Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

venerdì 29 giugno 2012

Aut Caesar, aut nullus... specie dopo questo trionfo...

E così sono quattro. Quattro le Italia-Germania consegnate alla storia del calcio. Forse quella di ieri è stata tra le meno equilibrate - insieme alla finale di Spagna 82. Forse, perchè gli episodi, a volte, cambiano radicalmente una partita: e i quasi autogol di inizio gara avrebbero potuto spostare il baricentro del match altrove...
Ha vinto la squadra con l'idea di gioco più limpida. Che non ha avuto paura di sbagliare, ha giocato a viso aperto, ha preso possesso del centrocampo, ha saputo (finalmente) colpire in zona d'attacco. Pur lesinando le finalizzazioni al primo tempo - chè nella ripresa il risultato si sarebbe potuto arrotondare di molto.
Straordinaria la difesa azzurro-bianconera (in fondo lo stesso Balzaretti è tornato al ruolo che 6 anni fa gli aveva affidato Capello alla Juve), dinamico e martellante il centrocampo (dove De Rossi e Pirlo meriterebbero già una statua di cera al Museo di Londra), finalmente efficace l'attacco, con un Cassano meno celebrato di Balotelli ma altrettanto decisivo. E nella ripresa è mancato solo l'acuto finale, il colpo del ko, di Di Natale.

Ha ragione Buffon a sentirsi irritato alla fine. Perchè buttare via prestazioni sontuose come quella di ieri è un attimo.
Io c'ero a Rotterdam: finale degli Europei 2000 (ne parlerò semmai in altro post... a giochi fatti).
Anche quell'Italia-Francia fu dominata dagli azzurri che però non riuscirono a chiudere la gara. E alla fine Wiltord al 93' e Trezeguet con il maledetto golden gol, ci inflissero una delle delusioni più cocenti della storia "pallonara" azzurra.
Buffon non c'era (infortunato) ma sicuramente la mente è andata a quel 2 luglio.
Domenica bisognerà ricordarselo, perchè i veri festeggiamenti... devono ancora essere conquistati...

Infine due parole sul CT: aut Caesar aut nullus. Prandelli dimostra di avere non solo la stoffa del selezionatore (e pensare che io stesso ero rimasto molto perplesso di fronte a certe convocazioni) ma anche quella dello stratega tattico. Mestiere che gli si addice da tecnico di club (con la squadra a disposizione tutti i giorni) ma difficile da applicare con una Nazionale.
Lui ha dato un'identità a questa squadra: identità tattica e soprattutto tempra morale. Ha saputo capitalizzare il magic moment del blocco juventino e lo ha assortito con "la meglio gioventù" rimanente.
Ora gli manca l'ultima impresa. Ma è la più difficile, perchè è quando la vetta è a due passi, che quei passi diventano straordinariamente impervi e difficili. Il traguardo è lì, manca poco. Ma quel poco vale tutto...

mercoledì 27 giugno 2012

Italia-Germania: stavolta si giocano due partite...

Non sappiamo come finirà, ma sappiamo che ce la ricorderemo. Italia-Germania di scena a Varsavia non sarà, comunque vada, come le tante celebri partite di calcio che l’hanno preceduta.

Perché per la prima volta l’evento sportivo sarà concomitante con un vertice politico di straordinaria importanza per il futuro dei due Paesi. E dell’Europa.
Quell’Europa che si gioca un posto in finale, calcisticamente, in 90’ (o forse 120’ con possibile coda dei rigori) nella capitale polacca, può conoscere il suo futuro nelle prossime 48 ore nella capitale belga, Bruxelles, centro politico nevralgico dell’Unione continentale.

Italia – Germania, ovvero due idiomi per eccellenza della civiltà europea: la fantasia mediterranea contro l’organizzazione e la scientificità teutonica.
Due paesi, due culture, due popoli che si detestano ma che in fondo si invidiano. Forse per gli stessi motivi. Che si imputano rigidità o lassismi reciprocamente, ma che sembrano, a ben vedere, più tasselli complementari che non alternativi, di un equilibrio più ampio.
Non sapremmo immaginarci l’Europa senza Germania, men che meno senza Italia. Che insieme hanno costruito decisamente meglio quando hanno discusso, che non quando si sono alleate...
E forse il fatto di rendere questi due protagonisti, l’uno indispensabile per l’altro, rende una partita di calcio – e ancor di più un vertice politico – come un appuntamento destinato a lasciare il segno.

Forse nulla (o poco) sarà più come prima, dopo questa settimana. La speranza è che non sia solo per questioni calcistiche.
Il faccia a faccia Monti-Merkel non sarà esattamente come quello tra Prandelli e Loew. Ma entrambi potrebbero diventare due “partite a scacchi” dove solo chi avrà più pazienza e tirerà fuori il jolly, al momento giusto, potrà dire di aver raggiunto l’obiettivo.
Al premier italiano – apprezzato oltreconfine per le misure rigide, quanto inviso ormai alla gran parte degli italiani, cui ha dovuto somministrare dosi di “olio di fegato di merluzzo” sotto forma di tasse - potrebbe non bastare un “cucchiaio” alla Pirlo per convincere l’Angela di Germania a desistere nel suo no aprioristico verso manovre e interventi (dagli eurobond alla mutualizzazione dei debiti degli stati membri dell’Ue) per i quali la Merkel ha addirittura utilizzato formule da soap opera sudamericana (“mai finchè vivrò”).

Si può capire che la cancelliera – novella “signorina Rottermaier” del nostro continente – non si senta rassicurata da chi sbandiera buoni propositi - e intanto nel suo Paese deve fare i conti con una macchina amministrativa dai ritmi medioevali, dalla farraginosità e dalle incrostazioni ineliminabili, dove ancora pezzi di stato intonano cori del tipo “Fornero al cimitero”, piuttosto che “rimbocchiamoci le maniche una volta per tutte”.
Al tempo stesso però dovrebbe concedere ad Italia ed altri partner europei quelle stesse opportunità di crescita comunitaria che nell’ultimo 20ennio hanno consentito alla Germania, fresca di riunificazione, di trovare le risorse per uscire da un tunnel critico non meno grave di quello che oggi attanaglia i paesi del Mediterraneo (Grecia, Spagna, Italia, Francia, in ordine decrescente).

Da Bruxelles se ne potrebbe uscire con un pareggio – eurobond sì ma solo a determinate condizioni – e sarebbe già un grande risultato: i supplementari, poi, si giocherebbero in separata sede (ognuno nel proprio Parlamento) per varare quelle ulteriori manovre necessarie a garantire le conditiones sine qua non per tenere a galla l’euro, e con esso soprattutto l’Europa.

Quanto al campo (calcistico) gli Azzurri vivono una condizione paradossalmente agli antipodi rispetto al premier di casa nostra: il calcio italico ha sempre inflitto figuracce ai tedeschi quando si trattava di partite importanti.
Ieri sera La7 ha proposto un mix tra le 3 gare della storia (la semifinale dell’Azteca del 1970, la finalissima dell’82 al Bernabeu e il colpaccio del 2006 a Dortmund) che hanno fatto di Italia-Germania molto più che una partita di calcio: un evento spasmodicamente popolare e smisuratamente sociale, capace di immobilizzare due paesi di fronte alla televisione e di riscattare puntualmente quello che, in teoria, “stava messo peggio”.

Del primo, del 4-3 mitico in terra messicana, ho sempre avvertito l’eco: sarà che sono nato 11 mesi dopo, ma è come se ogni volta abbia avuto l’impressione di essere arrivato appena in ritardo (e per me è condizione piuttosto frequente) ad un appuntamento con la memoria. Credo che tra 100 anni, in un libro di storia che racconti non solo le nefandezze politiche e i tanti "ismi" ma anche la rivoluzione di costumi e di società che il ‘900 ci ha regalato, sarà ricordata la sera del 17 giugno 1970: quando un intero paese si ritrovò per le strade, a notte fonda, a sventolare una bandiera che fino a qualche anno prima (e anche per qualche anno ancora) era tutt’altro che un simbolo unificante: quasi fosse l’emblema di un passato di cui vergognarsi e da rigettare – per dirla con Totò – “a prescindere”. Da quella sera iniziò la moda di tuffarsi nelle fontane d'estate dopo i trionfi calcistici azzurri.

