Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

venerdì 28 febbraio 2014

Sarà che Terence, in fondo, è sempre stato un po' eugubino...

Sarà che anche se nato a Venezia, le sue origini sono umbre. Sarà che il destino lo ha riportato in Umbria dopo una parentesi difficile della sua carriera. Sarà che “Don Matteo” - nato e partorito da Lux Vide come una piccola grande scommessa nel firmamento delle fiction Rai – lo ha visto per la prima volta in carriera recitare con la propria voce, senza doppiaggio. Come dire: finalmente io, solo io, davanti alla telecamera.

La sua firma dopo l'accensione dell'Albero
di Natale - 1998
Sarà un po' tutto questo, ma il rapporto tra Terence Hill e Gubbio non è quel che si dice di semplice cortesia. Un legame profondo, lungo tutti i 14 anni in cui la fiction del prete detective ha girato nella città di Pietra, che è sbocciato subito, quasi fosse un colpo di fulmine. Per consolidarsi mano a mano, puntata dopo puntata, serie dopo serie. Un amore corrisposto e coltivato nella reciproca empatia. Senza bisogna di retorica, senza fronzoli. Ma con la naturalezza di un sentimento autentico.

Perchè Terence Hill, a Gubbio, è un po' come tornato a casa. E, come fosse a casa sua, ha avuto un rapporto con gli eugubini, con la città, con la comunità, improntato sulla semplicità più spontanea, sulla sensibilità più ispirata, sulla disponibilità e cortesia sempre pronte, sempre presenti, mai in discussione.

Un po' come se Don Matteo fosse sempre esistito. E come se la fiction in realtà, per una volta, non fosse così romanzata, ma ritraesse con fedeltà e schiettezza lo spessore di un legame, quello tra Terence e Gubbio, davvero profondo.

Non si spiegano altrimenti, se non con la statura del personaggio e con la capacità accattivante di una città piena di contraddizioni ma straordinariamente magnetica, le tante iniziative cui collateralmente ai ciak della fiction, Terence Hill ha partecipato. Prestando, sempre a titolo gratuito, il proprio volto, il proprio sorriso, la propria voce e soprattutto la propria presenza. Specie quando c'era da aiutare, da sensibilizzare, da sostenere un'iniziativa sociale, meritoria e destinata al grande pubblico.

Non parliamo di comparsate, dunque, ma di un impegno in senso civico, in senso alto. Come se Terence fosse davvero cittadino eugubino. Ma forse, lui, si è sempre sentito così...
GMA
 
 
 
 
Dal video "Terence e Gubbio", trasmesso oggi alla Sala Trecentesca di Palazzo Pretorio nel corso della cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria a Terence Hill.
Il video - che sarà trasmesso da TRG giovedì prossimo nella trasmissione "Link" - propone anche le principali iniziative che l'attore ha promosso a Gubbio sul fronte della sensibilizzazione e della solidarietà. E alla fine, la soddisfazione più grande, è stato ricevere i suoi complimenti e una richiesta inaspettata: "Puoi farmi una copia del dvd? Era bellissimo...".
Grazie Terence... A presto!

martedì 25 febbraio 2014

Il ritorno in rossoblù di Massimo Roscini: e chissà se il bello deve ancora venire...


I tifosi rossoblù agli spareggi di Senigallia - maggio 1986
Se c'è una squadra che può sintetizzare l'immagine dell'entusiasmo e del calore del tifo eugubino nei suoi anni di esplosione, è il Gubbio finalista negli spareggi di Senigallia, maggio 1986.
Se c'è una persona che, prima da giocatore, poi da allenatore, può incarnare lo spirito di quella passione, di attaccamento, di rispetto, prima ancora che di professionalità indiscussa, questi è Massimo Roscini. Perugino doc ma dal cuore rossoblù come pochi altri. Tanto da dichiarare, spontaneamente e con un filo di commozione, dal palco della presentazione del Gubbio nell'estate 2009 – vi auguro di giocare il derby con il Perugia.

Mai e poi mai, forse, Roscini avrebbe immaginato di tornare a sedere sulla panchina rossoblù, anche se da secondo. Perchè poi quando sei lì primo o secondo cambia poco: le maglie sono quelle di un tempo, i colori e la voglia di onorare al meglio quell'impegno resta quello autentico. Ma più che un rapporto sportivo o professionale, quella tra Roscini e il Gubbio è una storia d'amore. Fatta di più tappe, di momenti alterni, di intensità straordinaria, di scoperte e riscoperte inattese. E di un ritorno di fiamma che ancora attende di riservare l'ennesima sorpresa.

La prima tappa risale alla fine degli anni Settanta quando Roscini prima da giocatore e poi nella doppia veste di allenatore-giocatore, guida la squadra rossoblù in un momento difficile sul piano societario, con la squadra appena retrocessa dalla serie D. Dura poco, il tempo di una stagione, guidando i Francioni, Brugnoni, capitan Lauri, e un gruppo di giovani del vivaio.


Il secondo capitolo è il più esaltante: a metà anni 80 il Gubbio di Peppino Vispi pensa in grande e dopo la stagione con Piero Fiorindi, tradito dal tecnico toscano ammaliato dalle sirene tifernati, sceglie Chiodo Roscini per tentare la scalata alla C2. E' un campionato straordinario per valori tecnici e per passione e colore: partite con 4.000 o 5.000 spettatori non sono l'eccezione e viene costruita l'ossatura del Gubbio che solo negli anni successivi vincerà. Ma che in questa annata mette le basi: il Gubbio è guidato in regia da Di Renzo, la linea mediana con Miocchi e Magrini assicura solidità, in avanti Cipolletti è la spalla ideale di un Bobo Camborata devastante con i suoi 23 gol. Si arriva agli spareggi di Senigallia contro la Vis Pesaro di Sandreani padre e bomber Cangini e contro il Riccione di Zaccheroni: tre regine tutte degne del salto di categoria, ma la spuntano i biancorossi di Walter Nicoletti. E non basta l'esodo oceanico di 2.000 tifosi rossoblù in riva all'Adriatico.

