Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

sabato 18 maggio 2019

Festa dei Ceri 2019... i tanti volti, alcuni ancora sconosciuti, dell'attesa

E’ proprio vero che la Festa dei Ceri ha sempre qualcosa da lasciarti addosso. Da insegnarti. Ogni anno è come un nuovo tatuaggio. Meno invasivo dei florilegi che si vedono in giro. Ma più penetrante.

Questo 2019 ha dato un nuovo senso a quella che ormai da molti viene chiamata “attesa”: che è anche il momento più intenso della festa, destinata poi a evaporare in pochi istanti.
Ecco, non tutte le attese sono indimenticabili, qualcuna fa eccezione.
Me ne accorgo mentre scrivo con il solo dito indice della mano destra, come facevo in modo incerto una trentina di anni fa sulla Olivetti del prof. Chiocci nei miei primissimi contributi scritti per il notiziario di Radio Gubbio.

L’attesa ha tanti volti, e questo 2019 me ne ha fatti scoprire di nuovi. Di alcuni ne avrei fatto volentieri a meno. Come una carrellata di flash che tornano a mente e che per la prima volta ho finito anche per immortalare, ogni volta che un dettaglio, un’immagine, uno scorcio mi colpiva. La mano non è quella del fotografo, ovviamente. E oggi, più che mai, menomata com’è, fa difetto. Ma chi avrà la bontà di scorrere queste righe saprà tollerare…

Il senso geometrico dei Ceri disposti in perpendicolare con le lunghe tavolate della sala dell’Arengo: scendendo dalla saletta dei Campanari, era il 13 maggio, dopo aver accompagnato la troupè di RadioRai3 per la trasmissione “Le meraviglie”, sono stato stoppato da questo contrasto: era come se quelle lunghe lame dorate fossero raggi solari dai quali la sala veniva irradiata. Magari il buon Peppe Battistelli (meglio noto come “Peppe torcolo”), autentico regista dell’organizzazione e disposizione dei tavoli per l’enorme banchetto della Tavola bona, non lo avrà fatto apposta. Ma a me l’immagine ha ispirato questo calore. Pensando soprattutto alla temperatura in questa sala due giorni dopo…

Due momenti scandiscono la mia personale attesa il 14 maggio: irrinunciabili. Il pennone dei santantoniari nella piazzetta di S.Antonio, che quest’anno ho rischiato di perdere causa “lungaggini lavorative”. Fortunatamente non è successo e anche se ogni anno, alla fine, il tutto si riduce ad una semplice liturgia ripetitiva, bagnata da uno spumante finale, da santantoniaro non potrei farne a meno. E’ un chupinazo più intimo ma indispensabile.
Che qualche ora dopo lascia il posto ad un altro tassello dell’attesa a cui sono fedele da anni: l’allegra sfilata della banda dopo il “doppio” del Campanone, che da piazza Grande porta al Corso. Quel “fazzoletto puntato davanti” ha un ritmo speciale, un’intensità unica, un suono diverso, tutto suo; sicuramente dovuti al fatto che siano le 19.45 del 14 maggio: ma sarebbe un delitto perderselo, con tutto quel che dentro comincia a muoversi…

C’è anche spazio talvolta per frangenti più intimi. Legati ai ricordi. E a quei brividi che poi tornano, il 15 maggio, anche se in forma indiretta. E così quest’anno, quasi per caso, mi sono ritrovato in cima al corso verso le 6 di sera, il 14 maggio. Quel paesaggio lunare che il giorno dopo sarebbe stato affollato di colori e imprevedibilità, mi ha stregato per qualche istante: tanto da sedermi sul piccolo scalino sotto la statua di S.Ubaldo a osservare quella quiete. Con la nostalgia di chi non potrà più immergersi come un tempo nella tempesta del giorno dopo.

L’attesa serale, poi, è fatta di musica, sbimbocce, allegria e quel senso di impazienza leopardiano. Che fa del sabato il giorno migliore, e del piacere dell’attesa (che è esso stesso piacere) un gradevole slogan pubblicitario. I 3-4 brani della Fausto band nel cortile di casa (foto di Marco Signoretti) sono diventati un sipario immancabile e sempre gradito. Ci si mescola, volti conosciuti con qualche turista capitato per caso. O ci si rivede, dopo 6 anni, come con i due amici veneziani del mio vecchio compare di Barbi, Leo Nafissi, ad assaggiare un impensabile piatto di passatelli in brodo. Fuori stagione, se fosse maggio davvero.

