Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

sabato 21 agosto 2021

Da una lettera di Mario Rosati al dibattito di oggi sulla Festa dei Ceri. E una scelta di fondo: preservare il rito o la partecipazione coreografica?

Mi è capitato di ricevere questa lettera, in modo del tutto casuale. E' interessante leggerla, proprio in questi giorni. Non solo perchè ha esattamente 61 anni, ma soprattutto perchè ispira una riflessione molto attuale. Per i suoi contenuti straordinari (ma non sorprendenti) e soprattutto per il suo firmatario.


Il presidente del Maggio Eugubino al Sindaco.
“Oggetto: Ripetizione Corsa dei Ceri 11 Settembre.

Ill.mo Sig. Sindaco di Gubbio
Nella sua riunione in data 7 corr. il Consiglio Direttivo di questa Associazione, facendosi interprete del desiderio di molti Concittadini ha espresso parere favorevole in merito all’oggetto. Si ritiene infatti che la manifestazione stessa potrebbe richiamare su Gubbio un notevole afflusso di turisti in Italia per le Olimpiadi.
Il pensiero ed il parere di questa Associazione è puramente indicativo; infatti l’autorevole parola definitiva deve essere data della S.V. e dall’Università dei Muratori. Si desidera conoscere cortesemente il pensiero dell’Amministrazione da Lei presieduta dopodiché, in caso favorevole, sarà indetta da questa Associazione una riunione di tutti gli Enti Cittadini allo scopo di fissare un programma e precisare quanto sarà ritenuto idoneo al successo della manifestazione stessa.
In attesa di cortese urgente riscontro inviamo i più distinti saluti.

Gubbio, 8 agosto 1960

Il Presidente
Mario Rosati


Dunque, questo documento, rispolverato dall'amico ed eccellente ricercatore storico d'archivio Fabrizio Cece, ci dice alcune cose.
La prima è che non è stato così raro nel XX secolo pensare e proporre lo svolgimento della Festa dei Ceri al di fuori del 15 maggio. 

E' avvenuto negli anni '20 come anche nel 1930. E' stato proposto anche dopo la guerra. Persino quando si aveva la fortuna - che fino a 2 anni fa davamo per scontata - che ogni 15 maggio "si facessero" i Ceri.
Questo precedente del 1960 è indicativo perché la data è legata ad un Centenario (quello della morte di S.Ubaldo) e anche ad un evento straordinario (le Olimpiadi in Italia) che pure nulla ha a che vedere con Gubbio e le sue tradizioni. 

L'estensore della lettera però non è un eugubino qualunque: è il presidente e fondatore (insieme a pochi altri innamorati di Gubbio) dell'associazione Maggio Eugubino, tra gli esponenti più autorevoli di quella comunità operosa, intraprendente e innamorata della propria città che nel dopoguerra seppe interpretare il desiderio di "ripartenza" dopo la tragedia bellica (appesantita a Gubbio dalla drammatica pagina dei 40 martiri) e seppe dare uno slancio eccezionale e senza precedenti alla promozione di Gubbio in Italia e nel mondo. Privilegiando principi e valori legati alla nostra gente, a prescindere dalle priorità (anche economiche) del momento, dalle idee politiche, dai sentori momentanei e dagli umori della piazza (che allora non era sul web).

Un Eugubino, Mario Rosati, con la E maiuscola, cui non faceva difetto coraggio, intraprendenza, spirito di iniziativa, a costo di sembrare impopolare: la cui unica stella polare era il bene della città, era Gubbio. Al di sopra di ogni altro interesse ed esigenza contingente.
Lo scrivo per ricordarlo soprattutto a quei giovani che magari ne hanno solo vagamente sentito parlare. E che oggi si interrogano, giustamente, su tanti aspetti legati a ciò a cui si deve rinunciare. E soprattutto al perchè questa comunità è costretta a rinunciarvi.


La Festa dei Ceri rappresenta il momento più identitario della comunità eugubina. Almeno su questo, spero che ci sia una condivisione generale. Perfino su facebook (un "territorio" nel quale immagino che un Mario Rosati non si sarebbe mai avventurato, specie per trattare di questi temi).

La Festa dei Ceri, come scrissi qualche mese fa, rappresenta per questo l'unico vero "defibrillatore" sociale ed emotivo, che potrebbe finalmente scuotere la nostra comunità e farla sentire fuori dal tunnel dell'incertezza, della precarietà, dell'apnea di sentimenti, volontà e prospettive cui questa pandemia ci ha condannati. Il momento di Vita capace di riaccendere il senso di torpore generale che sembra aver pervaso soprattutto i più giovani.


La Festa dei Ceri, come noi la conosciamo, non tornerà presto. Bisognerà prenderne coscienza. Capire che sarà inevitabile aspettare ancora qualche anno (speriamo non troppi) per poter rivedere un'immagine come quella del 15 maggio 2019. Che ancora a lungo ricorderemo come l'"ultima festa prima della pandemia".

Dunque?
Bisogna semplicemente dire le cose come stanno. 
Se la Festa dei Ceri è davvero il momento identitario di questa comunità, se davvero rappresenta l'espressione più alta del nostro essere eugubini, se costituisce quel "testimone" morale che le generazioni si tramandano l'una con l'altra, ebbene, richiede uno sforzo eccezionale per far sì che non possano trascorrere uno, due o addirittura tre anni senza che se ne riveda una traccia. Che non sia un filmato su youtube.