Terzo capitolo per Roscini 7 anni dopo: il Gubbio è tornato in serie D ma c'è un gruppo di giovani promettente. I ragazzi che con gli allievi sono arrivati alle finali nazionali. Da capitan Nicchi a Borsellini, Nardelli, Vagnarelli, Finetti fino ad un certo Davide Baiocco. Quella squadra, con bomber Acampora davanti, sfiora l'impresa, arriva quarta in un campionato con la Fermana protagonista, che perde a Gubbio 1-0, gol di Cernicchi, altro perugino innamorato del rossoblù. L'anno dopo Roscini lascia a metà stagione per non cedere al giochino della sostituzione del portiere di riserva dopo 1', escamotage ipocrita per scavalcare le prime assurde norme sui giovani. Un finale troppo mesto per essere vero. Il destino forse aveva già deciso che non sarebbero state quelle le ultime panchine di Chiodo con il rossoblù nel cuore.

Ci ha pensato Roselli, uno dei suoi pupilli, a rinverdire i fasti. E così a oltre 70 anni Roscini torna in panca. E il Gubbio degli alti e bassi su una certezza potrà contare: passano gli anni ma Chiodo darà sempre il 110%. E non è detto che alla fine, parafrasando Mazzarri, il bello non debba ancora venire...


Da "Il Rosso e il Blu"
lunedì 24.2.14 - da "Fuorigioco"

domenica 23 febbraio 2014

Scuola magistra vitae. Talvolta magistra un po' sinistra...

Scuola magistra vitae? Magistra ma a volte anche un po' "sinistra", verrebbe da dire, dopo la settimana che ci lasciamo alle spalle.
Sinistra, nel senso di ambigua e contraddittoria. Piu' di quanto non appaia - spesso vittima di facili luoghi comuni - tra risorse a picco, la demotivazione di qualche docente (fortunatamente la gran parte continua a fare e bene il proprio mestiere), carenze strutturali e di dotazione (con genitori costretti a provvedere anche all'acquisto di carta igienica), programmi didattici sempre piu' farciti di discipline molto extracurriculari.

Ma in questa settimana di scuole si e' parlato per un paio di casi niente male per chi, nelle cronache della nostra regione, e' costretto quotidianamente a scervellarsi per trovare una notizia curiosa o che non sia destinata alla palude della cronaca politica del periodo pre-elettorale.

La prima da Gubbio, con un giovin liceale salito alla ribalta delle cronache per le proprie assenze ripetute e reiterate. Assenze sembra finalizzate ad un gesto quasi shakespeariano che però rischiava di procurargli un'inopinata bocciatura (la norma non consente un tetto illimitato di assenze e superato un limite prestabilito, 55 giorni, si ripete l'anno). Il tutto voluto per coronare il sogno d'amore, poco più che adolescenziale, di unirsi con la propria fidanzata, di un anno piu giovane, anche tra i banchi di scuola.
L'empasse imbarazzato di istituto e famiglia del protagonista sembra sia stato risolto solo dal "tackle" deciso e risoluto della giovane amata, che lo avrebbe minacciato con un bel "2 di picche" per farlo tornare di senno. E persuaderlo a tornare a scuola.

Complimenti alla fidanzatina che non solo conferma come tempra, carattere e attributi femminili siano ormai quasi l'unico carburante per la sopravvivenza robusta di una coppia, ma anche per la lezione di maturità che appena a 15 anni ha fornito agli spettatori più o meno attoniti e impotenti, volenti o nolenti, della vicenda. Che sarà pure stata "figlia di un sentimento tenero e spontaneo", come è stato commentato, ma che in un passato neanche troppo remoto si sarebbe risolta con una "lavata di capo" a casa o a scuola (o in tutte e due) tale da dissuadere qualsiasi istinto autolesionista.

L'altra notizia arriva in ordine sparso invece da Perugia, Citta' di Castello e Marsciano, dove sarebbe stato distribuito nei giorni scorsi un opuscolo - non autorizzato da Ministero nè da ufficio scolastico regionale - che, udite bene, nelle scuola materne andrebbe ad illustrare una favola dal titolo "Qual è il segreto di papà?" che tra le righe racconta una storia di omosessualità. Il tutto studiato didatticamente per prevenire l'omofobia in bambini che non hanno piu di cinque anni e ai quali credo (e spero) sia ignota sia la parola, che il sentimento, e tutto ciò che ci sta intorno.

In questo caso si e' di fronte ad un tipico esempio di didattica demagogica un po' ipocrita con la quale qualche docente di apparenti larghe vedute vorrebbe instillare, ad un pubblico inappropriato e con abbondante anticipo, il germe della tolleranza. Il tutto con buona pace delle famiglie dei rispettivi pargoli - che spesso si stracciano le vesti per un volantino promozionale lasciato nello zaino senza preventiva discussione - e delle istituzioni scolastiche compresi gli assessorati competenti che, solo dopo che la vicenda e' esplosa come caso giornalistico, ne hanno preso accuratamente le distanze.
Se ciò non fosse avvenuto, i "nostri" bimbi avrebbero potuto dilettarsi con una favoletta che, per carità, per quel che ne avrebbero capito, non li avrebbe traviati più di qualche cartone animato con rutti e parolacce (ne girano, ahinoi, a tutte le ore). Ma siamo pur sempre in una scuola materna.

Più opportuno semmai, sarebbe stato trasferire quella favola, in altra forma comunicativa, in scuole medie, inferiori o anche superiori, dove è più facile che il tema sia compreso. E dove soprattutto un'effettiva opera di prevenzione contro emarginazioni di ogni tipo (non solo legate ai gusti sessuali) non è mai tempo perso.


venerdì 21 febbraio 2014

E venne anche la sfida col Lecce: dopo 66 anni esatti...

La perla del Salento. La capitale del barocco nel Mezzogiorno. E per gli amanti del calcio, una delle piazze più calde tra le squadre outsider della massima serie negli ultimi anni.
E' Lecce la prossima avversaria del Gubbio, un'avversaria di prestigio – che fino a due anni fa lottava per salvarsi in massima serie, arrivando persino a pareggiare allo Juventus stadium contro ogni pronostico con i futuri campioni d'Italia.

