Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

giovedì 29 novembre 2012

Gubbio-Nocerina: da 3 anni sempre insieme, protagoniste di un destino curioso...



E’ un destino curioso quello che unisce da quattro anni a questa parte Gubbio e Nocerina.
Sono le uniche due squadre in Italia ad aver sempre giocato in una categoria diversa nelle ultime 4 stagioni, e alla fine si sono sempre incrociate, anche quando non disputavano lo stesso campionato. Tutto questo dopo essersi ignorati, si fa per dire, per 50 anni.

E così senza tornare ai precedenti dell’immediato dopoguerra nella memorabile serie B di Masetti e Baccarini, ripercorriamo la pellicola dell’ultimo quadriennio per accorgersi come in fondo tutto può cambiare andando, senza quasi rendersene conto, a braccetto. E con un comun denominatore: Gubbio mai sconfitto al Barbetti, Nocerina sempre vittoriosa al San Francesco. E sempre in zona Cesarini.

Gubbio e Nocerina si incrociano nel 2009-2010 in un girone di quelli cervellotici partoriti dalla Federazione Legapro in vena di fantasie. Non sarà un’annata memorabile per i molossi che si salvano dai play out all’ultimo turno ma sorprendentemente vengono premiati con il ripescaggio in C1. All’andata è Giacomo Casoli l’incubo dei campani: prima semina il panico e offre a porta vuota la palla del vantaggio a Marotta, poi nella ripresa fa tutto da solo, dribbling al portiere compreso, e fissa il 2-0 della sicurezza.
Al ritorno la squadra di Torrente spreca, si arriva al 93’ con lo 0-0 in tasca quando è Iannini che di testa sull’ultimo corner dell’incontro fulmina un incerto Lamanna.

Le due squadre si ritrovano l’anno dopo in due gironi diversi ma uniti dal felice destino del primo posto. Gubbio e Nocerina dominano in coppia i rispettivi raggruppamenti, sono le sorprese dell’anno e alla fine stappano lo spumante quasi la stessa domenica. Per poi ritrovarsi nella doppia finale di Supercoppa di Lega. All’andata Daud illude i rossoblù con una zampata vincente a 15’ dalla fine. Un urlo che viene ricacciato in gola al solito 93’ con Marsili che su punizione indovina l’angolo giusto. Un pari che premia oltremodo i campani, abili al ritorno a fare barricata, complici anche errori sotto porta dei rossoblù, soprattutto con Bazzoffia. Nel finale di rimessa è Castaldo – killer anche domenica scorsa in maglia Avellino – ad approfittare di uno scivolone di Briganti, forse l’unica incertezza del tifernate dell’intera stagione. La coppa va alla squadra di Auteri e tanti saluti.

Ci si ritrova in serie B con due partite che a loro modo resteranno nella memoria: la prima al Barbetti è ancora con il Gubbio a prevalere. Vittoria memorabile per 2-1 perché è la prima della stagione, firmata da un rocambolesco batti e ribatti di Ciofani, da un pari sontuoso dell’ex galeotto De Liguori e dall’unico acuto stagione di Daniele Ragatzu, tra i rimpianti più colossali dell’annata cadetta. E’ anche l’unica vittoria della gestione Pecchia con il mister relegato in tribuna. Al ritorno un’altra gara che spacca il campionato: Negro beffa in apertura Donnarumma in una delle sue tante amnesie, il pari arriva nella ripresa con l’unico gol scandinavo della storia rossoblù, firmato Lofquist.

Sembra fatta ma arriva il fatidico 93’ che stavolta porta la firma di Merino. Un eurogol che rimette in corsa la Nocerina per la salvezza, stramazza al suolo la squadra di Simoni condannata soprattutto dall’infortunio a Bazzoffia che chiuderà al San Francesco la sua stagione. E con lui molte delle chance offensive dei rossoblù.
Ce n’è abbastanza per aspettarsi un altro pirotecnico Gubbio-Nocerina...



Copertina "Il Rosso e il Blu" - da Fuorigioco di lunedì 26.11.2012




martedì 27 novembre 2012

Il successo di Renzi in Umbria? Uno "schiaffo" indiretto anche al centrodestra...

Un'altra settimana di campagna elettorale, un'altra indigestione di interviste, previsioni, analisi e approfondimenti politici. Se le "primarie" del centrosinistra hanno avuto un merito non è solo quello di aver solleticato una sana partecipazione - dopo il flop delle elezioni siciliane dove più di un cittadino su due è rimasto a casa. L'altro valore aggiunto di questa esperienza è stato aver sollevato più di un punto interrogativo sull'attuale classe dirigente di alcune regioni che sembravano intangibili in questa consultazione.
L'equazione Renzi batte Bersani, ergo l'elettorato boccia la dirigenza del Pd è forse troppo semplicistico.
Ma merita comunque una riflessione il fatto che in Umbria - e lo stesso vale per le Marche (mentre la Toscana viste le origini del sindaco fiorentine, fa storia a sè) - la nomenklatura stesse prevalentemente con il segretario nazionale e che ogni pronostico oggettivamente fosse proprio dalla sua parte.

Che città come Perugia e Todi, i cui sindaci attuali o passati sono chiara espressione della corrente bersaniana, abbiano visto l'exploit del Giamburrasca toscano, in pochi se lo aspettavano.
Se l'elettorato di centrosinistra, e in prevalenza Pd, si è invece orientato per Matteo Renzi qualcosa vorrà dire. Che ci sia voglia di rottamazione anche dei quadri dirigenti locali?
E' un'ipotesi. Così come è un'ipotesi il fatto che Renzi, indirettamente, sia andato ad intercettare il desiderio di cambiamento di politica - prima che di politici - del panorama umbro.

E la questione non investe, a ben vedere, solo il centrosinistra o il Pd. Ma tutto l'arco politico, in particolare quello dell'opposizione che di questa affermazione di Renzi dovrebbe fare non un bandiera da sventolare ma un pugno di cenere con cui cospargersi il capo.

Perchè se circa un umbro (di centrosinistra) su due affiderebbe volentieri la propria fiducia al Sindaco di Firenze, inquadrandolo come espressione di una politica di innovazione, all'interno del centrosinistra, come alternativa alla classe dirigente della maggioranza che ormai è di stanza a Palazzo Cesaroni da anni, e in alcuni casi parecchi anni, ciò significa che in realtà è proprio l'opposizione - in primis il centrodestra - ad aver clamorosamente "cannato" (per usare un termine in auge) in questi mesi la propria strategia, la comunicazione, la politica, il poter essere realmente un riferimento alternativo.
E non si chiami in causa l'aspetto puramente partitico o politico, che ormai incide in minima parte: c'è un'ampia porzione "grigia" di elettorato per il quale il termine "sinistra" o "destra" non ha più alcun valore, per il quale la politica deve recuperare un gap morale prima di tutto e funzionale in secondo luogo.
Senza doversi più affidare in modo fideistico al "Partito" - come era inteso negli anni Settanta - senza poggiare in modo altrettanto messianico nell'Uomo della Provvidenza, ma cercando di capire come e con chi può davvero cambiare il modo di fare politica nel nostro Paese.
A cominciare dai nostri piccoli borghi. E sapendo che non è l'anti-politica a dover sconfiggere la mala-politica. Ma la Politica... con la P maiuscola.