Il mio 15 maggio ceraiolo è un’istantanea che ho voluto rubare alla concentrazione e alla tensione di quel momento, prima di affidare telefono e cianfrusaglie ad un amico accanto: chi sa di cero può capire, cosa passi intorno ad una immagine così, rubata al volo nel frangenti dell'attesa. Cosa ci sia in quelle mattonelle arancio, a quelle scarpe variopinte (che nascondono formicolii di nervosismo irrefrenabile), a quei pantaloni bianchi, con qualche frangia rossa che traspare. Non c’è bisogno di guardare in faccia chi indossa quella divisa, per capire cosa stia passandogli dentro in quel momento. Basta osservare la possanza di quella stanga poggiata sul selciato color aragosta. 
Che sembra quasi silenziosa, illuminata da un faro proveniente da chissà dove. Come se tutti stessimo lì, ad attendere l'apertura di un sipario. 
Sono rimasto avvinghiato a quella stanga parecchi minuti. Speravo andasse tutto per il meglio. Soprattutto l’alzata. Per Sant’Antonio e per Lucio capodieci. E quel contatto prolungato mentre si consumava il cerimoniale dell’investitura e quindi la discesa di ceri, santi e brocche, era come un abbraccio con un amico di sempre. Di quelli che ti danno coraggio ma ti imprimono anche fiducia. Ti trasmettono forza e incoscienza. Ti dimostrano che ogni anno si riparte da zero, conta poco quello che è stato nei 30 anni precedenti. Con quella stessa stanga. Il bello è anche questo: mettersi in gioco, ogni anno con un anno in più, senza sapere cosa ti attenderà di lì a poco.

L’alzata è stata perfetta ma di lì a poco la Festa dei Ceri mi avrebbe dato l’ennesima conferma di come tutto sia imprevedibile, incalcolabile e fatalmente nuovo. L’attesa doveva essere finita, ed invece ne è iniziata un’altra. Fastidiosa e insostenibile: con il volto di uno schermo della sala d’aspetto del pronto soccorso. Dove sono stato per un’ora prima di entrare, e un’altra ora prima di una radiografia.

Su quello schermo, quasi ironicamente, c’era scritto “In attesa”. Quell’unico numero uno, in codice verde, ero io.
Morale, sono tornato a Gubbio alle 16. Perdendomi in fondo quella che in realtà è la fase più appagante, intensa e direi sostanziale del 15 maggio: la mostra. Oggi posso dirlo con cognizione di causa: mi sono mancate le decine di tappe, molte le stesse, alcune nuove, dove sorrisi, abbracci, brindisi e un assaggio di quel che si passa al volo, scandiscono le ore successive all’alzata. Nello stomaco si mescola di tutto, dolce, salato, croccante, vini di ogni tipo e gradazione, bollicine dentro e bollori fuori. Ma soprattutto si assaggia il calore di chi ti attende per una girata, un ricordo, e qualche volta una lacrima. O semplicemente per il gusto di stare insieme. Ecco, senza tutto questo, è una Festa dei Ceri a metà. O forse anche meno. Ora lo posso dire.

Un unico momento, di questa menomazione, sono riuscito a salvare: l’omaggio in piazza Bosone, S.Lorenzo nella toponomastica ceraiola, dove oggi abita mio fratello e dove storicamente ha vissuto mio nonno Pompeo: la sua tromba, che ha scandito i ritmi di una trentina di Feste dei Ceri tra gli anni 20 e gli anni 50, oggi riecheggia negli squilli di mio cugino Ettore – trombettiere per un decennio a sua volta. E il cero di Sant’Antonio rende omaggio al nonno Pompeo con me e mio fratello di punta e mio padre a capodieci.
Tutto questo non avrei potuto perderlo, fossi anche con una gamba sola.

L’attesa oggi dovrebbe essere finita. Invece ha i contorni di una stecca in estensione che dovrò tenermi per 2 mesi: sperando che quel piccolo minuscolo tendine, che ha deciso di andarsene per conto suo - non so come, in che modo, se cadendo o aggrappandomi alla stanga, oppure per la foga di rientrare sotto e completare quella girata a cui tenevo morbosamente per tanti motivi – torni al suo posto.
La falange se ne farà una ragione. E io con lei.