Ma al Lecce è legato anche un ricordo particolare nella storia del calcio rossoblù. Che poi è anche l'unico vero precedente tra due piazze così lontane, nei chilometri come nelle categorie, da essersi incrociate a cavallo degli anni 70-80 solo per motivi di turismo sportivo.

Il precedente è quello che risale alla stagione 1947-48 ovvero la serie B del Gubbio post-bellico. Perchè proprio a Lecce debutta nella serie cadetta, girone sud, la squadra eugubina allenata da Aggradi. Finisce con un impietoso 4-1 per i pugliesi, solo l'antipasto di molte magre che caratterizzeranno quella stagione comunque memorabile per i colori eugubini. Al ritorno, era il 15 febbraio 1948, dunque poco più di 66 anni fa, il risultato fu di parità, 1-1 con i gol di Fornasaris per il Gubbio a impattare quello di De Panfilis per il Lecce, mentre le cronache ricordano che la società eugubina fu multata di 3000 lire per il comportamento scorretto del pubblico nell'allora bombonera chiamata San Benedetto.

Il rapporto tra Lecce e Gubbio più recente è invece legato ad Eugenio Fascetti, che all'ombra del monte Ingino ha accompagnato la squadra salentina in ritiro in alcune estati negli anni Ottanta, con tanto di amichevole di lusso estiva puntualmente vinta dai giallorossi. Gubbio fu anche sede del ritiro di quel Lecce neopromosso in serie A nel 1985-86, e subito retrocesso, nel quale militavano giovani di belle speranze, come Antonio Conte o come il duo argentino Barbas e Pasculli, protagonista della più incredibile vittoria nella storia della serie A, il 3-2 all'Olimpico inflitto alla Roma di Eriksson, già proiettata allo scudetto, e invece stoppata a vantaggio della Juve del Trap. Quel giorno brindarono anche i pochi vincitori del 13 al Totocalcio.

Lecce oggi è soprattutto Fabrizio Miccoli, giocatore che in Umbria, prima a Terni e poi in serie A a Perugia, ha regalato perle di rara eleganza sul piano tecnico ed estetico, accanto ad un carattere irascibile e immarcabile, che solo a Palermo si è definitivamente consacrato, alla corte del vulcanico Zamparini e di un altro perugino ancora oggi agli altari delle cronache, il ds Walter Sabatini.

Ma il Lecce, domenica, nell'inedita sfida a ora di pranzo, non sarà solo Fabrizio Miccoli. Quanto al Gubbio, dovrà essere ancora più squadra del solito, per avere la meglio su quella che, carta alla mano, avrebbe dovuto essere la squadra ammazza-campionato. Ma la palla è rotonda e non sempre i pronostici vengono rispettati. L'auspicio è di ricordarsi di questa gara, un giorno, non solo per l'orario indigesto...


Da "Il Rosso e il Blu" di lunedì 17.2.14
musica di sottofondo: "Non vivo più senza te" - B.Antonacci (2012)

mercoledì 19 febbraio 2014

Neanche 10 minuti, per capire tutto... E per dare un consiglio a qualche collega...

Non c'e stato bisogno di arrivare neanche a 10', per capire che sarebbe stato un altro show. La "consultazione" - istituzionalmente va chiamata comunque così - tra Renzi e Grillo diventerà un tormentone rap e tra qualche anno la ritroveremo in qualche trasmissione cult buona per rispolverare dagli archivi della rete il meglio e il peggio di questo decennio.
Ecco, in attesa di capire che il "teatrino" del Beppe genovese sia collocabile nel meglio o nel peggio, una sorta di gironi danteschi del XXI secolo, un paio di considerazioni l'incontro di oggi le ispira.

Intanto non e' stato un incontro ma un monologo. Grillo ha lasciato a Renzi i primi 40-50 secondi, per poi salire in cattedra. Dapprima con toni apparentemente tenui (ma già aggressivi) poi con un'escalation in pieno stile "grillino". Che lui stesso ha definito "non democratico" con un pizzico di sincera vanità nell'affermare di essere diverso e orgogliosamente "puro".

Che Grillo sia stato Grillo non c'è dubbio, che poi abbia davvero rappresentato la volontà del popolo dei 5 Stelle e' tutto da dimostrare. Intanto perché lui a quell'incontro non voleva andare, e per come ha impostato il monologo, di fatto, ha voluto dimostrare di non essere li' per ascoltare - come intendeva il popolo CInque Stelle favorevole alla consultazione - ma per imporre la propria presenza.

Per altro, l'apoteosi del comico genovese non solo ha lasciato interdetti molti elettori 5 Stelle ma ha indirettamente messo in imbarazzo (evidente dal comportamento anche dei suoi accompagnatori) anche i parlamentari 5 Stelle che ora si troveranno a Montecitorio "costretti a votare contro" un programma di Governo che, per bocca stessa di Grillo, per almeno meta' "sembra copiato dal programma del M5S".

Quanto a Renzi, e' stato costretto, per una volta, a svestirsi dei panni di mattatore, giocando di rimessa. Giocando alla Trap, il che non significa da perdente (anzi).
Trattendosi non poco per restare nell'alveo di una istituzionalità conforme al ruolo, a larghi tratti e' rimasto silente, più per scegliere il momento giusto per rientrare nei binari del "match" che non per ascoltare la litania del suo logorroico interlocutore. Alla fine ha tagliato corto, con un paio di battute efficaci ("esci dal blog") e con un "arrivederci" che e' parsa forse la cosa più istituzionalmente sensata ascoltata in tutti i 10'.

Un teatrino che avrà certamente riscosso enorme audience (ho perfino ricevuto una telefonata da una persona che m chiedeva notizie dell'ora esatta dello streaming), che avrà fatto impennare ulteriormente gli accessi (ben pagati, c'è da scommetterci) del blog di Grillo, ma del quale l'Italia seria, quella che all'ora dello streaming già lavorava o non aveva smesso di farlo neanche a pranzo, avrebbe volentieri fatto a meno.
Roba da dar rimpiangere, insomma, le consultazioni dorotee degli anni Settanta-Ottanta, quei colloqui che neppure uno streaming ante litteram avrebbe saputo condire di un qualche minimo sussulto.