In tutto questo la domanda di un elettore moderato dovrebbe essere: dov'è il centrodestra?
In Italia è un quesito al quale credo neppure le Primarie del 16 dicembre - se si faranno davvero - sapranno dare una risposta. I 6 o 7 attuali candidati sembrano più espressione di una disarmante diaspora che non di un ritrovato pluralismo - pronto a spegnersi non appena l'ex premier annuncerà come sembra, la sua ridiscesa in campo niente meno con l'antico vessillo di "Forza Italia" - rispetto al quale perfino "Forza Nuova" offre qualche spiraglio di freschezza in più.
A livello locale - che si parli di Palazzo Cesaroni o di Palazzo Pretorio a Gubbio - il quadro è stagnante se non addirittura sconfortante.

Ho sentito molti elettori di centrodestra confidare che andrebbero volentieri a crociare la casella di Matteo Renzi. E non per fare un dispetto al "nemico" o come accaduto altrove (Gualdo) per privilegiare il concorrente meno insidioso - visto che a livello nazionale tutto lascia presagire che chi vincerà le Primarie Pd sarà a primavera il Presidente del Consiglio...

L'incapacità della classe dirigente moderata di esprimere un politico che sappia catalizzare non l'appeal o il fascino, ma molto più semplicemente la fiducia è un fattore che dovrebbe allarmare le nomenclature di centrodestra, che invece sembrano già pronte ad azzuffarsi in un "tutti contro tutti" che alla fine rischia di non partorire nulla di costruttivo.
Un quadro che somiglia in modo preoccupante ad una contesa molto marginale - quella delle elezioni comunali di Gubbio del 2006 - quando per motivi che ancora non è chiaro conoscere nella loro interezza, furono addirittura quattro i candidati di centrodestra: con l'unico risultato di dividersi i "pochi" voti dell'area e favorire indirettamente i competitors del centrosinistra.
Sul piano nazionale è quello che si sta vedendo. Se poi un elettore va a cercare Renzi, non è solo Bersani che deve chiedersi perchè...

lunedì 26 novembre 2012

Carrarese-Gubbio: e la storia di una coperta corta...

Radi sembra dire a Galabinov: finalmente!
Carrarese-Gubbio, ovvero la storia di una coperta corta. Di quelle che tengono caldo, che negli inverni rigidi fanno comodo, anche se lasciano sempre uno spiraglio scoperto alle folate di stagione. E allora basta uno spiffero, qualche volta, per raffreddarsi o andare incontro ad una brutta influenza.
La coperta corta ha giocato brutti scherzi allo stadio "dei Marmi" di Carrara. Perchè nella domenica che aveva visto la presidente onoraria Alena Seredova offrire fiori alle tifose all'ingresso dello stadio per la giornata contro la violenza sulle donne, che ha visto in tribuna, oltre a Sottil anche l'ex Pecchia venuto a spiare i rossoblù da vivo, i titoli di apertura sembravano tutti per il ritrovato bomber, Andrej Galabinov.
La Seredova in tribuna con una rosa rossa: e le spine?
E' finita invece che la Seredova si è arrabbiata con l'arbitro, che Pecchia ha preso appunti per il 9 dicembre senza rilasciare commenti e che il Gubbio ha dilapidato due punti sui tre che sembravano ormai confezionati e infiocchettati, con 10 minuti di spifferi e ventate, che alla fine hanno fatto la differenza.
Pecchia: tra due settimane non sarà una gara qualsiasi...
Intendiamoci: negli anni segnati dal destino, positito e trionfale, quella di ieri sarebbe stata una gara vinta sul velluto. Ma negli anni disgraziati, che non mancano nel palmares dei rossoblù, quella a Carrara sarebbe stata una gara persa. Ne è uscito fuori un pareggino che rimpolpa la classifica anche se irrobustisce pure la graduatoria dei rimpianti, che in appena due domeniche esterne conta almeno 3 punti totali, un pari che sarebbe stato sacrosanto ad Avellino e una vittoria che almeno per un'ora sarebbe stata lapalissiana ai piedi delle Alpi Apuane.

Il fendente di Galabinov che sblocca la gara
Cominciamo dalle note liete: la doppietta di Galabinov è liberatoria. Diciamoci la verità, serviva all'ariete bulgaro scuola Bologna almeno quanto alla tifoseria che da un paio d'anni si sente orfana di un vero bomber. Il Gubbio forse ce l'ha, ma finora Galabinov non ha saputo dare continuità alle sue prestazioni. E allo stesso tempo è stato utilizzato a singhiozzo, una partita sì e tre no, cosa che non sempre e non per tutti è metodo ideale per trovarla la continuità. E dire che a Carrara non solo ha sciorinato potenza e precisione, nella prima rete, senso del gol e rapidità nella seconda, ma avrebbe avuto anche la possibilità di farne un altro di gol, ma ha sprecato malamente nel finale di primo tempo spedendo nella curva carrarese un pallone d'oro recapitatogli da Caccavallo.

Coppola dà direttive dalla panchina
Che a sua volta forse perderà qualche ora di sonno ripensando allo splendido assist di Bazzoffia e all'occasionissima, quella sì, per chiudere la partita sul 3-1, abortita con un tiretto sull'esterno della rete.
Ed eccoci alla coperta corta: ovvero la difficoltà a trovare quel cinismo e quella concretezza che è poi linea di confine tra le squadre solide e propositive e quelle che diventano anche vincenti. Se ad Avellino era mancato il primo colpo un po' per sfortuna e un po' per frenesia, a Carrara è mancato il colpo di grazia. Morale, tre punti in due partite lasciati per strada. Non bisogna farne una tragedia - perchè il campionato è ancora lungo 19 giornate - ma visto che la squadra ha le carte e le potenzialità per stare anche meglio di come sta in classifica, perchè non provarci?

