Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

martedì 16 agosto 2011

Malumori Gubbio: forse un po' prematuri... ripensando alle parole di Lippi, a quello che va e non va. E ai corsi e ricorsi storici...

Non mi dispiace il fatto che si parta a fari spenti. Anzi, è la condizione che preferisco”.

Diceva più o meno così, Marcello Lippi, alla vigilia della sua prima stagione alla guida della Juventus. Correva l’anno 1994. Quella stagione – con le corazzate Milan e Inter in prima fila, le romane a coltivare ambizioni, il sempre più quotato Parma, la Fiorentina e la Samp a fare da outsider – si concluse con il 23mo scudetto della Juventus. Non perché sulla carta fosse la squadra più forte.
Semplicemente, perché lo fu in campo.
Fari spenti, toni bassi, poche chiacchiere, molto lavoro. In teoria, belle parole. In pratica una disciplina precisa da applicare – prima ancora che predicare – ogni giorno. Soprattutto di fronte alle difficoltà.

Il calcio è pieno zeppo di esempi e aneddoti così: squadre partite senza il favore del pronostico, senza titoli, senza riflettori. E poi arrivate alla meta.
Quella meta conquistata soprattutto grazie all’atteggiamento, alla mentalità, alle motivazioni. Che la differenza l’hanno fatta quando le cose non andavano, quando qualcosa non funzionava, quando il giocattolo sembrava inceppato: e quel silenzio fu il terreno fertile nel quale trovare la chiave per ripartire.


Simoni, solitario, guarda il futuro del Gubbio...
 Un po’ come è chiamato a fare in queste settimane anche il Gubbio. Non che i rossoblù rischino di avere addosso troppe luci e riflettori. Da più parti sono considerati - fin troppo prematuramente - una sorta di cenerentola della serie cadetta.
Ma la serie B è davvero un altro pianeta, rispetto alla Lega Pro. E la dimensione nella quale la squadra di Pecchia e del dt Simoni si prepara ad immergersi è una sorta di brodo primordiale, dal quale tutto può nascere. Ma finchè non lo assaggi, può avere qualsiasi sapore…

Aleggiano parecchi malumori sul Gubbio che si prepara al debutto in serie B. Le ultime uscite – Cesena, Agnone e poi la Coppa – hanno rivelato più ombre che luci. Lontano ricordo il gioco spumeggiante della scorsa stagione, il 4-1-4-1 messo in campo dal nuovo trainer non sembra convincere. O almeno, non appare ancora il vestito adatto alla squadra.
In più, restano forti le nostalgie per alcuni protagonisti della cavalcata vittoriosa conclusasi a maggio. Giocatori che addirittura torneranno a Gubbio da avversari. Avversari che certamente faranno di tutto per farsi valere. "Bisogna pensare al Gubbio di oggi. Grazie a chi ci ha fatto vincere, ma ormai il passato va messo alle spalle" suggerisce Simoni, a pubblico e stampa. Come sempre, saggezza da imbottigliare...
Ma se il contesto appare un po’ grigio, a mente lucida e bocce ancora ferme, è bene analizzare quello che non funziona nella squadra rossoblù, accanto ad alcune attenuanti indiscutibili, e quello che invece – è bene ricordarselo – già lascia promettere qualcosa di buono.

Cosa non va –
Sicuramente due elementi: il gioco ancora stenta a intravedersi, i gol subìti sembrano troppi. Se non preoccupano le 3 reti incassate dal Cesena, fanno riflettere ancor di più le 2 prese del Benevento, non tanto perché la squadra di Simonelli è di una categoria inferiore, quanto perché ha giocato un’ora in inferiorità numerica. Ma questa non si è vista. Ad onor del vero, va detto che la difesa titolare non ha praticamente mai giocato: Caracciolo si è riaffacciato timidamente qualche minuto in Coppa per tornare subito ai box, quanto a Briganti – elemento chiave sia tattico che carismatico – potremmo rivederlo domenica a Bergamo o al più tardi direttamente a Grosseto (ben sapendo che non sarà subito il miglior Briganti). Ma tra averlo e non averlo, qualcosa è di sicuro destinato a cambiare. A centrocampo non si vedono molte alternative al trittico riconfermato: Buchel è l’elemento che ha destato maggiore interesse, Gerbo è infortunato, Fonjock non è chiaro se resterà. Impensabile immaginare che Sandreani-Boisfer-Raggio (pur affidabilissimi) possano sobbarcarsi 42 battaglie. Già domenica a Bergamo capiremo meglio cosa significa giocare senza il francese in mezzo. Davanti infine si fatica vedere il vero Ragatzu, i cui sprazzi sporadici ci parlano di un giocatore sontuoso nel talento quanto imprevedibile nei movimenti. Lo stesso Mendicino promette ma non ancora mantiene. Più concreto e meno appariscente è invece Giannetti.

