Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

martedì 7 febbraio 2012

L'ultima lettera. E la promessa a Guglielmina... Con una storia tutta da raccontare...

Se ne è andata. In silenzio, nella sua casa, a due passi dalla zona Crocefisso. Se ne è andata vittima del solito spietato “male incurabile”. Ne soffriva da tempo. Non ha avuto la fortuna di vedere la luce in fondo al tunnel.
Guglielmina Roncigli si è spenta. La notizia mi è arrivata quasi casualmente, via internet. Una di quelle frasi che non vorresti mai leggere. Anche se ne sei preparato.

L’ultima volta che ho visto la signora Guglielmina Roncigli è appena 8 giorni fa. Una domenica di freddo polare spunteggiato da qualche fiocco di neve, ancora solo un approccio dell’onda siberiana che di lì a qualche ora avrebbe investito il nostro territorio. E che oggi tiene quasi paralizzati dentro un ufficio.

Mi aveva cercato, chiamandomi al cellulare, dal suo letto di sofferenza. Mi aveva chiesto di poterla andare a trovare, perché doveva consegnarmi una cosa. Dovevo fare presto, perché purtroppo il “male” aveva emesso la sua inesorabile sentenza.
Sono voluto andare a piedi, anche se di preciso non sapevo dove fosse la sua abitazione. Sapevo che mi sarebbe servito camminare: prima ma soprattutto dopo il nostro incontro.

Guglielmina Roncigli era figlia di uno dei 40 eugubini trucidati dalle truppe naziste nella rappresaglia del 22 giugno 1944. Suo padre, Vittorio, aveva appena 38 anni, quando trovò la morte insieme ad altri eugubini innocenti.
Negli anni è stata anche presidente, dell’associazione “Famiglie dei Quaranta Martiri”, interpretando con signorile sobrietà e straordinaria dignità il ruolo di chi altro non chiede che ricordare come la tragedia della guerra possa segnare indelebilmente l’esistenza di tante persone. E come sia giusto non dimenticare.
Lontana da inutili demagogie e spirito rivendicativo, la signora Guglielmina è stata, prima di tutto, protagonista di un gesto il cui significato travalica confini e steccati che ancora oggi, la nostra società, a suo modo, fatica ad abbattere: muri granitici fatti di mentalità ormai anacronistiche, miste ad ideologie che la storia – prima ancora che uno sperduto cronista di periferia come il sottoscritto – ha seppellito.

Dall’estate di 9 anni fa Guglielmina Roncigli aveva iniziato una corrispondenza costante con Peter Staudacher, figlio di uno dei due militi nazisti uccisi al Bar Nafissi – agguato a seguito del quale le truppe naziste (pur in fase di smobilitazione) decisero la rappresaglia sulla popolazione civile di Gubbio.
Il loro incontro (come ho già ricordato nel blog, il 22 giugno del 2010) è stato casuale: lei ha notato una frase nel libro delle firme del Mausoleo dei 40 Martiri, lasciata da un uomo sulla sessantina, definitosi semplicemente “figlio del militare tedesco ucciso a Gubbio”. Nessun aggettivo, nessuna inflessione che lasciasse trapelare un senso di vendetta o di astio nei confronti di questa città, di questa gente. Che in fondo, da un’ottica di parte opposta, lo aveva privato del padre.

Guglielmina fu colpita da quella frase, apparentemente asettica. E iniziò una sua personalissima ricerca: che la portò di lì a poco a rintracciare Peter Staudacher, a Gardelegen, pochi chilometri a sud di Berlino. Da lì in poi un fitto dialogo epistolare che, pur nell’epoca di internet, non ha abbandonato la carta e la penna: quasi a voler conservare un appiglio con quegli anni, quell’epoca, nella quale entrambi, Guglielmina e Peter, videro segnata la propria esistenza dalla guerra. Entrambi orfani, entrambi persero il padre, anche se su sponde opposte.

Fino all’incontro, l’unico, tra i due, avvenuto a Pomezia – dove Peter riuscì a ritrovare le spoglie di suo padre, che era venuto a cercare anche al cimitero di Gubbio.
Un incontro che è rimasto l’unico, tra Guglielmina e Peter. Un abbraccio che ha dato calore e significato a decenni di vuoto.
Entrambi piangevano la crudeltà della guerra, anche se per motivi diversi. Entrambi a distanza di anni hanno sentito la necessità di parlarsi, di conoscersi, di condividere quel senso di comune e reciproca pìetas. Che in fondo, anche se su fronti diversi, anche se a migliaia di chilometri di distanza, anche senza voler riscrivere la storia, li accomunava.