Makinwa vola di testa più alto di Farabbi: è il 2-2
E veniamo all'altra faccia della gara, quella difensiva. Dopo un primo tempo in surplus, con un unico sussulto sulla franata in area di Makinwa, che probabilmente è incespicato da solo, la retroguardia eugubina ha vacillato troppo e male nella ripresa quando prima è stata salvata da Farabbi, poi ha concesso ripartenze che non dovrebbero vedersi quando vinci 2-0 in trasferta contro una squadra per altro contestata anche dal proprio pubblico. Il contropiede subìto nell'azione che ha portato al 2-1 è errore più grave dell'uscita non impeccabile di Farabbi che poi ha decretato il 2-2. In mezzo ci sono anche 8' nei quali forse il tridente, con il doppio vantaggio, poteva lasciare il posto ad un assetto meno spregiudicato.

Con i se e i ma però si fa un paradiso di persone che è meglio non definire. E dunque limitiamoci a ciò che è sicuro: che il punto conquistato comunque fa classifica, che il Gubbio è sempre lì nell'elite del girone che la doppia sfida da qui a metà dicembre, prima con Nocerina e poi a Latina, saranno altri test probanti per capire se la squadra di Sottil può non solo sorridere, come merita di fare, ma anche pensare molto positivo da qui al girone di ritorno.
Perchè se è vero che la coperta è corta, è vero pure che di questi tempi, c'è  chi non l'ha per niente...

Copertina di "Fuorigioco" - lunedì 26.11.12
Fotoservizio: Roberto Settonce

Musica di sottofondo: "Wake me up before you go go" - Wham (1985)


giovedì 22 novembre 2012

E sulle primarie un po' di sana ironia, per condire la vigilia, non guasta...

Per una volta prendiamola un po' sul ridere. Domenica si vota per le primarie ma in questo venerdì in cui si conclude la campagna elettorale del PD (e dei suoi derivati), la vera novità è... la satira da centrodestra.
Sì, perchè di solito la leadership culturale e ironica del piccolo schermo, della carta stampata e dei media in genere è ad appannaggio degli ambienti cosiddetti "progressisti". Con poche e rare eccezioni (Forattini, mi viene in mente, e poco altro).
E così la sorpresa è trovare questa clip che non solo sovverte la "tradizionale" supremazia dell'ironia di sinistra - che per 20 anni ha vissuto di rendita grazie alle gesta del Cavaliere - ma si fa beffe più che dei protagonisti (e non mancherebbe materiale) dello stereotipo degli elettori. Che indirettamente diventano parodia dei loro modelli politici.
Un po' per sdrammatizzare, un po' per accorgersi anche nella comunicazione dell'humor qualcosa sta cambiando. O magari ci si prepara semplicemente ad una nuova stagione di governo a guida centrosinistra...

mercoledì 21 novembre 2012

Genitore dagli spalti: un'esperienza amarcord e... sorprendente

Tra le cose che ho sempre detestato (poche per la verita', ma tutte profondamente sentite) ci sono quelle scene patetiche cui si assiste settimanalmente sui campi di gioco (prevalentemente calcio) nei tornei giovanili. Non parlo dei giovanissimi giocatori in campo ma dei genitori sugli spalti. Il più' delle volte invadenti, urlanti e tutti rigorosamente esperti della disciplina sportiva cui e' dedito (speriamo almeno in quello, spontaneamente) il rispettivo pargolo.

Francamente penso che se i tornei giovanili fino alla maggiore eta' si giocassero a porte chiuse almeno un 50% dei giocatori che poi fatalmente abbandonano, diventerebbero dei campioni. Ma questo e' un mio pensiero (confortato pero' dal fatto che sono davvero rari, per quanto ci siano, i casi in cui un genitore riesce con la propria sobrieta' a non "rovinare" il figlio. L'eccezione che pero' conferma la regola).

E' con questo timore latente che domenica sono voluto andare a vedere la prima uscita agonistica di mio figlio. Si gioca a basket e non a calcio, ma il concetto resta lo stesso.
Pero' sono rimasto felicemente sorpreso: di me e dell'ambiente nel complesso. Eravamo a Perugia in una palestra periferica di quelle dove, se piove, finisci per coprirti le scarpe di malta. Dentro pero' era un bel complesso.
Perugia e Gubbio e' sempre una bella sfida, anche se la dovessi giocare a boccette. E i piccoli eugubini ci hanno dato dentro, riuscendo alla fine a vincere 6 mini gare su 8 (tutti tempi da 5' ciascuno), in totale e' finita 31-17 - anche se solo a fine gara ho appreso che il punteggio si assegna con 3 punti ogni gara vinta, dunque punteggio finale 18-6.
Quando l'ho saputo mi sono sentito un pesce fuor d'acqua, un po' come quando 17enne telecronista in erba (direi, anzi, in seme) venni catapultato a fare la telecronaca di rugby!

Ricordo solo che quel Gubbio-Sulmona, nel fango del San Benedetto, fu uno strazio (per me che non sapevo un'acca di palla ovale) e per giunta la partita fini' 0-0 (giuro!), cosa che scoprii solo qualche minuto dopo il fischio finale quando anche la voce tecnica che mi affiancava (non ricordo chi fosse, di sicuro non Mallett) si accerto' che in effetti era finita con l'inconsueto risultato ad occhiali. Sulla panchina di quel Rugby Gubbio pionieristico sedeva con la sua folta chioma e il sorriso da tanguero, Ike Amador, uno dei personaggi più' intéressanti e sottovalutati che lo sport eugubino abbia avuto la fortuna di incrociare.

Tornando alla palestra di basket, la mia sorpresa interiore e' stata nel constatare che la temuta "orda barbarica" di genitori isterici e intolleranti (verso ogni decisione arbitrale o cambio del coach) non c'e' stata. Giusto un richiamino di qualche secondo dell'arbitro ad un genitore (uno dei nostri) diciamo un po' impulsivo e soprattutto con tonalita' vocale troppo elevata per gli standard di una palestra semideserta di periferia.
Sara' che non era ancora campionato, sara' che il basket non e' il calcio (ma ad entusiasmo degli spalti non ha nulla da invidiare...) sta di fatto che tutto e' filato liscio.
E' stato emozionante vedere all'opera il "cucciolo" per il parquet di Ferro di Cavallo. Corre che e' un piacere (e' la cosa che gli riesce meglio e più' degli altri), ruba palla a più' non posso e quando puo', infila pure canestro (ne ho contati 3 ma potrei averne anche saltato uno).