La Festa dei Ceri, se è tutto questo, deve essere fatta
Nelle forme e nelle condizioni che il momento attuale consente. Come in fondo è avvenuto da sempre.

Se osserviamo le foto del passato (neanche tanto remoto, pensiamo solo al XX secolo), in qualunque decennio prima degli anni Sessanta-Settanta (per capire, prima del boom mediatico favorito proprio dall'opera di Mario Rosati e degli eugubini suoi coetanei, che contribuirono a rendere il 15 maggio celebre in tutto il mondo) notiamo scenari "desolatamente" vuoti e con pochissimo contorno di pubblico. La stessa Piazza Grande raramente è gremita in ogni metro quadrato.
Erano pochi i ceraioli ma erano pochissimi anche coloro che partecipavano alla Festa.
Eppure erano i Ceri anche allora. Quella era la Festa che tutti quegli eugubini conoscevano. Era meno affollata ma non meno appassionata e sentita, anzi. 

La risposta in realtà è molto più semplice: i Ceri sono lo specchio di ogni epoca, non sono una mera rievocazione in costume, una parata artefatta ed estemporanea, ma sono l'essenza di quello che la società eugubina del tempo, sapeva esprimere, riprodurre, esternare. E oggi non potrebbero che essere la "Festa nell'epoca della pandemia".


L'unico comun denominatore è sempre stato il suo momento conclusivo. Che era anche la sua meta: l'arrivo ai piedi dell'urna del Patrono.
Cui si poteva arrivare anche a notte fonda, come accadde esattamente 100 anni fa, perchè a portare i Ceri, a proseguire quel rito, furono poche donne, forti e coraggiose, nonostante l'epoca non concedesse loro grande spazio di emancipazione, ma capaci di sopperire all'assenza degli uomini, nascosti a causa dei disordini politici del periodo.

Oggi, con la pandemia a farci da contorno, come potremmo però immaginarci la Festa dei Ceri?
Non è una risposta semplice. Ma forse, a pensarci bene, lo è molto più del groviglio di polemiche che si sono condensate negli ultimi mesi facendo perdere di vista a tutti il vero obiettivo.

Lo scenario di oggi - che è molto meno critico del 2020, soprattutto con numeri di ospedalizzazione e terapie intensive fortunatamente bassissimi - non cambierà a breve. Sarà, quello di oggi, più o meno lo stesso che avremo tra 8 mesi. 
In quel 15 maggio 2022 quando, a detta di alcuni che oggi inorridiscono all'idea di una Festa organizzata e svolta al di fuori della sua tradizionale data, sono certi che il 15 maggio 2022 "li faremo a tutti i costi"

Magari esserne sicuri.

Invece probabilmente il timore è che non sarà così.
Perchè se li avessimo voluti fare "a tutti i costi", li avremmo già fatti.
Come? 
Intanto abbandonando un atteggiamento passivo, attendista, fatalista. Ai limiti del masochista. Che ha portato in molti a pensare che la Festa dei Ceri o si fa come la conosciamo o non si fa. 
Una presa di posizione che diventa non solo egoistica ("o se fa se ce so io o non se fa") ma ha il sapore di una condanna, proprio per quel che si diceva: la condanna a non farli per un bel pezzo.

Con la triste conseguenza che in tanti, soprattutto giovani ma anche meno giovani, finiscano per ABITUARSI all'assenza della Festa dei Ceri. E chissà un giorno, tra qualche anno, a rinunciarvi perchè c'è un acquazzone, o perchè è saltato un contatore elettrico (e magari si scongela qualche quintale di pietanze destinate a una taverna).

Se ho bisogno di qualcosa, se ne sento davvero la necessità, se per me è importante, sono disposto ad averla anche in forma ridotta. Dato che l'alternativa è non averla per niente.

Se invece per me è indifferente averla o non averla (perchè o c'è nella sua forma considerata "originale" o meglio non farla) significa che, in fondo, quella cosa non è poi così importante.
Non è egoismo. E' logica. E in questo caso, logica sentimentale.

Altre città (come Sassari, con i Candelieri) hanno scelto di tornare ad organizzare le proprie feste. Feste diverse, per carità, non paragonabili. Ma per ognuna di queste comunità, erano e sono le proprie Feste.
C'è stata una volontà forte e una coesione sinergica, favorita magari anche da una maggiore semplicità organizzativa, che ha saputo vincere le restrizioni normative. Trovando una soluzione compatibile con le stesse. Ma riuscendo a proseguire la tradizione. Che non sarà millenaria, e neppure secolare. Ma che nel 2021 (e in alcuni casi, perfino nel 2020) ha comunque trovato modo di esprimersi. E avere continuità.

Siamo davvero sicuri che non sia possibile farlo anche con la Festa dei Ceri?
Che non ci siano intelligenze, saperi, professionalità in grado di mettersi a disposizione della comunità per trovare una soluzione percorribile e accettabile, un sano compromesso, in grado di garantire la "continuità" della Festa?
Mi rifiuto di pensarlo. E infatti non è così. 
E' stato presentato un progetto dettagliato, frutto di un lavoro certosino e qualificato. Ovviamente sui social si è scatenato di tutto. Ma questo ormai è il vero folclore del XXI secolo, che accompagna ogni novità del vivere quotidiano. Lo "sfiotto" libero, spesso privo di un qualsiasi basilare conoscenza sull'argomento, così come dell'uso della lingua italiana. Provare a rispondervi non è impossibile. E' inutile.

