest'anno è stata vissuta in apnea da queste parti. Un sacrificio che deve essere anche un monito a non ripetere gli errori del passato: con la prima squadra così come col settore giovanile.

E poi c'è Magi. Che forse è la garanzia maggiore sul fatto che – anche di rincorsa – la squadra avrà una sua identità.


Editoriale de "Il Rosso e il Blu" - 21.8.15 

domenica 26 luglio 2015

La Grande Guerra del nonno Stefano: e "Il tempo migliore della nostra vita"

Ognuno forse ha un suo motivo per celebrare i 100 anni della Grande Guerra.
Il mio si chiama Stefano Marinelli, classe 97, tenente, a 18 anni, in prima linea...
A casa non raccontò mai nulla di quanto visse in quella trincea, se non della gioia di entrare a cavallo a Trieste: e della bellezza irresistibile di alcune triestine (che l'asperità delle battaglie lasciate alle spalle devono aver sicuramente accentuato).
Ma le rughe sulle mani, gli abbracci caldi carichi di bene a noi nipoti, il sorriso tenero di chi aveva visto l'inferno ed era riuscito a tornare, erano lì, quasi a renderne testimonianza silenziosa.
Nè cambiarono le cose con la seconda guerra mondiale (fece pure quella): se non la sua anagrafe (di anni ne aveva 40), se non la destinazione (il Montenegro anzichè il Monte Grappa), se non il fatto di avere oltre che una moglie, mia nonna Anna, anche un figlio (mio padre) che lo attendeva a casa.
E che chiamava teneramente "Giorgetto" nelle cartoline inviate dal fronte, per far sapere che andava tutto "bene". Che quando sei in guerra, non significa vincere o perdere. Ma: "Ancora sto nelle condizioni di poter tornare".

Ho pensato spesso a quelle cartoline, che mio padre conserva tuttora nel suo ufficio, quasi fossero souvenir da luoghi di vacanza. In fondo è proprio quello - l'azienda di famiglia - il luogo dove poi il nonno Stefano ha consacrato la sua esistenza, dedicando tutto se stesso alla famiglia, all'impresa di famiglia, al futuro della famiglia, restandoci ancorato, su una sedia all'ingresso, anche ultraottantenne, con quell'aria sorniona ma anche saggia con cui squadrava ogni cliente all'ingresso. Non mancando di apostrofare tra sè e sè quelli meno "affidabili"... (Oggi praticamente, secondo i suoi antichi e nobili canoni della "parola data" o della "stretta di mano che vale più di un contratto", sarebbero in pochi a salvarsi).

Ci ho ripensato spesso leggendo soprattutto "Il tempo migliore della nostra vita", uno dei cinque libri finalisti del premio letterario "Campiello", scritto da Antonio Scurati, che ho avuto il piacere di conoscere e intervistare, insieme agli altri quattro autori, il 22 luglio scorso, in un caldo ma appassionante pomeriggio di letteratura, vissuto alla Sala dell'Arengo di Palazzo dei Consoli: la prima volta della "cinquina" a Gubbio.
Scurati racconta la breve ma intensa esistenza di Leone Ginzburg, uno degli intellettuali più integerrimi (oltre che colti) del secolo scorso, capace di opporsi al totalitarismo culturale non con le armi, ma con la cultura. Capace di fondare una casa editrice ancora oggi importante (la Einaudi), pur dovendo lavorare nell'ombra, in quanto perseguitato (era ebreo, di origini russe). Capace di lasciare tracce indelebili nella cultura del nostro Paese, pur essendone rifiutato dal sistema di cui si ritrovò a far parte. Tra i tanti "no" che ebbe la forza di pronunciare - rinunciando ad una brillante carriera universitaria, essendo già ordinario ad appena 25 anni - un "si" prevalse su tutto: quello di continuare a lavorare per la cultura.

Ma la storia di Ginzburg - e di sua moglie, Natalia, che poi ispira anche il titolo del libro - viaggia parallela con le storie delle due famiglie dell'autore, di Antonio Scurati: i Ferrieri di Napoli, la famiglia materna, e gli Scurati della Brianza, quella paterna.
Le loro vite, pur anonime, pur sconosciute, lontane dai riflettori della fama e dagli altari della cultura letteraria, hanno potuto ergersi a testimonianza viva e autentica di quel tempo. Con le paure, i timori, le angosce attraversate. Ma anche gli amori, le gratificazioni, gli entusiasmi, i sogni che pur quell'epoca difficile - quale ogni guerra si rivela - aveva prodotto.
Tanto da rendere quella generazione "paradossalmente fortunata" agli occhi di chi, oggi, vive sostanzialmente nell'agio e nella quiete di una pace eterea (rispetto alle bombe che quotidianamente sconvolgevano Napoli come la Lombardia, sia che fossero "alleate" o tedesche). Una serenità, quella odierna, senza brividi, senza ideali per cui battersi, con una generazione di mezzo (la nostra) "condannata" a convivere con i piccoli sussulti di una cronaca quotidiana orfana di eroi, ma soprattutto di ideali. Incapace di intravedere, nel caotico susseguirsi di informazioni e notizie, fitte come una scarica di mitragliatrice, gli scossoni della Storia. Che ormai è rimasta solo quella dei libri.

