Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

lunedì 28 febbraio 2011

Gubbio: quando il pareggio è come il silenzio, d'oro...


Simoni, tra il pubblico della gradinata

"Un pareggio non può essere un dramma". E’ la sintesi, come al solito saggia e inappuntabile, di Luigi Simoni. Uno che di campionati ne ha vinti nove da allenatore più il decimo qualche mese fa come direttore tecnico del Gubbio. Uno che di situazioni come quella dei rossoblù ne ha viste a decine e non può certo allarmarsi oltre il limite per un 1-1 al termine di una gara pirotecnica dove il tutto e il suo contrario sono andati a braccetto quasi per 90’.
Diciamo la verità: se il Sorrento non avesse vinto alla roulette russa con l’Alessandria, il pareggio con il Como sarebbe quasi da brindisi per la squadra di Torrente. E invece è un mezzo tramezzino proprio perché i campani hanno compiuto un mezzo miracolo, quando tutti li davano già nella fossa.
"Roma non è stata fatta in un giorno", cantavano i Morcheeba. Per la serie: se qualcuno pensava che il campionato fosse al capolinea, deve rivedere il proprio calendario. Non siamo ancora a marzo, la primavera è lontana, di partite ce ne sono nove – o se preferite sei prima dello scontro diretto sulla costiera amalfitana.
Insomma da remare c’è ancora tanto e – a parte i progetti sullo stadio che hanno i loro tempi – voli pindarici sono sconsigliati: a fare da monito anche le parole del diesse Giammarioli, a fine gara. “Qui si parla troppo e a farlo spesso sono le persone meno indicate. E’ bene tornare al silenzio che ha prodotto tanti risultati. Altrimenti rischiamo di farci male da soli”.
Messaggio chiaro, probabilmente lanciato agli ambienti interni alla società, oltre che ai media che forse stanno spingendo forte sull’acceleratore. Non ai tifosi, che giustamente sognano. E altrettanto giustamente si infuriano quando i rossoblù sono chiamati a digerire decisioni arbitrali quanto meno discutibili: come il rigore non assegnato ieri in apertura di gara, sullo 0-0, per fallo di mani evidente in barriera (il remake di quello che si era già visto a Monza, solo che allora sulla ribattuta c’aveva pensato Galano a fare giustizia con un tiro sporco finito nell’angolino giusto).
O per le ammonizioni chirurgiche che, come a Verona, arrivano a colpire, guarda caso, proprio i giocatori diffidati: Borghese, per un intervento a centrocampo in apertura di gara, o Daud addirittura su un fallo a suo favore.
Non vogliamo pensar male, ma lasciateci dire che nella bilancia dei cartellini il Gubbio non ha la fortuna dalla sua, mettiamola così.

Note dolenti della giornata: il rosso a Gomez, che segnala un nervosismo inspiegabile dell’attaccante argentino, alla seconda squalifica nel giro di un mese. E qualche suo compagno non al top – cosa giustificabile dopo tre mesi a pieni giri – leggi i tre centrocampisti che tirano la carretta da settembre.

Note liete del pareggio sul Como: il solito inossidabile Lamanna, ipnotico per chiunque vada sul dischetto. E la reazione della squadra, che seppur non sostenuta dai polmoni dei tempi migliori, ha prodotto un forcing che ha messo in difficoltà i lombardi. E alla fine è spuntata l’acrobazia di Bartolucci (in alto, la foto Gavirati, tratta da http://www.gubbiofans.it/), al suo primo acuto in rossoblù, nel giorno del suo 27mo compleanno, undicesimo giocatore in gol quest’anno.

Curiosità tattica: Torrente non rinnega il tridente neanche in trincea e sotto le bombe. Il secondo tempo, pur con un uomo in meno, lo gioca con due soli centrocampisti a sostenere tre punte. Daud gli garantisce fantasia, Bazzoffia timbra il cartellino con un nuovo rosso procurato agli avversari, anche se sotto porta deve ancora calibrare il mirino.

Pazienza perché tra 15 giorni a Reggio Emilia non ci sarà da scegliere in attacco.
Ma dopo un turno di stop quanto mai salutare per tutti, si riparte. Il Sorrento avrà pure compiuto un’impresa, avrà pure recuperato due punti, ma noi ci affidiamo alla banale ma concreta filosofia di Catalano. Meglio stare 8 punti sopra che 8 sotto…
GMA


Da copertina "A gioco fermo" di "Fuorigioco" del 28.2.2011
musica sottofondo "Rome wasn't built in a day" - Morcheeba - 2000

sabato 26 febbraio 2011

Omaggio comune dei Ceri al Patrono: che si passi ad un dibattito...


L'ultima volta insieme: 15 maggio 2001

Non è stato un buco nell'acqua. Anzi. Direi un grosso sasso nello stagno.
La lettera aperta di gennaio, dell'amico, ceraiolo, Francesco Pascolini, ha toccato più di un ceraiolo. E sono stati oltre 760 quelli che hanno sottoscritto il suo appello (di cui oltre 200 ceraioli di Sant'Ubaldo): concludere tutti insieme l'omaggio al Patrono all'interno della Basilica.
Concludere nel modo più coerente con il significato e il valore più alto della festa, il giorno più sentito e più importante per la comunità eugubina.
Non ho nascosto sin dalla prim'ora la mia totale adesione a questa iniziativa e, devo dire, anche al suo divenire: assolutamente "pulito" e privo di qualsiasi forma polemica. Intelligente, perché è partito dal coinvolgimento dei ceraioli e dal "sentore" generale. Le oltre 760 adesioni non sono poche - immagino che tanti, come me, non abbiano avuto neanche tempo o modo di apporre la propria firma per tanti motivi, pur condividendo l'iniziativa.
Ben venga, a questo punto, un dibattito aperto. Tra l'altro non certo fuori stagione - visto che da ieri molti ceraioli si ritroveranno i prossimi venerdì ad ammirare il pregevole restauro dei Ceri custoditi alla Casa di S.Ubaldo di via Baldassini.
Che ci sia, dunque un dibattito: ma non per trasformare la vicenda in una "gazzarra", ma per confrontarsi serenamente su una prospettiva: che deve essere condivisa. Certo, questo non significa che ci deve essere l'unanimità (nessuna decisione che riguardi la Festa dei Ceri vi potrebbe aspirare, fisiologicamente).
Mi auguro che ceraioli e istituzioni non lascino cadere questa occasione: un'opportunità di crescere, per tutta la Festa. Quella di confrontarsi apertamente e senza remore. Poi quel che si deciderà, si vedrà. Ma diventa paradossalmente quasi meno rilevante rispetto al risultato, notevole, che di per sè questa iniziativa ha contribuito a produrre.
Ancora un sincero grazie al "Picchio", ceraiolo genuino e generoso.
Di seguito la sua lettera, che ha deciso di stampare con dei manifesti, in città.


"Da alcuni giorni sulle plance della Città di Gubbio è affisso un manifesto che parla di Ceri.

