Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

venerdì 7 maggio 2010

Quella scossa. Inconfondibile. Unica. Che, a qualunque età, solo il 15 maggio può regalarti...

La Festa dei Ceri è il simbolo della Regione. Lo è dal 1973. Oggi, la Festa dei Ceri è candidata a diventare anche patrimonio universale tra i beni immateriali dell’Unesco. Passato e presente istituzionali si incrociano, quasi a dover qualificare – con attestazioni di enorme rilevanza formale - un giorno, una festa, un rito come il 15 maggio.

Se tutto questo è nella storia e nelle prospettive, nulla di tutto questo però certifica il poderoso tesoro di umanità che la Festa dei Ceri emana. Come un profumo inebriante. Tutto suo. Straordinariamente unico. Un aroma che si respira intenso in questi giorni di vigilia. I giorni dell’attesa. I momenti insostituibili dell’ansia, dell’emozione che si avvicina ma al tempo stesso già travolge.
Chi ha la ventura di poter conoscere e toccare questa atmosfera da vicino, da dentro, può dirsi decisamente fortunato. Avendo non solo la buona sorte di nascere in questa città e respirare il clima dei Ceri ancora in fasce, ma soprattutto di conoscere centinaia di ceraioli. Di oggi. Ma in particolare di ieri. E ancora oggi inossidabili punti di riferimento per le schiere di giovani. Che non solo alla tradizione, di per se stessa, ma prima di tutto a chi ha saputo perpetrarla, devono il fascino e il perdurare della Festa dei Ceri.
Miriadi di aneddoti, ricordi, memorie, collettive o individuali, si mescolano nelle chiacchierate affabulanti cui un vecchio ceraiolo potrebbe accompagnarci. Mai chiamarlo ex ceraiolo. “E’ come se dicessimo ad un alpino, che è un ex alpino” spiegò un giorno al microfono di un’acerba Raitre regionale (era il 1979) il santantoniaro Giorgio Gini (per tutti “L’Avvocato”).
Ceraioli per un giorno, ceraioli per sempre. Una delle tante leggi non scritte di questa Festa tramandata, per lo più, oralmente.
Ricordi e memorie potrebbero semplificare la comprensione di una Festa che è quasi inutile spiegare con i parametri del quotidiano. Ad esempio, con la logica della corsa e dunque di un vincitore (che nella Festa dei Ceri non c’è); con la comparazione ad altre “corse” che vedono protagoniste singole individualità, contorniate da un pubblico che partecipa semplicemente da spettatore (mentre nella Festa dei Ceri non prevale l’individualità ma la condivisione, e il pubblico non assiste, ma è parte attiva dell’intera giornata); si potrebbe discutere per ore poi sulla natura di un rito religioso o di un costume pagano (inutilmente, per la Festa dei Ceri che è entrambi in una miscela di rara intensità e coesione).
La stessa definizione dei Ceri risulta quasi comica, quando si inizia la classica formula delle “tre pesanti macchine di legno, formate da due prismi ottagonali e sormontate dalla statuina di un santo”. Come fosse una nenia di quelle che si recitavano a memoria alle scuole elementari.

Cos’è davvero la Festa dei Ceri, dunque?
E’ il bagaglio di ricordi che gli eugubini conservano dentro di sé. Proiettati al presente. Tasselli di una giornata che si ripete ogni anno, ma che mai è la stessa. Che replica un rituale consolidato, ma che lo dipinge attraverso tratti sempre nuovi, e colori sempre differenti. Che sono poi, quelli di una vita che scorre. E si consuma.
Il rullo dei tamburi; il rintocco del Campanone; il piacevole passeggiare sulle mattonelle di un Corso disabitato, alle 6 di mattina, durante la sveglia, pensando che appena 12 ore dopo quelle stesse mattonelle diventeranno invisibili. Tanta sarà la la folla che arriverà a gremire le vie della corsa. Quella stessa folla che osservi pochi istanti prima del passaggio dei Ceri, chiedendoti dove andrà a finire, o come faranno a ritagliarsi una via d’accesso i ceraioli. Salvo poi accorgerti che allo squillo di tromba, quello stesso marasma umano multicolore si aprirà, quasi per magia. E lascerà – come un implicito doveroso omaggio – quei pochi metri sufficienti al galoppante passaggio dei Ceri.
E poi la sfilata, confusa e torrida – nei giorni assolati – umida e impregnata – in quelli piovosi – ma sempre carica di un lento crescendo. Che quasi fisicamente spinge a Piazza Grande. Il turbinìo raggiunge il culmine con lo spalancare del portone del Palazzo dei Consoli. Saranno 50 mila o forse di più ad urlare in piazza. Eppure in quel girone dantesco, sembra quasi che il nostro udito colga il rumore di quella porta: che si spalanca. Quasi a dire che ormai ogni freno è decaduto.
E poi la mostra: quel procedere a piccoli scatti, tra una birata e un inchino, un omaggio e un brindisi, secondo un itinerario fatto di palpitazioni. Nel ricordare i ceraioli del passato, i luoghi più simbolici, gli anziani che dalla finestra possono riassaggiare, con la forza di un polpastrello, l’ebbrezza di una vita intera.
Un rumoreggiare che alterna toni forti a silenzi improvvisi; grida e battute, a qualche lacrima commossa. Quasi a voler ribadire i crismi di una giornata gravida di contraddizioni: con un unico comun denominatore. L’emozione.

Quell’unità di misura in realtà indecifrabile, che scandisce un pomeriggio frenetico e vibrante. Che se ne va, tra la Callata, il Corso e il mercato; le birate, i buchetti ed il monte; in un batter di ciglia. Quasi che due ore, per un giorno, durino in realtà pochi secondi. Dopo un anno, che è parso un’eternità.
Immagini, suoni, colori. Ma anche odori, profumi, grida. E la sensazione di una stanchezza rilassante. Che sembra abbracciarti, al ritorno dal monte.
E’ una tavolozza confusa, quella del 15 maggio. Diversa da quella precedente. Ma sempre con un quid in più. Con il trascorrere degli anni diventa sempre più toccante.
Perché il vigore della spallata, l’adrenalina del “pezzo”, la spregiudicatezza dela gioventù, lasceranno il posto agli sguardi, al consiglio e agli applausi. Ad una preghiera e al ricordo.
Già, il ricordo. Che è anima della Festa: per chi l’ha vissuta, ieri.
E per chi si appresta a viverla, da protagonista diretto, oggi.
Quel patrimonio di umanità che, nel passato come nel futuro, rimarrà il vero segreto della Festa dei Ceri: il cui valore prescinde da simboli di bandiere o da attestazioni internazionali.
Perché è soprattutto la memoria, la linfa vitale di una Festa che cambia con i costumi sapendo però di restare comunque se stessa.

Quella scossa. Inconfondibile. Unica. Che, a qualunque età, solo il 15 maggio può regalarti.

1 commento:

  1. Da facebook -
    Matteo Fumanti - L'imagine è meravigliosa... e il clima è quello giusto!

    Roberta Norgini -
    ...non e' facile descrivere il 15 Maggio..e tutto quello che riesce a regalarci...ma tu ci sei riuscito perche' lo hai raccontato con la tua camicia nera addosso..( poteva essere gialla o azzurra...)..e ogni parola scritta profuma di quell'amore che solo un ceraiolo riesce a sentire...

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