Roba da far rimpiangere l'altra liturgia con cui milioni di italiani (non il sottoscritto, e non lo dico con aria snob) si torturano da un paio di sere, ovvero Sanremo.
Guarda caso l'altro teatrino mediatico nel quale meno di 24 ore prima sempre Beppe Grillo aveva appena finito di esibirsi.

Un'ultima battuta lasciatamela dedicare ai colleghi della stampa, quelli che inseguono imperterriti la chioma brizzolata del leader 5Stelle in ogni movimento fisiologico. Salvo poi sentirsi puntualmente insultati e bersagliati dagli strali dello stesso.
 
Triste destino, essere costretti a seguire una notizia per poi ritrovarsi ad "essere" la notizia. Una sensazione che non mi e' nuova. E che per dieci anni pensavo fosse l'anomalia di un piccolo e contraddittorio borgo di periferia umbra.
Invece adesso, grazie a Grillo, sono decine e decine i colleghi a sentirsi così... In bocca al lupo...

E un consiglio, per esperienza: di fronte ad accuse smaccatamente partigiane, faziose e infondate - tali da ledere non solo la dignità professionale ma perfino la propria dignità personale - non val la pena rispondere, non val la pena querelare, non val la pena scendere nell'arena (dove forse chi insulta vorrebbe trascinarti, magari pronto a vestire i panni della "vittima").
Meglio restare silenti. In qualche caso, seduti in riva al fiume. Aspettando, come diceva Confucio.... che l'acqua scorra... con tutto quel che ne segue...
Sapendo di poter sempre camminare a testa alta. Di fronte a tutti...


domenica 16 febbraio 2014

Dal burlesque al burraco. Ed ora il baccarà... Non ci resta che tifare per l'8 o il 9...


E ora non ci resta che far il tifo per Matteo il fiorentino. Letta e' già "andato", dopo una gestazione di 10 mesi difficile, tortuosa, a tratti anche coraggiosa e certamente non disprezzata ne' invisa ai salotti europei.

Ma qualcosa e' cambiato dopo le primarie dell'8 dicembre (il cui esito per altro pareva scontato).

E soprattutto qualcosa di importante e' cambiato nelle ultime 2 settimane se e' vero che a inizio febbraio Renzi rassicurava l'allora premier di "stare sereno", espressione ormai già entrata nel mito e che ricorda vagamente le rassicurazioni di chi riprende sotto braccio prima della "pugnalata".
Le idi di marzo non sono arrivate, ma la pugnalata politica si' ed ora il cerino passa al sindaco di Firenze.

Ci tocca per forza tifare per lui per due semplici motivi:

1) non esistono al momento alternative credibili per Palazzo Chigi. Non può esserlo il Cavaliere "appesantito" quanto basta da burlesque, sentenze e altri giudizi in corso. Non può esserlo Grillo la cui capacita' di assorbire le insofferenze di un popolo ormai stremato e' inversamente proporzionale alla statura istituzionale e al rispetto delle piu elementari regole del bon ton politico.

2) andare al voto e' come salire sulle montagne russe sapendo che le cinture di sicurezza sono manomesse, la rampa in salita e' in condizioni precarie e da un minuto all'altro e' attesa una scossa tellurica del sesto grado della Richter. Senza Porcellum, cancellato dopo anni dalla Corte Costituzionale, mancherebbe anche la bussola scassata di una legge che non decreta vincitori ma solo perdenti (gli elettori).


A Renzi, in questo momento, non sembra esserci alternativa. Il che non significa che questa sia automaticamente una buona notizia. E che il sindaco fiorentino - distintosi finora soprattutto per la grande capacità di "comunicare" (in questo, sì, molto berlusconiano a differenza del tradizionale impaccio Pd) - riuscirà a risolvere i problemi piu gravi di questo nostro scalcinato Paese.
Fisco, legge elettorale, costo del lavoro, occupazione. L'agenzia potrebbe proseguire all'infinito, il problema e' sulla colonna dei "tempi". In quanto tempo saranno varate queste riforme?


L'Italia non può piu aspettare e forse e' proprio il ritmo, vicino allo stallo, cui era ormai costretto Enrico Letta (il cui stile e la cui stessa uscita di scena dignitosa restano esemplari nel chiacchiericcio e nel clima di schiamazzi cui ormai ci ha abituati la politica nostrana), e' stato il fattore determinante alla sua sostituzione. Che somiglia piu ad un esonero di stile calcistico con tanto di "ringraziamenti dalla società (Pd) per il lavoro svolto e auguri per il prosieguo di carriera".

Renzi rischia. Ma forse neanche lui aveva molte alternative. Da segretario Pd avrebbe dovuto rispondere di eventuali fallimenti altrui, pagandone dazio elettorale alla prima occasione (Europee a maggio).


Ha preferito mettersi maglietta e calzoncini e scendere in campo direttamente. Sapendo che la partita sarà difficilissima. Il coraggio, non a caso, e' una delle parole evocate proprio nel suo discorso programmatico al "Nazareno".
Di certo con Matteo Renzi la politica italiana compie un salto generazionale, già abbozzato con Letta, che non ha precedenti nella storia repubblicana. Quando Berlusconi - quasi 60enne - scendeva in campo nel 1994, l'attuale sindaco di Firenze era un semplice concorrente, poco più che maggiorenne, alla "Ruota della Fortuna" di Mike Bongiorno.


Ci vorrà coraggio, dunque. E anche il senso del rischio. Quello che anima il giocatore di baccarà: che ha contato le carte, che ha valutato le probabilità.
Dal burleqsue, di Berlusconi, al burraco, silenzioso e quieto di Letta, ora passiamo al baccarà: a noi non resta che guardare il croupier servire in tavola.
E puntare, senza farsi troppo sul giocatore Renzi... E sperare nell'8 o nel 9. Con la figura accanto.



















venerdì 14 febbraio 2014

Non toccatemi Marco Pantani...



La prima cosa che ho pensato e' stata: "Fortuna che non c'e il nonno". Di quel giorno di febbraio di 10 anni fa ricordo soprattutto questo. Marco Pantani era stato ritrovato in una camera d'albergo senza vita.