Ho scritto questo manifesto di getto ma su convinzioni maturate nel tempo, scaturite dall’osservazione della realtà.
Nella Festa dei Ceri è evidente ormai da troppo tempo un’anomalia.
I tre omaggi al patrono, i tre simboli della grandezza e dell’unione del popolo eugubino vengono arbitrariamente divisi nel momento che più di tutti dovrebbe rappresentare l’unione e comunicare l’amore del popolo verso il Patrono e verso sé stesso: l’epilogo della corsa.
Non metto in dubbio la chiusura del portone: c’è nei più la profonda convinzione che sia necessario mantenere la corsa viva e passionale fino all’ultimo.
Per mezzo del manifesto metto in dubbio la scelta di alcune persone che, “scavijando” il cero di Sant’Ubaldo prima dell’ingresso degli altri ceri nel chiostro della basilica, decidono, quando la corsa è già conclusa, di sminuire il senso profondo del messaggio di unione, di popolo, di omaggio che i tre Ceri insieme e solo insieme possono rappresentare.
Viene compromesso in tal modo un momento della Festa che, pur coprendo un intervallo temporale minimo nell’ambito della giornata, ha un valore educativo enorme.
Concludere la giornata insieme offrirebbe, soprattutto alle future generazioni, un esempio positivo da custodire nel tempo e non solo per il 15 maggio.
Mi chiedo perché, inoltre, con un rito moderno innalziamo i Ceri insieme in Piazza Grande, migliorando quanto accadeva in passato, mentre presso la basilica lasciamo spazio ad un atto di senso diametralmente opposto.
E’ giunto il momento di un serio confronto su questo argomento.
In passate occasioni in cui mi è accaduto d’affrontare questo tema con altri ceraioli s’è detto che il dibattito andrebbe costruito lontano dal 15 maggio perché in quel periodo è difficile prendere decisioni.
S’è anche detto che la proposta dovrebbe nascere dal “basso”, dai ceraioli, dal popolo.
E’ per questo che ho legato il manifesto ad una raccolta di adesioni.
In tal modo ognuno ha potuto valutare il libero pensiero di un ceraiolo ed eventualmente appoggiarlo per mezzo di una firma autografa.
Sono 764 i ceraioli di Sant’Ubaldo (217), San Giorgio (403) e Sant’Antonio (144) che per mezzo del puro e semplice “passaparola” in meno di un mese hanno sottoscritto il manifesto.
Questo immediato fermento intorno all’iniziativa testimonia che il senso del messaggio è da lungo tempo condiviso ma che mai nessuno aveva trovato un modo per esprimerlo pubblicamente in modo organizzato.
Vi sono anche alcune critiche. E’ giusto così. Quando si parla di ceri non è mai facile mettere d’accordo le persone. Serve tempo, serve confronto.
Proprio per questo dalla sottoscrizione popolare scaturisce una specifica richiesta rivolta alle Istituzioni ed alle figure tradizionalmente deputate all’organizzazione della Festa dei Ceri.
La tempestiva, urgente organizzazione di un dibattito pubblico sull’argomento da cui, dopo un confronto a 360° tra le Istituzioni ed i Ceraioli, emerga una linea condivisa.
Un invito ufficiale in questo senso è stato già inoltrato a mezzo posta agli interessati.
La richiesta viene dal popolo e, fosse solo per questo, non andrebbe tradita.
I tempi sono ancora utili per affrontare seriamente l’argomento".

giovedì 24 febbraio 2011

Celebrazioni Unità d'Italia: un video per apprezzare il dono che ci hanno fatto i nostri avi...

Ho voluto riprendere queste parole (e linkare il video che trovate sotto) per una breve riflessione sulle Celebrazioni che si praparano in vista del 17 marzo. Ho già detto la mia sull'opportunità (felice) di indire un giorno di festa - a dispetto di tutte le polemiche.
Primo perché non sarà un giorno di festa a far calare il nostro PIL (il cui trend purtroppo è appeso a ben altre variabili che tutti i giorni, e non solo il 17 marzo, dimostrano la loro precarietà).
Secondo perché mai come in questo momento la nostra comunità - mi piace definirla così, l'Italia - ha bisogno di ritrovarsi, di recuperare i punti cardinali della propria identità, e fare quadrato in vista di un futuro immediato che richiederà sacrifici e scelte epocali (non pensiate che i problemi del Nord Africa si risolveranno in qualche settimana...).
E allora, se un giorno di festa - inteso come giorno di riflessione e celebrazione per qualcosa che non abbiamo, ma per qualcosa che NOI SIAMO, può aiutarci a guardare avanti con ottimismo e fiducia - ben venga il 17 marzo.
Quel giorno sicuramente riascolterò i brani di Benigni a Sanremo. E magari rileggerò queste righe. Direi salutari...


"Il 17 marzo, come ben sapete, la nostra Italia compie 150 anni.


Spero che tutti abbiate cura di mettere un tricolore alla finestra. Chi ricorda, come me (ahi!) il centenario del 1961, ricorda anche il bellissimo addobbo tricolore delle città. E’ importante farlo anche questa volta, in questo infelice momento della storia nazionale, mai caduta così in basso e mai così priva di valori di riferimento.
Ma l’unità d’Italia è un dono che ci è stato fatto e che dobbiamo trasmettere ai posteri.
Vi giro allora questo piccolo e bellissimo ( a mio parere, almeno) filmato.


Grazie e… viva l’Italia!"
Roberto Grandis



mercoledì 23 febbraio 2011

"Un paese alla frutta". E Matteo Renzi si traveste da "ammazzacaffè"...


Renzi presentato da Guasticchi: dietro, le casse di frutta...
  Un paese ormai alla frutta… in cui un'intera generazione sta in panchina”.
Questo volevano dire un mucchio di cassette di frutta vuote al centro del ‘palco’ del Centro ‘Capitini’ a Perugia. Venerdì scorso, davanti a 1.000 persone era di scena il "Rottamatore".


Ormai lo chiamano così, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, ma soprattutto esponente del PD border line. Un po' Grillo - per la schiettezza con cui "non le manda a dire", senza però trascendere come l'ex comico in turpiloqui vari - e un po' Pieraccioni - con una verve tutta toscana, pungente e d’attacco, figlia di uno spirito intelligente da mattatore.
Diciamo pure anche un po' Cossiga - che fu "Picconatore", ma che al pari di Renzi non disdegnava dedicare i colpi più pesanti proprio ai colleghi di partito. I talk show dei network nazionali se lo litigano, lo tirano per la giacca, sgomitano per averlo tra i propri guest star.

Non so che fine farà, Matteo Renzi, nella politica italiana. So che oggi è uno che catalizza l'attenzione, che non dice banalità, che sa comunicare e parla fuori dal coro. Uno che dà ossigeno alle idee. E in una fase di apnea politica bipartisan, non è poco...
Per la verità bisognerebbe interpellare i fiorentini per sapere se è anche amministratore pragmatico e operativo. Se oltre alle parole giuste, sa anche fare le scelte ponderate. Alle prossime elezioni comunali nella patria del Giglio lo scopriremo...

Intanto le 1000 persone del Capitini qualcosa vogliono dire. Tutti in religioso silenzio, ad ascoltare i passaggi di Renzi che, partendo con la musica dei Muse, ripercorre gli anni della storia d’Italia e del mondo per dimostrare l’esigenza del nuovo della politica, ‘una politica che è passione e non alchimia’.
Il suo è un ensemble tra spettacolo e politica, a suo modo un estratto di comunicazione "berlusconiana" - nella capacità di saper colpire con effetti speciali ma anche con frasi brevi e azzeccate.
Il suo libro - dal titolo “Fuori” (Editore Rizzoli) - la dice lunga sul messaggio di Renzi, rivolto soprattutto alla nomenklatura di centrosinistra. Ma anche ai suoi elettori: "Fuori fuori dalla rassegnazione, fuori dagli schemi, fuori dalla palude e dal politichese", ripete fino alla noia.
Emblematico che al suo fianco vi sia il solo presidente della Provincia di Perugia, Marco Vinicio Guasticchi - che ha organizzato l'incontro - mentre brillano per la loro assenza i vertici del PD umbro e perugino, e persino il collega di Renzi, Wladimiro Boccali. Ufficialmente per "impegni istituzionali", molto presumibilmente per lo stop imposto da un partito che prova imbarazzo di fronte al ragazzotto fiorentino che invece di "menare" a Berlusconi, punta il dito contro le (tante) magagne di casa Pd. 

C'è chi teme che Renzi voglia creare una sua corrente: “Nient'affatto – tronca diretto Guasticchi – vogliamo semplicemente aprire una importante discussione e veicolarne l’informazione con mezzi moderni. Dobbiamo riportare le persone a discutere, ad incontrarsi e non rinchiudersi, ad appassionarsi e a partecipare, aprire al nuovo e porci in modo nuovo, senza divisioni. Dobbiamo affermare il valore della politica e riportare l’entusiasmo di fare politica”.

"Non mi parlate di "renzismo" - taglia corto il sindaco fiorentino - ‘perché sembra una malattia’. E poi le frasi ad effetto, che non solo giungono a destinazione - con l'applauso che sembra la depandance di uno chalet di montagna - ma resta impresse nell'imnmaginario di un ascoltatore sicuramente deluso dalla politica attuale. Politica tutta, con uno scoramento decisamente bipartisan... 
Ecco alcuni passaggi tra i più efficaci:
"Basta ai ping pong tra noi, parliamo delle cose che servono agli italiani’.
Bisogna uscire fuori da un sistema bloccato, avere il coraggio di provare a cambiare qualcosa. Il Pd anzichè cambiare leader cambia nome, ma poi resta sempre con gli stessi. Chi ha fatto per troppi anni il parlamentare, deve lasciare il posto.
Non si tratta di dire ‘giovani contro vecchi’ ma ‘merito contro rendita’, la rottamazione quindi come valore di merito. Ma i dinosauri non si estinguono da soli!”.
E poi incalza ancora “E’ ora di farla finita con le storie del bunga bunga e delle società off shore”, e ancora “Berlusconi ha cinque anni meno di mia nonna”; “dopo Berlusconi si volterà pagina e si salterà un turno”.

