Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

venerdì 12 aprile 2013

Il biennio d'oro rossoblù è anche nel segno di Domenico Sfrappa



Il biennio d’oro. 
Lo hanno ribattezzato così, il periodo di successi 2009-2011, culminato con la storica promozione del Gubbio in serie B. Ma a onor del vero di bienni d’oro, di promozioni in fila, i rossoblù ne hanno vissute altre e neanche troppo remote.
La più entusiasmante e meno lontana, ci riporta a metà degli anni Novanta: il Gubbio precipita in Eccellenza regionale. C’è da ricostruire tutto, società, squadra e soprattutto il morale dei tifosi, costretti a fare collette per pagare i giocatori rossoblù. Nell’estate 96 si trova un accordo, per la prima volta i due sponsor cementieri collaborano – grazie alla mediazione dell’allora assessore Biancarelli - nasce una nuova cordata capitanata da Guerriero Tasso, che affida la ricostruzione della squadra ad un giovane direttore sportivo perugino, Domenico Sfrappa, artefice con Serse Cosmi del miracolo Pontevecchio. E Sfrappa, arrivato in silenzio ma con una gran voglia di fare, mantiene le promesse: allestisce con Mario Vivani al timone una formazione solida e concreta, esperta quanto basta ma al tempo stesso di qualità per quel campionato di Eccellenza nel quale il Gubbio si ritrova un po’ come la Juve in B, atteso a Pozzo come a Cesi o a Cannara da avversari in cerca della vittoria della vita.

Ma il gruppo rossoblù, costruito su capitan Giacometti, sui rientranti Mattioli e Flavoni, sull’esperienza di giocatori navigati come Bignone e Genghini, della verve realizzativa di Cau, non tradisce le attese, vince con anticipo il campionato e c’è anche la ciliegina sulla torta della Coppa Italia dilettanti conquistata a Foligno contro il Cesi dopo i supplementari. 
Ma se il primo anno sembrava scontato che il Gubbio vincesse, il capolavoro di Sfrappa arriva nel secondo anno, quando da matricola in serie D, con il nuovo tecnico Leo Acori, i rossoblù dominano il campionato duettando fino a marzo con la Narnese di Tobia: l’ossatura di una squadra già forte e’ arricchita dal talento di Parisi e dalla sostanza di Martinetti, con i fiori all’occhiello di Caracciolo a centrocampo e Pino Lorenzo in attacco. 

E’ il 22 marzo 1998 quando il Gubbio, prima formazione in Italia, festeggia un po’ come il Bayern in questi giorni, il suo scudetto: batte la Colligiana con una doppietta di Pino Lorenzo e riconquista, con 8 turni di anticipo, la C2 a distanza di 6 anni.
Quello stesso gruppo, quell’ossatura, quella dorsale costruita da Sfrappa, l’anno dopo, sempre con Acori, arriverà a sfiorare i play off, sfuggiti solo all’ultima giornata contro la Viterbese di Baiocco e Liverani e di un patron Gaucci poco incline a regalare qualcosa ai rossoblù.


Sfrappa resterà a Gubbio fino alla stagione 2000/2001, con le gestioni tecniche di Donati e Dal Fiume e una squadra che proprio negli anni in cui le aspettative crescevano finì per andare un po’ al di sotto delle stesse. Qualche inciampo che non appannò anche a distanza di anni il lavoro di Domenico Sfrappa, un perugino a Gubbio, un manager che poi anche a distanza di anni, continua ad essere ricordato. 
Come uno dei protagonisti di quel biennio, che portò il Gubbio dalle polveri di Campitello all’altare dei professionisti.


Rubrica "Il Rosso e il Blu" - da "Fuorigioco" del 8.4.13

giovedì 11 aprile 2013

La lezione che ti lascia una sconfitta... è il primo passo per tornare a vincere

La lezione che ti lascia una sconfitta... è il primo passo per tornare a vincere.
Può sembrare una frase banale. Ma non lo è. Perchè è molto più facile dirlo, che applicarlo. Più semplice predicarlo che eseguirlo. Più immediato pensarlo che metterlo in atto.
Ci pensavo ieri sera, dopo la sconfitta della Juventus con il Bayern Monaco. Finalmente qualcuno che perde e non grida allo scandalo, ai complotti, alla dietrologia professionale.
Si ammette che, sì, l'avversario era più forte, più bravo, più completo in ogni reparto. E ha meritato.
Capire dove si sbaglia, o capire dove si deve migliorare, ammettere che qualcun altro ha meritato di prevalere, o che la ragione sta dalla sua parte, è un gesto apparentemente naturale, ma in realtà sempre più raro nella nostra quotidianità. Eppure è da lì che si riparte per fare meglio, per correggere gli errori, per crescere di qualità, per alzare il ritmo e - qualunque sia l'ambito del proprio operare - accrescere il risultato.

Prendiamo la politica, prendiamo l'attuale scenario pseudo-parlamentare (pseudo, dal momento che le Camere sono off line per assenza di segnale governativo e in attesa di riunirsi per nominare il nuovo Capo dello Stato): dopo le elezioni nessuno che abbia fatto un minimo di autocritica sul proprio operato. Se è vero che dalle urne sono uscite di fatto "tre minoranze", ci sarebbero dovuti stare almeno due leader (se escludiamo Grillo il cui exploit e la cui prosopopea rende improbabile una valutazione simile) che avrebbero dovuto ammettere: "Signori, qualcosa non era andato come doveva, ebbens ì, abbiamo "toppato"!". Giusto allora, e inevitabile, fare un passo indietro. Non per perorare chissà quale altra causa, ma per rispetto degli elettori (tutti) e dei problemi del Paese. Niente di tutto questo.
Bersani è ancora lì a traccheggiare sperando che qualcosa si muova nella sua direzione (magari un nuovo Presidente della Repubblica meno esperto e meno lungimirante di Napolitano... chissà...), Berlusconi è ancora lì, ancor più conscio della propria insostituibilità per tenere in vita il PDL (il che, per gli elettori dello stesso, non è una buona notizia).
Morale, non hanno vinto ma non hanno la minima intenzione di farsi da parte.