Cosa va –
Il gruppo – arma reale e neanche troppo segreta della squadra – è compatto. Una garanzia in vista di una stagione nella quale saranno ancora la forza e le energie tratte dallo spogliatoio a fare la differenza. Non ci sono primedonne. E caso mai ci fossero, avranno già capito che non è il caso di salire sul piedistallo da queste parti. Si rischia solo di cadere e farsi male (chiedere agli ultimi due attaccanti centrali, nelle ultime due stagioni, puntualmente usciti di scena).
Bomber Ciofani. Non convincono solo le 8 reti siglate in 6 gare, ma la disponibilità a sacrificarsi per la squadra. E anche il carattere, che appare distante da quello di tanti altri numeri 9 con troppo gel in testa, altrettanta puzza sotto il naso e poco olio canforato sulle gambe.
La vecchia guardia (giocatori e staff tecnico, che affianca Pecchia, su tutti Simoni): un baluardo ad alzate di ingegno, un riferimento per imboccare nel modo giusto la nuova stagione. Da sola non basterà, ma sarà importante che faccia sempre sentire la sua presenza. Vista anche l’età media (quasi da Primavera) di molti rossoblù.
Il pubblico: oltre 2.500 abbonati significano calore e sostegno sicuro (almeno in casa). Pur sapendo che bisognerà resettare la mente, scordarsi in fretta la Lega Pro (magari da conservare nel proprio video-archivio, anche con il nostro doppio dvd, da sorseggiare ogni tanto come un vino buono) e capire che quest’anno vincere significa restare in serie B: con le unghia e con i denti.

Le scommesse –
Sostanzialmente sono due: se si vincono, il gioco è praticamente fatto. La prima, ovviamente, si chiama Fabio Pecchia. Per lui, come per il Gubbio, la B è una novità (perfino da giocatore, non l’ha bazzicata molto, veleggiando molto più spesso in A). E’ partito con il 4-3-3 marchio di fabbrica, si è cautelato su un più prudente 4-1-4-1, ma da quando è arrivato dice: “Non esiste un dogma tattico. Ci adatteremo alle situazioni”. Ora sta a lui risolvere il problema della coperta corta. Confidando anche nelle ultime (possibili) novità di mercato.
La seconda scommessa è tra i pali. Antonio Donnarumma, un classe ’90 per una stagione in B. L’inizio non è stato facile, con un paio di gol di troppo che hanno fatto storcere la bocca. Ma la Coppa ha restituito il Donnarumma gigante descritto nelle giovanili rossonere. Gara sicura (sui gol poteva poco), uscite autorevoli, parate confortanti e soprattutto due prodezze ai penalty da vero e proprio colpo di… Eugenio. Anche lui avrà bisogno del pubblico. Ma almeno ha cominciato ad aiutarsi nel migliore dei modi.

Corsi e ricorsi –
Ai pessimisti e agli scettici ricordiamo solo un dato: un anno fa di questi tempi, i rossoblù stavano messi decisamente peggio. Non solo erano in una categoria inferiore, ma avevano incassato a Ferragosto 5 siluri all’Olimpico di Grosseto (in Coppa). Prima di prenderne altrettanti allo “Zini” di Cremona.
Le certezze non erano poi così granitiche: né tra i nuovi (difesa ballerina, con un Borghese ancora non inserito al meglio), né nei reparti specifici (attacco considerato da tutti meno incisivo di quanto non fosse con Marotta e Casoli).