La parola d'ordine è cambiamento:  ogni volta che esce fuori, sotto forma di verbo o sostantivo, l'applauso è automatico. Sembra quasi la risata finta del "Drive in", alle battute di Greggio e Gianfranco D'Angelo. Eppure, è tutto vero. E, a quanto pare, tutto spontaneo.
"Riportiamo le persone a pensare, a discutere e ad appassionarsi, non più solo vecchie facce ma confronto con il nuovo".
Singolare questo entusiasmo da concerto al Palasport. Se si pensa che si parla di politica, in un momento nel quale solo la parola produce un sottile ma evidente senso di nausea. Da qualsiasi angolo la si guardi...
"Basta con la politica che serve per sistemarsi e con l’idea che i politici sono quelli che rubano!’. Magari un giorno potessimo non essere costretti a questa equazione. Ora come ora è davvero dura avere fiducia.
Ma per chiudere, con un coup de theatre degno di un grande prestigiatore, Renzi apre una scatola es estrae alcuni disegni di bambini delle scuole di Firenze: ‘La loro fantasia, i loro sogni dovrebbero spingerci ad uscire fuori dalla rassegnazione’.
Forse è proprio così.
Per recuperare un pizzico di ottimismo dovremmo guardare al domani. E sperare che gli esempi di oggi non pregiudichino definitivamente la classe dirigente del futuro.

Mi piacerebbe un'intervista "a tu per tu" con questo sindaco. Perché so di non rischiare le "risposte di circostanza", i "luoghi comuni", la finta diplomazia. Nè la caccia alle streghe, che il più delle volte finisce per porre in cattiva luce chi la conduce, più che chi la subisce.

Per ora accontentiamoci di stare "alla frutta". Ma per non marcire, forse è il caso di pensare a qualche botta d'energia. Un caffe... anzi, un "ammazzacaffè".
Come lo è Renzi per un centrosinistra, in piena crisi di disorientamento. Come lo è... anzi come non lo è nessuno - al momento - per un centrodestra fin troppo ingessato alle proprie poltrone, ai piedi del trono...


Curiosità: in questa finestra la clip di presentazione del libro "Fuori" di Matteo Renzi. Da notare il coinvolgimento di alcuni artisti eugubini: la voce fuori campo di Alessandro Campanella, tra gli attori del video Matteo Passeri.

martedì 22 febbraio 2011

Gubbio, Perugia, lo stadio "Curi"... e l'effetto Braveheart

Chiamatelo pure "effetto Braveheart".
E pensandoci bene non avrei potuto trovare esempio migliore.
Per descrivere i rapporti tra due città, Gubbio e Perugia, che spesso viaggiano ai confini del campanilismo puro, o trovano sfogo in dualismi talvolta inappropriati, talvolta inopportuni. Ma sempre inevitabili.

L'attualità parla di schermaglie e sfottò tra tifoserie, dovute alle diverse e distanti fortune calcistiche.
Da un lato il Perugia che, dopo anni di serie A e persino di Coppe europee (era il 2003 mica un secolo fa), oggi si ritrova tra i dilettanti, dopo due fallimenti nell'ultimo quinquennio.
Dall'altro il Gubbio, che da due anni a questa parte è l'emblema di come "piccolo è bello", anche nel calcio: sorprendente nel conquistare a giugno la C1 (con un budget dimezzato), ai limiti dell'incredibile nella prima esperienza in terza serie dopo 60 anni, matricola e capolista con 10 punti di vantaggio - a poche pagaiate dal traguardo della serie B.
Da qualche settimane la querelle non sta tanto nei cori sugli spalti - che possono starci, finchè restano goliardici e innocui - ma nell'ipotesi di un "trasloco" della squadra rossoblù al "Renato Curi" nel caso in cui i lavori di adeguamento del "Barbetti" non si concludano per l'avvio della prossima stagione.
Ipotesi abiurata da molti tifosi eugubini, ma malvista anche da molti supporters perugini.

La formazione del Gubbio al "Curi" - febbraio 1988
 Un'acredine reciproca che sembrerebbe inspiegabile, se si pensa che da 23 anni le due squadre non si affrontano in campionato (ultima gara nel febbraio 1988, al "Curi", 2-1 per il Perugia, con reti di Pagliari e Ravanelli che ribaltarono l'iniziale vantaggio eugubino di Ciucarelli).

Eppure, a pensarci bene, il senso di rivalità e in qualche modo, di rivincita, che anima i tifosi eugubini, può essere spiegato. Che poi debba essere condiviso, è altra storia.
Ma forse, proprio il paragone con la straordinaria pellicola del 1995 che vide protagonista Mel Gibson, può aiutarci.
Perché in fondo gli eugubini si sono sempre sentiti un po' scozzesi, rispetto ai perugini, che dell'Inghilterra di quel XIV secolo hanno certamente il forte centralismo e la scarsa considerazione delle realtà periferiche.
La storia del legame di amore-odio tra Gubbio e Perugia, del resto, ha radici ancor più profonde: se si pensa che persino il Vescovo Ubaldo Baldassini rifiutò di diventare Vescovo di Perugia (eravamo nel XII secolo), ripiegando sulla più claustrale opzione di Fonte Avellana. Gubbio del resto aveva dovuto fare i conti con 11 città federate (c'erano Perugia e Assisi) ma aveva avuto la meglio.
Altri tempi, altra storia.
Da allora la gloria non ha accompagnato le res eugubine, e negli ultimi 150 anni - visto che tra poco si festeggerà l'Unità d'Italia - non è che oltre il Chiascio ci siano stati molti motivi per compiacersi della coabitazione con il capoluogo di regione. Isolamento viario, scarsità di considerazione e di investimenti, e in generale una visione "periferica" di Gubbio tanto da sentire persino al Provveditorato agli Studi qualche supplente di prima nomina implorare: "Datemi tutto, meno Norcia e Gubbio".
I piccoli di solito fanno tenerezza. Ma non è così, nel rapporto, ad esempio, politico-economico, tra le due realtà. Perché c'è piccolo e piccolo. Perché il capoluogo da qualche anno non esprime più una classe dirigente protagonista in Umbria, dove i presidenti, come gli industriali, come i leader politici, sono provenienti da ogni angolo della minuscola regione (Gubbio compresa). Meno che da Perugia.
Qualcosa vorrà dire.

La riflessione di oggi non è peregrina, nè casuale. Per chi ha voglia, si rilegga il post di questo blog del 9 giugno scorso quando scrivevo che un Perugia calcio fallito era una sconfitta per tutta la nostra regione. Ma in fondo era anche il risultato di una carenza di fondo nell'estabilishment del nostro capoluogo.
Il pallone non tradisce. Anche quando deve indicarci dinamiche apparentemente diverse.

Tant'è. La cittadina di San Francesco e il lupo, quella dove se a Perugia piove, da queste parti per forza nevica, per una volta sta avendo la sua piccola "riscossa": sul campo, quello verde e rettangolare, dove spesso affogano passioni e speranze, illusioni ed effimero.
Forse lo sarà anche questa avventura. Forse lo saranno anche le schermaglie, per fortuna solo verbali, che a distanza le tifoserie si dedicano, dagli spalti come dagli sms in trasmissioni tv (diventati dei muri di "sfogo" mica da niente...). Prima o poi, come è giusto che sia, il Perugia tornerà nelle categorie che le sono più consone. E di sicuro - quando gli avversari si chiameranno Juventus, Inter, Milan, Roma o Lazio - tutta l'Umbria farà il tifo per i grifoni. Ma prima di allora sarà difficile che si smorzi questo effetto...

L'effetto Braveheart è proprio questo: una volta tanto sono gli scozzesi ad aver vinto.
E dietro la maschera di Mel Gibson metteteci chi volete. Magari Vincenzo Torrente (ce lo vedo meglio del quieto, seppur essenziale, Gigi Simoni) o perchè no il ciclopico Martino Borghese, gigante battagliero, tanto nella propria difesa quanto in quella altrui. O l'inesauribile capitan Sandreani, o il motorino Farina, o il chirurgico Briganti.
Di sicuro alle loro spalle - continuando così - saranno sempre più numerosi quelli che si faranno sentire. Il popolo rossoblù.
Non per "procurar battaglia" (parliamo sempre e solo di calcio, vivaddio).
Ma semplicemente per godersi il gusto di vincere... Perché da un paio d'anni a questa parte, da queste parti, tutto questo ha un sapore speciale...

lunedì 21 febbraio 2011

Al "Brianteo" la pietra miliare della stagione: sul crinale delle emozioni, fino all'esplosione finale...