Ciò che invece sarebbe inaccettabile è rinunciare a priori a conoscere se c'è una via d'uscita dall'apatia attuale. Rinunciare a ipotizzare una soluzione.

Lo scorso anno l'alibi era la pochezza sostanziale di adesioni ad una Festa al di fuori di maggio. Quest'anno neanche tutto ciò può reggere: ci sono state oltre duemila persone che hanno espresso la volontà di celebrare il rito della Festa anche al di fuori del 15 maggio.
"Nella forma che tutti conosciamo", dirà qualcuno, quasi a voler annullare la valenza di quella manifestazione di volontà. 


"Nella forma che l'attualità ci consente"
, è invece la definizione con cui dovremmo (e dovremo da qui in futuro) rapportarci.
E' quello di cui tutti, ma davvero tutti, debbono prendere coscienza.

Tutti quelli che amano la propria città, le sue tradizioni, il passato ma anche il futuro della nostra comunità. 
E che non vogliono che questa epoca un giorno sia ricordata per quello che - nonostante il bagaglio di conoscenze, strumenti, saperi e tecnologie a disposizione (imparagonabile con qualunque era passata) - non si è avuto il coraggio o la volontà di fare


PS Ho letto più di una volta questa lettera. E mi sono convinto che oggi un Mario Rosati non avrebbe alcun dubbio sul da farsi. 
Una convinzione che, comunque vadano le cose, mi rende orgoglioso. Di quel che penso e di quel che sento. Anche dovessi ritrovarmi in una ristretta minoranza.

In fondo non credo che il primo soldato eugubino a cui sarà venuto in mente di organizzare la Festa dei Ceri sul Col di Lana sarà stato preso sul serio. Eppure alla fine ebbe ragione lui. 
Ma anche in senso inverso, in quel 1960, quando la Festa a settembre, proposta da Rosati, in realtà non si fece (con la enorme differenza rispetto ad oggi che sarebbe stato comunque un doppione del 15 maggio, già svolto). 
Nonostante questo, l'onestà intellettuale, la compostezza istituzionale, l'energia vibrante e il sentimento sincero che affiora dalle righe di questa lettera di Rosati, in una parola lo spirito di autentica eugubinità che ne traspare, sono la cifra che dovrebbe ispirare chi è chiamato ad assumersi responsabilità soprattutto in un periodo che richiede decisioni gravi e importanti. E dovrebbe ispirare gli Eugubini. 

Ad una scelta di fondo:

PRESERVARE IL RITO, a costo di doverne prevedere una versione ristretta, o LA SUA PARTECIPAZIONE COREOGRAFICA, col rischio però di aspettare diversi anni? 
Basta scegliere. E assumersi le conseguenti responsabilità. 

Nel frattempo, mentre giunge notizia che nel 2022 il semplice ingresso a Venezia avverrà a numero chiuso, qualcosa mi dice che da qui a 8 mesi, quel protocollo così vituperato in queste ore, potrebbe tornare utile...

venerdì 6 agosto 2021

Nell'Olimipiade dei record azzurri, il flop degli sport di squadra. E un rimpianto che porta al Campidoglio...

Ad appena 2 giorni dal D day dello sport azzurro (con il doppio oro dei miracoli firmato Tamberi - Jacobs in 20 minuti domenica) l'Olimpiade giapponese emette una sentenza senza appello che getta molte nubi sul bilancio finale dello sport italiano: tutte le squadre azzurre partecipanti sono state eliminate, nel giro di appena 24 ore. A casa volley maschile e femminile, basket e pallanuoto e non è andata meglio al beach volley. Se si considera che era già da giorni fuori causa il softball, il quadro è completo e desolante. Senza considerare che il più blasonato e praticato degli sport, il calcio, neanche partecipava.

Un bilancio sportivamente parlando drammatico se non fosse che si tratta di sconfitte molto diverse tra loro.


A testa alta anzi altissima, l'Italbasket che il suo prodigio lo aveva già compiuto e avrebbe avuto bisogno del coniglio dal cilindro per far fuori una potenza come quella francese. Forse l'unico rammarico è non aver creduto abbastanza di poter battere l'Australia nel primo turno guadagnandosi poi un avversario più morbido ai quarti.



Il Settebello non ha avuto fortuna pescando subito la Serbia nonostante non avesse perso neanche una gara. Al primo inciampo gli azzurri campioni del mondo si sono ritrovati sulla scaletta dell'aereo.


Il vero grande flop si chiama Italvolley. Maschile ma soprattutto femminile.




La squadra di Blengini manca un appuntamento che gli azzurri centravano da 29 anni, inizio era Velasco, Olimpiadi spagnole con il sestetto fresco di Mondiale che si fa sbattere fuori dagli yankees di Kiraly. Facile dire che è finito un ciclo. Purtroppo lo zar non è più lo zar, in attacco le rotazioni non hanno funzionato (peccato aver lasciato a casa Pippo Lanza) e a Juantorena non si poteva chiedere di più. Il vero rammarico è essere usciti contro un avversario sicuramente forte ma non impossibile come l'Argentina guidata da un alzatore che in Italia gioca da talmente tanto tempo che forse non ricorda più neanche la lingua madre.