Ebbene, quell’avvio stentato – così come lo era stato anche nella prima stagione di Torrente, con 4 sconfitte interne – è stato superato nel silenzio dello spogliatoio.
Senza colpi di mercato, senza colpi di testa, senza colpi di scena.
Ma trovando in se stessi la forza per reagire.
A luci spente. Proprio come predicava Marcello Lippi. Uno che, ad esempio, conosce bene Stefano Giammarioli: un signore che ha scommesso in questi anni su tanti nomi improbabili. E che oggi è il direttore sportivo di una squadra di serie B, sorpresa autentica del calcio nazionale.
Proprio come lo fu, 17 anni fa, quel Marcello Lippi: reduce da stagioni con Cesena, Atalanta, Napoli e poi... diventato il Marcello nazionale...




Chissà, rileggendo queste righe tra qualche mese, cosa verrà da pensare… Di sicuro le sottoscriverò ancora…

2 commenti:

  1. Tra il 1994 e il 2006 sono state oltre 120 (cioè in media più di una decina a stagione) le partite del campionato di serie A alterate, nello svolgimento e nel risultato, da arbitraggi smaccatamente favorevoli alla Juventus. Oltre 120 incontri il cui risultato è stato deciso da “errori” arbitrali che hanno regalato alla “Vecchia Signora” preziosi punti in classifica. Al secondo posto, quanto a favoritismi, il Milan berlusconiano, dal 1995 legato alla Juve da un accordo politico-affaristico (sponsor e tv)...ecco spiegata la serenita' del sig. Lippi...

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  2. I gol e le prodezze di Del Piero, Vialli, Ravanelli, Baggio, la solidità difensiva di Ferrara e Peruzzi, il cuore e la grinta di Conte, i piedi buoni e l'intelligenza tattica di Paulo Sousa e Deschamps. Una squadra dove tutti correvano e sudavano per il proprio compagno di squadra.
    Questa è stata la Juventus 1994-95, questo era il credo di Lippi.
    Su quelle vittorie non ci piove e non potrà farci piovere nemmeno il vittimismo di qualche interista - infelicemente ispirato dal proprio piccolo e capriccioso presidente. Uno che ha cacciato l'unico allenatore che gli aveva fatto vincere (la Uefa, Simoni) e che per cominciare a vincere uno scudetto ha dovuto attendere i tabulati della Telecom (nascondendo però le telefonate proprie...).

    La Juventus di Lippi ha vinto tre scudetti in quattro anni (1994-1998), giocando negli stessi quattro anni 3 finali di Champions League (una persa con errori arbitrali clamorosi pro Borussia, un'altra con un gol in fuorigioco del Real Madrid). La stessa società non ha vinto scudetti dal 1998 fino al 2002 (ma non c'era la Cupola?) - subendo anche situazioni paradossali come il pantano di Perugia all'ultima giornata nel 2000 o la legge sugli extracomunitari cambiata tre giorni prima della sfida diretta con la Roma nel 2001.
    E' tornata a vincere nel 2002 uno scudetto che l'Inter ha buttato via da sola, salvo poi accusare gli altri (per la cronaca, in quella domenica 5 maggio l'Inter è finita terza in classifica, dunque rivendica uno scudetto che non sarebbe nemmeno suo senza la Juve).
    Dal 2002 al 2006 la Juventus ha vinto sul campo altri 3 scudetti con una superiorità tecnica e tattica indiscutibile (oltre 10 punti di distacco dall'Inter).
    Il 9 maggio 2006 nella finale dei Mondiali tra Italia e Francia ben 9 giocatori della Juventus erano in campo. E non erano lì grazie alle telefonate di Moggi...

    Ma il calcio è una scienza inesatta, fantastico proprio per questo.
    E' così accaduto che quel Mondiale lo vincessimo grazie all'unico italiano dell'Inter, Marco Materazzi. A parti inverse, sicuramente molti interisti non l'avrebbero riconosciuto e magari - nella querelle con Zidane - sarebbero stati dalla parte del giocatore della propria squadra.
    Io fui felice per Materazzi e per gli azzurri. E continuo a dirgli grazie per quel Mondiale... Sapendo che fece tutto quello che fece, anche grazie all'ossatura bianconera di quel gruppo...

    Il resto, caro anonimo, sono chiacchiere (telefoniche e non...).

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