Se l’impresa di Rivera e Riva – rimasta indelebile nonostante la sfortunata finale che poi ne seguì contro Pelè – spalancò le porte degli anni Settanta (inquietanti quanto straordinariamente fervidi per il nostro Paese), le gesta di Paolo Rossi e Dino Zoff 12 anni dopo fu ancora più epica: perché inaspettata, perché – per dirla stavolta con Sofocle – “la gioia più bella è quella meno attesa” (incipit ideale del nuovo libro di Paolo Rossi "Il mio mitico mondiale").
Ma quell’Italia-Germania dell’11 luglio 1982 era solo il capitolo finale di una marcia trionfale iniziata nella seconda fase di un Mondiale nato ambiguamente (tra pareggi e polemiche su presunte combine con il Camerun), e poi esploso proprio quando le avversarie e i pronostici sembravano condannare inesorabilmente la squadra di Bearzot.
Stavolta nell’82 c’ero, eccome. E ricordo ancora oggi, come fosse un paio di giorni fa, l’emozione – per me la prima – di scendere in strada dopo le vittorie con il Brasile (ci davano tutti per spacciati) e soprattutto dopo la finale con i tedeschi, quando nemmeno un rigore fallito nel primo tempo, frenò l’impeto di una squadra che ormai mentalmente più che tecnicamente, “non poteva che vincere”.
Ricordo la festa consumata nelle strade di Gubbio, come in quelle di tutta Italia, per qualcosa che la stragrande maggioranza di chi era in vita non aveva neppure lontanamente immaginato potesse vedere: le uniche vittorie – festeggiate in modi e tempi ben diversi – risalivano agli anni 30. Praticamente come rivincere la Coppa Davis il prossimo anno…
E ricordo una bandiera sabauda goliardicamente esposta nel cuore di piazza Oderisi, di fronte alla sede dell’allora Pci eugubino: un pizzico di satira gioiosa in una serata in cui nessuno, neanche in quei tempi, si sarebbe potuto risentire di nulla…

Infine il 2006, il trionfo “da maturo”. Anche qui inaspettato, perché il Mondiale si giocava in terra di Germania e pochi, pochissimi avrebbero scommesso sul colpaccio contro i tedeschi. Ma c’era la convinzione che non si partiva battuti.
E alla fine, in barba all’etichetta di “catenacciari” (anche se difendersi, ricordiamoci, è un’arte non meno nobile e proficua del saper attaccare), gli Azzurri di Lippi – reduci dallo scandalo Calciopoli come lo erano gli Azzurri di Bearzot dopo il calcio scommesse che aveva ghigliottinato ingiustamente anche un “mito” come Paolo Rossi – ribaltarono le gerarchie, si giocarono la partita faccia a faccia, chiusero con punte in campo i supplementari (Totti, Del Piero, Iaquinta e Gilardino) e proprio nell’ultimo assalto, ebbero la meglio. Con l’”eroe per caso” Fabio Grosso.

Italia-Germania, ovvero quello che non ti aspetti: il clichè è questo. E il clichè appare scontato – ma fino ad un certo punto – anche domani, a Varsavia. Con i tedeschi più freschi e favoriti naturali. Proprio come in passato...
Stavolta si giocherà in una città che difficilmente tiferà Germania (avendo ancora in vita diversi polacchi che hanno sofferto sulla propria pelle le “manìe di grandezza” teutoniche), ma che sarà certamente teatro di una sfida appassionante.
Per la legge dei grandi numeri, prima o poi, la sfida dovrà sorridere anche ai nostri avversari. Ma forse la Nazionale di Prandelli è quella che più di altre, comunque vada, potrebbe lasciare meno rimorsi.
Gioca, comanda la partita, cerca di proporsi continuamente. Manca all’appello solo il gol – e non è poco – ma finchè si costruiscono decine di azioni offensive, quello potrebbe sempre arrivare.
Se non solo con l’organizzazione – e l’affidabilità prettamente tedesche – magari proprio con la fantasia e l’estro, tipicamente italiche.

Anche Monti lo sa. E proverà a giocarsi - con o senza cucchiaio - questa carta sul tavolo di Bruxelles. Che, diciamoci la verità, scotta e conta molto più di quello verde e pur sempre appassionante di Varsavia.



sabato 23 giugno 2012

Un'estate di lettura... cominciando dal "Senso dell'elefante": ovvero il senso di essere padri...

Sarà un’estate di intensa lettura. E’ la prima considerazione che mi sono fatto, quando Anna Maria Romano – organizzatrice di eventi letterari e animatrice del nuovo premio “Onor d’Agobio” – mi ha comunicato che ero stato inserito nella giuria che avrebbe deciso il nome del vincitore. Una nuova rassegna letteraria di scena a Gubbio il prossimo autunno, aperta alle più importanti firme della poesia, della saggistica e della narrativa nazionale. Un appuntamento e un evento ambiziosi e prestigiosi al tempo stesso, del quale mi ritrovo parte integrante con la stessa malcelata incertezza che coglie chi si presenta in bermuda ad una cena del Rotary.


Non che mi senta a disagio – leggere è stata sempre una mia passione quasi ancestrale – ma diciamo che non me l’aspettavo.
Il compito però mi lusinga e mi accattiva al tempo stesso: e con la stessa rapidità con cui ci si può infilare in un camerino, togliersi di dosso i bermuda ed indossare un gessato – tanto per restare coerente con la skyline della metafora – ho accettato entusiasticamente la proposta.

Ogni libro è un viaggio, si dice, e ho sempre pensato che i goldoni meglio spesi siano sempre e comunque quelli che ti accostano ad un aeroporto o tutt’al più ad un casello autostradale. Ovunque tu sia diretto. Anche e soprattutto con un volume in mano.
Se poi tempo o pecunia non ti consentono di imbarcarti con frequenza, è proprio quel volume il metadone più efficace per evitare l’astinenza.

Non avrei magari preventivato che i libri in rassegna – dei più disparati per genere, tematica, tipologia e anche dimensione – sarebbero stati quasi una ventina.
Ritmi oggettivamente poco consoni non solo alle mie abitudini, ma anche a quelle di un accanito esploratore di emozioni letterarie.
E allora – ho concluso - l’unico modo per “sfangarla” è mettersi sotto, nei ritagli buoni di giornata, senza rinunciare agli spicchi di movimento fisico (ormai diventati inseparabili) e alle piacevoli stucchevolezze che ancora a 41 anni ci si può licenziosamente permettere (un paio di esempi? Fantacalcio d’inverno, tour serale lungo le mura urbiche cittadine d’estate).
Tutto il prologo ridondante, solo per introdurre qualche prima considerazione su uno dei libri che mi hanno colpito nel rush iniziale che mi ha visto già divorare 5 volumi (alcuni particolarmente ricchi di proteine e grassi, altri vitamina pura).

L’autore è il milanese Marco Missiroli, già premio Campiello con “Senza coda” ed ora a firmare “Il senso dell’elefante”: un’intricata vicenda ambientata nella capitale milanese con reminescenze riminesi. Un alternarsi di storie a cavallo tra presente e passato, che si intrecciano in un’unica trama facile a decifrarsi, nell’origine come nel possibile epilogo, solo alla fine.
Sullo sfondo, ma in realtà come principio trainante, il rapporto tra padri e figli. Sintetizzato efficacemente nella metafora dell’elefante, nel caso dell'immagine di un peluche: il suo toccare con la zampa la mano di un bambino, riflette in realtà la natura di un rapporto che spesso si dà per scontato ma di cui forse raramente si parla, si scrive (e si riflette) – lo fece mirabilmente Muccino ne “La ricerca della felicità” al cinema alcuni anni fa, con un eccellente Willy Smith.
Il senso del legame tra padre e figlio è enfatizzato nel caso di Missiroli da due storie incastrate ma volutamente agli antipodi l’una dall’altra: di un padre che non si rivela al figlio, che a sua volta è consapevole di non essere padre della figlia che chiama come tale. Un legame di straordinaria profondità che prescinde da dna e autenticità biologica, ma ancor di più da luoghi comuni e convenzioni da salotto.