Discorso diverso e più critico meritano le femminucce
, finite per crogiolarsi un po' troppo nell'exploit dei Mondiali 2018 e rivelatesi invece a corto di personalità.  Avevano tutto per arrivare agilmente a medaglia specie dopo le prime 4 gare da percorso netto. Poi il black out con la Cina (già eliminata) quindi l'inciampo con gli Usa (che sarebbe stato ininfluente senza l'harakiri precedente). Morale: ai quarti le azzurre si sarebbero ritrovate le giovani e aitanti domenicane, affascinanti quanto volete ma battibili anche da bendate.

Squadra giovane quella di Mazzarri con enormi margini di crescita ma incapace di declinare termini come umiltà, continuità e determinazione (specie nelle figure leader, o presunte tali, come Paola Egonu). Non poco, anche pensando agli Europei di scena tra 2 settimane.


Postilla finale per il calcio. Che non figura sul banco imputati solo perché le due nazionali non si sono neanche qualificate.

Dunque il bilancio è ancora peggiore, specie se si pensa al caso della under 21 uomini, dato che l'Europeo in cui è mancato il pass per Tokyo, si giocava in casa e (aggravante ulteriore) si era aperto battendo 3-1 la favoritissima Spagna salvo poi dilapidare tutto con la Polonia. Per la cronaca, tra un paio di giorni gli iberici che abbiamo "graziato", si  giocheranno l'oro contro il Brasile.

In definitiva, se le due discipline più seguite dagli spalti e praticate sul campo (calcio e volley) fanno acqua alle Olimpiadi qualche domanda al Coni (ma anche in Federcalcio e Federvolley) dovranno pur farsela.

Nell'edizione Olimpica che consegneremo alla storia per i 20 minuti più adrenalinici della storia sportiva azzurra (e non solo) e forse per il record di medaglie da Roma 1960 ad oggi, il flop totale degli sport a squadre non può passare inosservato
Se non fosse per tante discipline bistrattate dall'opinione pubblica e ancor più da media e istituzioni (con una gestione quasi monopolistica degli impianti sportivi riservata a pochi) oggi ci ritroveremmo sul medagliere insieme a San Marino che grida giustamente a traguardi storici per le sue prime medaglie a tiro a volo. Sono appena 2 ma intanto è 1 in più dell'Italia (poi è arrivata anche una terza alla lotta).


In fondo basterebbe ispirarsi a chi negli ultimi anni ha saputo fare passi da gigante. Nell'anno di Euro 2020 pare paradossale, ma parliamo del Regno Unito.

Con i Giochi Olimpici 2012, Londra e dintorni non si sono solo rifatti il look ma hanno riversato valanghe di sterline in impiantistica e settori giovanili. Guardare il medagliere di Sua Maestà nelle ultime 3 edizioni olimpiche per credere.


Dalle  nostre parti invece l'unica chance chiamata Roma 2024 e' stata beatamente cestinata in un clima di piena idolatria demagogico-populista. Se nei prossimi anni mancheranno risorse da investire nello sport e nell'impiantistica, sappiamo, tra gli altri, chi ringraziare. Basta citofonare in Campidoglio. 

martedì 13 luglio 2021

I colori di un Europeo da incorniciare: dal carisma del Mancio alla stampella di Spinazzola...

Ci vorrà ancora un po' per metabolizzare il valore di una vittoria come questa: Italia Campione d'Europa.

Era successo una sola volta, prima ancora che nascessi. E in situazioni molto diverse (non esistevano neanche i supplementari, la semifinale l'avevamo vinta con la monetina come neanche nel vicolo sotto casa avremmo mai pensato, e la finale con la Jugoslavia venne rigiocata il lunedì dopo uno scialbo 0-0). E senza l'impatto mediatico di oggi.

Le emozioni di domenica, però, resteranno impresse a lungo nelle nostre menti, avranno una loro identità: perchè anche se sono stati i rigori a regalare la Coppa – come già avvenuto nel 2006 – l'escalation è stata diversa.


Come quegli istanti di incertezza dopo la parata finale di Donnarumma (neanche lui aveva capito subito di aver vinto, non è un robot fortunatamente) che avranno lasciato interdetti milioni di italiani.

Lo confesso: dopo l'errore di Jorginho non ci speravo più. Quei secondi che separavano il fischio dell'arbitro dalla sua lenta e saltellante rincorsa, li ho trascorsi a gridargli di guardare il portiere, come se potesse sentirmi: se segnava, eravamo campioni. Niente da fare. E mentre lo vedevo scuotere la testa per l'errore imperdonabile, davo per scontato un epilogo simile a 5 anni fa quando l'eccessiva esuberanza dal dischetto di Zaza e Pellè, ci costò il passaggio in semifinale, potendo andare addirittura avanti 3-1 nei rigori coi tedeschi.


Invece stavolta è andata bene. Perchè quando vinci ai rigori devi dire solo questo: “è andata bene”. Con molta meno filosofia, invece, si digerisce il concetto che “è andata male” quando si perde. E la mia generazione lo sa: avendo trascorso i suoi 20 anni, fino quasi ai 30, a disperarsi per le puntuali sconfitte degli azzurri dagli undici metri.

E' andata bene anche avere in porta un “sacramento” come Gigio Donnarumma. Che sarà pure gestito da un manager avido e senza scrupoli, ma è prezioso per il calcio italiano come il David di Michelangelo lo è per Firenze.

Ora andrà a prendersi 60 milioni in 5 anni a Parigi e tornerà presto ad essere meno simpatico: ma quando la Nazionale potrà affidarsi a lui, non dovrà temere neanche l'epilogo dei rigori. Come ha detto Mancini “due almeno ne para. O li fa sbagliare” (che è quanto avvenuto puntualmente con Olmo e Rashford).