domenica 12 maggio 2019

Puoi perdere una partita. Puoi perdere all'ultimo minuto un campionato - come accadde 19 anni fa a pochi chilometri da qui sotto un diluvio e in una partita durata 2 ore e mezza. Puoi perdere una finale di Champions - ed è accaduto anche spesso.
Ma non puoi perdere l'identità della tua maglia.
Nell'era della bulimia cromatica scatenatasi ormai da tempo sulle seconde divise calcistiche - all'appello manca solo di giocare a torso nudo con le bretelle - l'ultimo baluardo del senso di appartenenza che un tifoso poteva ancora vantare, era rappresentato dalla prima maglia della propria squadra.
Anche qui la fantasia e prima ancora l'esigenza di marketing, avevano intaccato da tempo crismi e coordinate cartesiane, in diverse squadre.
La Juventus, finora, si era quasi del tutto salvata. E' vero, l'alternanza tra bande larghe o strettissime, era ormai cervellotica. Specie per chi nostalgicamente ha ancora in testa e nel cuore la t-shirt stretta con la scritta Ariston, il quadrante nero alle spalle, di inizio anni 80. Ma tra tante soluzioni grafiche più o meno condivisibili, aveva mantenuto un principio basilare e inconfutabile: la maglia a strisce bianconere.
Ora con la divisa 2019-2020 è caduta anche l'ultima retrovia della dignità.
Conciarsi come un Siena qualsiasi, con una maglia che fa pensare più che ad un calciatore, ad uno sbandieratore di Sansepolcro - con tutto il rispetto per la loro storia - è inadeguato, inconcepibile e addirittura offensivo nei confronti della storia ultra120ennale di questa squadra.
Nessuna contropartita economica, nessuna opportunità commerciale, nessun business nel far East di tifosi che in modo sincopato ripetono canzoni e slogan di cui non sanno neppure il significato, può giustificare questa scelta.
Chi ha pensato a questa foggia, non solo non ha idea di cosa sia la Juventus, ma prima di tutto non ha idea di cosa sia lo spirito dei tifosi juventini. Almeno quelli veri.
Sono sempre stato contrario allo sciopero dei tifosi, per qualsiasi motivo - specie quando magari si protesta contro una società che stringe i cordoni della borsa e lascia meno spazio ai bagarini.
Stavolta capirei. Stavolta vien voglia di dire: Non tiferò questa squadra travestita da giocoliere di un corteo medioevale in costume, da pedone di Marostica, da fromboliere di una sagra di paese. Vincete quel che volete - con questa maglia spero davvero il meno possibile - ma fate passare alla svelta questo 2019-2020.
Sembrerà stupido, puerile e incomprensibile, ma con quella roba addosso non è più la mia squadra.
La Juve è solo a strisce bianconere...
Ad maiora...

sabato 16 marzo 2019

Zeitgeist 2018: come ripercorrere una profonda delusione, in 90' di frenetica rimonta...

Quando CR7 diventa #irReal c'è solo da applaudire. E riconoscere la superiorità di un avversario spaziale. Consolazione? No, secondo me è solo spirito sportivo. 
(Per chi può capirlo...) #forzajuvesoprattuttoinserecomequesta.

Avevo scritto proprio così, più o meno un anno fa, nel mio profilo di facebook. Perchè di fronte ad una prestazione e ad un gesto tecnico come la "rovesciata del 2018" c'era solo da alzarsi e applaudire. Senza neanche sapere quale fosse il risultato della gara. Poi al ritorno successe di tutto, dalla rimonta costruita in modo pazzesco ai bidoni della spazzatura al posto del cuore, nel finale... ormai è storia. Storia di episodi, che spesso decidono intere stagioni sportive.

Non so come andrà a finire questa di stagione. So già però che nel mio personalissimo Zeitgeist 2019 una serata come quella di martedì avrà il suo posto.
Perchè è vero che bisogna sempre crederci, che non bisogna mollare mai, che fino alla fine forza Juve, che bla bla bla... ma stavolta nessuno dei tifosi pensava che ad una squadra solida e granitica come l'Atletico, ad una difesa d'acciaio come quella dei colchoneros, che ad un tecnico irriducibile come il Cholo, si potessero fare 3 gol, senza subirne, di cui due di testa (dopo che nell'intera stagione CR7 ne aveva segnato solo 1, con la complicità di Donnarumma, nella finale di Supercoppa a migliaia di chilometri da qui).

Invece è successo: chi doveva crederci, lo ha fatto, chi doveva reagire, ha dimostrato innznaitutto a se stesso, di poterci riuscire. Il resto lo ha fatto uno stadio che è un catino infernale (se vuole). Che ho avuto la fortuna di "assaggiare" due volte, l'ultima proprio nel 2018 in un sabato che doveva essere anonimo, con lo scudetto già conquistato, ma che resterà scolpito per il commiato di un monumento sportivo come Gigi Buffon. Anche lui è ormai fuori dalla corsa Champions, come il suo PSG gravido di stelle, come il borioso Real, come il sempre insidioso Bayern.

Le emozioni di martedì sera diventeranno leggenda a seconda di come andrà a finire questa corsa: che resta ripida, che il sorteggio con l'Ajax non ha certo ammorbidito, che bisognerà modellare, forgiare, e lucidare, come un gioiello prezioso, per almeno altre 5 partite.
Ma intanto c'è stato martedì. Una di quelle serate che ti consumano di una tensione insospettabile, ti corrodono col passare dei minuti, tanto da chiederti che senso abbia in fondo contorcersi per una partita di calcio. Ma è così.
E l'urlo liberatorio al triplice fischio finale è qualcosa di irriconoscibile, che si rivela a se stessi, dopo aver vissuto in piena "frittura" l'intero corso della partita, accanto ad un padre - che se possibile, è ancora più appassionato di te - e ad un figlio che, beato lui, non ha fatto nulla per imboccare altre "strade" di tifo e passione.