Essere padre significa essere disposti a rinunciare a qualcosa pur di difendere il proprio rapporto. Un vincolo che non si nutre dell’incommensurabile coesistenza di una gestazione, del contatto fisico, dell’appartenenza ad un unico mondo nel quale il liquido amniotico è non solo menù, ma soprattutto un sentirsi insieme.
Padre e figlio è un prendersi per mano. E a suo modo, è uno scegliersi ben oltre quel che il fato, la natura o come preferite chiamarlo,. ha scelto per te. Nel caso dell’elefante, appunto, l'accostarsi di una zampa.

Leggere questa storia, senza essere padre, non lascia le stesse sensazioni. Farlo, una volta padri, non può lasciare indifferenti. Perché in fondo si comprende come una volta che il destino ci ha affidato questo compito – meritevoli o meno di esserne destinatari – ogni nostro gesto, ogni nostra azione, ogni nostro fare quotidiano, finiscano silenziosamente orientati verso una direzione, un cammino diverso. Magari più irto di difficoltà (e qualche rinuncia) ma in realtà guidato da una bussola nuova. Dove il nord e il su, probabilmente, neanche esistono più. Dove il cammino non è più tracciato dall’io. Né può prescindere da quel rapporto.

Nella vita di tutti i giorni come nelle scelte che ti cambiano la vita stessa.
Chi sei, ciò che fai (e come lo fai) diventa qualcosa di diverso. Di più intenso, di più grande.

Leggendo Missiroli mi è venuto in mente, che sarebbe interessante appuntarsi, ogni giorno, una frase, un’espressione, una battuta che tuo figlio ti fa su un qualsiasi argomento. Ognuna di esse, è un continuo richiamo, è un continuo invito. Una richiesta e un approccio, a vivere insieme quel momento, ad attraversarlo con la curiosità di chi ha voglia di crescere, ma con le cinture allacciate. Con la sicurezza di chi si affida alla tua esperienza, al tuo essere padre. Pur ignorando quanto questo ti possa far sentire, a volte, inadeguato. Quelle cinture, quella ricerca di certezze, sei proprio tu.
Non esiste un dizionario dove imparare ad esserlo per bene.
Ma almeno, con “Il senso dell’elefante”, ce n’è uno che ci ricorda quanto sia importante viverlo…

mercoledì 20 giugno 2012

E scoprimmo che Gubbio... viene rimpianta nelle Marche: la ricostruzione del dott. Rosellini del "ratto" del 1861.

"E se Gubbio passasse alle Marche?". Titolavo così, una ventina d'anni fa, un pezzo su uno dei primissimi numeri di "Gubbio oggi": senza internet, senza blog, social network e free press di varia natura, il mensile cittadino - rigorosamente scritto su programma Dos (ancora ricordo, schermo nero e grafìa verde, tipo Nasa fine anni 60) riusciva a scuotere l'opinione pubblica anche su temi provocatoriamente lanciati in mezzo al dibattito cittadino - senza per questo, essere raccolti in modo costruttivo.
Ci si lamentava che dalle stanze perugine del potere, la città di pietra fosse troppo trascurata (un refrein che oggi può apparire stanco ma purtroppo sempre attuale). Con l'aggravante però di avere, a quel tempo, un Presidente della Regione eugubino (l'attuale direttore generale di Lega Pro calcio, Francesco Ghirelli), un assessore eugubino (Neri) e altri consiglieri in rappresentanza di casa nostra (Alessi e Panfili, se ricordo bene), senza considerare anche due parlamentari eugubini a Roma (Goracci e Sartori) . Nonostante questa troika non certo "debole", il peso politico della città rimaneva, ad essere eufemistici, residuale.

A distanza di tempo, dunque, mi colpisce non poco, la e-mail che il prof. Lanfranco Bertolini - eugubino trapiantanto in quel di Senigallia, dove ha svolto anche compiti amministrativi importanti - ci rilancia sulla vera storia del passaggio di Gubbio dalle Marche all'Umbria. Ebbene sì: tutto questo avvenne esattamente 150 anni fa, in occasione dell'Unificazione delle regioni centrali al Regno di Piemonte (poi d'Italia), con un passaggio amministrativo-burocratico per così dire, sbrigativo. Il cui risultato fu quello di trasferire Gubbio alla amministrazione regionale umbra (le Regioni in senso stretto nacquero solo nel 1970), abbandonando non tanto il "suolo marchigiano", quanto il ruolo di "capoluogo di Circondario".
Solo campanilismo? Non credo. E lo stesso dott. Rosellini - magistrato marchigiano, innamorato reo confesso di Gubbio - pone più di un interrogativo nella sua ricostruzione storica, effettuata grazie anche agli studi dei proff. Giambaldo Belardi e Maria Vittoria Ambrogi. Il tutto nell'ambito di un ciclo di appuntamenti di scena a Senigallia promossi dal circolo Sestante, con un incontro speifico dedicato - pensate un po' - alla "perdita di Gubbio da parte delle Marche".


Adriano Rosellini
"Ricco  di interessi culturali, il dott. Rosellini - scrive Lanfranco Bertolini - ha raccolto per tutta la vita documenti e libri sulla cultura popolare fino a creare una Fondazione di alto interesse che riunisce in un unico luogo una vasta e preziosa  raccolta di letteratura popolare. In questi anni molto è stato dato e fatto da un gruppo di lavoro promosso da Adriano Rosellini per valorizzare e ripubblicare le opere di Mario Puccini, uno scrittore senigalliese che amò molto Gubbio… sì ci sono tante ragioni perché Gubbio riconosca nel Dott. Rosellini un amico e ricambi il suo affetto e la sua passione per la nostra Città. Mi piace far conoscere ai miei concittadini una risposta ad una domanda che spesso, soprattutto nei momenti difficile, si fanno con venature di rammarico".

Anche se le ricorrenze per l'Unità d'Italia se ne sono andate, aggiungo io, non sarebbe male "rinfrescare la memoria", magari in un dibattito di ricostruzione storica, anche dalle nostre parti, invitando sia il prof. Bertolini che il dott. Rosellini. Per ora, a titolo di mera curiosità storica, val la pena dare un'occhiata a quanto è stato detto, nella nota riassuntiva diffusa dal prof. Bertolini. Emblematico il titolo dell'incontro (dall'ottica senigalliese):
Gubbio perduta: una storia del 1860