Ma l'effetto più' particolare e' stato all'inizio: ero seduto cercando di capire come comportarmi (attento a non eccedere con gli incitamenti e a distribuirne in parti uguali anche agli altri bambini della squadra), quando e' stato lui dal campo a chiamarmi, salutandomi come per dire: "non ti sei accorto che ci sono anch'io?".
Quella gioia spensierata mi ha fatto capire quanto sia straordinario il gesto sportivo quando riesce a restare nell'alveo del gioco. Quella leggerezza che non ha eta', ma che soprattutto alla sua età puoi toccare con mano. E che ti fa dare di più' anche in campo. Ma soprattutto l'emozione di fare tutto questo davanti a tuo padre. Una sensazione di pienezza che puo' caricarti a mille. Cosi' come puo' toglierti ogni energia, quasi a paralizzarti.

Ho un ricordo appannato di una mia partita di calcio, credo in terza o quarta elementare, al "Beniamino Ubaldi" con i Giaguari (il nome della squadra della mia classe, Scuola elementare S.Agostino, oggi "Aldo Moro" - che buon anima all'epoca di quella gara credo fosse ancora vivo...). Avevamo delle maglie rosse e pantaloncini bianchi, sull'onda dell'entusiasmo per il Perugia dei miracoli di Castagner. Ricordo il fastidio di quella lana grezza appiccicata alla pelle, sensazione ancora più' ruvida man mano che si sudava. E l'odore di quel feltro, tutto da immaginare, dovuto probabilmente al fatto che chi l'aveva usato precedentemente non si era curato di lavarlo... L'unico ricordo nitido che ho di quel torneo scolastico e' una partita contro una classe dell'Edificio scolastico - che richiamava scolari da tutta la citta' e dunque dovevano essere più' forti. Avevano maglie a strisce bianconere (di sicuro non ispirate all'Ascoli) e gia' facevano impressione solo a guardare la divisa. Erano bravi, si diceva che alcuni di loro (avevamo 7-8 anni, proprio l'eta' attuale di mio figlio) giocassero con qualche squadra (le più' in voga il Victoria o il Fontanelle).

Non so ricordare come fini' ma segnai il primo gol: le porte erano senza reti e vedere quella palla calciata in corsa passare il portiere e finire dentro fu favoloso. Non a caso e' uno dei flash che mi sarebbero rimasti di quegli anni. L'avevo evidentemente nel back up del mio cervello perche' domenica e' tornato sul desktop della memoria. Perche' a differenza di mio figlio, che ha festeggiato giustamente i suoi canestri con la squadra, io dopo il gol andai a esultare verso mio padre che stava li' a guardarmi a bordo campo. Ricordo il suo sorriso soddisfatto e un po' timido, nascosto dietro un giacchino di renna di quel marrone cosi' in voga negli anni Settanta.

Di chi - proprio come me domenica a Perugia - non voleva mettersi troppo in mostra. Mi aveva promesso 1.000 lire per ogni gol, scherzando, il giorno prima e io correndo ad abbracciarlo come avessi segnato all'Azteca di Citta' del Messico (l'erba era alta uguale) gli ricordai quel "premio partita" (se oggi promettessi l'equivalente, 50 centesimi di euro, secondo voi che figura farei?).
Morale, passai il resto della gara a pensare cosa avrei potuto comprare con quelle 1.000 lire che allora ancora erano un bel gruzzolo per un bambino in cerca di dolci o figurine Panini nello spaccio sotto casa. E combinai poco altro come se il mio compito fosse finito li'.

Giovanni invece non si e' fermato. Ha continuato a correre, giocare, dannarsi anche sui passaggi sbagliati a meta' campo. Un'altra stoffa (per fortuna), rispetto a suo padre che dopo quel gol si era come bloccato in un'estasi fine a se stessa.
Ma il gesto più' bello che gli ho visto fare, più' naturale e spontaneo, e' l'abbraccio con i compagni di squadra anche quando era seduto in panchina (in quella condizione naturale di attesa e frustrazione - che qualche volta ho vissuto negli anni a seguire - che intimamente e istintivamente ti porterebbe ad augurare il peggio a chi gioca al posto tuo, anche se non lo ammetteresti mai). Lui no, lui esultava ad ogni canestro, rideva e scherzava con un'allegria contagiosa ed elettrizzante che spero non l'abbandoni.

Che domenica...
E pensare che doveva essere solo una scocciatura perugina per un'amichevole "senza senso"...

lunedì 19 novembre 2012

Ad Avellino la sconfitta è immeritata. Ma i limiti offensivi dei rossoblù restano evidenti...


video
L'esultanza di Herrera dopo il fortunoso 1-0 avellinese














Avellino-Gubbio, ovvero un copione già visto. Cambiano alcuni dettagli, che nel calcio fanno la differenza. Ma lo spartito somiglia a quello di altre trasferte.

Una squadra che ha personalità e sa fare la partita – come nel primo quarto d’ora dove i rossoblù avrebbero meritato almeno due gol, venendo fermati però dalla sfortuna nella traversa di Sandreani e dalla scarsa freddezza nell’occasionissima di Bazzoffia. Una squadra che non riesce a colpire quando può ma anzi si ritrova sotto, ancora con un pizzico di mala sorte, incarnata dalla deviazione di Herrera sulla staffilata dalla distanza un po’ pretestuosa di Zappacosta.
In altri casi la fortuna ha assistito – ad esempio con la punizione vittoriosa di Radi a Prato o con un paio di legni casalinghi nelle vittorie interne su Frosinone e Benevento. Ma non è l’aspetto aleatorio quello su cui è lecito attendersi qualche correttivo.

Bazzoffia, con un vistoso cerotto al naso
La sconfitta di Avellino – che pure fa reclamare a ragione per alcune decisioni arbitrali e per una direzione nel complesso poco convincente – ripropone un refrain che ormai rischia di consumare il disco come nei vecchi LP a 33 giri in vinile quando cominciavano l’effetto frittura.
La squadra appare solida e granitica fino alla metà campo, anche con le varianti che gara di ieri ha proposto (sebbene Guerri non sia sembrato quello dell’estate e Baccolo va a corrente alterna). Ma davanti Bazzoffia rimane il fratello gemello di quello dello scorso anno (o fa pensare che quello sia il gemello del vero Bazzoffia) mentre Scardina si batte e lotta ma come le auto d’annata col carburatore aperto, tanto rumore per pochi chilometri orari.

Sottil non si dà pace, dopo l'espulsione
Se non segni non vinci, è invece lo slogan pubblicitario più antico e più vero del calcio. E il bello è che nonostante gli oltre 400’ di sterilità del reparto offensivo, i rossoblù sono ancora lì, a tre passi dal cielo, ovvero dalla vetta della classifica, in attesa del posticipo del Pisa e soprattutto del recupero di Carrara domenica prossima quando tutti staranno fermi e la squadra di Sottil potrebbe compiere un altro balzo tonificante.