Poi è ovvio, anche qualcuno dei nostri deve metterli dentro.

A proposito: chapeau per Bernardeschi e Bonucci.

Prima ho volutamente citato l'ex gigliato: in fondo è il suo il gol che ha deciso la finale...

Uno dei giocatori più bistrattati dell'ultimi quinquennio, sbeffeggiato dai suoi tifosi forse più che da quelli avversari, reduce da un paio di stagioni semplicemente da cancellare. Ha giocato le sue gare all'Europeo in punta di piedi, senza strafare, ma facendo il suo. Un palo col Galles, e qualche spunto. Molta diligenza tattica. Nulla di eccezionale ma anche libero da quelle paure che in bianconero sembravano traviarlo. Poi si è presentato 2 volte sul dischetto, in una semifinale e in una finale europea: ci vogliono gli attributi per questo, altro che. 

Mi ha ricordato De Rossi che sul dischetto in finale coi francesi andò nel 2006 dopo 4 turni di squalifica. A chi gli chiese: “Ma tiri? Se sbagli ti massacrano”. “Sto peggio a guardare gli altri tirare senza prendermi la responsabilità” rispose.


Bonucci, sul fronte attributi, invece non è una novità.

E' un po' il Materazzi di questi anni: amato-odiato dalle tifoserie, in Nazionale mette tutti d'accordo. Gol pesanti i suoi, quelli buoni e quelli annullati (aveva già segnato al Belgio ma in leggero offside), ma soprattutto anche qui grandi spalle (o se preferite, togliete la s) ad andare sul dischetto. Dove ha avuto in azzurro alterne fortune (errori con Spagna e Germania ma anche il pari sempre con i tedeschi 5 anni fa, quando tirò in gara semplicemente perchè avevamo finito i giocatori in grado di stare in piedi).


E poi il capitano: Giorgio Chiellini. Un giocatore immenso, con quel viso da vecchio artigiano della pedata che tradisce invece l'indole di un ragazzotto vigoroso ma signorile, spietato nelle marcature quanto sportivo e sorridente con gli avversari, appena un frangente anche in gara consente di smorzare la tensione. Uno che abbraccia tutti, e non sai se nel frattempo ti prende le misure, che "gigioneggia" durante il sorteggio dei rigori con la Spagna come dovesse giocarsi un gelato a briscola, uno con laurea e master, destinato a ruoli dirigenziali: nella Juve o direttamente in Federazione. 
E che finalmente ha alzato una Coppa europea, avendo dovuto ingoiare troppi rospi in bianconero (senza i suoi ciclici infortuni muscolari, la sua storia europea e quella della Juve, a mio avviso, sarebbero molto diverse).

Uno che davanti al Capo dello Stato non ha dimenticato l'amico Davide Astori. Che volle salutare, insieme alla squadra bianconera, unica presente, l'ultima volta al funerale, pur essendo poche ore prima in campo proprio a Londra contro il Tottenham di Kane.



Questa Coppa ha anche il volto di Jorginho, brasiliano di nascita ma che in Italia è calcisticamente cresciuto, partendo dalla periferia e dalla serie C, passando per la B (con il Verona anche a Gubbio) e arrivando a vincere nello stesso anno Champions League ed Europeo. Infallibile dagli 11 metri, proprio in finale ha dimostrato che non si giudica un giocatore da un calcio di rigore. Specie se a risputartelo fuori è un palo interno. Dopo 20' temeva (e noi con lui) di aver finito il torneo. Due ore dopo era sul dischetto. Giocatore monumentale sul piano tattico, che raccoglie l'eredità di gente come Ancelotti, Albertini o Pirlo. E che purtroppo le big italiane non hanno saputo intercettare prima che arrivasse il magnate russo del Chelsea.


La serie C e la serie B: quanti talenti inespressi vegetano in queste lande pedatorie senza la giusta fortuna? 
Nove anni fa, non un secolo, il trio di scugnizzi del Pescara, Verratti, Insigne e Immobile, faceva le fortune dell'ultima apparizione vincente di Zeman, trascinava i biancazzurri in serie A. 
Posso dire di averli visti all'opera, al Barbetti, con il pubblico a dimenticare per un giorno i propri colori ma ad applaudire indistintamente chi – per dirla con mio zio Giulio – giocava “a calcio” mentre noi “giocavamo a pallone”. 

Come i Grosso, Materazzi e Gattuso venuti dalla C e diventati campioni del Mondo, i tre talentuosi azzurri dimostrano come basti cercare bene, cercare ovunque, cercare con intelligenza nei meandri del calcio italico, per trovare talenti. Anzichè riempire le nostre categorie di anonimi e non sempre volonterosi stranieri, che non servono più neppure per qualche abbonamento pre-campionato.


Due righe le merita Federico Chiesa: che a differenza dell'omonimo Bernardeschi, arrivava da una stagione top, dove già aveva dimostrato che più alte sono le vette, e più il figlio da'arte sfoggia un'abilità di scalatore dolomitica. L'Europeo lo ha consacrato come top player. Unico azzurro capace di spaccare una partita, di creare un pericolo dal nulla, di dare scompiglio alla monotonia, invertire un'inerzia. I gol che ha siglato parlano per lui: istinto e classe, capacità di osare. 
Ma è quella staffilata in finale, durante il primo tempo, con l'Italia che non aveva ancora tirato in porta e soffriva l'entusiasmo degli inglesi, è forse una delle azioni più importanti: da lì in poi, i sudditi di Sua Maestà hanno cominciato a tremare. Hanno capito che sarebbe stata dura. E lunga.