Adriano Rosellini, chiarito in limine di non essere uno storico, ma solo un osservatore appassionato che si fa delle domande e ne cerca le risposte, ha narrato, con efficacia ed umorismo, il suo sconcerto giovanile nello scoprire – da umbro-marchigiano qual era – che il Palazzo Ducale di Gubbio era il palazzo dei Montefeltro, sicuramente marchigiani.
Le sue curiosità al riguardo sono state soddisfatte, almeno per quanto riguarda il come del trasferimento dalle Marche all’Umbria di Gubbio e del suo contado (altra cosa è il perché), dal lavoro di due storici eugubini (Maria Vittoria Ambrogi e Giambaldo Belardi) che – nella parte iniziale della loro storia della Società operaia a Gubbio nella seconda metà dell’800 – ricostruiscono nel dettaglio e con una documentazione esauriente la storia di quegli ultimi mesi del 1860 in cui maturò il distacco, e Gubbio fu perduta (alle Marche).
La storia narrata dal relatore è gustosa ed amara al tempo stesso. Gustosa: i mille cavalleggeri che occupano Gubbio nella notte sul 14 settembre e che – dirottati da Perugia e non sapendo bene che cosa fare – prendono la strada di Foligno; il proclama alle truppe della “Commissione municipale provvisoria”; i festeggiamenti “fra lo sparo di mortaretti ed il suono del concerto” fatti il 30 settembre alla notizia della caduta di Ancona e della fine di ogni resistenza anti-piemontese; i fasti del plebiscito del 4-5 novembre (3965 votanti con soltanto “una quindicina” di contrari).
Ma anche amara: fin dal 3 ottobre la commissione municipale provvisoria – nominata dall’occupante e priva di ogni rappresentativitàsenza minimamente consultare la popolazione e sulla base di una memoria predisposta (da chi?) per essa manda una petizione al regio commissario per l’Umbria (Pepoli) per lo “smembramento” dalla provincia di Urbino-Pesaro; l’8 novembre altra petizione allo stesso indirizzo per l’aggregazione alla provincia dell’Umbria (sarà bene sorvolare sulle “motivazioni”); il regio commissario provvede con il decreto 15 dicembre 1860 (n. 197) disponendo l’aggregazione all’Umbria (circondario di Perugia): il decreto è peraltro condizionato non (come richiesto dalla commissione) al riconoscimento di Gubbio come capoluogo di Circondario, ma semplicemente allo “smembramento” dalle Marche, rimesso al regio commissario di queste, Lorenzo Valerio. Questi provvede con assoluta tempestività: col decreto 20.12.1860 (n. 582) è stabilito che “la giusdicenza di Gubbio viene distolta dalla provincia delle Marche”.
“Consummatum est”.
Non solo per il linguaggio, elegantemente soft, il ruolo di Valerio nell’operazione complessiva appare decisivo tanto quanto abile nella sua collocazione dietro le quinte.
Valerio – ha chiosato il relatore – è una personalità di tutto riguardo: esponente della sinistra, era stato nominato al rango di regio commissario dal governo Rattazzi (per la provincia di Como) e, avendo dato ottima prova, era stato dal successivo governo Cavour trasferito alla complessiva responsabilità della provincia delle Marche. Abile, duttile, attivissimo (non è casuale che i suoi decreti fossero il triplo di quelli di Pepoli), fedelissimo al suo Re, dové sicuramente interpretare come desiderabile per il nuovo Stato l’accorpamento dell’eugubino alla provincia di Perugia, previo “distoglimento” dalle Marche, per più ragioni meno affidabili. Probabilmente, dal suo punto di vista, aveva ragione.
Ma certo non l’aveva per gli eugubini che, destatisi in ritardo, molto per essere stati retrocessi a semplice capoluogo di mandamento, ma tanto anche per altri buoni motivi (esattamente opposti a quelli della memoria anonima dell’ottobre) firmano in 390 (praticamente l’intero corpo elettorale amministrativo) una protesta contro l’annessione alla provincia dell’Umbria (29 dicembre).
Ma è tardi, sempre più tardi.
Il decreto Valerio è già operativo (dal 21 precedente) per la parte amministrativa e lo sarà anche per la parte finanziaria due giorni dopo, il 1°.1.1861, quando le firme di protesta ancora giacciono presso la pretura.
Alla protesta non v’è dunque neppure necessità di rispondere, visto che la ratifica di Torino, già intervenuta, non è mai stata in discussione.
Si chiude così una vicenda breve, ma dalle lunghe conseguenze, visto che Gubbio non recupererà più quel rango di capoluogo di circondario che – con altre denominazioni – era stato suo per secoli e – ancor meno – ritornerà alle Marche.
Ecco dunque il come: e come scrissero i “protestanti” ciò avvenne “in onta al proclamato principio del suffragio universale, senza premettere alcuna interpellanza”.
Così andarono le cose; a distanza di centocinquanta anni – ha concluso il relatore – non avrebbe forse molto senso continuare a domandarsi il perché. Ma qualche motivata, e forse non infondata supposizione, quella sì, la si può fare.

martedì 19 giugno 2012

S.Ubaldo, questo sconosciuto...


Sant’Ubaldo, questo sconosciuto... Potremmo titolarla così - tra il provocatorio e il sarcastico - la vicenda emersa in queste ore a Gubbio, relativa alla mancata pubblicazione dei "Quaderni Ubaldiani".  Si tratta di una delle iniziative culturali più significative promosse dal Centro Studi Ubaldiani, nato proprio per alimentare la ricerca sulla figura del Santo Patrono. Ebbene il Centro, con sede tra la chiesa di San Filippo e la Biblioteca Sperelliana, è in procinto di chiudere. E il motivo è semplice. La solita pecunia. Fin qui nulla di nuovo nè di anormale, rispetto alle avversità del periodo: ormai la crisi non è più una condizione economica, è uno stato d'animo diffuso.

Ma quel che sorprende di fronte a questa notizia è il fatto che a mancare all'appello non sarebbero (solo) le solite istituzioni locali - sempre alle prese con i "tagli di bilancio", che si trovano ovunque ma mai nei tanti rivoli di sprechi pubblici che da Roma a Perugia fino a Gubbio continuano a proliferare.
Stavolta a marcare visita sarebbero anche le istituzioni ceraiole (Università muratori, famiglie, Maggio Eugubino) e quel che stupisce ancor di più, perfino la Basilica di S.Ubaldo (che pure di offerte, contributi fattivi e morali da parte dei fedeli eugubini ne riceve ogni anno in quantità, diciamo, direttamente "proporzionale" alla devozione verso il Patrono).
Solo la Diocesi, per capirci, avrebbe contribuito a sostenere l'attività del Centro e in particolare alla pubblicazione dei Quaderni Ubaldiani. Per i quali è Don Angelo Fanucci, responsabile del centro di documentazione, ad annunciare l’impossibilità di dare alle stampe la quarta pubblicazione visto che ancora non è stato saldato il conto della terza. Sulla vicenda probabilmente nelle prossime ore sarà fatta chiarezza - è atteso un incontro tra le istituzioni chiamate in causa e lo stesso don Angelo (di cui conto di dare conto anche in questo blog).
Fatto sta che la cifra che si richiede, ad ognuna delle realtà citate, è di 740 euro. Sarebbe troppo facile, ora, ironizzare su come il culto di S.Ubaldo - che vede tutti impegnati in prima fila - poi talvolta rischi di ridursi a mere "operazioni di facciata". Non voglio crederlo come non voglio cadere nella tentazione (che resta comunque forte) di usare metafore che richiamino le vaschette di penne piuttosto che altre iniziative di cui spesso le istituzioni legate ai Ceri (e di conseguenza al culto del Patrono) si fanno promotrici. Resto comunque "basito" - questo devo dirlo - del fatto che nemmeno la Basilica di S.Ubaldo contribuisca ad un'opera che è e dovrebbe essere mera documentazione del culto Ubaldiano. Una latitanza che deve far riflettere tutti (ma proprio tutti). 

Il j’accuse di Don Angelo (sotto è riportato integralmente il suo comunicato) è intriso d’amarezza visto che il quarto quaderno è già pronto e nel prossimo futuro qualcosa d’interessante sarebbe potuto arrivare anche dall’Archivio Segreto Vaticano al quale il il ricercatore eugubino Filippo Paciotti ha ottenuto il permesso di accesso per gli studi su Sant’Ubaldo. "Se il Centro studi chiuderà “pazienza - commenta deluso Don Angelo - la nostra devozione a S.Ubaldo rimane la stessa, un po’ meno ragionata, un po’ più goffa, un po’ meno documentata, ma rimane”.
Questione di pecunia, come troppo spesso avviene. Anche per quei progetti che non dovrebbero arenarsi di fronte al problema economico.
E' bene però ricordarsi di tutto questo: soprattutto quando dai soliti pulpiti alcuni dei rappresentanti delle istituzioni che sono mancate all'appello, richiamerà gli Eugubini ad una maggiore devozione verso il Patrono. Soprattutto quando questo dovesse avvenire proprio dall'altare della Basilica...