Chi prova a dire qualcosa di alternativo (e sensato) viene bollato quasi come un "eretico" (con una certa stampa di partito a far da censore): nel centrodestra si sono volatilizzati ancor prima delle urne (Cattaneo da Pavia), nel centrosinistra pur sostenuto da sondaggi incipienti, c'è Renzi che ormai rischia la "sindrome da accerchiamento condominiale".

Purtroppo non appartiene alla nostra cultura capire quando è il momento di "fare un passo indietro". Sono gli altri che devono dirtelo, e il più delle volte è necessario che qualcuno (o qualcosa) ti sbatta in faccia quella che è la realtà. Una sorta di schiaffo salutare che, sì, a quel punto, rende l'idea e sintetizza il concetto. E talvolta non basta neppure questo...

In un contesto simile, le avventure (o disavventure) sportive rappresentano non solo una facile metafora, ma un vero e proprio fronte esemplificativo, da cui anche in altre aree del vivere sociale sarebbe opportuno trarre ispirazione.
Altri due esempi: Federica Pellegrini è uscita malconcia da un'Olimpiade che l'avrebbe dovuta vedere tra le protagoniste assolute del ranking mondiale. Delusione totale. "Ho sbagliato tutto!" ha ammesso a Londra senza nascondersi dietro qualche pretesto.
Oggi si è ritrovata, rinnovandosi nello stile (dorso) e riconquistando quel livello di performance che appartengono ai suoi momenti migliori.

Sulla stessa strada sembra avviato anche Valentino Rossi. Il suo matrimonio all'italiana con la Ducati non ha mai funzionato: troppo sofisticato lui, troppo altezzosa lei, più che un lui e un lei, due primedonne che difficilmente avrebbe potuto "dialogare". E l'idillio è durato lo spazio di una conferenza stampa. Dopo 9 titoli mondiali, qualcuno mollerebbe pensando che in fondo non c'è più nulla da dimostrare. Rossi no, Rossi ha capito di aver sbagliato, ha fatto un passo indietro (e due avanti) tornando nella culla dove aveva maturato i suoi successi più esaltanti (che poi si chiami Yamaha può dispiacere da campanilisti, ma è così...). Non sappiamo se ritroverà anche le vittorie ma gli è bastato un GP per ritrovare se stesso.
Non è poco. Non sarebbe male se qualcun'altro, in altre stanze, comprendesse la lezione...


martedì 9 aprile 2013

L'attualità di Margaret Thatcher: raccontata a "Link", da Antonio Caprarica, pochi giorni prima della sua morte

La chiamavano Lady di ferro. La storia la consegnerà ai suoi libri con la frase: "La signora non torna indietro".  Margaret Thatcher si e' spenta anche se di fatto era scomparsa da anni dalle scene politiche e dalle cronache.
Vittima di una forma incipiente di demenza senile, il primo ministro inglese che dal '79 al '90 ha guidato autorevolmente una delle più grandi economie dell'Occidente, erede del più grande impero mai esistito nella storia, ha segnato un'epoca. Lo dimostrano i neologismi che individuano il periodo del suo governo come "l'era Thatcheriana" e le sue strategie politico-economico con la definizione "Thatcherismo". Lo confermano le polemiche che improvvisamente si sono riaccese dopo la sua morte.
Raramente si era vista l'opinione pubblica britannica e internazionale dividersi così per un defunto. Forse solo lady Diana aveva scatenato reazioni simili, ma in quel caso, in quel 31 agosto '97, era la dinamica di una tragedia a toccare, scuotere, dividere. Stavolta e' la statura del personaggio, che da qualunque punto di vista si guardi, non lascia indifferente.
Tipico dei grandi della storia: o li ami o li detesti, difficilmente ne resti indifferente.

La curiosità temporale, stavolta, e' semplicemente legata alla mia trasmissione, "Link".
Perché appena 3 giorni prima che venisse a mancare - dopo essere stata lontana dalle scene pubbliche ormai da anni - Margaret Thatcher (che all'anagrafe si chiamava Margaret Hilda Roberts, ma che ha sempre indossato il cognome da sposata, appunto Thatcher) era stata a sul modo protagonista dell'ultima puntata della stagione del talk show di Trg.
Insieme ad Anna Maria Romano, che da studio ha coadiuvato nella rubrica "Link in Biblioteca", appena giovedì scorso, abbiamo intervistato telefonicamente Antonio Caprarica, corrispondente da Londra per il Tg1 e autore del libro: "Ci vorrebbe una Thatcher", un titolo che ha chiaro riferimento alla disastrata situazione politico-economica del nostro Paese.
E Caprarica, nel presentare il suo libro - mai tanto inconsapevolmente attuale - ha tratteggiato sapientemente il profilo della "figlia del droghiere", con la capacita affabulatrice che già avevo apprezzato in occasione della presentazione a Gubbio del suo libro "La classe non e' acqua" dedicato alle bizzarrie e alla forza imperitura dell'aristocrazia inglese.

Ebbene la Thatcher non faceva parte di questo mondo. Era la "figlia del droghiere" come sprezzatamente veniva etichettata nei salotti della City (e dalla stessa regina Elisabetta II). Di questo la Lady di ferro non si e' mai preoccupata.
Come non ha ceduto di un centimetro quando ha dovuto affrontare un pesante braccio di ferro con i minatori del South Yorkshire. Attaccati si' al proprio lavoro ma anche alla sopravvivenza di siti ormai improduttivi. Oggi fa un po' senso vedere alcuni suoi "avversari politici" addirittura stappare champagne alla notizia della sua morte (direi avvilente l'immagine, che sul piano squisitamente morale non è poi così lontana dai linciaggi cruenti di Gheddafi).
Le sue politiche "rigorose" negli anni si sono rivelate durissime ma anche rigeneranti per un'economia come quella britannica messa davvero male in quel periodo (un po' come la nostra oggi).
Thatcher significa rigore, significa impopolarità e lungimiranza, significa seminare per far si che il Paese si avvii ad una svolta. Magari anche a costo che altri premier raccolgano i frutti del proprio lavoro (Tony Blair, ad esempio, che non a caso seppur da leader laburista anni Novanta, ha avuto parole di rispetto e riconoscimento alla Thatcher).