Se invece dovessi trovare un'immagine simbolo di questo trionfo, ricercando un semplice oggetto, penserei alla stampella di Leonardo Spinazzola: l'alfiere umbro di questa splendida pattuglia azzurra, grande protagonista fino ai quarti con le sue scorribande a sinistra (degne di un Cabrini o per restare agli ex grifoni, di un Fabio Grosso). La fortuna non lo ha aiutato neanche stavolta, resterà fuori a lungo, ma questo non gli ha impedito di restare protagonista anche fuori dal campo. 


Diventando uno dei motivi che hanno spinto la squadra a dare di più; tornando a Wembley dopo un'operazione subita in Finlandia; affiancando la squadra nel momento più decisivo e finendo prima di tutti sul podio, con quelle grucce che dicevano tutto su quanto questo gruppo fosse unito, granitico, più forte di qualsiasi avversità. 
Che si chiamasse pubblico ostile, gol subito a freddo, o più semplicemente sfortuna. Non è un caso che sia Mattarella che Draghi lo abbiano citato nei loro discorsi celebrativi. Mi chiedo ancora come abbia fatto la Juve a privarsi di un giocatore così...


Ma se in questa Italia senza primedonne, con Bonucci "capocannoniere" a 3 e tutti gli altri appaiati a 2 reti (nell'ordine, Immobile, Insigne, Chiesa, Locatelli, Pessina e mettiamoci pure Bernardeschi) esiste un leader, questi è senza dubbio Roberto Mancini.

Essere leader non significa essere soli. Tanto che lui, il suo staff, se lo è scelto direttamente tra gli ex sampdoriani più fidati. 


A cominciare da Gianluca Vialli, esempio di vita prima ancora che di calcio. Il loro abbraccio e quelle lacrime, valgono più di ogni commento. In più Oriali e De Rossi, che hanno vinto Mondiali diversi in ere diverse, ma che sanno cosa serve per arrivare fino in fondo.


La sua calma quasi olimpica, così lontana dall'esuberanza che esprimeva da giocatore (cui la maglia azzurra non ha mai regalato soddisfazioni) ma anche competenza e determinazione, ne hanno fatto un personaggio di indiscusso carisma. Sta girando un video sul suo discorso pre-gara: “Sapete cosa dovete fare, non siamo qui per caso. Non pensiamo che quel che accadrà dipenderà dall'arbitro o dagli altri. Dipende solo da noi”.

Bellissimo. Anche se, confesso, certe immagini andrebbero lasciate nell'intimità di uno spogliatoio. Se il video ormai svela pure questo, non resta nulla di segreto, di fantasticamente nascosto, del “dietro le quinte” calcistico.


Era scritto che vincessimo. Forse era scritto da qualche parte. Venivamo da una cocente delusione (mancata qualificazione ai Mondiali). Come nell'82 l'Italia era reduce dal primo calcioscommesse, o nel 2006 da Calciopoli. Vicende diverse ma non meno traumatiche della “apocalisse tecnica” firmata Ventura-Tavecchio.


Era scritto perchè la finale era l'11 luglio. Una data che per un tifoso italiano non poteva essere macchiata da una sconfitta. Quell'11 luglio di 39 anni fa gli azzurri del “Vecio” Bearzot e soprattutto Paolo Rossi si consacravano, contro ogni pronostico. Già, Pablito. Non potevo non pensare che a pochi mesi dalla sua scomparsa, il destino non si sarebbe divertito a ricompensare i tifosi azzurri. 


Non a caso, è quanto accaduto anche agli argentini (sempre contro la nazionale ospitante), poco dopo la scomparsa di Diego Maradona. E in fondo, era accaduto anche nel 1994 ai brasiliani, che vinsero (sempre dagli 11 metri) contro di noi, ricordando la scomparsa di due mesi prima di un mito come Ayrton Senna.

Sarà tutto casuale? Ognuno la pensi come vuole. Io credo di no...

lunedì 17 maggio 2021

Dopo questo nuovo 15 maggio di "vuoto", una sola speranza: rivederli appena possibile...

 Che 15 maggio è stato in questo 2021?

Beh se non sapevamo come ricordarcelo ci ha pensato il monte Foce a lasciare il segno.

In fondo quello sciame sismico neanche troppo vistoso, nell'intensità (scossa massima 3.9) e speriamo nella durata (tocchiamo ferro) ha attenuato i rimorsi per un secondo anno di assenza. Chissà, magari, in condizioni pre Covid, questo fenomeno tellurico, unito alle misure di sicurezza ormai aumentate fin dal 2018, avrebbe potuto consigliare a qualche autorità di intervenire. Mentre eravamo tutti a S.Lucia pronti a partire per la sfilata (l'ora della scossa maggiore più o meno è stata quella).

Stavolta a differenza di altri anni, non voglio raccontare cosa sia stato per me questo 15 maggio.
In fondo non ho neanche messo gli stendardi. 
Pigrizia? Un po' anche per questo. Ma è stato più che altro un istintivo rinviare quel piccolo intimo rito, che lo scorso anno avevo avuto impazienza di rinnovare appena il 1 maggio (così presto che neanche in precedenza mi accadeva).