Vecchioni a Piazza Grande, per "Life in Gubbio" - 2009
"Chiamami ancora amore".
Chi l’avrebbe detto. Un successo griffato Roberto Vecchioni, brianzolo doc, segna la storia di Sanremo.
Ma idealmente il suo capolavoro musicale, a distanza di 24 ore, sembra scritto apposta per accompagnare quella che forse è l’impresa decisiva, la pietra miliare, il colpo di grazia che il Gubbio infligge al campionato.
Un’apoteosi, quella del "Brianteo", in un turbinio di emozioni, un saliscendi mozzafiato, da montagne russe, che segna il confine tra il tentativo di fuga, con il blitz di Galano, all’incertezza per un inciampo improvvido, nei 3’ minuti scioccanti di inizio ripresa.
Fino ad approdare alla tenace caparbietà nel cercare di raddrizzare la situazione e l’esplosione finale, che trovano nel ciclopico Martino Borghese, sempre più cigno, il suo interprete supremo.


Effetto Materazzi, il suo: sia nelle dimensioni – da ieri è il più prolifico difensore della storia rossoblù, come lo è stato Matrix nel Perugia segnando 12 gol, compresi i rigori – sia nella pesantezza del suo apporto offensivo – che ricorda i prodigi dell’esterno perugino ai Mondiali del 2006.


L'esultanza finale dei rossoblù con i tifosi (da http://www.gubbiofans.it/)
 Effetto Borghese, ma non solo. Perché nel Gubbio che sembra morire ma poi resuscita puntualmente c’è tanto di più: c’è una squadra che segue a memoria il suo nocchiero, Torrente – ormai diventato il trainer del momento, insieme ad Auteri, su scala nazionale, tanto da essere celebrato in pompa magna perfino dalla Gazzetta dello Sport. C’è un gruppo di ragazzi che ha lo spirito dello squalo di fronte alla macchia di sangue, per la trascinante intensità agonistica con cui insegue il risultato, anche a scapito dell’estetica – che non è più quella di due mesi fa, ma adesso quello che conta sono i numeri. C’è un tifo che dimostra domenica dopo domenica di meritare la serie cadetta, perché 800 tifosi a Verona, ma anche 200 a Monza, non ce li portano neppure squadre di serie B.

E c’è un feeling straordinario tra squadra, staff tecnico e piazza che a Gubbio non si viveva dai tempi di Landi, ma quella ormai sembra preistoria, anche se non va dimenticata – perché le radici di un miracolo come questo non sono casuali. Radici che però ci portano a due anni fa, alla scelta di Giammarioli, al coinvolgimento di Simoni, e poi ad agosto all’opzione Torrente. Da lì un crescendo inarrestabile.

E la squadra di oggi, con i suoi infiniti pregi – prima morali che tecnici – è figlia della bontà di queste scelte.

Capace poi di esaltare, in un gruppo che fa dello spirito collettivo la sua forza, eccellenti individualità: ieri è stata la giornata di Borghese, doppietta tra l’altro di piede e 6 gol per lui, ma anche di Cristian Galano, che sembra attendere di vedere il CT Ferrara sugli spalti per regalare le sue perle migliori (come era accaduto con la Cremonese). L’ennesima perla agonistica di Boisfer, uomo assist nel gol al cardiopalma del 92’, di un irrefrenabile Sandreani, di una difesa che ha saputo reagire ai 5’ di follia di inizio ripresa. E una panchina che sa garantire qualità e quantità, da Daud a Suciu, con un Torrente capace di passare nel giro di pochi minuti, dal 4-3-3 al 4-2-4 e tornare poi a risultato riacciuffato ad un più prudente, si fa per dire, 4-3-3. Per cercare sempre e comunque di vincere. Ovunque, con chiunque.

La chiamavamo matricola, il Gubbio. Faceva sorridere quel 22 agosto a Cremona dopo il 5-1. Oggi si parla di miracolo.
Ma non c’è nulla di casuale, né di immeritato in quanto sta accadendo.
La società già si muove per la prossima stagione. Lo staff tecnico si guarda intorno per pensare alla nuova avventura. La squadra ha in mente almeno le prossime tre gare (il Gubbio ne avrà due in casa, il Sorrento due fuori) per dare il colpo finale.

Ai tifosi diciamo solo di godersi tutto questo, perché irripetibile.
E pensando alla propria squadra, immaginare questo motivo. "Chiamami ancora amore".
Come fosse anche un po’ nostro...



Da copertina "A gioco fermo" di "Fuorigioco" del 21.2.2011
Sottofondo musicale: "Chiamami ancora amore" - Roberto Vecchioni - 2011

venerdì 18 febbraio 2011

Il 17 marzo sarà festa: ma la cerimonia più autentica è quella andata in scena a Sanremo... con un superbo Benigni...

Emozionante. Semplice come definizione, ma essenziale. Emozionante è fissare tre colori, adagiati su una splendida facciata rinascimentale. Come nell'istantanea qui a fianco, dedicata alla splendida scenografia che in questa serata ha salutato i 150 anni dell'Unità d'Italia. Bella, unica.
Come pensare a tutto quello che c'è dietro: quei colori, quel simbolo, quella storia.

E' strano parlare di emozione quando l'argomento è un anniversario nazionale, una celebrazione di cui si è spesso parlato - senza per altro capirne a fondo i reali significati.
I 150 anni dell'Unità d'Italia. Una data di quelle a cui non dai molto peso, sfogliando i libri di storia. Quasi che in fondo il Risorgimento sia capitato lì, a metà tra la Rivoluzione francese e le guerre mondiali, per caso. Giusto per riempire quel cinquantennio di passaggio tra la Rivoluzione industriale e la Bella epoque. Giusto per condire il primo quadrimestre di un ultimo anno di superiori.
Non è stato ovviamente così, ma mai come in questa ricorrenza - forse - si riuscirà a colmare un gap culturale che da sempre attanaglia la nostra società.
Perché ci si accapiglia e ancora scorre sangue bollente, quando si parla di dopoguerra, di resistenza da una parte, Salò dall'altra. E dovranno passare ancora diverse generazioni e un paio di altri Pansa per conoscere fino in fondo la verità.

Ma del Risorgimento, diciamo la verità, si è sempre parlato poco. Tanto da temere che in fondo anche questa ricorrenza nel 2011 potesse passare, come dire, in "cavalleria".
Invece probabilmente non sarà un colpo "sparato a salve".
Intanto perché il 17 marzo sarà festa per davvero. Anzi, "festa vera" - come titolava stamattina "La Nazione". Scuole, fabbriche e uffici chiusi per i 150 anni dall'Unità d'Italia.
La Lega non ha digerito la decisione. Pazienza. Credo che - per quanto molte battaglie del movimento di Bossi meritino riflessione, al di là del folclore verbale e della portata populistica - su questo crinale il partito che oggi costituisce il più solido alleato del premier rischi di "prendere un granchio" colossale. Se non la condivisione, almeno il silenzio sarebbe consigliabile.

E' singolare però che un contributo tra i più essenziali alla consapevolezza dell'importanza di questo evento non sia arrivato da un personaggio del mondo della cultura, della storia, della ricerca.
Ma da un attore. Roberto Benigni.
Il rischio che la celebrazione si trasformi in "liturgia" è sempre in agguato: qualche commemorazione, i discorsi di rito, il protocollo istituzionale, e magari una fanfara per ricordarci qualche motivo dell'epoca.
Niente di tutto questo. La "lezione di storia" che Benigni ha messo in scena sul palco dell'Ariston, a Sanremo, è qualcosa che sfugge dai binari della scaletta. Proprio come quella bandiera riflessa sulla facciata di Palazzo Ducale a Gubbio: semplice, immediata, bella.
Come, anche, nell'indole del personaggio in questione, che non ama seguire un copione. E spesso si affida a quell'istinto naturale che suggerisce battute, uscite impulsive, qualche parolaccia (ma sempre a fin di bene...).