Anzi, proprio con Giovanni è stato ancor più bello condividere i momenti da Zeitgeist del 2018 in bianconero, prima all'Olimpico, in una delle più scialbe prestazioni della Juventus, culminata però nell'invenzione balistica, tecnica e atletica di Paulo Dybala, che si è letteralmente inventato il gol vittoria al 93' facendo scatenare l'intero settore di tifosi bianconeri in curva Sud.
Poi in un sabato di fine maggio, la partita dell'addio di Buffon, con la spensieratezza di un risultato inutile per la classifica ma la consapevolezza di una parentesi comunque da ricordare, di un omaggio da onorare ad un grande campione di sport e una bella giornata insieme ad amici "di quelli che non ti annoi sicuro".

Giornate belle, intense, appese al vincolo condizionale di un risultato (che se poi è negativo, chi ti alleggerisce le ore del rientro?) ma attraversate da quella doppia striscia in bianco e nero che ti senti addosso, tanto da condirci anche una delle torte di compleanno di Giovanni (con i minuscoli giocatori del Subbuteo) o da immortalare con la maglia di CR7 in completo nero.
Roba che solo un anno fa, a pensarla, ti avrebbero misurato la febbre...

Ora CR7 è dalla nostra parte. Lo abbiamo scritto anche sulla sabbia - il giorno dell'annuncio, in una spiaggia della Sardegna più aspra e sorprendente. Facciamo balenare addosso questo sogno ancora per un po'. E se non basterà, anche quest'anno, ci culleremo la serata di un 12 marzo in cui tutto quello che non avresti mai creduto potesse accadere, c'è stato davvero...
Dal post di "Under pressure" un'ora prima della gara, all'adrenalina del pre-partita (una delle rare occasioni in cui l'ho visto davvero) fino alla gioia di rivedere highlights e commenti all'infinito. Come se quella serata non dovesse più spegnersi.
E' proprio vero.
Quando l'asticella si sposta in alto, e tu dimostri di poterla superare, nulla ti appare più come prima...

giovedì 7 febbraio 2019

Zeitgeist 2018, e un tour nazionale tra aule scolastiche e sale conferenza incantevoli

Le due scolaresche di Castel Ritaldi alla Biblioteca comunale
Se c'è un ambiente che, in particolare negli ultimi 2 anni, ha saputo trasmettermi emozioni diverse, relazioni nuove, domande inattese, è quello scolastico.
Ne ho avuto conferma la scorsa settimana, con due appuntamenti nel territorio Trevano, legati al mio "Nel segno dei padri", a pochi giorni della Giornata della Memoria. Prima a Campello sul Clitunno e poi a Castel Ritaldi.
La curiosità con cui i ragazzini si avvicinano a questa storia, capendo, col passare dei minuti, dal racconto e soprattutto dalle immagini, che non si sta parlando della "storia dei libri" (apparentemente lontana anni luce dalla realtà) ma di vita vissuta, è sempre sorprendente. E per certi versi, spiazzante, un po' come le domande che arrivano, copiose, al termine dell'incontro.
In genere proprio queste sono un termometro: se c'è stato interesse, non solo non c'è stato brusìo durante la presentazione, ma soprattutto c'è una pioggia di mani alzate alla fine. Non perchè ci sia qualcosa di pre-confezionato, magari a lezione, magari con qualche suggerimento dalla cattedra; che fa comunque piacere, perchè magari poi la risposta genera altre domande.
I quesiti migliori sono quelli che sbucano fuori dall'istintivo interrogarsi di un ragazzino su questa storia così bella, per quanto triste, e l'inaspettata capacità di un cosiddetto "millenials" di catapultarla con il presente.

Al termine della presentazione a Mirto (ME)
Non dimenticherò quando in Sicilia, a Mirto, un ragazzino di scuola media alzando la mano, mi chiese se Donald Trump e Kim Jong-un avessero mai letto "Nel segno dei padri": erano i giorni in cui la tensione tra Usa e Corea del Nord era salita a livelli temerari, e mi limitai sorridendo ad auspicare che un giorno, sì, magari anche loro potessero dargli un'occhiata.

L'incontro a Campello sul Clitunno, aperto dal Sindaco
Venerdi' scorso, a Castel Ritaldi, durante la spiegazione di quella che era stata la vita di Staudacher, uno dei protagonisti del libro, cresciuto nell'opprimente Germania est, mostrando anche alcune immagini sul Muro di Berlino e sui continui tentativi di tanti giovani,tra gli anni 60 e 70, di scavalcarlo per conquistare la libertà (a costo di rischiare la vita), mi è venuto spontaneo domandare ai ragazzi:
"Vi ricorda niente tutto questo?". E la risposta di uno di loro è stata pronta e immediata: "Gli sbarchi!".

E nel mio Zeitgeist 2018 non possono mancare le frasi, gli sguardi, le strette di mano ma anche gli scenari, le sale, le aule come pure i contesti, i contorni, gli ambienti assolutamente straordinari che hanno ospitato un'occasione di presentazione del mio libro. Luoghi in cui, in alcuni casi, non avrei certamente messo piede, se non fosse stato per questa circostanza.