La Lady di ferro a bordo di un carro armato
Una lezione molto attuale, anche per il nostro Belpaese, anche nel nostro piccolo, anche e soprattutto per una classe politica ossessionata dalla cultura del consenso e poco incline a scelte coraggiose (da quanti anni si parla di riforme strutturali puntualmente rinviate al mandato successivo?) e magari poco redditizie sul piano elettorale.
"Ci vorrebbe una Thatcher", è il titolo del libro di Caprarica. Non proprio un giornalista di destra, men che meno vicino agli ambienti moderati, ma come da lui stesso ammesso nell'intervista a "Link" - che potete riascoltare qui nel riquadro video - figlio di una tradizione di sinistra (Paese Sera), di una stampa vicina all'antico PCI ma oggi sufficientemente matura per comprendere che a distanza di decenni le ideologie - e soprattutto quelle ispirate ai totalitarismi - non solo non hanno più motivo di cittadinanza, ma non possono certo rappresentare il benchè minimo riferimento per chi ha a cuore il futuro delle nuove generazioni.

In basso: clicca per rivedere il segmento di "Link" con l'intervista telefonica ad Antonio Caprarica.





sabato 6 aprile 2013

Non basta il miglior Gubbio. Ma basta con le teorie del complotto...


Tutti in fila appassionatamente... ma è solo un corner
C'e poco da fare. Non basta una delle migliori prestazioni della stagione. Non basta un primo tempo ai limiti della perfezione, nonostante sviste arbitrali e una condotta del direttore di gara molto discutibile. Non basta una rimonta trascinante guidata ancora una volta da un Galabinov di categoria superiore. Non basta un pubblico che ha sostenuto dall’inizio alla fine la squadra di Sottil.
L'Avellino alla fine la spunta 3-2, lo stesso punteggio con cui il Perugia a fine gennaio aveva fatto suo il derby del Barbetti, lo stesso cinismo proprio delle grandi squadre, cui non serve giocare bene quando ha elementi in grado di decidere le partite anche dopo esserne stato praticamente spettatore per 80'. E' il caso di Luigi Castaldo, uno che già lo scorso anno in B in maglia Nocerina sapeva far la differenza, figuriamoci in C1 con un complesso proporzionalmente ancora più robusto per la categoria. E allora intanto omaggio e chapeau ad un gol che di rado si vede in queste categorie, per coordinazione, capacita balistica e, perché no, anche coraggio: l' avesse fatto in Champions League Castaldo si sarebbe guadagnato le sigle di mezza Europa.
Detto questo e riconosciuto l'indiscutibile valore dell'undici irpino, due altre annotazioni meritano di essere fatte su questa seconda sconfitta di fila in casa, che certo complica e non poco la corsa alla salvezza – anche se i risultati della domenica hanno attenuato la delusione.

Baccolo agganciato in area dopo 20": un giallo
che finirà con un altro giallo (a Baccolo) - foto Signoretti
Punto primo l'arbitraggio non ci e' piaciuto affatto, a cominciare dal rigore solare negato a Baccolo in avvio, con possibile rosso ai danni di D'Angelo. Ma se una squadra non subisce rigori da un anno e ne ha avuti a favore 13 un che ci sarà. Capita a molte capoliste in tutte le latitudini. 
Detto questo, e' altrettanto indiscutibile che il Gubbio abbia anche messo del suo nella rimonta avellinese. Nella ripresa il centrocampo brillante e poderoso del primo tempo, e' calato vistosamente ma il primo cambio e' arrivato solo alla mezz'ora e con l'ingresso di un giovanissimo Cocuzza che poco poteva offrire alla causa e al pacchetto più in sofferenza. Galabinov ancora una volta corazziere, ha cantato e portato la croce, ma non avremmo visto male un Sandreani in campo in una gara così anche solo nella ripresa. 

Invece il capitano si e' alzato solo per andarsene sotto la doccia, espulso per la prima volta in 13 anni rossoblù quando era in panchina (anche perché in questo lungo periodo a sedere c'e stato ben poco). La gestione e la tempistica dei cambi insomma non ha aiutato, come invece era parsa azzeccatissima la scelta dell'undici iniziale, compreso il recupero di Guerri, forse fin troppo in naftalina nelle scorse settimane e puntualmente tornato a timbrare davanti la porta.
Infine, permetteteci una conclusione: sentire ancora una volta sbandierare il nome di Farina come motivo di presunti boicottaggi di Lega e mondo arbitrale ha francamente stancato e non fa onore ne' all'immagine della società (che dovrebbe solo onorarsi di avere avuto nelle sue fila un giocatore così e non prenderlo a pretesto per le proprie disavventure) ne' e' molto lungimirante in vista di una possibile stangata dopo il burrascoso finale di gara. Se il Gubbio visto con Perugia e Avellino, fosse stato in campo almeno un solo quarto d'ora nelle gare con le ultime 4 della classifica, di certo i rossoblù avrebbero una classifica ben diversa. Con buona pace di dietrologie e complottismi. Non saranno certo questi a salvare il Gubbio nelle ultime 4 giornate…


Copertina di "Fuorigioco" di lunedì 8.4.13
musica di sottofondo: "Ogni volta" - Vasco Rossi 

giovedì 4 aprile 2013

Aspettando l'Avellino, un flash back insieme all'ex De Angelis...