Comunicato stampa Centro Studi Ubaldiani -
"C’è ancora spazio per l’attività di ricerca sulla figura di S. Ubaldo e sul tempo che l’ha visto faticosamente diventare quello che è?
L’attività del Comitato Tecnico/scientifico del Centro Studi Ubaldiani è infatti in crisi. Dei due numeri dei Quaderni Ubaldiani programmati per ogni anno il primo del 2012 infatti (che avrebe dovuto essere il 4.0 della serie) non ha potuto uscire, come programmato, per le Feste di Maggio, né potrà uscire per le Feste di Settembre, visto che non siamo ancora riusciti a saldare il conto del terzo quaderno con il grafico e la tipografia.
Avevamo pensato di riuscìrci grazie all’impegno assunto da ognuna delle realtà che “girano” intorno al culto di S. Ubaldo, ognuna della quali s’era impegnata per la somma di 740 € l’anno; realtà che si chiamano Comune di Gubbio. Diocesi di Gubbio, Basilica di S. Ubaldo, Università dei Muratori. Famiglia dei Santubaldari, Famiglia dei Sangiorgiari, Famiglia dei Santantoniari, Associazione Maggio Eugubino.
Ma l’impegno assunto è stato onorato solo dal Vescovo di Gubbio.
E chi ha cercato di ricordarlo agli altri soggetti ufficialmente interessati sé stancato di chiedere l’elemosina.
In queste condizioni il Centro Studi Ubaldiani deve cessare la propria attività. Il quarto Quaderno, che fra l’altro contiene la riproduzione fotostatica del Decreto a favore di Gubbio emesso da Federico Barbarossa nel 1163, con la pregevole traduzione e il commento del prof. Luca Cardinali, è pronto, ma non può andare in stampa.
Pazienza. Il mondo va avanti lo stesso. E la nostra devozione a S. Ubaldo rimane la stessa, un po’ meno ragionata, un po’ più goffa, un po’ meno documentata, ma rimane. Pazienza.
Proprio adesso che il più giovane degli adepti del Comitato Tecnico Scientifico del Centro Studi Ubaldiani, il prof. Filippo Paciotti, egregio curatore della Biblioteca Steuco dei Canonici Regolari di S. Secondo, ha ottenuto il tesserino d’ingresso per l’Archivio Segreto Vaticano, limitatamente alla ricerca su eventuali documenti concernenti il ministero episcopale di S. Ubaldo e dintorni.
Certo, un grosso lavoro l’ha fatto il Cenci con il suo Carte e Diplomi in Gubbio tra il 900 e il 1200, che però cita quasi esclusivamente l’Archivio Comunale e l’Archivio Armanni. In una prima, rapida visita Filippo ha intravvisto documenti del sec. XII che potrebbero risultare molto interessanti per la nostra ricerca; ma prima occorrerebbe fotocopiarli con la particolare macchina che l’Archivio Segreto Vaticano possiede (€ 35 a fotocopia), trascriverli e poi tradurli. Potrà dedicarcisi mai qualcuno, economicamente sostenuto da chi dice di amare S. Ubaldo e poi …"
Don Angelo Fanucci

lunedì 18 giugno 2012

Biscotto-patìa? Forse, ma nessuno ricorda che i "giochetti", alla fine, portano pure male...

L'inquietante prova luci dello schermo allo stadio
da parte dell'Uefa: che sia premonitore?
Finalmente la quattro-giorni del "biscotto" si sta chiudendo. Non immagino come finirà la telenovela, tra poche ore lo sapremo. Domani la Nazionale prenderà un aereo. C'è solo da capire se in direzione Ucraina (quarti di finale) o Fiumicino. Il problema è che non dipenderà solo da noi...

Intanto una premessa: fate come volete, ma queste ore pre-partita della Nazionale hanno sempre un sapore speciale. Si tocca con mano il clima dell'attesa... quella della serata speciale. Per carità, il da fare quotidiano non permette di pensarci più di tanto. Però, ogni tanto di quel tanto, si pensa: "Però, stasera c'è la partita". E anche senza indossare vestaglia, pantofole, basco, frittatona di cipolle (e "rutto libero"), secondo il clichè di fantozziana memoria, ci aspetta una serata di emozioni intense.

Il lei-motiv del biscotto è andato un po' a stufo. Primo perchè a furia di evocarlo si rischia di convincere davvero i nostri avversari a darci "la fregatura". Poi perchè il pulpito da cui si invoca correttezza non è proprio dei più esemplari - reduci come siamo dal sesto-settimo scandalo scommesse negli ultimi 30 anni. Infine perchè - nessuno lo dice, perchè forse non conosce abbastanza i precedenti o magari non ha voglia di documentarsi - i "biscotti" più celebri della storia del calcio hanno puntualmente "portato male".
Diciamo la verità, anche il destino ha un'anima: e alla fine se ti diverti a prenderlo in giro, lui finisce che si rivolta contro. La chiamano "sfiga", ma a me piace pensare che non sia solo voluta dal fato...

L'ultimo "biscotto", quello che ci è costato l'eliminazione dall'Europeo 8 anni fa (credo l'eliminazione di una squadra con il più alto punteggio in classifica mai avuto in un primo turno, ovvero 5 punti) non ha portato fortuna nè a Svezia nè a Danimarca, le civilissime nazionali degli ancor più civili ed evoluti Paesi scandinavi, poco inclini a scimmiottare le gattopardesche abitudini mediterranee (ma evidentemente in quel caso la tentazione fu troppo forte...). Sta di fatto che l'Italia finì a casa imbattuta (e mazziata), ma sia Svezia che Danimarca rientrarono alla base appena 5 giorni dopo, eliminate entrambe ai quarti.

Altri "biscotti" celebri videro protagonista niente meno che la Germania e il Brasile (ebbene sì), ovvero le uniche due nazionali più titolate di noi.
Gli ineffabili teutonici - quando ancora si chiamavano Germania Ovest (e la Merkel probabilmente studiava all'Università) - "comprarono" nel Mondiale 1982 una vittoria su un piatto d'argento ai cugini austriaci (1-0, con gol di Hrubesch in apertura e il resto della gara trascorso in modo irritante a furia di passaggetti corti a centrocampo), estromettendo la rivelazione Algeria (che pochi giorni prima aveva inflitto una clamorosa sconfitta proprio ai tedeschi). Per la differenza reti passò la Germania - allora non c'era contemporaneità nelle gare dell'ultimo turno - e giustamente i magrebini gridarono allo scandalo.
Come noto, l'avventura della Nazionale tedesca proseguì fino alla finale ma s'imbatte nell'onda azzurra di Bearzot, finendo per masticare amaro proprio sul più bello (3-1 in finale, con gol di Paolo Rossi che proprio in questi giorni ha dato alle stampe i ricordi e gli aneddoti più curiosi del suo "mitico mondiale" firmato a quattro mani con sua moglie, la collega perugina Federica Cappelletti).

L'altro "biscottone", di cui nessuno parla, vide protagonista molto più di recente la Selecao brasiliana, ancora a danno di una nazionale africana. Mondiali 1998, il Brasile già qualificato a 6 punti gioca con la Norvegia e si fa battere 2-1 dai vichinghi, consentendo agli scandinavi (che dunque non sono così poco avvezzi alle frittatine "rognose") di superare il turno, gabbando in questo caso il Marocco, cui non bastò vincere sulla Scozia.

Le lacrime magrebine furono lenite ancora una volta dall'Italia, che già agli ottavi rispedì a casa la Norvegia (gol di Bobo Vieri) mentre al Brasile toccò la stessa sorte dei tedeschi 16 anni prima: percorso netto fino alla finale dove la Francia (che nel frattempo ci aveva estromesso ai rigori) vinse il suo primo titolo mondiale con un rotondo 3-0 sotto gli occhi di messieur Michel e nel giorno della ricorrenza della presa della Bastiglia (14 luglio 1998).