Il piu grande ciclista italiano che ho potuto apprezzare in questi 40 anni di vita era morto per un'overdose, nella solitudine, nell'oblio, nella disperazione piu totale. Dentro una camera anonima di un motel diseredato quasi quanto la sua fama.

Pensai a mio nonno Pompeo, ad un amante del ciclismo puro, autentico, dell'epopea dei Coppi e dei Bartali, ma anche dei Merx o dei Gimondi, e piu di recente dei Saronni e dei Moser.
Pensai al dolore che avrebbe provato nel vedere quel ragazzo di Cesenatico celebrato come un campionissimo appena 6 anni prima di spirare tristemente, da solo, in quel motel della riviera, in uno stato di depressione lontano anni luce dai titoli, dalle fanfare, dai riflettori che fino al giugno 1999 ne avevano accompagnato l'ascesa.

Non mi hanno mai convinto le teorie dei complotti, le congetture di una longa manus che governa tutto. Ma e' pur vero che nella storia di Pantani di ombre ne restino tante.

Il campione di Cesenatico, capace di solcare le salite dolomitiche e dei Pirenei con la leggerezza di una danzatrice, non e' mai stato trovato positivo all'antidoping. Una mattina di giugno del 1999 il suo tasso di ematocrito nel sangue e' stato trovato superiore di 2 punti rispetto al consentito (50). Da li e' iniziato il suo calvario, i tanti amici si sono diradati improvvisamente. Il successo e' tornato ad essere un semplice participio passato. Il mito del Pirata si e' sgonfiato fino ad implodere in modo angosciante nel baratro della droga.
Quanto c'abbia messo del suo, nel precipitare inesorabilmente, e quanto abbia contribuito il sistema mediatico perverso, che ti esalta e ti spreme con la stessa disinvoltura, a seconda che tu sia eroe positivo (forte di risultati) o anti-eroe negativo (a prescindere dalle reali responsabilità), e' difficile a dirsi. E forse tra 100 anni i (pochi) amanti del ciclismo rimasti continueranno a dividersi su questo.

Continuo ad amare Marco Pantani per quello che ha dipinto nella mia galleria delle emozioni sportive. Le sue vittorie non sono mai sembrate frutto di un meccanismo automotive - come nei mostri "indistruttibili" e inespressivi che pure in quegli anni macinavano successi (penso a Indurain o a Ullrich). Il sudore di Pantani era vero. Sincero. Trascinante.

Capace di contagiare anche l'animo di chi la passione per la bicicletta non l'aveva mai avuta, sebbene avesse un nonno innamorato come pochi altri del ciclismo. Di quel ciclismo che ancora era poesia, memoria, leggenda.
Coppi, Bartali, Gimondi, Moser.
Pantani sta di diritto con quei signori li. Qualunque cosa sia accaduta dopo la sua esclusione. A prescindere dal destino che lo ha poi portato via con se'.




lunedì 10 febbraio 2014

Bucato Buffon, ora è diventato per tutti Juanito Gomez: non solo a Verona, non solo a Gubbio...

Per molti è l'eroe della giornata, per molti altri una maledizione. Non passerà alla storia come quello di Turone, il suo colpo di testa, ma lo meriterebbe. Di sicuro c'è una città nella quale gli juventini non sono riusciti a dispiacersi per il suo guizzo al 94' che ha negato la vittoria alla squadra di Conte, tenendo ancora aperta la porticina del campionato alla Roma: ed è proprio Gubbio.


L'abbraccio con Marotta dopo il 2-0 al Fano
nella semifinale play off - giugno 2010
Juanito Gomez, da Santa Fè, 29 anni il prossimo 20 maggio, è il personaggio del giorno: Verona ha imparato ad amarlo dopo averlo scaricato senza troppi problemi quando vegetava in serie C1, spedendolo a Bellaria, dove Giammarioli lo ha pescato in un gennaio di 4 anni fa, dandogli una chance in maglia rossoblù.
Se Conte o anche Alessio avessero dato un'occhiata al nostro archivio, forse avrebbero piazzato un uomo in più su Juanito che non sul vecchio caro Toni. Perchè avrebbero scoperto che di testa, il funambolo argentino, capace di ricoprire praticamente tutti tre i ruoli di un tridente offensivo, ci sa fare eccome.

L'urlo liberatorio dopo il rigore vincente col Sorrento
nella sfida diretta dell'8 dicembre 2010
Di testa Gomez si presentò proprio in quell'inizio d'anno 2010, schierato in attacco a fianco di Casoli e Marotta a Colle Val d'Elsa: contro la Colligiana, avversario solitamente ostico, una sua inzuccata aprì la strada alla vittoria in goleada dell'undici di Torrente.
Le sue doti balistiche le conobbe bene anche il Verona, a proprie spese, pentendosi come non mai di averlo sottovalutato: l'anno dopo, in C1, a Rafael, attuale estremo difensore scaligero e compagno di squadra di Juanito, toccò raccogliere ben due palloni in fondo al sacco, dopo il colpo di testa vincente dell'attaccante argentino: il primo a Gubbio su pennellata di Bartolucci, a firmare il momentaneo 1-1, poi arricchito dalla perla di Sandreani al volo su assist viennese di Galano.

La prima da avversario... quando preferì nascondersi
sulla fascia... soffrendo per 90'
Quindi al ritorno, ancora guai per l'estremo brasiliano, infilzato dall'incornata di Juanito stavolta sulla ciambella a spiovere di Farina. E anche al Bentegodi ci pensò Alex eterno capitano a dipingere la parabola di una vittoria memorabile con una punizione e quella corsa infinita sotto la curva ormai entrate nella storia calcistica del Gubbio.

Non furono gli unici acuti di testa firmati Gomez.
Come quello di ieri non è stato l'unico gol in serie A per il puntero di Santa Fè (che ironia della sorte ha siglato la prima marcatura contro il Torino). Di reti con la maglia scaligera ne ha inanellate 24 in serie B, prima della promozione nella massima serie, e in A siamo già a 4. Con un record speciale: essere l'unico giocatore della storia del Verona ad aver segnato in tutte le competizioni nazionali.