Inutile chiedersi se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. E’ ovvio che i 17 punti in classifica restano un bottino importante, e a confermarcelo sono le altre squadre, le presunte grandi, che stanno tutte lì o addirittura stanno peggio.

Come il Perugia che non riesce a conservare 2 gol di vantaggio dopo il 90’, come il Benevento che gli fa eco sul campo del Latina, subendo due reti dopo il 91’. O come la Nocerina che riagguanta l’ennesima vittoria al 94’ dopo aver dilapidato altre chance.
Per ora il campionato resta illeggibile. E almeno su questo, con il proprio attacco, il Gubbio appare coerente.


Dalla copertina di "Fuorigioco" di lunedì 19.11.2012
musica sottofondo: "Ayo technology"  - Milow - 2009

sabato 17 novembre 2012

Una domanda ingenua nel bailamme generale...

Senso di responsabilità. Spesso si invoca, si richiama, si pone come principio base della propria azione politica. Poi, nella quotidianità, le cose cambiano. Gli orizzonti disegnano obiettivi che man mano scompaiono, per lasciare il posto a necessità pratiche molto più immediate. La luna si appanna e resta l’ombra del dito.

E così, prevale la voce pragmatismo. Che non sempre vuol dire risolutezza, capacità di superare i problemi, affrontandoli e individuando una serie di soluzioni. Spesso, troppo spesso, significa “toppa”. Soluzione d’emergenza.

In questo ragionamento, forse un po’ contorto, ci può stare tutto il presente politico cui siamo costretti a fare da spettatori. Quello nazionale che attraversa le “forche caudine” di un inverno che condurrà alle elezioni politiche. Senza ancora sapere con quale sistema elettorale, e in alcuni casi – centrodestra – senza sapere neanche con quali attori principali.
Le primarie, quelle del centrosinistra che hanno appena “celebrato“ una prima volta televisiva memorabile più per le scenografie che per i contenuti, serviranno da preludio, o per qualcuno da “regolamento di conti”. Non si sa ancora però se semplificheranno davvero la scelta.
Per ora comunque va dato atto al centrosinistra di aver disegnato almeno un percorso.

Cattaneo, qualcuno l'ha ribattezzato
il "Renzi del centrodestra"
Il centrodestra, nell’incertezza più abissale, sta facendo invece il “gioco di Grillo”. Più resterà nella palude melmosa delle altalenanti dichiarazioni del suo ex premier, più manterrà nell’ombra figure di potenziali candidati (come il sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo o l’avvocato Giampiero Samorì, sconosciuti al grande pubblico ma con idee e progettualità ben più chiare dei loro referenti romani) più spingerà l’elettorato sfiduciato verso l’astensione o verso l’ex comico genovese (che più o meno è la stessa cosa).

La domanda è: il nostro Paese è in grado di esprimere qualcosa di meglio di questo “teatrino”?

Dalle nostre parti si vive più o meno la stessa incertezza.
Con la differenza che le elezioni a primavera non ci sarebbero, ma in parecchi si stanno adoperando perché invece sia così.
L’ultimo passaggio di casacca notificato in consiglio comunale – Aloia dal gruppo misto ai Socialisti – sebbene da tempo ventilato, ha solo irrobustito la schiera di chi, a un anno e mezzo dal voto, ha spostato la propria casella nello scacchiere (mai così turbolento) di Palazzo Pretorio.

Nel giugno 2011 la maggioranza che sosteneva Guerrini era di 18 membri, l’opposizione di 7. Oggi il rapporto è 14 a 11 (ma con Sel in bilico). Un’influenza di stagione insomma potrebbe costare cara. Ma quel che più dovrebbe far riflettere i cittadini è che nel frattempo le due “squadre” hanno mescolato, e non poco, i propri ranghi: prima con il distacco degli ex Prc, poi con le varie divisioni nel Pdl – o in quel che ne resta – infine con qualche ulteriore fuoriuscita (Idv) o distinguo in maggioranza (Sel). In mezzo, una bufera giudiziaria sulla precedente Giunta che già da sola avrebbe dovuto suggerire un azzeramento dei ranghi, non potendo il Consiglio comunale essere oggi il riflesso di un’espressione popolare pre-scandalo.
Invece la linea di galleggiamento è rimasta immutata. Con qualche salvagente piovuto in extremis, molti buoni propositi ma ancora troppi problemi concreti sul campo. E troppo tempo perso in bisticci di Palazzo lontani anni luce dalla realtà.
Questa città – parafrasando il quesito nazionale - è in grado di esprimere qualcosa di meglio?
GMA



Dall'editoriale di "Gubbio oggi" - novembre 2012

venerdì 16 novembre 2012

Sallusti in carcere: non è una buona notizia per i giornalisti. E neanche per i lettori...

La tipica espressione di Alessandro Sallusti
Ho sentito dire questa: "Sallusti va in galera? Bene, non mi stava proprio simpatico...".
Fin qui il commento da bar. Poi, anzi prima, però, c'è la legge, il buon senso, la giurisprudenza e il rispetto di un mestiere - nel senso più nobile del termine - che avrà un milione di difetti e un miliardo di cattivi interpreti. Ma che non può portarti dietro le sbarre per un'opinione espressa. Foss'anche la meno apprezzabile e condivisibile.

Guareschi con il suo baffo inconfondibile
Alessandro Sallusti - direttore de "Il Giornale" - sarà il terzo giornalista nella storia del dopoguerra a finire dietro le sbarre per diffamazione. Prima di lui l'"onore" è toccato a Giovanni Guareschi (l'inventore di "Don Camillo e Peppone", ma ci finì per un articolo su De Gasperi) e Lino Jannuzzi (che ebbe l'ardire di criticare i giudici che avevano incarcerato Enzo Tortora). Personaggi diversi, distinti e distanti anni luce tra loro. Rei di aver diffamato a mezzo stampa personaggi - guarda caso, politici o magistrati - e di aver rinunciato, convinti della propria innocenza, ai benefìci che la legge pure concedeva (es: i domiciliari).
Sallusti farà lo stesso. Condannato nei tre gradi di giudizio per diffamazione, a causa di un articolo per altro da lui non scritto (è uscito firmato con uno pseudonimo di cui però di conosce l'identità) si è scatenato contro la Magistratura: "Andrò in carcere - ha detto - lì troverò sicuramente gente migliore di chi mi ci ha mandato".