Alla faccia di chi dice che non esistono più le mezze stagioni. Non è così per Gianluca De Angelis, cui ne è bastata una (di mezza stagione) nper lasciare il segno nella storia rossoblù. 
E' stato tra i bomber più prolifici dell'ultimo decennio in maglia eugubina: ma ha giocato praticamente dal gennaio 2005 al dicembre 2006. Il tempo di mettere dentro la bellezza di 16 gol, con 5 allenatori diversi, una qualificazione play off sfuggita di qualche minuto e un maledetto infortunio in un derby contro il Foligno che gli è costato anche il futuro con la casacca rossoblù. 
Ora torna da avversario, ed è la prima volta per lui al "Barbetti". Da avversario e da capolista, perchè l'Avellino ha preso la leadership del torneo e sia per blasone che per organico ha tutta l'intenzione di non mollare lo scettro. Neanche di fronte al ritorno prepotente di un Perugia che sta inanellando una serie impressionante di risultati con Camplone che prefigurare un clamoroso sorpasso in vetta non è neanche così peregrino.
E De Angelis - ragazzo timido, quasi titubante, un po' come l'accenno di balbuzie in ogni intervista lascia trapelare - in campo è sempre riuscito a farsi capire benissimo. Dai compagni di squadra ma anche dagli avversari. Il Gubbio è stato il suo vero trampolino di lancio tra i professionisti. 

Con la squadra affidata a Castellucci è andato per la prima volta in doppia cifra. Il tutto da gennaio a giugno 2005: arrivato nel mercato di riparazione, si presenta con un gol da 3 punti a Tolentino e in casa il debutto dal 1' è segnato da una doppietta ai danni del Castel San Pietro. L'uomo in più in una squadra che già contava un'intelaiatura di tutto rispetto per quella C2, forte dell'esperienza di Tresoldi o Sandreani, con   gli emergenti Marchi e Coresi in prima linea e un'escalation - grazie anche alle reti di De Angelis - che porta il Gubbio a giocarsi i play off all'ultima giornata a Castel San Pietro. Il sogno di approdare agli spareggi per il terzo anno di fila sfuma in terra bolognese, ma De Angelis - che segnò anche in quella gara - aveva fatto il suo con reti pregevoli, anche per balistica e senso del gol. Memorabile il guizzo che al 92' regalò ai rossoblù il derby sul Gualdo, in una gara recuperata a metà settimana ma con un pubblico da domenica piena. O il gol infilato alla capolista di quel campionato, la Massese, battuta al San Biagio all'apice della rincora in alta classifica. 

L'anno dopo è ancora lui ad aprire la stagione con il primo gol della squadra di Castellucci contro la Spal, nel vittorioso 2-1. Ma i suoi timbri sono sempre da pedigree di tutto rispetto anche per il blasone delle vittime o per la caratura del match. E' De Angelis che a fine ottobre apre la goleada sul Foligno (finirà 3-0 con le reti degli eugubini Ercoli e Gaggiotti), mentre a gennaio sempre lui a griffare la vittoria esterna del Gubbio al Del Conero di Ancona, e a infilare la quotata Reggiana nell'1-1, siglato dal dischetto, che sarà anche il suo ultimo gol nel Gubbio. Nel derby di ritorno al Blasone la rottura dei legamenti del ginocchio chiude la stagione e di fatto anche il feeling tra De Angelis e il rossoblù. 

Il torneo successivo, quello iniziata da Cuttone e chiuso da De Petrillo, vedrà De Angelis rientrare faticosamente dall'infortunio: si rivede proprio contro il Foligno nel derby andato ai falchetti di Pagliari (che poi vinceranno il campionato), a gara in corso, e in tutto il girone di andata collezionerà solo 1 presenza dal 1'. E' lontano il De Angelis vero, tornerà tale negli anni a seguire in maglia Melfi, Juve Stabia e nelle ultime tre stagioni ad Avellino. 

La sua ultima presenza in rossoblù in un vittorioso Bellaria-Gubbio di fine dicembre 2006, proprio nell'esordio di De Petrillo in panca: vincono i rossoblù grazie a Rodio, vittoria che si rivelerà effimera visto che la stagione resterà anonima. In questa gara entreranno tre giocatori nell'ultimo quarto d'ora: nel Gubbio, Gianluca De Angelis, nel Bellaria Juanito Gomez ed Emanuele Giaccherini.
Come dire: nel calcio non solo esistono le mezze stagioni, ma anche gli incroci predestinati.


Dalla rubrica "Il Rosso e il Blu" della trasmissione "Fuorigioco" del 25.3.13

martedì 2 aprile 2013

Gubbio-Fonte Avellana: una giornata da... ripercorrere

Lungo il sentiero ai piedi del Catria, poco prima
di scendere a Isola Fossara
Ne avevo sentito parlare. Non ricordo chi, ma qualcuno mi aveva raccontato di questa giornata. Spossante, interminabile ma gioiosamente intensa.
E allora ho voluto provare. L'ho fatta anch'io.

La camminata di Pasquetta, Gubbio-Fonte Avellana. Un percorso non da poco, 30 km a piedi, attraverso i primi crinali appenninici che dividono il fronte umbro di nord-est con le Marche. Ripercorrendo le orme di S.Ubaldo - che da Gubbio a Fonte Avellana si diresse in un momento cruciale della propria esistenza. Insieme ad una compagnia folta, inizialmente quasi riservata ma chilometro dopo chilometro sempre più affiatata.
E così ci siamo ritrovati una quarantina (poi diventati quasi una cinquantina cammin facendo) intorno alle 7, dalla chiesa della Vittorina.
Che già di sè ispira, in fatto di passeggiate a lunga gittata.

Il raduno alla Vittorina
Una rigida mattina, "diversamente primaverile", ci faceva da sfondo con la sorpresa di un cielo quasi sereno, dopo le piogge poco rassicuranti della giornata pasquale (e le previsioni funeste). Lo zaino in effetti era più una sommatoria di indumenti da "leggere attentamente le avvertenze" che non un effettivo bagaglio. Immancabile kee-way, ricambi essenziali (maglia salute e calzini di cotone, i più adatti ad evitare vesciche e arti congeneri), tre barrette energetiche più un frugale quanto sostanzioso panino e la borraccia d'acqua, unico reperto reduce dalla "quattro-giorni bianca" in Val Pusteria.
L'abbigliamento altrettanto essenziale, con una maglia di cotone pesante a manica lunga sopra un'insostituibile polo-salute, il tutto sovrapposto da una ulteriore manica lunga in pail (che come dico sempre, almeno finchè non sudi, fa morale e classifica).