Quest'anno no. Nell'aria avvertivo qualcosa di più ammorbante, una sensazione di torpore piatto, quasi il riflesso di una rassegnazione diffusa. Un appannamento delle menti e forse anche dei cuori che altrimenti non si spiega se non con una sorta di assuefazione all'assenza. Non è elaborazione del lutto. È consapevolezza che ciò che di più prezioso si aveva da "toccare", ancora per un bel pezzo sarebbe rimasto lontano. È dura da digerire. Lo è ancor di più oggi, qualche giorno dopo.

Ho utilizzato una metafora prettamente ceraiola per descrivere questo 15 maggio: lo scorso anno eravamo come quel ceppo che "tribola" ma intravede da lontano la muta che gli darà il cambio; quest'anno ci si sente come quello stesso ceppo che, si', ha superato la muta... ma il cambio non gliel'hanno dato. E non sa per quanto ancora dovrà stringere i denti...

Una città stravolta, dalla fatica di attendere il suo "Capodanno dell'anima", senza il brio che ti dà una prima volta (l'anno scorso in fondo lo era) ma solo la certezza di essere condannati a rinunciarvi ancora.

Per quanto ancora?

La domanda è legittima.
Eppure proprio in questi giorni si avverte sempre più diffuso un desiderio. Lo scorso anno appariva più una provocazione. Ora assume una veste più concreta. Perche' necessaria, e sempre più diffusamente sentita.

Parlo della Festa dei Ceri a settembre.
Un'utopia?
Pensiamoci insieme per un attimo.

Abbiamo bisogno, per tanti motivi, per tante rinunce, per tanti sacrifici attuali e futuri, che i nostri cuori tornino a pulsare. 
E una cosa è certa: nessun defibrillatore emotivo potrebbe funzionare meglio della Festa dei Ceri.

Se ne parlerà nelle prossime settimane? Sembra di sì (i capodieci hanno accennato questa consultazione ai ceraioli, non meglio precisando in quale forma, spero nei toni più sereni e condivisi possibili). L'importante è fare presto. Per decidere prima che diventi un tormentone estivo, come quelli che ballavano beatamente fino a 2 anni fa.

Qui provo a utilizzare il mio spazio per condividere con voi quel che penso.
Da ceraiolo, ceraiolo santantoniaro, ceraiolo che non ambisce più (ahimè) alla spallata, ormai a 32 anni di distanza dalla prima (un pezzo da punta dietro sui Pinoli, improvvisato, buttato nella mischia nonostante i rimbrotti di un poco convinto Enzino Menichelli). Ma che desidera come tanti altri, tornare a respirare "l'aria dei Ceri". Che per chi è come noi è meglio di un vaccino.


Già, l'aria dei Ceri. Che è vero, è un'aria di primavera. E questo sarebbe un punto a vantaggio dei "tradizionalisti", quelli che non sentono e non vogliono sentire parlare di Ceri a settembre. Che l'anno scorso avevano pure le loro ragioni, legittime, ma che stavolta non mi sento di condividere.
Soprattutto chi parla di "frutto fuori stagione". 
Basta. I Ceri non sono una sagra. E poi, diciamoci la verità: gli ultimi Ceri a primavera risalgono a 7-8 anni fa. Nelle ultime feste vissute avevamo tutti il pile sotto la camicia, altro che rito di primavera. Il monte pareva il Col di Lana, nebbioso anche a maggio.

A parte le battute meteo, le vere motivazioni per cui mi piacerebbe prendere in considerazione l'ipotesi dei Ceri a settembre sono altre. Con una premessa doverosa: nessuno vuole "votarsi al massacro", ci devono essere le condizioni per festeggiare come sappiamo la nostra Festa. Nulla però fa pensare che tra poco meno di 4 mesi (tanto ci separa da settembre) il quadro epidemiologico e soprattutto vaccinale non arrivi a consentircelo. Specie dopo che 30 mila persone in piazza a Milano, quasi un mese fa, hanno prodotto zero contagi.

Ci sono 3-4 motivi che fin dall'anno scorso mi hanno spinto a pensare a settembre.
Il primo è proprio la situazione di settembre 2020, quando senza vaccini, l'estate ci aveva portato al livello minimo di contagi e diffusione del virus. Il che fa pensare che quest'anno con la vaccinazione in corso, tra 4 mesi il quadro possa essere ben più favorevole (certezza che non possiamo avere invece per maggio 2022).

Per chi invoca l'atto di devozione al Patrono, non dovremmo neanche ricordare che a settembre c'è una data strettamente legata al culto Ubaldiano: 11 settembre
Molto prima che questa fosse marchiata con l'attentato delle Torri gemelle, molti secoli prima fu il giorno nel quale gli eugubini decisero di condurre il corpo del Patrono (morto da 34 anni ed eletto a santità da appena 2) in cima al Colle poi definito non a caso, Eletto. 
Percorrendo quell'itinerario che da allora sarebbe divenuto il cammino della Luminaria e quindi nel corso dei secoli, della Corsa dei Ceri. Non proprio una data estranea al rito Ubaldiano a cui è dedicato il 15 maggio. 
Quale miglior giorno per onorare un omaggio eccezionale al Patrono?

Inoltre, l'eccezionalità di quanto accaduto giustificherebbe l'eccezionalità di questa data: primo perché la cosa più eccezionale è già avvenuta (15 maggio senza Ceri, per ben 2 volte); tutto il resto, per quanto eccezionale sia, lo sarà comunque di meno. 