Una vicenda paradossale che ha assunto poi i toni grotteschi quando è finita in Parlamento con il cosiddetto "ddl Sallusti", il disegno di legge che le Camere hanno cercato di approvare per modificare, in fretta e furia (come avviene spesso in Italia, quando "ci scappa il morto") una norma a dir poco anacronistica, quella che appunto prevede ancora oggi il carcere come misura coercitiva verso un giornalista che venga condannato per diffamazione. Cosa che non è avvenuta.
Dopo settimane di incessante (e infruttuoso) dibattito, il Senato ha infatti partorito quella che più che una legge, somiglia ad una "sentenza": Sì al carcere per i giornalisti che diffamano. L'aula di Palazzo Madama infatti ha approvato, con voto segreto, l'emendamento della Lega che prevedeva il carcere fino a un anno per chi diffama a mezzo stampa con l'attribuzione di un fatto preciso, cioè "il caso più grave", precisa il leghista Sandro Mazzatorta firmatario della norma. Voto segreto, avete letto bene. Voto dietro al quale si sono nascosti in molti, in una maggioranza trasversale (con esponenti di tutti i colori delle diaspore politiche esistenti) e probabilmente unita solo dal filo comune di una "antipatia" epidermica per Sallusti - che intanto però è stato innalzato all'altare dell'eroismo giornalistico - e in generale di una idiosincrasia per la libertà di stampa, principio difeso a parole ma poi calpestato nei fatti.


Di questa storia avevo parlato una decina di giorni fa in una piacevole conferenza all'Università della Terza Età di Gubbio - sodalizio ricco di iniziative, una delle quali dedicata proprio al caso Sallusti e alla deontologia professionale (a cui per altro non sarei potuto sottrarmi anche per l'insistente pressing di mia suocera, che ne è presidente...). Ebbene, il pomeriggio alla Sperelliana mi aveva consentito, indirettamente, anche di approfondire una vicenda che conoscevo ma sulla quale ho trovato ulteriori spunti di riflessione.
A cominciare dall'articolo famigerato che Sallusti - oggi direttore del "Giornale", ma allora direttore di "Libero" - pubblicò firmandolo con lo pseudonimo Dreyfus (dietro al quale tutti sanno, anche per ammissione del diretto interessato, celarsi l'ex giornalista e oggi parlamentare Renato Farina).
http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1085698/Ecco-l-articolo-di-Dreyfus--che-ha-fatto-condannare-Sallusti.html

L'articolo incriminato - che potete leggere nel link qui sopra - non lo ha scritto Sallusti (e questo comporterebbe una pena minore per il solo "omesso controllo", che non è il carcere) ma per la Magistratura non fa nulla. Non è bastato neppure che lo stesso Farina, in Parlamento, abbia chiesto pubblicamente scusa al giudice Cocilovo (che è il querelante) e che abbia ammesso davanti a tutti di essere lui l'autore dell'articolo concludendo il suo discorso: "Se c'è qualcuno che deve andare in carcere, allora, quello sono io!".




E così la norma più obsoleta di una legge che risale al 1948 (legge sulla stampa) - varata sull'onda emotiva dei 20 anni di fascismo e del dopoguerra - di fatto resta tale, andando a combinarsi con l'art.595 del Codice Penale (sempre del Ventennio) per il quale "Chiunque comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032 (entità ovviamente aggiornata). Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2065. Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516".
La diffamazione, lo ricordiamo per chi è meno avvezzo a frequentare i codici, è "l'offesa che si reca ad una persona non presente, in presenza di altre persone. Assume una gravità maggiore se l'offesa è esercitata con un mezzo di stampa". Offesa contro la quale si può sporgere querela entro 90 giorni e che il giornalista potrebbe subito evitare attraverso l'esercizio della "rettifica" o "smentita" - che spesso viene relegata in modo ipocrita in un box defilato a fondo pagina.

Il problema ora non è (solo) che fine farà Sallusti ma che sorte avrà un quesito basilare del vivere comune sul quale è bene che tutti si interroghino: come conciliare un diritto irrinunciabile (il rispetto della persona) con un diritto altrettanto forte e fondante (la libertà di pensiero ed espressione a mezzo stampa)?
Due diritti costituzionali (art.3 e art. 21) che non possono escludersi ma che dovrebbero trovare "coesistenza" nel sistema di un ordinamento minimamente civile, nel quale non dovrebbe esserci spazio per il carcere come strumento coercitivo verso chi vìola le norme che disciplinano la diffamazione.


Chi sbaglia deve pagare - anche se per la verità, non per tutte le categorie professionali è così (ad es: i Giudici che sbagliano non rispondono di questo). Ma il carcere per chi esercita un'attività come quella giornalistica appartiene a epoche e sensibilità che oggi dovrebbero essere morte e sepolte.
A rischiare - dopo questa debacle del Parlamento che non ha di fatto cambiato una norma vecchia e inapplicabile - non sono solo e soltanto i giornalisti. Ma sono soprattutto i lettori, telespettatori, radioascoltatori, in pratica i destinatari (e beneficiari) di quel principio (la libertà di stampa) che ora è stato evidentemente ridimensionato dal Legislatore.
Perchè una stampa che ha in testa la "spada di Damocle" della querela - addirittura con il rischio del carcere - è una stampa ancora meno "libera" di quanto debba essere (e forse non sempre è). A scapito di poteri - quello politico ma anche quello giudiziario - che evidentemente hanno interesse che l'informazioni sia funzionale. A quali interessi però non sempre è così limpido capire...

mercoledì 14 novembre 2012

Prevenzione significa anche abitudine: ad esempio, a camminare anzichè prendere l'auto...

Si chiama fit-walking, ma se dovessimo tradurlo nella sua pienezza dovremmo parlare di "arte del camminare".
Qualcuno la definisce una nuova frontiera del benessere. Ma forse è solo un'etichetta un po' chic, un po' banale, per dare un pizzico di fascino in più a quello che è null'altro che l'azione più naturale che il nostro corpo possa compiere: passeggiare.
E dalla naturalezza di questo gesto deriva solo benessere per l'organismo. Benessere fisico e benessere interiore: soprattutto se si ha la fortuna di poterlo svolgere non su un marciapiede metropolitano (c'è chi non ha di meglio) ma in aperta campagna, in collina o sui viottoli di un monte.
Benessere spesso è un concetto che ispira l'idea di qualcosa di faticoso, di spossante, di impegnativo. Un po' come sudare. L'era del fitness, da questo punto di vista, ha contribuito a fuorviare.