"Se diluvia non vado" mi ero detto la sera prima, quasi per tranquillizzarmi. Ma non ho neanche aperto la finestra per vedere le condizioni del tempo. Sono uscito e basta. Avevo voglia di farmi pungere, fin da primi passi scendendo da via Fabiani, da quell'aria frizzantina e avvolgente che sembrava quasi invitarti d un qualcosa di inedito. Un vernissage primaverile in mezzo all'Appennino. Di giri, di camminate forzate sopra le 5 ore, ne avevo già fatte (Gubbio-Assisi in due giorni, il tour del monte Cucco in 8 ore). Ma stavolta aveva tutta l'aria di offrire un sapore diverso.

Sulla scalea della Basilica di S.Ubaldo
Intanto la compagnia. Numerosa ed eterogenea: amicizie o semplici conoscenze (o nessuna delle due) che ti consentono di svariare anche gli argomenti in corso d'opera, senza doverti per forza fossilizzare con il fatidico trittico CCP comunque inevitabile (Ceri - visto il periodo e anche la presenza del capodieci di San Giorgio, Calcio - affiorato solo in rari momenti, i cosidetti "intervalla insaniae" di leopardiana memoria, Politica - emersa per altro solo dopo la quinta ora di cammino, per evidenti segnali di carenza energetica e primi sintomi di insofferenza).

Poi la destinazione. A Fonte Avellana, mi vergogno un po' ad ammetterlo, non andavo credo dai tempi dell'infanzia. E mi incuriosiva non solo ripercorrere le orme del Patrono - come saggiamente ha intitolato l'iniziativa il suo promotore originario, Marino Rossi - ma anche arrivare all'eremo di cui avevo potuto saggiare di recente le immagini e soprattutto l'infinita profondità di pensiero dei suoi priori (Barban in testa).

Infine il paesaggio: che è poi il leit motiv che ti accompagna per le 7 ore di cammino. Mi chiedevo come saremmo potuti arrivare a destinazione, quali sentieri avremmo percorso, che remote stradine avremmo potuto imboccare. Temevo di dover coprire gran parte del tragitto lungo l'asfalto: che per la verità ci è toccato ma solo marginalmente, per un paio di chilometri prima e dopo Scheggia e per qualche altro centinaio di metri dopo Isola Fossara. Il resto nei boschi, nei viottoli pre-appenninici di Villamagna, con un po' di fango addosso, qualche scarpata un po' aspra, ma un sole timido a fare capolino ogni tanto, quasi per rassicurarci che la temuta pioggia non sarebbe arrivata. E una miriade di aneddoti, catturati qua e là dai compagni di ventura, a fare da cornice.

Tra le vedute più suggestive, poi, accanto a quella della catena appenninica che si scopre di fronte a Scheggia, agli scorci che offre il sentiero ai piedi del Catria per giungere a Isola Fossara (che vista dall'alto appare ancora più minuta di quanto già non sia), su tutti ne ho immortalato uno: l'affiorare dell'eremo una volta coperta una lunga e faticosa salita in mezzo ad un bosco un po' impervio, un po' accidentato, un po' spettrale - per la pesantezza delle gambe dopo le 6 ore precedenti e per il fatto di non prendere contatto visivo con la meta.
Poi una volta scoperta, rivelatasi, apparsa quasi magicamente, Fonte Avellana, l'ultima ora mi è parsa davvero... in discesa. Una discesa molto simile a quella che si gode di fronte ad un altro eremo (quello di monte Cucco detto anche S.Girolamo), e ugualmente appagante.

Ma la vera sorpresa, dopo 7 ore e mezza di cammino, è arrivata dopo. E forse non casuale.
Rifocillatisi con un bella grigliata di carne (anche questa grazie alla regia dei fratelli Rossi, coadiuvati nell'occasione anche dal sopraggiunto "babbo del capodieci") nell'accogliente foresteria di Fonte Avellana (praticamente colonizzata dal gruppo eugubino), mi aspettavo di crollare dalla stanchezza.
Ed invece no. Mi è sembrato quasi che una carica di energia fosse sopraggiunta al termine di questa fatica. Una sorta di "premio finale" per l'avventura vissuta.
Un bagno caldo e, tempo un'ora, mi sentivo talmente rilassato e rigenerato dalle immagini, dalla naturalezza di questa esperienza, dal gusto di condividerla con tante persone, che ho avuto come la sensazione che in realtà la fatica fosse scomparsa: o che forse sia un sottile e illeggibile meccanismo mentale, il più delle volte agitato e messo in moto dalla noia. O peggio ancora dalla routine quotidiana. Quella sì, più spossante di un dirupo.

La chiave per superarla sta proprio nel riuscire a ritagliarsi una nuova esperienza.
Inaspettata. Che ti permette di godere del bello che ci circonda - e di cui apprezziamo sempre e comunque una minima parte. Ti fa sentire, perchè no, fortunato. Di una giornata così. Unica e certamente da ripetere. Anzi, da ripercorrere...

giovedì 28 marzo 2013

Due bocconi amari per la nostra Gubbio... E uno scempio (a S.Pietro) ancora da rimuovere...


La settimana che ci regala il nuovo Pontefice – con l’iniezione di ottimismo e fiducia che il suo avvento sembra suscitare in modo unanime - ci lascia invece un sapore amarognolo in bocca. 
Pensando alla nostra città, alle difficoltà di un'economia che si sta sentendo fragile anche nei sostegni più certi, alle diatribe interminabili di Palazzo, alla sua siderale distanza dalla realtà, allo sfilacciamento sociale purtroppo leggibile in tante piccole e distanti vicende, tutte riconducibili però ad uno stesso filo conduttore, quello di una comunità in declino.

Sullo sfondo poi compaiono alcune notizie che, in altri tempi, avrebbero suscitato probabilmente clamore, ma che oggi vanno lette forse come figlie del clima di "smobilitazione" che la città, nel suo insieme, sta vivendo.
La prima e' che i rumors dei mesi scorsi su un addio di "Don Matteo" non sembrano affatto smentiti. 
Da Spoleto ambienti vicini all'amministrazione comunale e alle associazioni di categoria fanno trapelare una certa sicurezza - che attende solo l'ufficialità - per l'arrivo stanziale della fiction di Terence Hill nella città dei Due Mondi (e conseguente commiato da Gubbio). Chi ha elementi certi per smentire di nuovo,  speriamo lo faccia in modo ancora più convincente. Meglio se insieme alla Lux Vide.