Non mi reputo un fan di Benigni. Dove fan sta per sostenitore cieco e accanito di tutto ciò che esce dalla sua bocca. Ma penso che sia umanamente impossibile non ridere guardando un film come "Johnny Stecchino"; o non commuoversi nella seconda parte de "La vita è bella". Capolavori, a loro modo. Diversi, ma forse irripetibili.
Proprio come il monologo di oltre mezz'ora che dal palcoscenico più nazional-popolare del Belpaese, ha lanciato qualche messaggio. E soprattutto un'incredibile iniezione di energia. Scorrendo via tra qualche inevitabile battuta sul premier e sul caso Ruby (ma come non parlarne), sull'esilarante consiglio dato a Silvio di cambiare canale (ma non Raidue, che c'è Santoro...). Arrivando finalmente a parlare di Inno di Mameli e  patriottismo - che fa da contraltare al nazionalismo; di felicità (ma che non dev'essere cara); e di come il Risorgimento sia nato dal popolo, e soprattutto dai giovani. Che hanno creduto in un ideale. Forte, grande, e finalmente, oggi, non più distante. La patria.

Poi l'eccellente esegesi dell'inno di Mameli, punteggiata comunque da battute sull'attualità: "L'italia s'è desta. Svegliamoci. Svegliatevi. Dov'e' la Vittoria? Le porga la chioma, ché schiava di Roma, Iddio la creò. Umberto -dice Benigni rivolto idealmente a Bossi - schiava di Roma non è l'Italia, è la vittoria. Umberto, hai capito? Che c'è lì pure tuo figlio Renzo?". Benigni prosegue con la sua analisi storico-filologica dell'Inno: "Stringiamci a coorte/Siam pronti alla morte/L'Italia chiamò", declama e poi sottolinea: "Coorte non è la corte, è la decima parte della legione romana, 600 fanti. Come dire l'unione fa la forza. Stiamo uniti".
E infine quell'inno intonato "a cappella" e con il cuore... Indimenticabile.



Ma ciò che colpisce, è l'autenticità, la spontaneità, la schiettezza - al di fuori di ogni ortodossia di circostanza - che scandiscono le parole di Benigni. Che se un Oscar dovesse meritare, sarebbe proprio per questa "lezione di storia". Che meriterebbe, per leggerezza di forme e profondità di contenuti, di essere divulgata anche a scuola. Se non altro per far capire che il Risorgimento è qualcosa di molto più vicino di quanto non sia sembrato finora. Di molto più nostro. Di vero.
"Amo la mia patria. Non solo perché è bella. Ma soprattutto perchè è la mia".



giovedì 17 febbraio 2011

Dalle cuffie di Mike ai "pacchi" quotidiani: anche il quiz è decadenza...

Si dice che i costumi siano lo specchio dei tempi. E nell'era della comunicazione - dove la tv la fa da padrone ormai dagli anni '60, senza temere per ora grossa concorrenza dalla rete - anche i quiz tv segnalano l'evolversi della cultura e, perché no, anche della civiltà moderna.

Un esempio? Il famigerato "gioco dei pacchi", al secolo "Affari tuoi", popolarissima trasmissione a premi (chiamarlo quiz è fuori luogo) tornata in onda nel "prime time" di Raiuno subito dopo il tg.
Nei palinsesti televisivi ormai il quiz (o gioco a premi) ha sostituito d'amblè il vecchio amato Carosello, e fin qui tutto rientra nelle "mode del momento".
Certo, non troppi anni fa dopo il tg avevamo "Il fatto" di Enzo Biagi... Oggi ci aspettano Max Giusti, Enrico Papi, l'immarcescibile "Striscia" di Canale 5 (a suo modo, una finestra di informazione) e nella migliore delle ipotesi dobbiamo finire su La7 con la Gruber ("Otto e mezzo") per un mini-talk show tascabile, a tratti perfino "ascoltabile" (fatti salvi i dovuti distinguo in merito alla discutibile equidistanza che la conduttrice mette in campo, rispetto a fatti, protagonisti e soprattutto parti politiche).
Lasciamo stare: in altri post dirò la mia ANCHE sui colleghi giornalisti che si buttano in politica - capitalizzando la propria popolarità guadagnata sul piccolo schermo - salvo poi rientrare nei ranghi dopo l'esperienza parlamentare (o nel caso della Gruber, Europea), con annesso probabile vitalizio pensionistico. In Umbria abbiamo perfino un ex Sindaco di Terni che è tornato a fare il giornalista (anche politico e istituzionale) sul Tg3 Regione: non perdete tempo a chiedervi dove sia finita la deontologia, non è neppure sotto il tappeto dove di solito si spazza al volo la polvere quando arriva un ospite inatteso.

La riflessione di oggi però si incentra su qualcosa di molto più semplice e banale. Appunto, i pacchi. E l'aggettivo (semplice e banale) non è usato a caso. La "banalità"-assurdità del gioco - indovinare il contenuto di un pacco, corrispondente ad un premio in denaro - è assoluta se non fosse che in ballo si arriva a mettere una cifra pari ad 1 milione di euro. Praticamente, come lasciare una bacchetta magica in mano ad un bambino: bene che va, finirà per scambiarla per un lecca lecca.
"Affari tuoi" premia non la conoscenza, la cultura, la preparazione; non l'intuizione, la memoria, la logica. E neppure un percorso intuitivo - come ad esempio già "I soliti ignoti" di Frizzi costringe a seguire.
Ma solo ed esclusivamente la fortuna. O buona sorte, o chiamatela con il più comune sinonimo riferito ad una ben nota parte del corpo (fattore C).
Che gusto c'è? A vincere, direte voi. E fin qui sono d'accordo. Ma vedere vincere un fesso solo perché ha azzeccato la scatola giusta, mi sembra un'operazione sadico-masochistica finalizzata esclusivamente ad una conclusione del tipo: "Ma guarda che c...o quello lì...".

L'aspetto più deprimente dell'intera faccenda, è che "Affari tuoi" sia diventato un cult negli ultimi anni, facendo non solo ascolti a 7 zeri, ma perfino la fortuna dei suoi conduttori: da Bonolis, a Insinna fino a Giusti (con la parentesi non proprio esaltante dell'immancabile Clerici), fior di artisti si sono cimentati nel condurre quello che può essere considerato una "specie di format" che probabilmente nemmeno nei palinsesti primi anni Ottanta, un'improbabile (e inguardabile) tv locale avrebbe azzardato a mettere in onda.
Eppure, il gioco più stupido dell'emisfero catodico, tiene incollati alla tv milioni di italiani. Attratti, non si capisce bene, se dall'enormità della vincita, piuttosto che dalla sostanziale facilità con cui può essere centrata, piuttosto che dal rischio con cui spesso il concorrente si trova a dover scegliere, in una sorta di passeggiata sul cornicione della fortuna, tra 1 milione di euro e 1 centesimo.
Tra qualche anno arriveremo alla roulette russa... In fondo basterà cambiare canale quando si sentirà lo sparo...

Non penso che questi programmi debbano contenere un messaggio positivo, men che meno educativo. Ma credo che la sostanziale demenzialità della loro dinamica (paragonabile al gioco delle tre carte, che puoi trovarti a fare in un angolo di corso Umberto a Napoli) sia tutto sommato lo specchio della pochezza dei nostri tempi. Che evidentemente non risparmia gli autori tv, così come il vasto pubblico che ci si siede davanti.
Dove la cultura (intesa come conoscenza di qualcosa, cognizione, nozione, in senso lato preparazione) fa a cazzotti con l'audience. Anche quando si tratta di mettere in palio cifre esorbitanti.
E così si pensa di "svoltare", di dare una strambata alla propria esistenza, scrivendo a Giusti piuttosto che a Carlo Conti o a Jerry Scotti (che dei precedenti è almeno realmente simpatico): e mettendosi seduti su uno sgabello in attesa che la fortuna ci strizzi l'occhio. In fondo, basta azzeccare una scatola.
Così come in tabaccheria il buon vecchio Totocalcio - che un minimo di cognizione la pretendeva - è stato definitivamente sfrattato dall'elementare ed insipido Superenalotto.

Alla fine, ripensando al re del quiz, al mitico Mike - nella tristezza di sapere che perfino la sua tomba è stata profanata... - tornano in mente le storiche vincite di concorrenti che, cuffia in mano, qualche decennio fa, sapevano tutto, ma proprio tutto, di Alessandro Magno, della Nazionale di calcio, della I Guerra mondiale, piuttosto che delle scoperte astronomiche del XX secolo. Piccoli grandi geni che, a loro modo, potevano apparire perfino "disadattati", ma che in confronto al nulladecenza attuale, diventano giganti inarrivabili. E che certe cifre finivano per vincerle ma soprattutto meritarsele: perché nessuno, forse, in Italia, su quell'argomento, ne sapeva quanto loro.