Ma forse il destino, tra tante prodezze, ha deciso che fosse proprio di testa, che fosse proprio in zona Cesarini, il gol che, certamente, resterà più di ogni altro nella memoria dei tifosi gialloblù, e anche nell'immaginario romantico degli appassionati di calcio: la spizzata alle spalle di Buffon, al culmine di una rimonta insperata, dopo appena qualche minuto in campo, quanto basta per diventare Juanito Gomez davvero per tutti: non solo a Verona, e non solo a Gubbio...


Da "Il Rosso e il Blu" - lunedì 10.2.14
musica sottofondo - "Libertango" di A.Piazzolla cantato da Grace Jones (2009)

domenica 9 febbraio 2014

Le morti "scomode". E quel no del Consiglio comunale che non fece onore a Gubbio...

Alla vigilia del 10 febbraio, giornata del Ricordo, ho ripescato un pezzo che ha quasi 10 anni: era il 2005 quando il Consiglio comunale di Gubbio bocciava la proposta di intitolare una via o una piazza ai martiri delle foibe. Un pronunciamento, figlio di una visione ideologica ancora contaminata da letture molto parziali, non solo della storia, ma anche del concetto di pietà.
Era l'editoriale di "Gubbio oggi" di quel mese. Lo ripropongo auspicando per il futuro un Consiglio comunale dalla visione storica e dalla sensibilità decisamente più avanzate...

QUELLE MORTI ANCORA SCOMODE...
Diciamoci la verità. Al di fuori di ogni idea o propensione politica. La bocciatura del Consiglio Comunale di Gubbio sulla proposta di onorare la memoria dei martiri delle foibe e delle vittime dell’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia – al di là del doveroso minuto di silenzio – ha il sapore dell’occasione perduta.
Promuovere la discussione e l’approfondimento di questa triste pagina di storia italiana tra i banchi di scuola (anche per colmare i discutibili “vuoti” nelle pagine di molti libri) o intitolare una via della città alle vittime stesse – come giustamente è stato fatto per altre vittime di altri tremendi eccidi del Novecento – sarebbe stato un gesto significativo e un segnale importante di distensione e di presa d’atto.
Distensione rispetto ai muri ideologici che per diversi decenni hanno impedito non solo di ricordare ma perfino di conoscere questa pagina di storia. Presa d’atto rispetto ad una parentesi che è giusto conoscere (e condannare) come lo sono state altre nello stesso periodo in altre zone d’Italia.
Una lunga discussione ha fatto da cornice alla decisione conclusiva che si è comunque risolta in un nulla di fatto, con molte astensioni, qualche uscita dall’aula e un imbarazzante silenzio finale.
Altrove – neanche troppo lontano, si pensi a Gualdo dove pure governa una giunta di centro-sinistra - il Sindaco non ha nascosto la propria disponibilità ad intitolare una via ai martiri dell foibe, italiani che morirono a causa di un’efferata operazione di pulizia etnica per mano dei cosiddetti “comunisti titini” – definizione quasi innocua sul piano cacofonico, ma tremendamente minacciosa per chi ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza.

Gubbio non onorerà né ricorderà in nessun modo le vittime delle foibe – a meno di ripensamenti che sarebbero auspicabili e darebbero la cifra di un buon senso ritrovato.
Ancora nel 2005 resistono incrostazioni e riserve mentali che tendono a distinguere non solo tra i vivi, ma perfino tra i morti, “i buoni” e i “cattivi”.
Con giustificazioni per altro “emblematiche” del clima che ancora oggi permea certi giudizi (poco) storici e (molto) politici: sono stati spiegati i no o le astensioni con riferimenti a Bush, Sharon, all’intifada e all’immancabile Berlusconi (e noi che pensavamo che l’Istria confinasse con il Friuli e che quella storia si fosse consumata nel ‘45…).
Ricordare migliaia di persone tragicamente uccise non crediamo significhi riscrivere la storia, né assolvere chi in questa storia ha sicuramente scelto di combattere per la causa sbagliata.
Ma ricordare quelle vittime dovrebbe essere umanamente e istituzionalmente un dovere: a prescindere dal colore o dall’ideologia che mosse chi di quelle vittime si è macchiato.
Il comunismo ha radici diverse da fascismo e nazismo, che non staremo qui a ricostruire: ma è costato, allo stesso modo, in tutto il mondo, milioni di vite umane.
Negarlo o far finta di niente, perfino a distanza di 60 anni, anche in un borgo sperduto come Gubbio, equivale a cancellare di nuovo quelle morti.
Forse ancora troppo scomode.
G.M.A.
 
 
Da "Gubbio oggi" - febbraio 2005


giovedì 6 febbraio 2014

Cosa avrei detto alla Bignardi...

Bignardi e Di Battista
"Non si vergogna di essere figlio di un fascista?".
La settimana mediatica è stata squarciata da questo interrogativo di Daria Bignardi al parlamentare di Cinque Stelle, Di Battista. Che forse non avrebbe neanche avuto la notorietà che poi gli è piovuta addosso nei giorni seguenti - sotto forma di solidarietà più che di scherno - per ciò che ha detto o per quel che pensa.
Ci risiamo. L'Italia delle etichette, dei marchi (infamanti), dei luoghi comuni, è la grande "novità" propinataci dalla conduttrice più radical chic del panorama catodico. La dama leggera e sorridente dei salotti milanesi, capace di oscillare da una rubrica di libri alla conduzione del "Grande Fratello" con la stessa nonchalance con cui Cracco passa dal brodetto di pesce al tiramisù. Senza infilarci in mezzo neanche un sorbetto al limone.


Giampaolo Pansa
Siamo nel 2014, abbiamo superato già il decennale dell'uscita del "Sangue dei Vinti" di Giampaolo Pansa - vera linea di confine culturale e bibliografica tra l'Era post-bellica e il Terzo millennio italico - e ancora la tv (per di più privata) vede rieccheggiare, sotto mentite spoglie, il solito slogan del "fascista carogna ritorna nella fogna" (ne ho qualche vaghissimo ricordo da bambino, nel clou del delirio "settantantottino", rimasto in voga per qualche anno ancora nelle mie sperdute lande).Il tutto per mettere con le spalle al muro televisivamente parlando, un deputato del movimento di Beppe Grillo, nei confronti del quale non sarebbero mancati altri e più aggiornati argomenti o quesiti su cui discutere e confrontarsi (dai modus operandi istituzionali del Movimento ai diktat del mentore ex comico).