Come posso dimenticare, ad esempio, l'esperienza al Carcere di Spoleto, in un'aula spoglia, un po' disadorna, costellata di piccoli banchi con quella formica inconfondibilmente verde ombrato a fare da cornice. E la curiosità serpeggiante tra i detenuti, di sottopormi a qualche quesito su quella strana storia che avevano appena letto nelle ore loro concesse.
La Sala presentazioni della Biblioteca Marciana
O l'incanto di affreschi e pitture che mi circondava nella Sala d'onore della Biblioteca Marciana di Venezia, a due passi da piazza San Marco, nel cuore della favolosa architettura che fu dei Dogi, in un ambiente quasi in chiaroscuro che si sposava mirabilmente con la profondità delle argomentazioni elaborate dai relatori, il prof. Marco Borghi (direttore Iveser)  e la prof. Nevia Pizzul Capello (ass. culturale Italo Tedesca a Venezia)  E di fronte a me, tra i numerosi astanti, anche il viso di mio figlio, Giovanni, che per una volta mi aveva accompagnato in quella due giorni in Laguna, in una riedizione moderna del film "In viaggio con papà". Con la differenza che il mare accanto a noi era quello solcato dalle gondole.

Università Pegaso di Catania
O il ritorno in Sicilia, stavolta a Catania, nella prestigiosa sede centrale dell'Università Pegaso, incastonata nel suggestivo palazzo del Toscano illuminato di dipinti e stucchi incantevoli. Una tre giorni insieme ad amici ospitali e impagabili, condita anche da un viaggio di 2 ore in auto con un ex ministro (Claudio Martelli), a cui ho avuto il piacere di fare omaggio del mio libro, parlando diffusamente della situazione politica locale: fotografata da lui stesso in modo straordinariamente lucido e penetrante, tanto da confermarmi la distanza anni luce di quella classe politica, pur con i suoi limiti, con il ciarpame attuale.

Pupi Avati al consesso nazionale MASCI di Spoleto
E che dire delle righe prestigiose ricevute da Pupi Avati, un maestro del cinema italiano e internazionale, che mi ha onorato della sua attenzione e di un breve scritto, di commento e compiaciuta stima, inviato tramite un comune amico (Vincenzo Ambrogi) nel quale si legge, tra l'altro:
"Ho letto il bellissimo libro che Marinelli Andreoli ha dedicato alle vicende drammatiche dei nazisti a Gubbio nell'ultima guerra. Stemperate dal fatto che gli eredi dei trucidati e degli uccisi - pur trovandosi dalla parte opposta della barricata - si siano incontrati dopo tanto tempo nello spirito affettuoso dello scambio epistolare. Il più poetico e suscettibile di riflessioni profonde, capace di stabilire ponti di intimità tra mondi lontani. E l'epilogo che riguarda Guglielmina è commovente. Uno spunto forte per la trama di un film diviso tra tempo bellico e attuale...". Un auspicio che mi inorgoglisce e mi spinge a proseguire nel lavoro di ricerca anche sotto questo profilo, come gli ho confidato nei pochi istanti in cui sono riuscito ad avvicinarlo a Spoleto, in ottobre, ospite d'eccezione dell'Assemblea nazionale del MASCI (movimento adulti scout) di cui lui stesso fa parte.

Infine, in questo ipotetico tour nazionale, "dalle Alpi alle Piramidi" (aspettando di arrivare fino al Reno), non può mancare anche il palcoscenico di Acqui terme, il piccolo e suggestivo borgo dell'Astigiano che ospita la più prestigiosa rassegna letteraria dedicata ai romanzi storici: essere su quel palco, come finalista, accanto a Roberto Giacobbo, che presentava la serata, e al pm De Paolis - che ho ritrovato a distanza di un anno dopo la sua cortese presenza all'Ambasciata italiana presso la S.Sede del giugno 2017 - è stato un motivo di emozione speciale.
Era bastato leggere l'albo d'oro dei vincitori del premio "Acqui storia" per capire di trovarsi in un luogo speciale, in un'occasione straordinaria, davanti ad ospiti davvero eccezionali, come l'ultranovantenne... tra i pochi superstiti dell'eccidio di Cefalonia, tra le pagine più tragiche per l'esercito italiano in quell'8 settembre 43, vicenda che ha ispirato a suo tempo il premio stesso (nell'isola greca, infatti, si trovava proprio la Divisione Acqui).

Era bastato scorgere all'ingresso del teatro gli stand con i libri dei finalisti di questa rassegna, e vedere il proprio libro accanto a nomi del Gotha letterario nazionale, per avere la sensazione di trovarsi in una sorta di "viaggio onirico", dal quale era difficile e pure fastidioso doversi destare il giorno dopo.