Dimmi che quiz fai, e ti dirò chi sei. Magari un giorno a scuola i nostri figli torneranno con la pagella e ci diranno di aver azzeccato la scatola giusta: quella con dentro Bismarck. Senza il rischio di confonderlo con una marca di wurstel...

mercoledì 16 febbraio 2011

B MOVIE - Gubbio-Alessandria: una vittoria che significa "revenge"...

Non era una partita come le altre. Non poteva esserlo. Per quello che era successo all'andata, durante e soprattutto dopo la gara. Per quello che diceva la classifica. Gubbio primo, Alessandria terza, a 9 punti. Un faccia a faccia di quelli destinati a segnare un "solco" netto sul cammino del campionato.
E così è stato. Con un Gubbio - orfano del suo capitano insostituibile e del cecchino migliore - che per una domenica ha dismesso i panni di "bella e implacabile", per indossare quelli di "implacabile e basta".
Con un pensiero stupendo: revenge, ovvero rivincita. Contro tutto e contro tutti... Come sempre...
E allora riviviamo questo Gubbio-Alessandria. In un nuovo capitolo da "B movie", sulle immagini fotografiche di Marco Signoretti. Per riassaporare un successo tutto all'insegna di questo ragazzo silenzioso e pragmatico, talentuoso ed educato: che ancora arrosisce per un complimento, ma tra i pali non lascia passare nemmeno un spillo. Eugenio Lamanna...

 
Manca poco a Gubbio-Alessandria: partita da "giganti", di statura e non...


Torrente torna in panchina... e l'assistente di linea lo sente...

Il nome nuovo è Daud: uno che si fa rispettare... dopo neanche 15' è lui che batte una punizione dai 30 metri...


Barriera piazzata, portierecon ottima visuale, distanza siderale... sarà dura per Daud fare male...


... e invece il cuoio si infila sotto la traversa, piegando i guantoni di Servili...


... che mesto, a terra, ha un solo pensiero: ma come diavolo ha fatto?

... mentre Ayub capisce subito cosa vuole dire "groviglio rossoblù"...



Si riparte... i "grigi" picchiano duro, la terna accondiscende. E Galano sembra pensare: "Potete fermarci solo voi..."


L'Alessandria va all'assalto... è bagarre in area per alcuni minuti, e in una delle incursioni, ci scappa il penalty...



Atmosfera glaciale: Artico va sul dischetto... Lamanna cerca la concentrazione


Scelta che vince non si cambia: Gegè si butta a sinistra, e la palla arriva proprio lì... come era già accaduto con Giacomense, San Marino e Sutirol...  Ipnotico!




Artico resta di sale... Borghese mastica gioia e l'esultanza di Daud... vale quanto il suo gol...

Eugenio non si scompone. Deve avere un vulcano in eruzione dentro...
ma fuori saluta la panchina, con Giammarioli in visibilio...


Dopo le emozioni, è il momento di tenere duro: e per arginare l'uragano Borghese... si ricorre anche allo streap tease...

I piemontesi picchiano forte... con il placet di Santonocito: in tutti i 90' questo è l'unico "giallo"
...e Giammarioli esclama: "Finalmente!"


Più che una partita di calcio... una battaglia: ma i "veterani" tirano fuori gli artigli...


... e i giovani danno l'anima. Borghese, il "cigno", rassicura i tifosi: con voi fino alla fine!

E' finita... Boisfer in estasi insieme a Gaggiotti... Per loro un piacevole dejavù...


Il Gubbio ha vinto, la vetta è sempre più al sicuro, ma il buon Gigi avverte: "Noi abbiamo ancora fame..."

A mister Sarri invece il maccherone eugubino è andato di traverso...
...no grazie, a quest'ora mi ci vorrebbe una camomilla...


Intanto fuori è "terzo tempo". E il Capitano sembra dire a Boris Becker Nazzani:
"Anche senza di me, andiamo a tutta birra..."


Fuori è buio. I clamori sono spenti, in attesa di un'altra domenica di gloria...
Resta la novità, inattesa: un parcheggio asfaltato che guarda già al futuro... B movie anche on the road...


E in questa "passeggiata fotografica" suggerisco come sottofondo un pezzo vibrante ed intenso... in linea con i decibel emozionali di questa partita... E allora spazio a "Ti sento" - Antonella Ruggero - 1985



lunedì 14 febbraio 2011

Gubbio-Alessandria: un'impresa che dice tanto... dell'"unicità sportiva eugubina"

La vendetta è servita. Vendetta sportiva, perché di questo s’intende. Perché di calcio, e solo di quello, si parla.


Gubbio batte Alessandria 1-0 e i grigi – che al “Barbetti” hanno alternato il metalizzato al tenebra – franano a meno 12 dallo squadrone di Vincenzo Torrente.
Avete capito bene, 12 punti e parliamo della terza in classifica.

A memoria di tifoso non si ricorda – se non tornando ai tempi dell’Eccellenza anni Sessanta – un primato così indiscusso dei rossoblù e un distacco così abissale dalle inseguitrici: ormai sembra rimasto solo il Sorrento a crederci, con molto ottimismo, dal basso del suo -7. Ma se il ritmo resta questo sarà dura anche per i campani continuare ad avere fede…

Non era una partita come le altre, inutile nasconderlo. Giustamente tenuta in sordina nei toni e nelle dichiarazioni alla vigilia, la gara era inevitabilmente qualcosa più che una semplice sfida tra la prima della classe e la terza ad inseguire: perché in terra piemontese, a fine settembre, era accaduto qualcosa di troppo madornale, meschino, vigliacco, perché questa potesse essere solo una partita di alta classifica.

E il Gubbio l’ha vinta in campo, e stravinta fuori. Dimostrando, ancora una volta – caso mai ce ne fosse bisogno - che il salto di categoria non sarebbe affatto un premio esagerato per una squadra che dimostra maturità e qualità tecniche straordinarie, per una piazza che sprigiona entusiasmo e coltiva un sogno innominabile da quasi 70 anni, con un tifo (a fianco la "sciarpata" dei Gubbio supporters nella foto Gavirati tratta da http://www.gubbiofans.it/) la cui correttezza e signorilità non hanno nulla da imparare da piazze considerate nobili per il calcio italiano.
Gubbio-Alessandria ha detto prima di tutto questo: la città, nel suo complesso, con i 2.600 spettatori a spingere la squadra ad un successo forse determinante per l’intera stagione, ha dato esempio di civiltà e sportività uniche. Una lezione anche ai vertici del calcio Lega Pro, che hanno brillato solo per latitanza e imbarazzo dopo il caso Lamanna.

Il campo ha poi fornito la risposta più limpida: è il Gubbio la squadra migliore del campionato. Perché vince contro tutto e contro tutti (anche ieri un arbitraggio a dir poco discutibile nella cervellotica distribuzione di cartellini). Perché puoi anche non avere i nomi altisonanti, quei giocatori che riempiono le colonne dei giornali, la bocca di qualche esperto saccente, i suffissi ex nelle presentazioni alla stampa.
Appunto, i molti ex, di A o B, che il Gubbio non annovera.
Da queste parti ci sono giocatori che sanno cosa fare con il cuoio tra i piedi, sanno dove stare quando si attacca lo spazio, quando si difende, quando si pressa. Si aiutano, si sostengono, anche quando capita di non giocare al meglio.
Perché può mancarti anche il capitano trascinatore di 9 stagioni – assenza difficile da compensare come ha dimostrato a tratti il pur talentuoso Suciu. Può non esserci perfino il bomber di stagione – defezione altrettanto dura da sopperire. Ma non mancano le risorse per azzannare l’ennesima impresa.

Che battezza al gol il nome nuovo, Ayub Daud, per gli amici "Dado", uno che però i rischi li fa correre agli avversari. E che non teme figuracce neanche quando si tratta di calciare da oltre 30 metri, dopo neanche un quarto d’ora dal debutto: la botta al fulmicotone che decide la partita è da sigla tv, un fendente che ancora suona nelle orecchie del portiere Servili, sorprendente quanto trascendentale nella precisione e nel gesto balistico.
Un segnale, l’ennesimo, che la squadra sta bene, sul piano della personalità e della fiducia, tanto che chiunque arrivi riesce a dare il massimo, e forse anche qualcosa in più.