Dura rinunciare allo scooter...
La cosa più faticosa che impone il fit-walking - ma chiamiamola "passeggiata"... e basta! - è non vedere questa attività come un "impegno doveroso", ma come quotidiana applicazione di una ruotine: abituarsi a rinunciare alle comodità di uno scooter o di un'autovettura sotto il fondoschiena.
Facile a dirsi, no? Poi però viene la pratica...
Io ho cominciato più o meno tre anni fa (anche se solo oggi ho scoperto che quello che facevo lo chiamano fit-walking). Avendo la fortuna di abitare a poco meno di un chilometro dal mio ufficio, mi sono imposto di non prendere più l'auto. Un po' di autodisciplina, poco zen ma molto salutare.
Con il sole, ma anche con il vento - che a Gubbio non ne manca - e perfino con la neve. Di giorno ma anche di mattina prestissimo - orario rassegna stampa, quello in cui vedi scorrere le stagioni a seconda che tu esca di casa con l'alba, la notte o il giorno già "compiuto". O perfino di notte, per le trasmissioni serali, andata e ritorno.
Perchè? Per il consiglio prezioso di un amico nutrizionista e dietologo: non mi ha prescritto nessuna tabella ferrea - tanto non l'avrei rispettata - nessuna rinuncia a tavola - toglietemi parmigiano e condimenti e posso commettere un reato.
Mi ha consigliato un po' di movimento. In parole povere, camminare: camminare almeno 30' al giorno. E io ho fatto un conto: ci metto 7-8 minuti a piedi ad andare in ufficio, moltiplicato per 4 (andata e ritorno due volte al giorno) ecco i miei 30' quotidiani. A cui poi, aggiungendo passione per lo sport all'abitudine, ho abbinato un po' di calciotto, tennis, pallavolo e spinning (alternati in modo tale da non restare "stecchito" sul campo...) a cadenza settimanale.
Ora - toccando ferro - mi sento bene (di sicuro meglio che 10 anni fa...). E soprattutto non mi pesa affatto continuare a fare quello che ho fatto in questo periodo. E che ho scoperto essere addirittura una sorta di disciplina sportiva.

Parlando di cose serie (ma lo è anche la mia esperienza, solo che è stata e continua ad essere semplicissima routine) la soglia minima per iniziare un percorso di "benessere e prevenzione" e' di cinquemila passi, ovvero una passeggiata di circa tre chilometri. Detta così sembra improponibile, ma sono più o meno quei 30' di cui dicevamo qualche riga sopra (gli 800 metri fatti 4 volte al giorno, no?).
Una passeggiata di questo tenore ogni giorno - secondo gli esperti - aiuta a tenere lontane l'80 per cento delle malattie croniche, come le patologie cardiovascolari.
E per invogliare i cittadini a camminare e' stata inaugurata addirittura una rete di 32 percorsi di camminata in tutta Italia, da Aosta a Palermo. Il progetto e' stato presentato al Coni e si propone anche come antidoto alla crisi (meno auto, meno benzina, l'equazione è fatta).
Chissà che un giorno non ci esca fuori pure un business come per le piste ciclabili in Val Pusteria...

Comunque per saperne un po' di più vi suggerisco il sito www.fitwalking.it. C'è anche la specialità del fit-walking cross, con tanto di racchette (le stesse che si utilizzano per la nordic walking), che sembreranno pure ingombranti ma aiutano la schiena in modo straordinario. Le ho collaudate nei due giorni di Sentiero Francescano e alla fine la differenza (tra averle e non averle) era lampante.




lunedì 12 novembre 2012

Confronto televisivo sulle primarie: il vero vincitore è Skytg24...

Da sin: Tabacci, Puppato, Bersani, Vendola e Renzi
Se i contenuti avessero avuto gli stessi colori, le luci, l’appeal della scenografia, sarebbe stato il massimo. Invece, il primo confronto all’americana andato in scena stasera su Sky tg 24, tra i 5 candidati alle primarie del centrosinistra, ha “bucato il video” solo, o quasi, per gli effetti collaterali.

Il vero vincitore del confronto è proprio la tv satellitare, che si è guadagnata sul campo un credito senza precedenti, in fatto di capacità innovativa, di intraprendenza e di organizzazione tecnica oltre che redazionale (non solo per il confronto in sé, ma anche per il dibattito e il fact-checking successivo). Verrebbe da dire “un altro passo” rispetto agli attori tradizionali del talk show nazionale.

Gianluca Semprini ha condotto per Sky tg il confronto
La delusione, semmai, arriva dagli attesi protagonisti. Pochi contenuti, pochi sussulti e gli unici acuti si sono limitati a qualche battuta sporadica, il più delle volte dettata da uno schema che fin dall’inizio è parso chiaro: Bersani a fare da “pontefice laico” dei propri ministri liturgici (cui si riferiva chiamandoli per nome, come fossero apostoli) e Renzi più vivace e brillante ma costretto all’”uno contro tutti” – visto che spesso il cosiddetto diritto di replica è stato utilizzato indistintamente dagli altri quattro per replicargli.

Ma l’impressione poco esaltante di come i candidati non abbiano illuminato la serata, non dico con proclami o promesse (è finito il tempo) ma almeno con un minimo “battito emozionale”, è parsa strisciare nel corso dell’ora di trasmissione – serrata e incessante con risposte cronometrate ad un massimo di 1 minuto e 30 secondi. Ed e’ diventata lampante proprio nella battuta finale: alla richiesta di indicare un politico di riferimento, o un personaggio nel Pantheon personale dei candidati, sono venuti fuori un papa (Giovanni XXIII invocato da Bersani), un cardinale (Martini, citato niente meno che da Vendola) e tre ex democristiani (De Gasperi e Marcora da Tabacci, e ci può stare, la Anselmi dalla Puppato, che le ha affiancato l’unico vero esponente della storia della sinistra italiana, la Jotti). Internazionale e forzatamente originale invece Renzi che ha citato Mandela e una ignota blogger tunisina.

Che in un confronto come questo, tra i 5 esponenti del centrosinistra che si propone di guidare il Paese, ad una domanda un po’ teatrale e un po’ leziosa – ma pur sempre conclusiva, dunque quella che rischia di restare nella mente dei telespettatori – nemmeno uno abbia citato un Berlinguer, un Nenni, o un padre costituente (men che meno Gramsci), beh... mi è sembrato la cartina da tornasole di come la serata sia stata all’insegna del “freno a mano tirato” piuttosto che della partita a carte scoperte.
"Dite qualcosa di sinistra" avrebbe invocato Nanni Moretti. Almeno sulle icone storiche.
Invece il "centrismo" un po' ruffiano e un po' attendista ha prevalso. Salvo mettere gli stessi artefici di questa scelta in contraddizione con un tema forte del dibattito (matrimonio tra gay): Bersani e Vendola non hanno dubbi nel volerlo, ma poi dichiarano di ispirarsi a figure ecclesiastiche... Sarà...
Sui temi trattati poi le uniche notizie sono: tutti e cinque criticano Marchionne (ti piace vincere facile…eh?), la Fornero (con la Puppato che ha confuso la riforma del lavoro con quella delle pensioni) e tutti sono a favore dell’unione tra gay (altro tema un po' forzato, tirato fuori solo alla vigilia delle competizioni elettorali, quando ad esempio migliaia di famiglie italiane faticano ad adottare un figlio, e finiscono per andare all'estero in cerca di "fortuna").