Lo Zeitgeist di "Nel segno dei padri" mi ha regalato tanto, anche in questo 2018. Lasciando aperte le porte per un 2019 ancora foriero, chissà, magari anche di un altro libro...





giovedì 31 gennaio 2019

La corsa finisce, ma la strada non lo farà mai: grazie Leo...


La corsa finisce ma la strada non lo farà mai: the race ends, the road never does
Ho ritrovato un vecchio aforisma inglese, che sembra scritto apposta per raccontare Leonardo Cenci
Un ragazzo che non conoscevamo fino a 6 anni fa e che 6 anni fa, come purtroppo molti altri, si è trovato un giorno di fronte ad una diagnosi: pochi mesi di vita e nessuna speranza di tornare come prima.
E invece no, deve essersi detto Leonardo: il destino che ci colpisce non lo possiamo governare, è vero, ma come reagire a quel destino dipende da noi.
Ed è proprio questo il messaggio più forte, straordinario, per certi versi più immortale che ci lascia Leonardo Cenci: questo è quello che ha fatto, non a parole ma con la sua esistenza, negli ultimi 6 anni.

Non solo si può convivere con la malattia (celando i quotidiani momenti di durezza che ti infligge), non solo la si può irridere con quella linguaccia che spesso Leonardo sceglieva per essere immortalato, tanto fosse con gli amici di "Avanti tutta", con una scolaresca vociante, piuttosto che con il Capo dello Stato o il numero 1 del Coni. 
Ma si può e si deve trovare la forza e anche la leggerezza di guardare avanti, con quello spirito, quell'energia, quella voglia di essere, più ancora che di vivere, di cui Leonardo Cenci si è rivelato un Maestro.

Essere una persona speciale perchè ci si sente in fondo "normali", se questo è aggettivo declinabile per un malato di cancro: facile a dirsi, finchè non lo si vive, finchè non ci si accorge di aver imboccato una strada. E lungo quella strada, di lasciare un'impronta. Quell'impronta, come tutte le sue parole, le iniziative, i messaggi, resterà qualcosa di prezioso, per questa comunità.
Che lo ha adottato idealmente nelle piazze, come negli stadi, nelle conferenze come negli ambulatori, nei palazzetti come nelle aule scolastiche, nelle tombolate come nelle maratone. Un'impronta indelebile per chi ha la sfortuna di imbattersi nella malattia ma anche per chi ha la fortuna di non sapere cosa sia. E spesso non lo sa neppure apprezzare.

 "The race ends, the road never does": e la strada che Leo ha percorso, tracciato e ora indicato, può essere ripercorsa anche da altri.
Da chi gli ha voluto bene, da chi ha avuto la fortuna di conoscerlo o semplicemente, come me, da chi lo ha potuto apprezzare e stimare a distanza.

Portando, ognuno con sè, quel sorriso e quell'energia che ci ricorderanno sempre cosa vuol dire essere speciali.
Saper trasmettere e donare, qualcosa di speciale.



mercoledì 30 gennaio 2019

La "Giornata della Memoria" riporta la mente a Berlino, quartiere Mitte: una dei tasselli del puzzle di storia in questa straordinaria città

La Giornata della Memoria se ne è appena andata: da alcuni anni questo è un periodo in cui crescono quei momenti in cui ci si abbandona alla riflessione. Un po' perchè la spensieratezza degli "enti" e degli "enta" è un lontano ricordo; un po' perchè più si matura e più si conoscono storie che ci rimandano, come in un flashback, a quello spicchio di Storia che - se non fosse salutare riverberare nelle menti dei più giovani - meriterebbe l'oblio eterno.

Non sono mai stato ad Auschwitz, o in qualche altro luogo di dolore: icona di quanto l'uomo possa imbarbarirsi oltre ogni limite ontologico, oltre ogni barriera ideologica, oltre ogni deriva bestiale.
Di Auschwitz l'Europa è piena e non solo in Germania. Per raccontare il Novecento, l'epoca che i nostri nipoti studieranno sui libri di Storia come la più sconvolgente, evoluta ma anche drammatica nell'era moderna. Mai in nessun altro periodo dell'evoluzione umana, si sono compiute scoperte rivoluzionarie come quelle che hanno cambiato la vita nel XX secolo. Al tempo stesso, nessun altra parentesi umana è stata cosi tanto devastata da morti, ingiustizie, stragi di massa.

Verrebbe quasi da chiedersi se l'Uomo abbia bisogno di toccare il fondo, il proprio fondo, per poi vedere davvero la luce, per capire quanto possa essere più elevata, più nobile, più civile la propria esistenza.
Immerso nel monumento alla Shoah di Berlino - agosto 2013
Che è un po' la sensazione che mi ha ispirato passeggiare in silenzio tra i cubi del Monumento alla Shoah di Berlino, nel cuore del quartiere Mitte: questo enorme dedalo scandito da blocchi di cemento grigio scuro, inquietanti nella loro pesantezza, volutamente opprimenti nel messaggio che l'autore ha voluto imprimere al proprio linguaggio. Quel rigido e immobile carosello di spigoli parla oltre ogni commento, sa scavare più a fondo di un'iperbole, riesce ad esprimere più emozioni di un affresco. In quei parallelepipedi rivedi tutto, i lager, le camere a gas, i forni, ma anche il silenzio, l'ipocrisia, la storia non raccontata, i milioni di morti ebrei e non solo, le tragedie consumate al di là di ogni cortina, e magari occultate per decenni solo perchè perpetrate da chi "non stava dalla parte del torto". Penso ad esempio ai lager di Tito, nella ex Jugoslavia.