E riesca anche a trovare soluzioni inedite, i calci piazzati, proprio quando il gioco fatica a veder penetrare le linee avversarie: dopo 20 partite senza un gol su punizione, prima a Verona e poi con l’Alessandria, due piazzati decisivi. E se quella di Sandreani aveva il fascino della pennellata, quella di Daud è una frustata, all’Alessandria e forse anche al campionato.

Poi il capolavoro di Gegè Lamanna, uno che questa partita la sentiva come la finale di Champions, ma con la calma olimpica di un Dino Zoff dei tempi moderni: che se deve proprio parlare, lo fa chinandosi sulla linea di porta, aspettando il fischio dell’arbitro, studiando la mossa del rigorista avversario e buttandosi sul lato preferito, il sinistro: dove in serie ha buggerato Giacomense e la finalista San Marino, lo scorso anno, Sudtirol e la presuntuosa Alessandria in questa stagione (vedi foto Gavirati tratta ancora da http://www.gubbiofans.it/).
La sicurezza con cui Gegè guida la difesa, sorvegliata dai corazzieri Borghese e Briganti – 5 gol subiti nelle ultime 10 gare – è specchio di un carisma che va ben al di là dei suoi 21 anni. Chissà che penseranno a Genova, dove ad ogni cross dalle parti del celebrato Eduardo, i tifosi chiudono gli occhi.

La corsa finale di Eugenio, sotto la gradinata, a salutare papà e mamma, è l’immagine di un’educazione e di uno stile che non sono più così diffusi nel mondo pallonaro, ma che contraddistinguono i ragazzi di Torrente. Professionisti ma soprattutto ragazzi per bene. Un gruppo, come ripete sempre il mister, dalle qualità morali eccezionali.

La vendetta è sportiva. La leadership è la naturale consacrazione di un dominio che non ha pari a livello nazionale: 16 vittorie su 23 partite.
Manca un terzo di stagione, il sogno è sempre più vicino: a questo punto, non svegliateci.
Stacchiamo telefono e annulliamo appuntamenti. Non ci siamo per nessuno…

 
 
Da copertina "A gioco fermo" di "Fuorigioco" - del 14.2.2011
musica di sottofondo "On the floor - lambada" - Jennifer Lopez - 2011

sabato 12 febbraio 2011

Impressioni e qualche riflessione dopo la diretta a reti unificate sul futuro delle tv locali

Doveva essere una novità a suo modo storica. E al tempo stesso, l’occasione per un grido d’allarme serio anche se non eccessivamente allarmistico.

Non so se l’operazione sia pienamente riuscita: almeno al di là dello schermo.
La lunga diretta tv dedicata al futuro delle tv locali è alle spalle.

Da Palazzo Cesaroni – sede del consiglio regionale – è andata in onda la prima (e chissà se resterà l’unica) diretta satellitare a reti unificate tra le emittenti televisive dell’Umbria sul tema del passaggio al digitale (il famoso switch off ormai entrato nel gergo sempre più diffuso) e soprattutto delle normative legate ad esso.

A far discutere (come già spiegato nei precedenti post inseriti nel capitolo “digitale”) un paio di comma dell’ultima Finanziaria – oggi si chiama “Legge di stabilità” anche se è l’unica cosa stabile in questo momento nel nostro Paese - che intaccano da vicino la possibilità di crescita futura delle tv locali.
Da un lato il comma 8 sancisce la sottrazione di 9 frequenze sulle 27 disponibili per le tv locali, destinate all’oligopolio Rai-Mediaset-Telecom e crea una restrizione che, soprattutto nelle regioni a più alta densità di emittenti, rischia di togliere spazio alle realtà già esistenti. Forse l’Umbria non avrà di questi problemi: nella nostra regione ci sono 10 emittenti e le frequenze disponibili dovrebbero essere più che sufficienti a soddisfare la domanda.
Ma il comma più discusso è il numero 11, quello che per capirci limita la realizzazione dei palinsesti alle tematiche di carattere locale. Se apparentemente può sembrare una indicazione logica e coerente alla vocazione delle tv locali, in realtà costituisce una limitazione non da poco. Perché ogni emittente avrà il compito (arduo) di riempire di contenuti non più un solo canale – come avviene ora – ma almeno 3-4 se non addirittura 5-6 canali. Senza poter ricorrere ad escamotage come ripetere la programmazione a orari differenti (come avviene sul satellite, ad es: Sky Cinema +1, o Fox+1).

E’ ovvio che questa limitazione comporta l’onere di dover investire notevoli risorse per riempire di contenuti (locali) i canali a disposizione e allo stesso tempo – cosa ancora più grave – impedisce alle tv locali la possibilità di consorziarsi con altre tv di altre regioni magari per affittare spazi (3-4 delle frequenze a disposizioni) con introiti che permetterebbero almeno di finanziare i palinsesti delle frequenze restanti.


Il dibattito (a lato un momento della trasmissione, nella foto Settonce) ha visto in sala la presenza di alcuni parlamentari umbri – equamente suddivisi tra Pd e Pdl – consiglieri regionali, oltre all’assessore regionale competente, Vinti. Presenti anche editori locali e rappresentanti dell’Ordine giornalisti.
In collegamento telefonico il presidente dell’associazione di categoria delle tv locali (Aeranti Corallo), Marco Rossignoli.

In apertura dicevo che non so, francamente, se la reale portata del problema sia potuta trasparire dal dibattito emerso nelle due ore di diretta. Due ore, direi, un po’ farraginose all’inizio – con una faticosa illustrazione di una materia ostica anche per gli addetti ai lavori (figuriamoci per il telespettatore, che ha una “soglia di attenzione” che nei casi più generosi non va oltre il quarto d’ora) – e fin troppo concitate nella parte centrale, dove hanno risaltato il nervosismo degli esponenti di centro-destra – probabilmente vittime di una sorta di “sindrome da Santoro” (classico vittimismo un po’ pretestuoso nell’occasione) – e l’accanimento talvolta eccessivo con il quale alcuni colleghi conduttori si sono accalorati, dimostrando di avere a cuore forse, in primo luogo, la necessità di mettere “alle strette” gli interlocutori parlamentari, prima che informare il pubblico da casa.

L’impressione che ho maturato – prima in diretta e poi, all’indomani, con qualche telefonata di riscontro con chi ha seguito il dibattito in poltrona – è che forse la trasmissione non è riuscita a spiegare nel dettaglio il problema. Alcuni elementi sono trapelati, altri forse non hanno centrato il bersaglio.

Riassumendo in poche righe (cosa improba, visto che non si è riusciti granché neppure in due ore ad illustrare nel dettaglio la questione), la prossima settimana nel decreto Milleproroghe potrebbero essere approvati alcuni emendamenti che attenuerebbero le conseguenze negative per le emittenti locali.
Condizionale doveroso, perché se il Governo – per questioni di stabilità sua – ponesse la fiducia, nessun parlamentare del PDL si sognerebbe di insorgere contro la linea politica della maggioranza, solo per andare incontro alle (legittime) richieste del mondo delle tv locali.

Le speranze (chissà quanto fondate) sono riposte politicamente nel ruolo della Lega nord – soggetto indispensabile alla tenuta del Governo – molto più sensibile alle istanze delle tv locali che non (ovviamente) il PDL, che invece “sta in riga” con quanto disposto dai vertici (Capo del Governo – Mediaset).
Un braccio di ferro che potrebbe costare caro, alla lunga. Ma che ancora non è destinato a concludersi perché da un lato – come hanno ripetuto alcuni parlamentari Pdiellini – la vicenda può essere risolta anche dopo il “Milleproroghe”, dall’altro è certo che le tv locali continueranno a porre in essere iniziative di informazione (e di autotutela) per garantirsi un futuro.

La notizia più positiva emersa dalla diretta tv è che la Regione – parole della presidente Marini – si adopererà finanziariamente a sostenere almeno in parte gli sforzi di investimenti che le tv locali umbre dovranno affrontare per l’accesso al digitale (si parla di non meno di 300 mila euro, per realtà imprenditoriali che non ne fatturano più di 600 mila all’anno).

La notizia – o se preferite, l’impressione – più negativa è che la maggior parte dei parlamentari presenti non fosse a conoscenza del tema in questione. Tanto che la maggior parte ha parlato di “crisi”, di “torta sempre più piccola da dividere”, di necessità di “fare consorzi”, di situazioni di “nanismo” (piccola dimensione delle imprese): ovvero, ha parlato di soldi, quando invece il problema sono le “risorse frequenziali” – che fanno gola ai grandi network nazionali, come spiegavo nei precedenti post quando parlavo di “spazio vitale”.