L’unica vera novità politica è il “no grazie” di Renzi a Casini – sa bene il sindaco di Firenze di potergli prendere molti elettori senza bisogno di allearcisi – mentre Bersani ha fatto capire di proseguire nel motto “più siamo meglio stiamo” (salvo poi dover capire come governare ed evitare altri governi Prodi, della durata massima di due anni).
Non tocchiamo poi il tasto economia: perché se la parola “crisi” ogni tanto è affiorata, la parola “Europa” non è mai venuta fuori con decisione – eppure il governo attuale e le decisioni più importanti dell’ultimo anno sono strettamente legate agli umori e ai rapporti con i partner europei.

Insomma la forma ha subissato la sostanza. E questo, se poteva essere prevedibile in un confronto nel centrodestra ancora non definitivamente uscito dall’era geologica berlusconiana, fard e sorrisi, è certamente in contraddizione con il messaggio che il centrosinistra vorrebbe (e dovrebbe) trasmettere al Paese.
Poche idee e abbastanza banali. Non un grande inizio.

luglio 2012: Tremonti ospite a "Link" negli studi di Foligno
In compenso il centrosinistra può consolarsi con il buio tenebra che si intravede sull’altra sponda. Alfano è in mezzo al guado, le primarie di dicembre sono più una fiction che un appuntamento, si affacciano volti nuovi e anche promettenti (il sindaco di Pavia, Cattaneo o l'avvocato Samorì) ma poco “sponsorizzati” – soprattutto poco visibili sui media e quindi sconosciuti. Oltre al segretario, le alternative si chiamano Mussolini e Santanchè, ed è tutto dire. L'unico con un minimo di credenziali resta Tremonti (che non a caso è anche l'unico fuori dal Pdl).
Il copione insomma sembra quello del “dopo di me il diluvio”. Il regista, manco a dirlo, è facilmente intuibile. In attesa di qualche colpo di scena. Che non è mai da escludere.





domenica 11 novembre 2012

E con la pioggia, "vince" il Gubbio. Anche senza giocare...

La festa sotto la gradinata dei tifosi dopo
la vittoria sul Viareggio - foto M.Signoretti
Non si gioca. Ma il Gubbio è come se avesse "vinto". Perchè la sosta forzata allo "stadio dei Marmi" di Carrara diventa l'occasione per ricaricare le pile in vista di un doppio confronto esterno che vedrà i rossoblù, stavolta, prima sul prestigioso "Partenio" di Avellino, e solo poi - con ogni probabilità domenica 25 novembre in concomitanza con la seconda sosta del torneo - di nuovo nella capitale del marmo.

Il dato che balza agli occhi però è chiaro.
Le squadre di vertice di questo illeggibile girone B di I Divisione sembra si divertano a giocare a "rovescino". Al Nord lo chiamano ancora "ciapanò", ovvero farsi del male proprio quando sembra che debbano vestire i panni da protagonista.

In queste ore di pioggia servirebbe una diga così...
E così da un lato il crollo del Latina di Pecchia a Prato - tutto nel secondo tempo - con i toscani che sembrano rinvigoriti dalla sconfitta interna contro il Gubbio (hanno vinto a Benevento e travolto la capolista), dall'altro il capitombolo interno del Frosinone di Stellone per mano di un Pisa molto più efficace in trasferta che all'"Arena Garibaldi" sono novità che sconvolgono la classifica, accorciandola indiscutibilmente.
A tutto vantaggio di chi ha vinto - Pisa, Nocerina nell'anticipo - e appunto del Gubbio che non ha giocato ma potrà farlo quando tutti riposeranno cercando di approfittarne.

Il gol acrobatico di suola firmato Palermo
Se la trasferta di Carrara avesse portato 3 punti i rossoblù sarebbe balzati da soli in vetta, ma con i se e i ma nel calcio si può rimpire un'oretta di talk show di periferia, poco più (cosa che per altro riesce a molti, noi ad esempio, a Trg, preferiamo rimandare a quando ci saranno immagini e risultati da commentare).
Sottil sa bene che ogni partita va giocata e combattuta per 95' e vale poco misurarsi con il condizionale.
Di certo c'è che l'altalenanza di risultati delle grandi (o presunte tali) assomiglia sempre di più a quanto accadde due anni fa nel girone A della stessa C1: quando le superfavorite Verona, Cremonese, Alessandria, Salernitana, Spal e Reggiana facevano a gara, ogni domenica, a vincere e poi perdere, inanellando serie utili brevissime e non riuscendo alla fine a tenere il passo del tandem sorpresa Gubbio-Sorrento.
Gli ultimi febbrili minuti nell'area ospitality: lo sguardo
di Marchegiani, Giammarioli e "Pozzo" dice tutto...
Non sappiamo se anche quest'anno andrà così - sotto sotto sognarlo non costa nulla (e non c'è neanche bisogno della fattura) - ma l'impressione è che si fatichi a trovare una squadra in grado di creare il vuoto.
Così diventa fondamentale l'andamento costante. La continuità di risultati può essere il valore aggiunto. Da qui il vantaggio per un Gubbio che ha trovato l'assetto tattico più equilibrato - anche sacrificando qualche individualità importante - che non a caso ha la miglior difesa, subisce poco, segnando quel che basta, per ora, per fare del "Barbetti" un fortino inespugnabile (4 vittorie e un pareggio) e avendo macchiato anche la casella vittorie in trasferta.

Radi e Sandreani sul pallone: poi tirerà l'ex grifone
per firmare il suo secondo gol stagionale
Che da qui poi derivi una stagione entusiasmante è ancora tutto da verificare. Siamo ad un terzo del cammino (il Gubbio per la verità deve ancora giocare una gara per arrivarci), ma qualche indicazione è sopraggiunta. Il "Partenio" domenica prossima sarà un test molto probante e veritiero sulla caratura della squadra di Sottil.
C'è poi il capitolo Perugia che meriterebbe una riflessione a parte. Battistini sembra abbia le ore contate e se al "Curi" si comincia il balletto dei possibili sostituti probabilmente società e squadra imboccheranno una strada tortuosa e a rischio. Per chi ha speso 6 milioni di euro perdere in casa come hanno fatto i grifoni oggi col Catanzaro fa male. Ma cambiare chi ha vinto due campionati di fila solo perchè forse chi dovesse arrivare potrebbe dare una scossa... è frase che ha troppe consecutio temporum per dare garanzie di successo.