Probabilmente l'unica volta che una combine bella e buona finì "a lieto fine" è nel 1978 quando, con una formula assurda e poi mai più ripetuta (doppio girone eliminatorio e nel secondo turno, la prima classificata direttamente in finale e le seconde spedite alla finale del 3o-4o posto) l'Argentina padrona di casa inflisse un assurdo 6-0 al Perù del mitico portiere Quiroga - poi scoperto di origini argentine e reo confesso di una vera e propria corruzione.
In quei tempi non andava ancora di moda il termine "biscotto" ma la definizione di quella gara ("marmellada peruana") non ha bisogno di spiegazioni: il numero uno peruviano fu capace di farsi "bucare" a ripetizione con il numero esatto di gol che servivano ai ragazzi di Menotti per superare per differenza reti il Brasile (che ovviamente non giocava in contemporanea). In finale poi l'Argentina superò ai supplementari l'Olanda, anche con l'aiuto della fortuna (palo degli orange al 92' sull'1-1) e anche qui l'Italia ci mise... lo zampino.
Primo perchè proprio la squadra azzurra inflisse l'unica sconfitta agli argentini (gol di Bettega), sconfitta che suscitò la reazione della squadra di casa. Poi perchè l'arbitro della finale fu l'italiano Gonnella, che però non sarebbe passato alla storia per l'impeccabile prestazione (anzi, gli argentini furono liberi di picchiare come fabbri i malcapitati Van de Kerkof).
Consideriamola però, l'eccezione che conferma la regola...

Al biscotto, come avrete capito, non voglio credere. E poi, che l'Italia pensi prima a se stessa: serve vincere, anzi serve una vittoria rotonda (almeno 3-0) per avere la serenità di poter dire "abbiamo fatto il possibile".
Se non bastasse, per noi ci sarebbe l'aereo di ritorno e la delusione di un'eliminazione  - se vogliamo - anche immeritata. Agli altri resterebbe la "gogna" mediatica planetaria - che non fa piacere - e soprattutto la macumba per il resto del torneo...
Quella, la storia insegna, funziona sicuro...

giovedì 14 giugno 2012

Gubbio: guardarsi intorno, per guardare avanti...

Il mese “anestetico” è alle spalle. Forse è anche meglio così. Perché la Festa è bene abbia un inizio e una fine. E perché come ogni analgesico, prima o poi finisce il suo effetto. Ma se la "ferita" non è guarita, il dolore torna a farsi sentire.

Di dolori, per la verità, se ne sentono ancora più d’uno da queste parti. Senza drammatizzare ma anche senza sottovalutare il momento attuale, la nostra città è giunta ad un punto in cui deve guardarsi intorno, per guardare avanti.
Nel taccuino delle priorità due-tre paletti vanno piantati. E se già lo sono, meglio così.
Ma allora è opportuno non perdere di vista i rispettivi percorsi.
Val la pena abbozzare tre filoni: lavoro, sanità, cultura.

Il primo fronte non è un problema strettamente locale, e difficilmente un Comune o una Regione, da soli, possono fare miracoli. Ma anche in assenza di bacchetta magica, potrebbero agire su due diversi piani. Il primo è squisitamente morale: dare un segnale di discontinuità netta con il malcostume di una politica che (da Roma a Perugia, fino a Gubbio) ha il dovere di tornare su binari di sobrietà nei numeri, nei costumi e nelle spese. Se i destini dei nostri conti correnti si decidono a Bruxelles, è altrettanto vero che anche il più periferico dei rappresentanti politico-istituzionali oggi deve “dare il buon esempio”. Il distacco cittadino-politica nasce dalla sfiducia in un sistema che da anni prolifera nei costi, molto meno nella qualità dei servizi.
Il problema non è pagare l’Imu, con le tante addizionali locali. Ma capire dove vadano a finire quei denari.

Il secondo percorso è più pragmatico: anche un’amministrazione locale deve lavorare con il tessuto imprenditoriale locale per non disperdere le risorse migliori (ce ne sono ovunque), per favorire politiche di “squadra” tra le imprese (specie nei segmenti trainanti), per limitare al minimo l’impatto di una burocrazia che spesso è il nemico peggiore del “fare”.
Anche Gubbio ne sa qualcosa, dopo 6 anni di Piano Regolatore generale all’insegna del congelamento di ogni attività: i prossimi mesi potrebbero segnare la svolta, con un impianto urbanistico più elastico e meno ancorato ad accademiche utopie.

Anche la sanità locale è ad un bivio: mentre a Palazzo Cesaroni si disegna il nuovo impianto dell’amministrazione sanitaria regionale (2 Asl e 2 aziende ospedaliere), il futuro reale dell’ospedale di Branca, la scommessa di dieci anni fa di un intero comprensorio, passa anche attraverso le decisioni di queste settimane. Gli equilibri con C.Castello e Umbertide, la necessità di non disperdere professionalità importanti e di non veder drenati da altri nosocomi utenza e primari, sono risultati che non si raggiungono solo con le buone intenzioni.

Infine la cultura: mentre a Gubbio ci si accapiglia (inutilmente e strumentalmente) per l’Ente Ceri, a Perugia ed Assisi si lavora per la candidatura a capitale europea 2019. E sempre il capoluogo – nonostante sia dipinto come capitale del traffico di droga - avanza anche la sua candidatura a città patrimonio dell’Unesco (per le vestigia estrusche). Legittimo.

Ma allora ci chiediamo:
2011, la mostra sui Dinosauri al Palazzo dei Consoli ha regalato numeri come nessun altro evento culturale in passato. E’ immaginabile dare continuità a questo filone? Ad esempio, non lasciando in balìa di se stesso il Laboratorio della Gola del Bottaccione?
2013, nuovo centenario Francescano (l’ottavo della consegna della Chiesa della Vittorina all’ordine del Poverello). Può essere l’occasione per valorizzare una volta per tutte il Sentiero?
Provate a percorrerlo oggi e scoprirete che esiste solo una fontanella d’acqua nel raggio di 46 km…
GMA

Editoriale "Gubbio oggi" - giugno 2012

martedì 12 giugno 2012

Cecchi Paone-Cassano: perchè la "normalità" dovrebbe essere sbandierata? O forse è solo ipocrisia?


Mario Ferri, divenuto celebre per le invasioni
di campo pro-Cassano
 Avete presente quel tifoso abruzzese che qualche anno fa puntualmente sbucava in mezzo ad un campo di calcio inneggiando alla convocazione di Cassano in Nazionale? O quei tifosi, in preda all’alcool o all’esaltazione di se stessi, che in altri lidi – in genere anglosassoni – spuntano ogni tanto dagli spalti sul tappeto verde completamente nudi (sventolando l’unico oggetto ciondolante e probabilmente reattivo, rimasto in corpo)?

Ecco, non so perché, ma leggendo le dichiarazioni di Alessandro Cecchi Paone sulla presunta presenza di alcuni omosessuali nella nazionale azzurra (e di una sua relazione con uno di loro), mi sono immaginato questa scena.



Cecchi Paone
 Primo perché proprio Cassano, in una conferenza stampa imbarazzante, ha finito per enfatizzare l’uscita del giornalista ormai celebre per aver compiuto il fatidico outing – chissà se un giorno sarà ricordato solo per questo?
Poi perché, pensandoci bene, certe dichiarazioni (e non mi riferisco a quelle del calciatore di Bari vecchia), specie se pronunciate da personaggi che sanno usare favella e cervello molto meglio che qualunque altro istinto, non possono essere venute fuori, proprio ora, per caso.
Morale: alla vigilia di una partita che potrebbe anche “buttarci fuori” dal campionato Europeo, l’argomento trainante del giorno – mi aspetto di leggere di tutto domattina sui giornali e siti web – è l’omosessualità che fa il paio con la maglia azzurra e le battute da “bar di Caracas” usate da Cassano in conferenza stampa ("Froci in Nazionale? Spero di no!").