Il dato più significativo emerso è in una tabella mostrata in diretta dal collega Marioni relativa ai dati Auditel degli ultimi giorni, con il sistema delle tv locali che batte quasi sistematicamente Raiuno e Canale 5 sia in alcune giornate (come la domenica) sia in alcune serate settimanali. Un sistema che – si capisce dai dati – se dovesse consorziarsi diventerebbe un “terzo polo” non proprio gradito a chi è abituato da 3 decenni a spartirsi – loro sì – la torta degli introiti pubblicitari nazionali.

La diretta satellitare molto stringente ha poi impedito ai telespettatori di vedere alcuni contributi che per mancanza di tempo non sono andati in onda: tra questi, alcune interviste fatte alla gente (vox populi) da cui traspariva chiaramente come ormai la sete di informazione locale sia diffusa e notevole anche in una regione piccola come la nostra: che in assenza di tv locali (o con la perdita di alcune di essere, magari con spiccate vocazioni all’informazione capillare) rischia di veder scomparire dal video interi territori di cui si finirebbe per parlare solo in caso di cronaca nera.

Non so se tutto questo è stato pienamente percepito dalla trasmissione. A scanso di equivoci, ho provato a riassumerlo.
Sperando che, se ci sarà una prossima volta (intendo, per la diretta a reti unificate) la “fluidità” e l’organizzazione della trasmissione avvenga in modo diverso: più utile al pubblico, che non agli interessi “dialettici” dei presenti in sala.

giovedì 10 febbraio 2011

La Giornata del Ricordo: per non dimenticare quanto è stato volutamente dimenticato per decenni...

Dell'Istria ho ricordi di bambino. Non che ci sia stato, da bambino. Ma ho un pallido flash di come me ne parlava mia nonna Anna: doveva avere trascorso vacanze a Zara, lei che - classe 1900 - aveva visto due guerre mondiali e l'Europa cambiare confini una mezza dozzina di volte. Italia compresa.
Ci sono poi passato, per l'Istria, la prima volta "solo" nel 1980. Tornavamo dalle vacanze, un paio di settimane in Grecia con la family, trainati da una mitica Opel Rekord 2000D (a benzina) con la quale avevamo circumnavigato l'Adriatico (traghetto Ancona-Patrasso e poi dopo il soggiorno nella penisola ellenica, su tutto d'un fiato, per le attuali Macedonia, Croazia e Slovenia, per poi rientrare via Trieste).
Allora si chiamava Jugoslavia e il nome Tito - a me che avevo 10 anni - diceva poco. Se non che ne parlavano tutti perché era morto da qualche giorno. Nessuno immaginava che da lì a 10 anni - forse anche per questo - in Jugoslavia sarebbe scoppiato il finimondo.

Non avevo mai sentito parlar bene di Tito: nè a casa mia (dove certi "leader" comunisti non sono mai stati amati), ma neanche dai comunisti che invece pullulavano (e pullulano ancora) in città.
Strana parabola quella del dittatore slavo. Prima paladino del sogno comunista, "eroe" della liberazione jugoslava, vero mito anche per i comunisti italiani di confine (storica la traversata dei "monfalconesi", operai di Monfalcone, che scelsero di andare a vivere in terra jugoslava per toccare con mano l'autentica società socialista - non pochi se ne pentirono ben presto). Poi, dopo uno sgarbo a Stalin, improvvisamente Tito in Italia fu etichettato come "fascista" o nella migliore delle ipotesi "filo-americano": solo perché, probabilmente, la sua società comunista jugoslava non voleva essere assoggettata tout court a Mosca.

Altri tempi. Altro modo di raccontare la storia. E di fare propaganda - ognuno per la propria parte.
Di una cosa sono certo. Ho ricostruito la storia di questo personaggio, e dei fatti di quell'epoca, non tanto sui libri di scuola (con testi tipo "Camera-Fabietti" il dopoguerra è praticamente mutilato), quanto molto più recentemente in un paio di letture apptrofondite dedicate al secondo dopoguerra: l'illuminante "L'esodo" di Arrigo Petacco - che racconta in modo asettico ma particolareggiato la pulizia etnica compiuta dai titini nell'immediato dopoguerra - e l'angosciante "Prigionieri del silenzio", di Giampaolo Pansa, che narra la vicenda di Andrea Scano, comunista convinto fino al midollo, tanto da finire nelle grinfie dei titini proprio nell'anno della storica rottura Tito-Stalin che vide scaraventati migliaia di "cominternisti" (comunisti fedeli all'Urss e successivamente nemici di Tito) nei campi di concentramento jugoslavi.
Mai sentito parlare di Golj Otok ("isola calva")? Date un'occhiata su Google, scoprirete che i nazisti hanno avuto imitatori molto fedeli anche tra i loro nemici...

Una premessa per parlare di oggi, 10 febbraio, della Giornata del Ricordo, dedicata alla memoria per le vittime delle foibe e dell'esodo istriano-giuliano-dalmata. Una vera "pulizia etnica" iniziata e portata a termine dalle truppe di Tito e, quel che è peggio, tenuta nascosta per decenni. Nei libri di storia, o perfino nelle enciclopedie - dove il termine "foiba" era tradotto: "varietà di doline frequenti in Istria" (come se la parola Auschwitz venisse tradotta con "amena località polacca") - per non parlare della politica italiana e del mondo dell'informazione.
Oggi leggiamo nei quotidiani quello che si dicono al telefono un capo di governo e una prostituta, per decenni non abbiamo saputo - o meglio, non ci hanno fatto sapere - che almeno 12.000 persone (italiani, fascisti e non) erano state uccise e scaraventate nella "varietà di doline frequenti in Istria". Se la prima resta un'immane tragedia , la seconda è un'immane infamia.
Gutta cavat lapidem, dicevano i latini. E forse vale anche per le foibe, che hanno dovuto attendere quasi 60 anni per essere "tradotte" nel loro vero significato storico. E le vittime che finirono dentro - solo perché non potevano rientrare in un disegno geo-politico-etnico - hanno avuto almeno un riconoscimento postumo sul piano della memoria. Molte di più poi furono le "vittime" dell'esodo, i dalmati, istriani e fiumani, costretti a vagare per anni lungo l'Italia in cerca di una "nuova Patria" (lo scorso anno intervistai una signora di Assisi la cui testimonianza fu toccante): guardati spesso come "zingari" (nel senso di "senza dimora"), spesso condannati a dimenticare le proprie radici e la propria appartenenza.
Ecco, forse l'aspetto più amaro di questa pagina di storia - triste e drammatica come lo sono tante altre vicende - è che quel Paese che avrebbe dovuto dimostrare solidarietà e accoglienza, fece la cosa peggiore che si possa fare: ignorò l'esistenza di questi esuli. Un risvolto semplicemente vergognoso.

C'è voluto del tempo per capirlo. Oggi a Palazzo Pretorio (vedi foto a fianco) le bandiere erano a mezz'asta. E' già qualcosa. Visto che, non più tardi del 2005, il Consiglio Comunale di Gubbio votava a maggioranza il no alla proposta di commemorare (anche con un minuto di silenzio) le vittime delle foibe. Squallido.
Francamente non lo ricordavo. M'è tornato in mente ripescando un pezzo che scrissi su "Gubbio oggi" in quel febbraio di 6 anni fa (lo pubblico in fondo a questo post, per chi ha curiosità di rileggerlo).

Per fortuna c'è chi è capace di dare esempi diversi e di ben altra dimensione: andando anche contro quello che è la propria storia politica inevitabilmente riporta alla mente. Non tanto e non solo oggi la presidente della Regione, Marini e il Presidente della Provincia, Guasticchi (emblematiche le parole di quest'ultimo: "Non è una questione di numeri, i morti non possono essere dati statistici").
Parlo del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che era un leader di quel Pci che con Togliatti, nel dopoguerra, volutamente tenne sotto silenzio quanto era accaduto - e perfino il dramma degli stessi comunisti italiani, come Scano, finiti nei lager titini.
Saranno parole, ma almeno dopo 60 anni, sono parole sagge: parole come pietre.

"Va messa al bando ogni residua congiura del silenzio, ogni forma di rimozione diplomatica o di ingiustificabile dimenticanza rispetto a così tragiche esperienze. In ciascun paese si ha il dovere di coltivare le proprie memorie di non cancellare le tracce delle sofferenze subite dal proprio popolo".

Giorgio Napolitano
Presidente della Repubblica Italiana
ex parlamentare PCI