Una domanda così anacronisticamente stupida e capziosamente inopportuna - sul piano storico prima ancora che giornalistico - da far fare una figura gigantesca all'ex "inquilino del Grande Fratello" Rocco Casalino. Che da neo portavoce pentastellato, ha bacchettato la Bignardi (ironia della sorte, conduttrice proprio di quella edizione col Casalino nella gabbia di Cinecittà) rivolgendole la provocatoria controdomanda: "E lei non si 
vergogna di aver sposato il figlio di un assassino?"  (per la cronaca Luca Sofri, figlio di Adriano,
attivista e ideologo di "Lotta Continua" condannato per l'omicidio del Commissario Calabresi nel
maggio 1972).

L'espressione simbolo di Giorgio Gaber
Ecco, l'Italia immersa nella melma (per non dir altro) della sua crisi avviluppante e contorcente del XXI secolo, ha trascorso la settimana a discutere su questa colossale fesseria.
Che oltre a regalare un po' di insana audience alle "Invasioni barbariche", ha messo di nuovo il Paese allo specchio, davanti al suo passato e non al suo presente (men che meno il futuro) senza che questo potesse rivelare per altro nulla di nuovo su quello stesso passato.

"Destra o sinistra?" si chiedeva più di 15 anni fa
Giorgio Gaber, cercando di far capire, con una
canzone neanche troppo melodica, che i due
ambiti, le due categorie, i due pensieri non
avevano più nè piedi, nè gambe, nè cittadinanza. Perchè, fin dagli albori dell'era politica del
Cavaliere, Gaber rifletteva dicendosi: "Non ho paura di Berlusconi in sè, ma di Berlusconi in me...".

Non ha quasi più senso parlare di comunisti - con il vero Pci scomparso poco dopo il crollo del muro berlinese -  figuriamoci se ha più senso parlare di fascisti. Per di più di "padri fascisti", cioè di generazioni che sono lontane anni luce dalla pochezza odierna. Che potranno pure aver sbagliato ideologia, riferimento politico, principi ma che almeno un'idea del mondo, della vita, del proprio credo e magari anche di un futuro, ce l'avevano. Sbagliata, ma c'era.

Personalmente non sono figlio di un "fascista". Mio nonno, semmai, poteva essere definito un aderente, nel pensiero più che nell'azione, come lo potevano essere migliaia di uomini della sua generazione, i ragazzi della classe del '97 che si erano fatti due guerre mondiali, la prima appena maggiorenni, e la seconda in età più tristemente matura; perchè credevano in un pezzo di stoffa tricolore, che non si usava solo per Olimpiadi o partite di calcio; in una parola chiamata "Patria", di cui non si vergognavano; in un insieme di ideali che facevano della famiglia (una sola, con moglie e marito), del lavoro (onesto, senza ricattucci, Irap o evasioni fiscali) e del semplice vivere quotidiano, il proprio motivo di esistenza.
Credo che la vita al fronte sia bastata a fargli capire che neanche i più nobili ideali potessero legittimare quella follia chiamata "guerra" - tanto che mio nonno non ebbe mai a raccontare nulla di Piave o Montenegro neppure a mio padre.

La Storia, prima ancora che la Bignardi, ha detto che il Fascismo si rivelò il male, e fortunatamente - seppur a caro prezzo - è rimasto confinato nei libri di storia.
Non ho idea cosa penserebbe mio nonno, o un qualsiasi altro uomo vissuto in quell'epoca, invecchatosi vedendo crescere e prosperare quella loro Italia, costruira faticosamente, per ritrovarla oggi appiattita nella sua ingloriosa implosione. Di risorse e soprattutto di ideali.

So che l'onestà e la laboriosità di quella generazione, al di là del proprio credo, dei propri sogni irrealizzabili di gioventù dannunziana, di quelle "esigenze storiche" - così le definiva una "maestra di vita" non certo di destra, come Maria Letizia Cassata - non può essere strumentalizzata in modo piccolo e meschino da uno sgabello di un salottino televisivo milanese, davanti ad uno spritz e magari con sottofondo jazz.

Credo piuttosto che sia chi utilizza la Storia a mo' di cotton fioc, a doversi sciacquare la bocca.
Prima di sentenziare su una generazione che, anche se dalla parte sbagliata, ha dato tanto, ha dato tutto, in molti casi anche la vita, a questo Paese.
Ecco cos'avrei risposto, alla Bignardi, l'altra sera...




martedì 4 febbraio 2014

Acori e la sua nuova bestia nera... il Gubbio

Non parlategli del Gubbio. Probabilmente non vorrà saperne dei rossoblù almeno per qualche anno.
Leo Acori da Assisi avrà ormai dimenticato persino le sue origini francescane, considerando quel che la cabala gli ha regalato da quando ha lasciato la panchina eugubina.

Si', perché l'ex tecnico rossoblù ha dovuto ingoiare parecchi bocconi amari proprio per mano del Gubbio dopo la sua felice esperienza all'ombra del monte Ingino tra il 97 e il 99. In due anni Acori aveva compiuto una doppia prodezza.
Il Gubbio 1997/98, vittorioso nel campionato di serie D
con l'allenatore Leonardo Acori
Prima, la piu' importante, quella di regalare il ritorno in C2 alla società allora guidata da Guerriero Tasso: da matricola il Gubbio vinse il duello con la Narnese di Tobia, superfavorita, prevalendo nello scontro diretto al San Biagio, con un guizzo di Maurizi e poi schiantando alla distanza i narnesi, tanto da vincere il campionato con 8 turni di anticipo. L'anno dopo, il ritorno tra i prof dopo 6 stagioni lunghissime, Acori cambiò poco l'ossatura di una squadra già forte, e sfiorò i play off sfumati solo all'ultima giornata causa il pari con la Viterbese di Gaucci, Baiocco e Liverani già promossa.