Innanzitutto una premessa: Antonio Cassano – che pure è reduce da una convalescenza sulla quale c’è poco da ridere (e anzi, ci sarebbe da capirne le vere origini) – non ha mai frequentato circoli nautici o Rotary club: e il solo fatto di porgli una domanda sulle dichiarazioni di Cecchi Paone è come infilare un ragazzino di 13 anni, in preda a irrefrenabili pulsioni adolescenziali, in un cinema a luci rosse. E poi sorprendersi del suo onanismo...
Ognuno, nel nostro strano mestiere di giornalisti, può fare le domande che vuole e usare la sensibilità di cui dispone nell’enuclearle. Alle domande "insidiose" o inutili, buon senso suggerisce, come replica, anche l’ipotesi ben nota nei sondaggi di Mannheimer: "non so, non rispondo".
Cassano però non agisce con il fare discreto dei segretari di stato vaticani: davanti al microfono è né più e né meno come in campo, quando in calzoncini corti e maglia sudata, al limite dell’area avversaria, escogita un dribbling funambolico per gabbare l’avversario. Spesso la giocata riesce. Qualche volta no.

Stavolta a Cassano la palla è rimasta nei piedi. Ed ora la sua uscita fuori luogo e fuori tempo rischia di diventare “palla al piede” per la Nazionale – tanto che la Federazione si è precipitata a diramare un comunicato-pecetta per rattoppare l’uscita del fantasista barese: poco politically correct, per i vertici di Coverciano.

Ma una riflessione questa storia dovrebbe ispirarci.
Se Cassano ha il sorriso e il savoir faire di un ragazzino di borgata e l’impulsività di uno scolaretto un po' discolo davanti alla lavagna (con la faccia di chi spesso ci finisce pure dietro), andrebbe grattata la patina di perbenismo che in queste ore circonda la gran parte dei commenti nel nostro paese per capire cosa in realtà si celi dietro le provocazioni firmate Cecchi Paone.
Affermare ai quattro venti che ci sono giocatori di calcio con gusti sessuali particolari (mi guardo bene dal dire, “diversi”, ci mancherebbe) è il modo migliore intanto per far parlare un po' di sè (visto che ancora oggi 14 milioni di italiani guardano le partite degli azzurri) e poi per proclamare esattamente l’opposto di ciò che si cerca di spiegare.

Abate e Giovinco: secondo Cecchi Paone
sarebbero due "metrosexual" (e allora?)
 “Siamo tutti uguali” vorrebbe dire o far dire Cecchi Paone (e ci mancherebbe). Ma nell’enfasi e nella spettacolarità delle sue uscite, in realtà, il risultato paradossale è quello di sottolineare proprio ciò che non dovrebbe (e sicuramente neanche vorrebbe): una inesistente diversità.
Per me, laico pensatore di provincia, ma anche semplice telespettatore, lettore di giornale o navigatore web, sapere che in Nazionale ci siano 2-3-5-9 omosessuali, oggi, nel 2012, non fa né caldo né freddo
Credo che invece proprio chi ostenta queste “particolarità” per sbandierare una conclamata normalità, finisca per tradurre quella normalità in diversità. Con l'aggravante del svelare anche un presunto gossip (relazione con un giocatore della Nazionale) di cui francamente interessa ancora meno (se non qualche morboso lettore di spiaggia in cerca di argomenti con cui scambiare quattro chiacchiere col vicino).
Mutatis mutandis: oggi c’è ancora qualcuno che può dire a gran voce che in Nazionale ci sono, ad esempio, due giocatori di colore? Non l’ho sentito dire, e comunque non l’ho sentito accentuare come ha fatto il collega protagonista dell'outing.

Se Dio vuole, il colore della pelle non è più uno status symbol nel bene o nel male.
Anzi, provocatoriamente chiedo a me stesso se in soggetti psicologicamente "labili" come Balotelli (cui sono state perdonate sceneggiate ben più gravi delle frasi dette al vento da Cassano oggi in conferenza stampa), non sia stata in fondo in fondo una fortuna o un comodo "paravento" quello che un tempo addietro sarebbe stata definita come diversità…

Oggi credo che l’unico razzismo o omofobia che si debba davvero temere è quella delle dietrologie.

Ecco: le uscite alla Cecchi Paone, proprio come le capriole di nudità viste anche a Wimbledon qualche anno fa (vedi foto a fianco), rischiano di essere molto più deleterie dei luoghi comuni, ormai in disuso: perché somigliano ad un dito puntato contro, ad un’affermazione dal pulpito, ad una novella Inquisizione laica che pretende di dettare principi, idee e costumi controcorrente. Quando ormai tutta la nostra società - salvo fisiologiche eccezioni, manifestate con l'impulsività caratteriale di un Cassano (che non potrà mai essere maitre a penser di nessuno) - di questi principi in realtà è ben consapevole. E ormai matura. Senza bisogno di caccia alle streghe.

A furia di gridare la propria normalità, si finisce per sembrare diversi. O forse, chissà, ci si compiace di sentirselo dire. L'ostentazione è come ogni forma di "fanatismo": di per sè, dannosa e arrogante.
E il teatrino di queste ore (che ha come unico potenziale beneficiario proprio la Croazia, prossimo avversario degli azzurri), a mio modesto parere, rischia di rivelarsi solo come una forma sottile ma percettibile di ipocrisia.



domenica 10 giugno 2012

Emozioni azzurre, Pil, Primavera esaltante e i ricordi di San Marino... "Tutta n'ata storia..."

Di Natale vola, dopo il gol alla Spagna
Domanda di metà giugno: può un’impresa sportiva risollevare le sorti di un Paese? La risposta speriamo di averla a inizio luglio. Per ora, la sensazione è che basti anche un pareggio per dare un sapore diverso ad un lunedì di luglio.

Un pareggio come quello tra Italia e Spagna, conquistato senza l’amato catenaccio ma giocando a viso aperto con i campioni del mondo in carica, forti dell’ossatura dei globetrotter del Barcellona.
E in attesa che il pareggio più importante, quello di bilancio, sia qualcosa di raggiungibile per Italia e Spagna – impegnate come sono nel più difficile derby dei conti dello stato – godiamoci questo avvio di Europeo col sorriso sulle labbra.
Se perfino il capo dello Stato Napolitano si è scomodato per scendere negli spogliatoi, significa che in fondo questo mondo pallonaro non è poi così lontano dagli interessi del paese. E per fortuna, non fa parlare di se solo a furia di scandali.

Samuele Longo, protagonista dello scudetto
baby interista: sentiremo parlare di lui
(foto M.Signoretti)
Il calcio giocato torna a farla da padrone, e uno spicchio di salutare calcio giocato, quello giovanile, ha vissuto il suo capitolo più importante sabato sera in un “Barbetti” stracolmo di colori nerazzurri e biancocelesti: la finale Primavera Inter-Lazio non ha solo restituito l’immagine più genuina e sbarazzina del football, con un rocambolesco 3-2 perfettamente coerente con quello che si è visto per una settimana sui nostri campi, ma ha anche confermato lo stadio eugubino come una bombonera invidiata da tanti e felicemente in grado di ricandidarsi anche per le finali scudetto del prossimo anno: ci punta l’amministrazione, ci conta la città, ammiccano pure dagli ambienti federali. Se son rose fioriranno.

Tutta un’altra storia, per dirla con il primo Pino Daniele, quella che si respira negli stessi stanzoni dello stadio eugubino, colorati di rossoblù: sono i giorni in cui si decide per il futuro allenatore, figura chiave, come non mai, per ricompattare un ambiente un po’ disincantato e anche un po’ disorientato.
Dal nuovo trainer dipenderanno le conferme in organico, i nuovi obiettivi, insomma la squadra che si attende ai nastri di partenza della nuova C1. Nella quale non troveremo due outsider capaci di vincere a sorpresa la finale play off: il Lanciano dell’ex Alfredo Donnarumma e la Pro Vercelli dell’ex baby Cancellotti. Uno spicchio di Gubbio che continua a esultare.