La seconda e' che pure una delle poche certezze di questa comunità, la Festa dei Ceri, e' nuda, sguarnita, direi quasi indifesa, di fronte ad una globalità che ormai viaggia su internet, poggia su logiche lontane anni luce dall’autenticità della festa e che non si sente in dovere di riconoscerle un sentimento elementare che si chiama  "rispetto". 
Chi avesse avuto modo di vedere una mostra di arte contemporanea a Gualdo Tadino, forse sobbalzerebbe, forse tornerebbe a inalberarsi. Più razionalmente dovrebbe chiedersi, dopo l'ennesimo episodio del genere, cosa aspettino le cosiddette istituzioni ceraiole (e il Comune in primis) a trovare un protocollo di tutela dell'immagine della festa, prima che qualche mecenate russo si inventi pure una catena di fast food con gli "hamburger alla ceraiola".
Qualcuno si chiederà quale sia il filo conduttore cui accennavamo nell'incipit del pezzo. E' presto detto: inutile arrabbiarsi con chi questa Festa e questa città non conosce e non può fino in fondo apprezzare, se non siamo per primi noi eugubini a tutelarla come meriterebbe.

Se non si riescono ad imbastire due sedute del consiglio comunale consecutive che non rischino l'aborto per mancanza di numero legale, figuriamoci quanto gli amministratori (di ogni colore e parte politica, e ad ogni livello istituzionale) possano concretamente fare per aiutare la comunità a superare il momento drammatico.

Allo stesso modo, se non si riesce a tutelare la tradizione plurisecolare che da' identità alla Regione dell'Umbria, figuriamoci se si e' in grado di difendere la permanenza di un "tesoro" di immagine e marketing come la fiction del prete-detective.

Scrivo tutto questo dopo essere uscito da uno dei tanti interessanti incontri alla Biblioteca Sperelliana, una delle bellezze architettoniche e delle realtà culturali meglio recuperate e valorizzate degli ultimi anni. 

Esco e mi ritrovo di fronte all'eco-mostro del parcheggio di S.Pietro, provando ad immaginare quando, in quale anno o in quale secolo quello scempio potrà essere seppellito e sostituito da qualcosa di meno deturpante (basterebbe anche il nulla). Non sapendomi dare una risposta che non sia pia illusione, mi rifugio in una delle frasi del nuovo Pontefice: "Mai abbandonare l'ottimismo".
Ecco: nella città che ormai spera più nell'acquisto di un "Gratta e vinci" che in un nuovo piano di sviluppo, e' difficile pure riuscire ad affidarsi a questa semplice saggezza.
GMA

Editoriale "Gubbio oggi" - scritto il 18 marzo 2013


mercoledì 27 marzo 2013

Un altro stile, un altro pianeta. Il biglietto di Terence Hill che fa "arrossire" altri silenzi...

Si affida all’amico Paolo Salciarini, per salutare gli eugubini e Gubbio. 
Lo fa – rompendo il silenzio di questi giorni – su un biglietto di carta celeste, scrivendo di suo pugno e chiedendo che le poche parole salvate dal silenzio siano fatte conoscere a tutti, amici, conoscenti, eugubini ed appassionati della serie tv indissolubilmente legata alle pietre e al fascino di Gubbio. 
Terence Hill lo aveva annunciato qualche giorno fa, quando il polverone del trasferimento della produzione di "Don Matteo" a Spoleto era scoppiato in tutta Italia, che avrebbe scritto un suo saluto. E lo ha fatto con la discrezione, la semplicità e al tempo stesso la sensibilità che gli sono proprie. 
E che distano in modo siderale dall'imbarazzato silenzio, misto ad ambigua riluttanza, registrata nelle ultime settimane da Roma, atteggiamento che avrebbe dovuto lasciar presagire qualche dolente novità. Ma che indubbiamente denuncia uno stile e un modus operandi diverso, distante e antitetico da quello dimostrato con estrema semplicità dal biglietto dell'attore protagonista.

Ecco, integrale, quanto Terence Hill ha voluto testimoniare a Paolo Salciarini, uno dei deus ex machina su Gubbio della popolarissima fiction di Rai 1, location manager per la casa di produzione romana, ma prima di tutto amico ormai fraterno di molti protagonisti del cast, primo fra tutti Terence. 

Sono tristissimo per questo cambiamento, credo, dovuto a fattori economici. Sono troppo affezionato a Gubbio e agli eugubini per non sentire uno strappo fisico che mi fa svegliare con ansia durante la notte – scrive Terence Hill - Solo ora mi rendo conto quanto sia forte e profondo questo legame. Dopo 15 anni, la maggior parte dei quali ho trascorso a Gubbio, lavorando e creando rapporti più che affettuosi con i suoi abitanti, non potrebbe essere diversamente. Questo legame non si può spezzare. Vorrei ringraziare tutti dal mio cuore. Vostro. Terence Hill”. 

Chissà se nel prossimo futuro Terence Hill avrà voglia e possibilità di tornare di persona a Gubbio, per salutare e abbracciare anche e soprattutto chi, pur profondamente deluso della scelta della Lux Vide, è rimasto e resterà comunque legato alla sua persona, a quel feeling che è scoccato istantaneamente tra Mario Girotti, in arte Terence Hill, per altro di origini umbre e con parenti perfino a Gubbio, e la città di Pietra. Chissà se non vedremo a sorpresa ricomparire la sua bici e quel berretto da parroco, lungo una discesa del centro storico che è diventato dal ’98 ad oggi la sua seconda casa.