Secondo perché nella storia dei Ceri ci sono gia' stati episodi eccezionali per i quali la Festa non si è celebrata il 15 maggio. Giusto 100 anni fa, per non andare troppo indietro, la Festa del 1921 si svolse il 22 maggio (il 15 c'erano le elezioni politiche) e i tremendi scontri tra socialisti e fascisti crearono il caos tanto che furono le donne a portare i Ceri in cima al monte arrivando a notte fonda.

Ma soprattutto: i Ceri a settembre sarebbero un segnale di risveglio straordinario per un'intera comunità, uno sbocciare pre autunnale (ma in realtà di una "nuova primavera"), che tutta Gubbio attende con ansia dopo un anno e mezzo di restrizioni. 
Lo scorso anno era logico tenere duro, e dire che la "nostra spallata era la rinuncia" (lo scrissi proprio in questo blog). 
Quest'anno non più. Rinunciare per questo secondo 15 maggio ci stava. Ma i Ceri vanno fatti appena sarà possibile.
Perché sono l'unico vero segnale, anzi l'unica vera "scossa", che le nostre coscienze e la nostra anima potranno cogliere nel cammino verso il ritorno alla normalità.

Un ultimo dettaglio, da non sottovalutare, mi fa pensare a come siano auspicabili i Ceri a settembre: sarebbe una festa vera, e al tempo stesso una vera festa
Senza i preamboli, le impalcature procedurali, le infrastrutture burocratiche (con i conteggi sottaciuti su elezioni di capodieci e giri di manicchie), i tanti appuntamenti che hanno sempre più appesantito la lunga vigilia e che, intendiamoci, nessuno demonizza, ci possono stare, ma quando si tornerà a festeggiare normalmente a maggio. 

L'11 settembre (o qualcuno dice il 10, o qualunque altra data nei pressi) sarebbe da se' un'esplosione di gioia, nella sua interezza, nella sua unicità, che è anche eccezione essa stessa. Niente cene preliminari, penne e pennoni, senza troppi fronzoli ma solo con la voglia di Cero. Di vederli sbucare dal portone di Palazzo dei Consoli, o di intravedere la mantellina gialla spuntare in cima al Corso. 
Quel desiderio. Nudo e puro. Che è anche voglia di stare insieme, se serve con dovute prudenze, ma esclusivamente quel giorno. Si può rinunciare alle taverne, alle aggregazioni importanti ma che sono la cornice, non il quadro.
Sarebbe come riassaporare una festa più essenziale e non per questo più povera di emozioni.

Anche perché, e così chiudo, nessuno ci garantisce che poi il 15 maggio 2022 si faranno i Ceri
Quella certezza, che ci apparteneva, quasi indissolubile (i Ceri il 15 maggio), ora non l' abbiamo più. E' svanita.

Teniamoci stretta l'unica certezza che ci resta: di avere ancora la festa più bella del mondo
Da custodire ma anche da condividere e tenere viva prima che diventi un'abitudine
Un'abitudine pensare che sia la festa stagionale tra la Pasqua e le vacanze estive. 
E un'abitudine il non poterla rivivere al di fuori di quella data anche in situazioni, speriamo, non più ripetibili.

 













Il 15 maggio in realtà non è una casella di un calendario. Non è una semplice data, pur impressa nei nostri cuori.
Ma uno stato d'animo. 
Che in casi eccezionali può esprimersi anche in momenti diversi, distanti ma che ci permetterebbero di riappropriarci dell'atmosfera del Quindicimaggio più autentico.

Se parlerà da qui a fine giugno: coinvolgendo mute e ceraioli (nelle forme consentite). E magari anche la voce di chi non prende più il cero o ancora non può farlo, o mai lo farà. Degli anziani che non sanno quanti 15 maggio avranno ancora. Dei bambini che non ricordano neppure cosa sia la Festa dei Ceri. Delle donne, che non soffrono meno di noi l'assenza della Festa. 
Di un'intera comunità che sembra smarrita, spaesata e disorientata, dietro alibi di esigenze più importanti. Tutti i pareri hanno diritto di cittadinanza.
Purché si dia una motivazione e non semplicemente si gridi al "15 maggio e basta".

Quando nel passato, con molta più indigenza, meno finta ortodossia e maggiore laico pragmatismo, gli Eugubini seppero prendere decisioni più risolute e che sarebbero diventate fondamentali (una per tutte, l'alzata a Piazza Grande), nessuno ne uscì traumatizzato. E oggi quelle novità le diamo per scontate. 

Noi tutti sentiamo il bisogno di ritrovare energia, vitalità, voglia di riprendere e di ripartire. Come dopo una caduta. Quella ripresa, quella ripartenza, per noi eugubini, può esserci soprattutto quando rivedremo i Ceri.

Appena possibile, e se possibile, proprio il prossimo 11 settembre: condividendo il desiderio di tornare alla normalità e l'amore per questo rito. Che sa essere se stesso anche nell'eccezionalità degli eventi. E delle date

Evviva i Ceri, evviva Gubbio.






PS forse l'ho capito solo ora perchè gli stendardi non li ho messi. L'anno scorso erano un segno di speranza. Quest'anno, solo di tristezza e nostalgia. In realtà, forse, inconsciamente non l'ho tirati fuori perché spero di farlo prima che finisca questo 2021...