Difficile trovare lo spazio di un sorriso, pensando a quel Novecento. Dove la vita, e il suo stesso senso, non valevano lo spazio di un respiro. Dove sopravvivere - almeno nei primi 45 anni di quel secolo - era questione tanto labile quanto perdersi nel passeggiare tra memorie fosche e inquietanti. Perfino al Museo di Anna Frank, sempre nel Mitte, dove ad accoglierti c'è proprio il suo sguardo, un sorriso accennato, innocente, incosciente. Quello della ragazzina simbolo della Shoah, il cui diario vale più di un trattato di storiografia.
All'interno trovi una biblioteca, una serie di aule illuminate, chiare, positive. Che ispirano uno sguardo al futuro. Che fanno respirare, ancor più dei blocchi del monumento di Peter Einseman, l'architetto newyorkese di chiare origini ebraiche che in quel labirinto color cenere sembra fare il verso alle creazioni mastodontiche del nostro Burri, con il suo "Cretto" in terra di Sicilia.
La luce sopravanza le ombre, non c'è dubbio. Grazie anche alle parole di Anna, questa piccola vittima. Perfino inconsapevole di poter fissare, nella memoria dei posteri, una "pietra d'inciampo" così nitida e profonda - la sua testimonianza - da non poter essere più dimenticata.

Di Berlino conservo decine di immagini che mi hanno scolpito nella memoria rilievi indelebili: una città che ci racconta il Novecento come pochi altri luoghi.
Che ci rivela come quello tedesco sia un popolo che ha deciso le sorti drammatiche di un secolo, ma che ne ha pagato appieno le conseguenze. E che non potrà che portarne addosso le cicatrici anche in futuro.
Lo racconto spesso agli alunni a cui parlo del mio libro, della storia di Guglielmina e di Peter, che nella sua vita ha inciso come un tatuaggio, il tortuoso percorso del Novecento teutonico.

Il Nazismo, ma anche il Muro di Berlino, la cortina invalicabile della DDR. Una gita a Berlino varrebbe più di decine di lezioni teoriche per un ragazzo. Lo è stato per me, che non ero neanche più un ragazzo quando nel 2013 ci sono capitato, proprio per andare a trovare Peter Staudacher, conoscerlo, intervistarlo e mettere le prime fondamenta sul lavoro che poi si sarebbe intitolato "Nel segno dei padri",
Oggi, da lontano, quella Germania per molti ha le sembianze di una madre-matrigna per un'Europa che non riesce a trovare un briciolo di identità politica, di posizione strategica, di dialogo comune.

Quasi che il Novecento non sia servito a nulla. Non abbia insegnato cosa fare. E soprattutto cosa evitare.

martedì 22 gennaio 2019

Zeitgeist 2018: il "blue monday" (di CR7), Arbatax e quei colori che trovi solo in Sardegna...

Confesso la mia ignoranza. Non ne avevo mai sentito parlare. Ci mancava solo il "blue monday", il giorno più triste dell'anno. 
Un'equazione algebrico-umorale escogitata da uno psicologo dell'Università di Cardiff, che non sapeva cosa inventarsi, di meglio, che motivare con qualche strano algoritmo questa teoria: un meteo poco incoraggiante, le vacanze di Natale passate, i buoni propositi ormai ricordi lontani, alta demotivazione, tutti fattori che concorrono a determinare la controversa formula che identifica nel 21 gennaio il lunedì più nero dell'anno.
Forse lo sarà stato per CR7, a cui ieri sera non ne è andata a genio una ed ha pure sbagliato dal dischetto. Ma non per me. Mi consolo.

Se penso al blu, che è poi il mio colore preferito, ce n'è uno che si staglia distinguendosi da tutti gli altri. E' il blu della Sardegna. Semplicemente unico.
E così nel mio personalissimo Zeitgeist 2018 (questa sorta di taccuino che alla Rino Tommasi cerco di ricostruire in questi giorni, raccapezzando i flash dell'anno che mi sono lasciato alle spalle), una posizione di rilievo ce l'hanno sicuro quei 10 giorni trascorsi tra giugno e luglio in terra sarda. In una zona meno battuta dal turismo di massa, un po' centrale, un po' periferica, un po' straordinaria. Arbatax, Cala Luna, Cala Mariolu, Cala Gonone, Costa rei, quegli angoli che conservano una parvenza di spirito selvaggio, pur non avendone forse la consapevolezza. 