Come ha fatto, la gran parte di Gubbio, per due anni di fila. A proposito: il 13 giugno sono proprio due anni dall’esodo di San Marino.
Ricordi di un passato che sembra lontano. Ma in fondo neanche tanto: perché proprio il San Marino tornerà avversario. E poi, se un pareggio può cambiare il senso di un lunedì, figuriamoci il ricordo di un trionfo…


Copertina de "Il Rosso e il Blu" - lunedì 11.6.12
musica di sottofondo: "Tutta n'ata storia" - Pino Daniele (1979)

venerdì 8 giugno 2012

Tra Nazionale, scudetto Primavera, l'addio di Simoni e le favole di Errani e Bollini... un weekend tutto da bere...

Non è un weekend qualsiasi. Non lo è per gli sportivi italiani, men che meno per quelli umbria. Intanto cominciano gli Europei e la maglia azzurra, nonostante le tempeste che ciclicamente devastano l’immagine del calcio italico, ha sempre il suo appeal: almeno quando l’arbitro fischia l’inizio e di fronte ci sono le maglie rosse dei campioni del mondo.


Ma il fine settimana regalerà all’Umbria, nella bombonera del "Barbetti" di Gubbio, la finalissima scudetto: Inter-Lazio tanto per gradire, dopo due derby di semifinale giocati a grande ritmo e conclusi in modo anche rocambolesco con i biancocelesti di Bollini a sovvertire il pronostico contro la favorita assoluta, e con i nerazzurri di Bernazzani a scavalcare i cugini del Milan in zona Cesarini.
Bello spettacolo, bell’impatto anche visivo con una cornice di pubblico che a Gubbio non ha mai tradito, né in B, e neanche in queste serate di calcio baby d’elite.

A proposito di Bollini: la sua potrebbe essere una vittoria di straordinario valore morale, considerando che sta vivendo giornate surreali, con la mente divisa tra i doveri di panchina e i pensieri rivolti a S.Felice sul Panaro, nel cuore del sisma emiliano, dove ha lasciato gli affetti più cari in preda al panico post sisma.
La volontà di reagire, la forza di guardare avanti. Anche nello sport, anche grazie allo sport: messaggi straordinari, come quello che arriva da un’altra emiliana, stavolta da Parigi, Sara Errani da Bologna, piccola ma tenace, capace di infilare due finali al Roland Garros – in doppio e soprattutto nel singolare – con un record impronosticabile alla vigilia.

Strano il destino per Alberto Bollini, che a Gubbio potrebbe coronare il sogno di rivincere lo scudetto Primavera (già gli riuscì sempre con la Lazio 11 anni fa) e a Gubbio potrebbe tornare fin da luglio per guidare la squadra rossoblù.
Sono queste anche le ore delle decisioni irrevocabili, in casa eugubina: Apolloni sembra aver riconquistato qualche chance, Torricelli resta alla finestra, Bollini in pole con Castori che tornerà al Barbetti ma forse solo per fare da spettatore alla finale Primavera. E poi c’è la busta X, quella del tecnico jolly che potrebbe spuntare da un giorno all’altro dal cilindro di Giammarioli: che potrebbe essere la più intrigante ma anche la più insidiosa.



Intanto Luigi Simoni si è commiatato: ha salutato con il suo stile, senza dimenticare quello che ha fatto, anche grazie a lui, la società rossoblù negli ultimi 3 anni. E senza dimenticare che forse, chi seguirà al suo posto, avrà ancora bisogno di qualche suo consiglio. Perché nonostante qualche attrito, il cuore di Gigi continua a battere anche per il rossoblù. Oltre che per l’Inter, che magari potrebbe regalargli l’ultima gioia al Barbetti prima di andarsene definitivamente.
Ci mancherà la sua saggezza. Il Gubbio volterà pagina: e lunedì, chissà, oltre ad essere un altro giorno, potrebbe essere anche il giorno del nuovo allenatore…


Copertina de "Il Rosso e il Blu" - 8.6.12
musica sottofondo: "I'll be missing you" - Puff Daddy (1997)



mercoledì 6 giugno 2012

Dalla chiesa della Vittorina un appello: non dimenticare il centenario Francescano del 2013... (e non solo)

Sarà un anno importante, il 2013, per il mondo Francescano. L'ho scoperto qualche giorno fa. Ho saputo che il prossimo anno si celebrerà un importante ricorrenza di cui pochi sanno: nel 1213, esattamente 8 secoli fa, la chiesa di S.Maria della Vittoria (detta "della Vittorina"), che sorge a Gubbio nel luogo dove si ricorda sia avvenuto l'ammansimento del lupo da parte del Poverello, venne ufficialmente affidata all'ordine francescano.
"E con questo?" si chiederà qualcuno.
Con questo credo sia opportuno che le istituzioni - civili e religiose (Comune e Diocesi in primis) - si appuntino questa data sul proprio calendario, programmando celebrazioni e iniziative degne di un Ottavo Centenario.

Una ricorrenza molto significativa che è stata ricordata da padre Francesco Ferrari, padre custode della chiesa eugubina, in un'intervista in onda stasera nella rubrica "Trg Plus".

padre Francesco Ferrari
"E' proprio qui che San Francesco ha abbracciato la fede - ha ricordato padre Francesco Ferrari, con riferimento alla Chiesa della Vittorina - ed è qui che ha vestito per la prima volta il saio, che ricavò da un panno che gli era stato donato dagli Spadalonga, signori eugubini presso i quali si era rifugiato dopo essere scappato da Assisi. E non a caso Francesco scelse questo luogo per maturare la propria fede, in quanto qui sorgeva allora un lebbrosario a fianco di una piccola chiesa (da qui anche il retaggio toponomastico, della vicina via S.Lazzaro). Questa chiesa poi è divenuta il luogo simbolo della presenza Francescana a Gubbio, ma prima ancora che ammansire il lupo, Francesco è diventato il Poverello. A Perugia Francesco è andato da soldato, ad Assisi è andato da borghese, a Gubbio è diventato San Francesco".
Un passaggio, quest'ultimo, destinato a far riflettere chi ancora purtroppo sottovaluta l'importanza delle testimonianze della presenza di Francesco a Gubbio.
Come se da queste parti, fosse passato quasi per sbaglio e avesse, tra uno spuntino e una chiacchierata, trovato modo di tranquillizzare una bestia feroce di passaggio.

San Francesco, nel capolavoro cinematografico
firmato da Franco Zeffirelli (1972)
La chiesa della Vittorina ci dice tutt'altro. E continua a dircelo ancora oggi. E' tuttora luogo di culto molto frequentato: vi si celebrano messe ogni mattina alle ore 6 ("molto più partecipate di altre funzioni che si celebrano in orari più agibili" ha confidato padre Francesco) e ogni sabato alle ore 17.
Da qui, soprattutto, muove il Sentiero Francescano che porta ad Assisi e qui transitano migliaia di pellegrini ogni anno provenienti da ogni angolo del mondo, alla ricerca delle orme del Poverello.
Con un quid in più: quella quiete, quel silenzio, quell'intimità prettamente francescana, difficilmente riscontrabile invece proprio ad Assisi, città simbolo di Francesco e inevitabilmente meta di migliaia di turisti ogni giorno.
"Qui la presenza di San Francesco sembra meno visibile che ad Assisi... ma vi assicuro che si sente" ha concluso, fuori dai microfoni padre Francesco.
Proprio così... Un bell'imput, in vista del 2013. Un impulso importante per chi brulica nel buio di un inutile marketing territoriale: ignorando di avere proprio in casa le "chiavi" della svolta...