Intanto però non si smorzano nè le polemiche ma neanche i tentativi di veder. quanto meno, riconosciuto un ruolo primario della città nel successo del fiction. 
Un ruolo così importante da dover indurre la Lux Vide a cambiar nome alla fiction stessa, essendo venuto a mancare... un protagonista indiscusso e ormai consolidato. Come Gubbio. 
E' l'ipotesi ventilata dal consigliere comunale Renzo Menichetti che si attende solo possa essere suffragata da un parere legale. Il prossimo consiglio comunale - numero legale permettendo - sarà foriero di possibili novità...
http://www.trgmedia.it/playYouTube.aspx?id=4186

martedì 26 marzo 2013

Nonostante il grigio di questa giornata, una poesia casuale... che ridà speranza


Un'altra giornata dalle tonalità grigie.
Quando ti arriva la notizia che una persona della tua età, che da tempo lottava con un male tremendo, non ce l'ha fatta.
Quando sai che lascia un marito e dei figli.
Quando tutto questo immagini travolga come un Vajont l'esistenza di persone che, magari conosci poco, ma di cui basta vagamente immaginare lo stato d'animo per sentire forte e intenso un sentimento di partecipazione.
Quando tutto questo ti ribolle dentro, hai difficoltà a trovare un appiglio, un motivo di speranza, un accenno di sorriso.
Quando non te l'aspetti...

Con una coincidenza surreale, proprio oggi, proprio mentre rimuginavo su tutto questo, mi è arrivata una e-mail. Una di quelle da catena di S.Antonio, che quando sfiori con lo sguardo, vagando frettolosamente sull'oggetto, vai quasi istantaneamente a cancellare dalla tua posta senza neanche approfondire.
Oggi invece mi ci sono fermato. Ed è stato singolare notare come una poesia possa dirti e darti quel tanto che serviva a riempire un vuoto nel pensiero.
A spedire la e-mail è Alessandro Cicognani, direttore del dipartimento di pediatria del Sant' Orsola.
"Questa poesia - dice - è stata scritta da una adolescente malata terminale di cancro.

DANZA LENTA


Hai mai guardato i bambini in un girotondo ?
O ascoltato il rumore della pioggia
quando cade a terra?
O seguito mai lo svolazzare
irregolare di una farfalla ?
O osservato il sole allo
svanire della notte?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce.
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Percorri ogni giorno in volo ?
Quando dici "Come stai?"
ascolti la risposta?
Quando la giornata è finita
ti stendi sul tuo letto
con centinaia di questioni successive
che ti passano per la testa ?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Hai mai detto a tuo figlio,
"lo faremo domani?"
senza notare nella fretta,
il suo dispiacere ?
Mai perso il contatto,
con una buona amicizia
che poi finita perché
tu non avevi mai avuto tempo
di chiamare e dire "Ciao" ?
Faresti meglio a rallentare.
Non danzare così veloce
Il tempo è breve.
La musica non durerà.
Quando corri cosi veloce
per giungere da qualche parte
ti perdi la metà del piacere di andarci.
Quando ti preoccupi e corri tutto
il giorno, come un regalo mai aperto . . .
gettato via.
La vita non è una corsa.
Prendila piano.
Ascolta la musica.


A questa ragazzina rimangono pochi mesi di vita e come ultimo desiderio ha voluto mandare
una lettera per dire a tutti di vivere la propria vita pienamente, dal momento che lei non potrà
farlo.
E' questo messaggio di consapevolezza, che dovremmo fare nostro, ogni giorno, ogni ora, il motivo di speranza, di fiducia, di accenno ad un sorriso che ritrovo. Nonostante il grigio di questa giornata...

lunedì 25 marzo 2013

Continua la maledizione con le "ultime": ma il problema del Gubbio è... di testa


Irriconoscibile, inspiegabile, ingiustificabile. Potremmo sciorinare un carosello di aggettivi, facendo il verso alla più nota giuria televisiva del momento, quella di Masterchef. Ma per il Gubbio visto ieri contro la Carrarese sarebbe dura individuare l'attributo giusto.
La Carrarese vince al "Barbetti" e a guardare la partita, dopo essere atterrati da Marte, sembrerebbe di vedere una squadra di medio alta classifica superare in trasferta senza neanche troppi affanni l'ultima della classe. Peccato che la "Cenerentola" del torneo era invece la formazione che poi e' uscita con il bottino pieno, verdetto che non fa una grinza. 

L'esultanza quasi incredula dei toscani
(foto tratta da www.gubbiofans.it)
Se e' vero che i toscani di Iaconi hanno vinto grazie ad un gol rocambolesco in apertura - sul quale non mancano le solite complicità difensive a inizio gara secondo un copione ormai più prevedibile degli episodi del tenente Colombo - e' anche vero che il Gubbio non e' riuscito non dico a segnare, ma neanche a tirare nello specchio della porta di una difesa che ad oggi ha incassato 44 volte. 
Mancava Galabinov, Radi è uscito anzitempo, ma il duo Di Piazza-Bazzoffia e' parso inceppato e la squadra non ha aiutato la fase offensiva. Il solito errore arbitrale - mancato penalty su Bazzoffia ed espulsione gratuita dell'attaccante - ha certamente inciso a inizio ripresa, ma non può essere l’alibi sul giudizio finale nei confronti della prestazione della squadra di Sottil, che conferma il male di stagione, la discontinuità e dei vuoti preoccupanti in fatto di determinazione e concretezza.

Una squadra a terra. Basterà la Pasqua per rialzarsi?
(foto da www.gubbiofans.it)
La sconfitta con la Carrarese conferma che il problema di questa squadra e' soprattutto psicologico. Non si può pensare che lo stesso Gubbio che batte Nocerina, Benevento, Frosinone e Pisa, poi finisca per non vincere mai contro le ultime quattro in classifica (Andria, Barletta hanno pareggiato, Sorrento e Carrarese addirittura vinto al "Barbetti").
Questione di testa, di approccio della gara ma anche di predisposizione ad affrontare un avversario del quale inconsciamente si pensa poter fare un sol boccone quasi che la palla dovesse entrare in rete da sola.