Perchè il flusso turistico è comunque importante, fa comodo, fa Pil e te ne accorgi non tanto dalla densità di infradito quanto da cartelli come quello che ho letto in una delle splendide calette toccate (e fugate) durante un'escursione. Il turista si sa, gode, consuma e lascia rigorosamente per terra i propri rifiuti.


Il blu cobalto di quel mare, misto al verde smeraldo, al turchese riflesso, contagia invece anche chi con la spiaggia non ha un feeling epidermico: ad esempio, me. In quegli angoli di paradiso, però, anche se hai la montagna nell'epidermide, devi arrenderti. E adagiarti sulle onde sperando che quegli attimi non passino troppo in fretta.

Blue monday? Non credo. Anche perchè se c'è un aspetto invidiabile di una vacanza è proprio non sapere che giorno sia.
L'unico che ricordo davvero, in quello scorcio di luglio, cadenzato da qualche partita dei Mondiali (vissuta tristemente come non mai, per l'assenza delle maglie azzurre... quelle sì, unico aspetto di una Blue summer per gli amanti del calcio, davvero da dimenticare) è stato il CR7 day.


Eravamo proprio a Costa Rei ed erano quasi le 7 di sera - segno del destino, CR7 - quando gli immancabili social che ti inseguono anche in Sardegna, annunciavano la firma del contratto che portava in bianconero il giocatore più talentuoso mai approdato in Italia almeno nell'ultimo ventennio. Uno scarabocchio nero griffato in un'isola greca di cui ho presto dimenticato il nome, non di quelle esaltate dai film di Salvatores o cantata da Elio e Rocco Tanica.
Unico dettaglio, l'impazienza di vedere quel tizio che aveva procurato solo dolori da avversario, a farti dire "non vedo l'ora che arrivi settembre": ma è durata qualche minuto. Il tempo di disegnare sulla sabbia qualcosa che ricordasse quel giorno, immortararlo, e ributtarsi nel blu. In quel blu. Che quando ce l'hai addosso, il tempo si ferma... 


Oggi invece c'è solo il blue monday. Che poi è quello che è toccato proprio a Cristiano Ronaldo: non gliene andata bene una, contro il piccolo Chievo, e ha pure sbagliato un rigore. 

In fondo, è una buona notizia. E' umano come tutti noi, può ciccare anche lui: i ragazzini che amano il calcio, in ogni angolo d'Italia, d'ora in poi avranno un patema in meno, quando andranno sul dischetto...

sabato 19 gennaio 2019

Zeitgeist 2018, il mare sulle Dolomiti

IL MARE SULLE DOLOMITI - Alpe di Siusi - gennaio 2018
Riprendo così, un po' al volo, un po' si sorpresa, a digitare sul mio blog. Decisamente "trascurato" negli ultimi due anni.
Non so neanche se scusarmi con i miei "25 lettori" di manzoniana memoria - per la verità gli iscritti sono anche di meno ma i frequentatori fortunatamente di più.
Un blog è uno stato d'animo. Ed evidentemente ci sono periodi più ispirati (basta guardare indietro di qualche anno) e quelli meno effervescenti. C'entra un po' anche il libro? Non so. Forse più quello che vorrei scrivere, e che ancora è in embrione, che non quello che è uscito ormai quasi da due anni e che ancora mi sta regalando gratificazioni sempre gradite e inattese.

Riprendo partendo da un'idea: quella del Zeitgeist, suggeritami proprio da una assidua frequentatrice del blog. Ripercorrere i momenti più significativi dell'anno alle spalle. Quelli che ti ritornano in mente, quelli che hai cristallizzato, magari anche con una foto. Un'istantanea che in quel momento, forse, hai pure sottovalutato, ritenendola inutile impiccio. Ma a distanza di un anno è l'appiglio più affidabile che permette alla memoria di riassaporare quei momenti.

Come questa foto, che vorrei intitolare "Il mare sulle Dolomiti".

Siusi allo Sciliar, Alto Adige, gennaio 2018: una giornata grigia, nevosa, che sembra promettere poco. E lasciare spazio solo a qualche timida discesa, tra le nebbie.
Invece all'improvviso uno squarcio di cielo si apre. Ma in fondo, all'orizzonte. Quasi a voler lasciare la speranza di un sole inaspettato. E così il prodigio che la natura sa offrirti senza bisogno di una sigla. Quella striscia di cielo sereno, che affiora sotto la coltre di nuvole, sembra quasi un mare che si affaccia sullo sfondo. E la catena dolomitica, somiglia d'un tratto ad una scogliera, un promontorio amalfitano, una collina dell'Ogliastra, piuttosto che un rilievo della valle Orlandina in Sicilia.
Quell'azzurro timido e lontano, poi è arrivato: accendendo splendidamente quei giorni, passati sciando tra l'Alpe di Siusi e Ortisei... ma l'icona di quella vacanza resta il mare.