Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

giovedì 7 aprile 2011

"La mia città è la più bella del mondo".... forse...

"La mia città è la più bella del mondo".... forse...
Mi verrebbe da titolarla così la riflessione (un fiume di pensieri) di Lucia Bazzurri, che ho pescato da facebook e che mi sono permesso di "clonare" sul blog. Perché mi ha colpito. Perché ne condivido quasi interamente i tratti. Perché penso che sia opportuno che un giovane debba esprimersi e confrontarsi con coetanei (e non, considerando che il sottoscritto, alle soglie degli anta, fa ormai parte degli "e non").
Mi ha colpito non solo la profondità della riflessione, l'intensità del sentimento che la muove. Ma anche la cruda attualità.
Sembra quasi una nemesi: una città così affascinante, carica di vibrazioni, capace di rasserenare anche l'animo più inquieto, che sembra esaurire la propria energia nello specchiarsi in se stessa. Nel guardare in fondo il proprio passato (il meglio di sè), chiudendosi a riccio quasi per evitare di vedere il presente. E di immaginare il futuro...
Anche le ultimissime vicende cittadine - dove il concetto stesso di "regole" viene evidenziato in tutta la sua minuscola precarietà - confermano quanto purtroppo il pessimismo che traspare in buona parte di queste righe non sia campato in aria. Nè frutto di preconcetti.
Ma una speranza affiora comunque. E a quella che tutti noi cerchiamo di aggrapparci. Cominciando a fare la cosa più semplice: parlarne. Perchè è vero che Gubbio è "la città del silenzio" (di dannunziana definizione), ma spesso è proprio il silenzio a comprometterne la vitalità...

“La mia città è la più bella del mondo”: quante volte abbiamo pronunciato questa frase? E quante volte ci hanno dato dei campanilisti per questo motivo? E quante volte, ancora, non siamo stati capaci di rinunciare all’elogio ad oltranza di Gubbio?
Una piccola oasi, una bomboniera, un paradiso in cui la vita scorre lenta, un sogno in cui svegliarsi ogni mattina e in cui poter ancora realizzare una vita degna di essere chiamata tale…
Già, eppure quest’oasi rischia di diventare un deserto perché l’acqua è finita e non piove ormai da tanto, troppo tempo.
L’acqua, quel tesoro vitale, quella risorsa essenziale, era rappresentata dalla grandezza degli eugubini che, nei secoli, hanno fatto del loro isolamento la loro forza.
Il popolo eugubino ha trasformato la durezza del territorio in armonia e vitalità, in senso estetico, in estro e gioiosità; questa gente ha così sempre scelto la via della “semenza” (caratteristica che distingue l’uomo dai “bruti”): “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” (Inferno, canto XXVI).
Ci chiediamo ora che fine abbia fatto la “virtute” e la “conoscenza”.
Forse l’analisi di chi scrive è viziata da uno spirito fin troppo critico e fine nel saper cogliere il marcio. Forse (ed ora è opportuno che io parli in prima persona) sono solo troppo giovane o, addirittura, già troppo vecchia. Forse ho solo avuto aspettative troppo avanzate per la mia città, per il mio territorio.
Non lo so, so soltanto che questa città sembra bloccata, sembra congelata, schiacciata, inaridita, prosciugata. Lo si percepisce semplicemente uscendo il sabato sera e scoprendo che la Gubbio dalle mura parlanti, dai vicoli vivi, dalle piazze e dalle piazzette in festa, è morta, per lasciare spazio ad un immenso “deserto dei tartari” (ne consiglio la lettura), in cui la solitudine accomuna e divide tutti, diventando immensamente tangibile.
Gubbio sembra essere diventata la “Fortezza” di Buzzati, un avamposto al confine con un deserto, in passato teatro di rovinose incursioni da parte dei “tartari”: sperduta, sulla sommità di una montagna, retta da regole ferree, microcosmo minacciosamente affascinante che “strega” i suoi abitanti, impedendo loro di abbandonarla. Così, gli zelanti “militari” che la abitano e le danno vita sono retti da un'unica speranza, che diviene ragione pura del loro esistere: vedere sopraggiungere i “tartari” da quei confini, per combatterli, acquisire gloria, onore, diventare, insomma, eroi.
Le vite si consumano, dunque, in questa sterile attesa, cullate dalla pigra abitudine, scandite dall'ignaro trascorrere del tempo.
C’è una contraddizione che regge tutto ciò, sia nel romanzo di Buzzati, che nella nostra città: è l’eterna contraddizione ragione/cuore; la ragione ci fa desiderare di andar via, convincendoci che nulla di buono verrà da quel confine; il cuore continuerà a presentire, fino alla fine, “cose fatali”. Così ci si adatta alla vita della “Fortezza”, consegnando nelle mani della “Disciplina militare”, sempre uguale, sempre regolare, la propria esistenza.
Ma chi sono davvero i “tartari”? Forse sono soltanto le paure di chi non vuole perdere il proprio mero potere e che dunque preferisce ridurci ad asini e pecore.
Gubbio finisce così per trasformarsi nel “paesello” caratteristico e chiuso, ignorante e burbero, colorito soltanto dalla sua “pochezza”: ritrovandoci rappresentanti che sembrano tutti avere deliri d’onnipotenza di vario genere (vedi l'assessore alle “attività varie ed eventuali”, Palmiro Cangini, noto personaggio di Zelig, interpretato dall’attore Paolo Cevoli).
A cosa voglio giungere?
Non lo so nemmeno io, ma si paventano in me amare constatazioni che mano a mano trasformano l’amore per la mia città in dolore, delusione, rabbia.
Prendo in mano l’unica arma che ho: la parola e la scrittura (se ancora mi sono concesse, dato il “regime” praticamente in atto). Con quest’arma mi rivolgo a chi ha la sensibilità di abbracciare queste critiche, chiedendo di unirci per trasformarle in costruttività.
Ho sempre creduto che è fin troppo facile partire e non tornare, mentre è davvero difficile partire e saper poi tornare.
Oggi, noi giovani eugubini, ci muoviamo ed entriamo in contatto con realtà nuove e diverse: sfruttiamo questo bagaglio di conoscenza per salvare la nostra adorata Gubbio!
Buttiamoci: nella politica territoriale, nell’associazionismo, nel volontariato, parliamoci, confrontiamoci, facciamo il meglio per non lasciare Gubbio in pasto a “belve”, assetate di vana gloria, desiderose soltanto di continuare ad illuderci.
Mi rivolgo dunque alle persone oneste, alle persone intelligenti, alle persone coraggiose!
Non ho mai amato il servilismo e sono stata educata in maniera libera e aperta, non ho paura di dire ciò che penso, rifiuto il qualunquismo, le frasi fatte, utili solo a chi vuole continuare a far governare l’ignoranza.
Ho 25 anni e voglio vivere nella mia città, trasformandola davvero nella città più bella del mondo! Voglio una città in cui non esistono concorsi pilotati, in cui i giovani possono riuscire perché sorretti da amministratori capaci e meritevoli, in cui l’arte e il centro storico sono valorizzati, non dimenticati, in cui le innovazioni vengono premiate, non bastonate, voglio una città che sappia dialogare con il resto del mondo (siamo nel 2009 e i feudi hanno fallito da tempo ormai)!
Ragazzi, pensiamoci, ne va del nostro futuro!

Lucia Bazzurri

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