Il "rosso" a Bazzoffia: un'ingiustizia che in altre gare
avrebbe inbufalito tutti. Ma non in questa...
(foto da www.gubbiofans.it)
Paradossalmente vien da pensare che per fortuna, dopo la sosta, ci saranno in serie Avellino, Nocerina e Latina. Se la nostra teoria fosse giusta il Gubbio potrebbe conquistare proprio contro queste temibili avversarie i punti buoni per salvarsi. Ma e' solo teoria. 
Speriamo di non sbagliare, perché l'alternativa pratica invece sarebbe dover rigiocare a fine maggio con una delle bestie nere del Barbetti…


Dalla copertina di "Fuorigioco" - lunedì 25.3.13
musica sottofondo: "Non ti sopporto più" - Zucchero (1987)

mercoledì 20 marzo 2013

L'ultima omelia di "Don Matteo" recita: "Pecunia non olet"... Ma qualcuno dovrà risponderne...

Ormai c'e' rimasto solo da sperare in Papa Francesco.
Perfino "Don Matteo" - o meglio la Lux Vide, casa di produzione della fortunata fiction interpretata da Terence Hill - ha visto bene di battere cassa. "Pecunia non olet", potrebbe aver detto nella sua ultima "omelia" a Gubbio. E mai massima appare piu' appropriata visto che il "luogo del delitto" ha le sembianze della citta' dell'olio umbro. 
Se fino all'altro ieri la dinasty dei Bernabei non perdeva occasione per sciorinare frasi del tipo "Non c'e Don Matteo senza Gubbio", la realtà di oggi e' che il prete detective e' stato trasferito. Come un giocatore di calcio di una qualsiasi squadra di provincia. Non sappiamo cosa s'inventeranno nella sceneggiatura visto che per quasi 15 anni a Gubbio sembrava ci fosse un omicidio ogni mezz'ora. Siamo certi pero' che verra' meno un attore principale, non una semplice comparsa della fiction. 

Non ci sarà Gubbio, non ci sarà quella presenza silenziosa ma possente, deliziosa e al tempo stesso ricorrente e quasi martellante nel suo fascino amplificato da scorci e inquadrature formidabili.

M'immagino un poster con Don Matteo in bici di fronte al Duomo spoletino. Praticamente come vedere John Wayne cavalcare in autostrada. 


Senza Gubbio non sarà lo stesso "Don Matteo", e non ce ne voglia il sindaco della Città dei Due Mondi, Benedetti - cognome quasi beffardo in queste ore agli occhi degli eugubini. E' destino che Spoleto rifili brutti scherzi alla nostra città e in particolare a questa amministrazione. Aveva iniziato uno spoletino, tale Calvani, novello Dulcamara, a piazzare il flop di Morricone appena 18 mesi fa. Ora non e' solo una " sola" ma un vera e propria voragine quella che va materializzarsi con la dipartita di "Don Matteo".

Servirà chiarezza su questa vicenda, come su altre che appannate contraddistinguono gli ultimi mesi di questa "martoriata" amministrazione (il cui silenzio nella giornata odierna e' di difficile traduzione). Una chiarezza dettagliata perche' se da un lato "Don Matteo" potrebbe l'ultimo decisivo scossone per la Giunta Guerrini - a rischio per molto meno - e' la citta' tutta che ha diritto ad una spiegazione che non sia di circostanza. 


Da parte di tutti i protagonisti della vicenda. A partire, ovviamente, da un governo cittadino che sembra riflettere l'immagine di quell'idraulico di uno spot anni Ottanta, che correva in lungo e in largo per tappare le falle di un tubo. E più ne chiudeva, più se ne aprivano. Finche' l'acqua non gli e' uscita dalle orecchie. E lui, girandosi il naso, ha chiuso il rubinetto. Ma non dovrà essere solo Palazzo Pretorio a spiegare. 
Perché in questi 15 anni di lavoro proficuo - e successi di audience e consensi - la Lux Vide ha piantato placidamente le proprie tende a Gubbio trovando una comunita' sempre pronta a tutto pur di assecondare al meglio i desiderata di ogni ciak. 
E come Gubbio non era un semplice sfondo di uno sceneggiato di successo, anche "Don Matteo" era qualcosa in più che una semplice produzione, ormai per gli Eugubini.
Sara' curata a fatica la pustola amara di questa vicenda. Il prezzo rischia di rivelarsi alquanto salato: per le strutture ricettive, per l'amministrazione eugubina, per la città. E la ferita non potrà rimarginarsi facilmente. 

I fratelli Bernabei, patron della Lux Vide
Ma fateci dire una cosa. In tanti escono male da questa storia. Chi esce peggio pero' sono da un lato la Lux Vide, che dopo 15 anni di soggiorno sempre abbondantemente supportato da una cittadinanza e da istituzioni iper-sensibili ad ogni capriccio della produzione (con tanto di premio "Bandiera di Gubbio" qualche anno fa, che per altro nessuno dei patron della società romana è venuto a ritirare), se l'e' cavata con una e-mail titubante, arrivata per altro solo dopo l'uscita delle prime notizie da Spoleto. Un silenzio imbarazzato e certamente ambiguo, seguito poi da una dichiarazione Ansa tardiva e quasi irridente, che tronca un rapporto non solo con una serie di interlocutori, ma con una intera comunita', liquidandola alla stregua di una badante in nero. Mi chiedo quale accoglienza dovesse ricevere una troupe di questa produzione anche dovesse girare un solo minuto per la nona serie all'ombra del Campanone...


Il prossimo prevedibile sfondo
di "Don Matteo 9"
Non ne esce granchè neanche la città di Spoleto, nelle figure dell'amministrazione (targata Pd, e dunque stesso colore di quella eugubina, tanto per confermare che dentro la balena bianca del XXI secolo i lunghi coltelli le "sciacallaggini" abbondano) e dei fautori dell'operazione, che certo hanno curato i propri interessi. Ma lo hanno fatto in totale spregio di quello che poteva essere il contraccolpo su un'altra realtà della stessa regione.
Se ormai la tutela delle economie locali deve tradursi in un "tutti contro tutti" all'insegna dell'antico "a la guerre com a la guerre", allora tanto vale chiudere i conti con "Don Matteo" e cominciare a mobilitarsi per stuzzicare l'entourage del Festival dei Due Mondi...