In questo parallelismo, in questo doppio binario a distanza, mi sono ritrovato, pensando proprio a mio nonno Stefano. Lui che, poco più che 17enne, si ritrovò al fronte a dover fare i conti con le granate e le pallottole degli austro-ungarici. A mettere il suo mattone silente e coraggioso sul muro della storia di un Paese che - allora non sapeva - l'avrebbe a mala pena commemorato 100 anni dopo. Dimenticandosene pero' nel lungo frattempo.
Lui, anonimo tra tanti, ha fatto la storia, La sua e quella del suo Paese. Ma in fondo - mi convinco - l'ha fatta anche dopo.
Come potrebbe raccontare un'altra cartolina, che conservo ancora a casa: l'Autorimessa Grand'Italia, tra le primissime imprese nell'incipiente mondo dei motori, che il nonno Stefano amava, con il suo curioso numero di telefono, appena ad una cifra, il 9.
Anche quella è stata storia. In quella logica di costruzione miniaturizzata di un processo sociale, economico, di vita - dagli anni Sessanta ai giorni nostri - che non ha meno valore, nè peso specifico, delle sortite in trincea. E del trionfo di Vittorio Veneto.
Se noi oggi siamo, siamo anche grazie ai sacrifici di chi ci ha preceduto: e i sacrifici non sono solo quelli patiti in divisa.

Avevo appena 13 anni quando mio nonno se ne è andato, una sera d'autunno del 1984.
Mi mancano le sue coccole, i pranzi delle "battiture" dove ci portava a S.Martino in Colle, i vizi che ci regalava (perfino un cavallino pony che chissà quanto mai avrà durato). Ripenso perfino alla sua mollica inzuppata nel vino che ci faceva assaggiare di nascosto a piccole gocce, da bambini, prima di pranzo (evitando accuratamente l'ira di mia madre o mia nonna quando se ne accorgevano).
Mi sembra ieri. Mi sembra ancora di avvertire il calore di quelle mani enormi segnate dagli anni, che hanno imbracciato fucili e maneggiato volanti, che hanno infilato divise militari e imbracato tute da lavoro, che hanno applaudito e accarezzato. Che hanno sudato e vissuto.

E ogni tanto ci penso. Non so se il nonno Stefano avrà schivato mine, granate, colpi di baionetta; non so quanto avrà stretto i denti nel gelido anfratto delle trincee; non so quanto avrà maledetto quella guerra o quanto avrà gioito alla sua conclusione, fiero com'era di onorare comunque la bandiera italiana e la Patria (una parola che oggi si sente vibrare solo per le competizioni sportive ma che andrebbe recuperata nel suo significato più vero, senza "ismi" che ne offuschino il valore).
So di sicuro che nessun ordigno, nessuna bomba, nessuna pallottola chirurgica avrebbe potuto ferirlo mortalmente come fece la scomparsa di sua moglie, Anna Andreoli, quasi 70 anni dopo. Dopo una vita vissuta insieme.
Lasciandolo solo, nonostante una famiglia accanto, nonostante una vita epica alle spalle, nonostante la forza di un fisico possente, un po' logorato ma ancora carico di orgoglio e tenacia.
Quell'assenza, inevitabile ma anche improvvisa (perché non ci si può mai abituare alla mancanza di chi ti vive accanto per una vita) ebbe l'effetto di una mazzata capace di tramortire anche un gigante.
In realtà in quel 1984 era rimasto semplicemente solo. Malinconicamente solo, a "vegetare" senza meta, senza una spalla, senza un perchè. E senza neanche più un passato da raccontare. Solo, con l'unico desiderio di ricongiungersi con sua moglie, pochi mesi dopo...
Per ironia del destino, accade la stessa cosa ai due miei nonni materni, 10 anni dopo. Con la stessa triste sequenza e analogo epilogo, a distanza di pochi mesi.

Ed ecco che la vita, accanto alla morte, ci rivela la sua essenza: quelle che chiamiamo "glorie" e ricordi di un passato straordinario, alla fine lasciano l'ebbrezza di una foto o una medaglia. E durano il tempo di un istante, se la memoria assiste; mentre il cuore fatica a scuotersi.
Gli affetti, gli amori, le poche persone che davvero danno senso alla nostra esistenza, sono quelle per le quali davvero si vive. Le uniche per le quali si respira, Sono quelle senza le quali ci si spegne... Senza bisogno di avere pallottole da schivare.