Il rigore di Bordacconi che "gela" il San Biagio
Poi per Acori una sola soddisfazione da ex contro il Gubbio, una delle amarezze piu grandi all'inizio del nuovo secolo, la finalissima play off del 2003 con i rossoblù di Alessandrini, straordinari nel tenere testa a Fiorentina e al suo Rimini, fino a giugno per arrivare ad un passo dal miracolo: ma in finale e' Adrian Ricchiuti a tarpare le ali al Gubbio di Sandreani, Clementi e Cipolla, con Bordacconi che dal dischetto decide la doppia sfida.

Per il resto Acori maledice il rossoblù da avversario.
Già nel 2001 aveva dovuto subire alla guida della Sangiovannese, perdendo 3-1 al San Biagio in una giornata pirotecnica sul piano ambientale, iniziata col sole e finita con la neve.
Poi per qualche anno le strade non si sono piu incrociate, fino al 2009, quando Acori conosce l'acre sapore dell'esonero con il Benevento, venendo a perdere sempre al San Biagio 1-0 in Coppa su un tiro cross di Boisfer. Paradosso vuole che il licenziamento gli venga comunicato prima di scendere in campo.

I tifosi rossoblù festeggiano a Grosseto
Fino alla sfida di Grosseto, stavolta al debutto dopo l'esonero del predecessore, Cuccureddu.
Ma ormai la cabala sembra aver deciso. Contro il suo ex Gubbio, per Leo da Assisi non ce n'e piu'.
E il Gubbio di Roselli, capace di vincere in 10 la sua terza partita esterna stagionale, sembra avere proprio il suo carattere...
Se non e' questo buon segno...



Da "Il Rosso e il Blu" di lunedì 3.2.14
Musica di sottofondo; "Non ti sopporto più" - Zucchero 1987

sabato 1 febbraio 2014

"Cari genitori, lasciateci sognare": due esempi lontani anni luce, ma emblematici...

Di solito si attribuisce ai bambini l'innocenza e la schiettezza. Raramente però ci si accorge che queste due doti sono un po' come un'equazione. Una felice equazione. Il cui risultato, paradossalmente, è quello di sorprenderci con soluzioni, proposte o intuizioni che, di primo acchito, definiremmo "sagge". Se non fosse che arrivano da bambini. E dunque da persone che, se non altro per motivi anagrafici, almeno di saggezza dovrebbero oggettivamente difettare.
E invece...
Invece finisce che spesso i "bambini" - intesi come piagnoni, viziati e poco propensi alla saggezza e al buon senso - siamo proprio noi, gli adulti. O peggio ancora, lo siamo proprio in quanto adulti e genitori. Mi ci metto anch'io, non perchè abbia mai fatto qualcosa di cui vergognarmi (da genitore) ma per non rischiare quel tono da "tribuno" che in questi casi, soprattutto su questi temi, è bene evitare.

La squadra vincitrice del torneo "Francesca Fabbri"
svoltosi a Città di Castello
Lo spunto me lo hanno dato due notizie, lontane tra loro mille miglia, ma molto più affini di quanto non si pensi.
La prima arriva da Città di Castello. Basta leggersi questo comunicato per sgranare gli occhi. Stiamo parlando di un torneo amichevole di pallavolo con incasso devoluto in beneficenza:

"L’Ufficio Prevenzione Generale del Commissariato ha segnalato per la successiva applicazione del provvedimento del D.A.S.P.O. ( acronimo di Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) due soggetti, A.A. di anni 43 originario di Arezzo ed una donna Z.M. di anni 43 originaria di Cesena, in quanto in occasione del Torneo Nazionale di Pallavolo Femminile dedicato a Francesca Fabbri under 14-16, svoltosi a Città di Castello tra il 27 ed il 30 dicembre u.s., perveniva richiesta alla Sala Operativa 113 del Commissariato da parte di un custode del palazzetto dello Sport, circa il comportamento e gli atteggiamenti tenuti dai soggetti sopra menzionati.
L’equipaggio della Volante, giunto sul posto, appurava la presenza di una bicicletta sulle gradinate, la cui posizione metteva a repentaglio la sicurezza di altri spettatori. Preso atto che la proprietà era riconducibile ad A.A., gli operatori chiedevano di spostare immediatamente la bicicletta. L’atteggiamento ricevuto era palesemente oltraggioso e debordante, sostenuto anche dall’intervento di Z.M.; malgrado i ripetuti inviti alla calma ed alla ottemperanza di quanto richiesto, i due soggetti insistevano, tanto che si rendeva necessario il loro accompagnamento presso gli uffici del Commissariato, per i rilievi foto dattiloscopici e la loro compiuta identità. Nei giorni successivi veniva redatto dettagliata comunicazione al Questore di Perugia, che emetteva per i due in questione, il provvedimento interdittivo del D.A.S.P.O. per anni 2".



Insomma, due anni di Daspo (acronimo ormai inconfondibile, che di solito ci aspettiamo associato a qualche teppista da curva metropolinata) nei confronti di due genitori.
La seconda notizia arriva da molto più lontano, quasi in Svizzera: siamo a Varese. Più che una notizia, è una dimostrazione di saggia lungimiranza da parte della scuola calcio biancorossa che però ha scelto di parlare con le parole dei propri ragazzini, rivolgendosi direttamente al cuore del problema: i loro genitori. "Non rovinateci il piacere di calciare un pallone" è una delle frasi simbolo di questa tabellina che, come ho postato su facebook - ricevendo molti consensi - andrebbe fotocopiata, e affissa all'ingresso di ogni scuola calcio o impianto sportivo calcistico e non.
"Lasciateci sognare. Non è colpa nostra se qualche genitore è dispiaciuto per non essere diventato calciatore" la pietra miliare del messaggio.
Le frustrazioni dei grandi non ricadano sui loro figli o coetanei.
Un concetto che cerco sempre di fare mio. E ripetermi fino alla noia. Sperando che anche gli altri genitori lo facciano sempre... Vedendo il loro figlio in campo, sognando con lui di divertirsi, facendo il tifo (ci sta, è normale, ci mancherebbe...) ma evitando di rovinargli quella festa.
Perchè di un gioco e di una festa - strano a dirsi - si tratta...