Perché i libri di storia decidono i vincitori e vinti. Fanno i numeri. Ma i lutti, che le guerre portano con sé, non hanno peso specifico, colore, gerarchia. Non dipendono dagli zeri di un bollettino. E chi li paga, in fondo, si sente vittima incommensurabile di uno stesso tragico destino.

Questa storia, la storia di Guglielmina e Peter, merita di essere raccontata.
Ed è la promessa che ho fatto a Guglielmina otto giorni fa, quando l’ho incontrata, a casa sua. Ha voluto vedermi, a tutti i costi, anche se non stava bene. Mi ha consegnato un’ultima lettera, scrittagli qualche settimana fa, dopo le Feste Natalizie, da Peter. Che venuto a conoscenza del “male” che aveva colpito Guglielmina, ha espresso in modo sincero e accorato tutto il suo sgomento: come se fosse una sorella.

Guglielmina ha voluto lasciarmi questa lettera. Pregandomi di renderla pubblica. E di raccontare questa storia. Non perché era la sua, ma perché il messaggio che portava con sé fosse affidato ai più giovani. Una vicenda che trasuda il senso più vivo di solidarietà e civiltà non comuni. E ancora oggi, a quasi 70 da quella tragedia, non da tutti compresi.

Guglielmina se ne è andata: ma i suoi ultimi 10 anni di vita hanno acceso un segnale che ha dato senso e sostanza al vuoto che il dramma della guerra le aveva imposto, praticamente fin dalla nascita.
Sentivo il bisogno di parlare con questa persona, di scrivergli, anche se nessuno mi capiva” mi ha ripetuto domenica scorsa, mentre leggevo quella lettera. "E quando l'ho incontrato è stato come se ci conoscessimo da sempre..." mi confidò la prima volta che venni a sapere di questa vicenda.

Oggi voglio ricordare così, Guglielmina e la sua storia. Ringraziandola per aver scelto me, come destinatario di un compito importante. Non dimenticare.
Ed è per questo che a breve pubblicherò la lettera di Peter, l’ultima, come era nelle volontà della signora. Riproponendo in coda il servizio che da un tg di TRG di qualche anno fa (dicembre 2007) confezionai raccontando per la prima volta, questa straordinaria vicenda umana.

La storia delle guerre spesso si rivela una catena di lutti che trascinano altri lutti.
Guglielmina e Peter ci hanno lasciato un insegnamento di portata universale: la catena, fatta di odio, rancori, spirito di rivalsa, si può spezzare…
Il valore di questo messaggio vale quanto un’intera esistenza.


video

Servizio tratto dal tg di TRG del 29 dicembre 2007 


Per questa storia straordfinaria, un brano di straordinaria intensità: "Father and son" di Cat Stevens (1970)

3 commenti:

  1. De Amicis - come avrebbe raccontato questo episodio di vita vissuta !!!!
    Lo hai fatto Tu Gent. Giacomo, una storia di due persone che si incontrano su una stessa via : la perdita tragica di un loro caro genitore.
    Conoscevo di vista la Sig.ra Guglielmina, ma da come racconti Tu dovrebbe essere stata davvero eccezionale.
    Una preghiera.
    Luigi Grelli

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  2. Commenti da facebook -

    Francesca Saldi - Sono senza parole...queste storie dovrebbero avere più spazio,bravo Giacomo!!!

    Adele Stocchi - Molte persone dovrebbero meditare, bella storia Giacomo e molto toccante!!!!!!!!!

    Arianna Angeli - Davvero commovente, Guglielmina era una donna straordinaria, tifosa del Gubbio...me la ricordo allo stadio quando a me che ero bambina dava le sementine!

    Benvenuto Procacci - Spesso daventi a queste storie si rimane senza parole, bravo Giacomo

    Antonio Lanuti - Grazie Giacomo. Mai più guerre!!!

    Valeria Faramelli - grande donna.....figlia...moglie..e..MAMMA

    Annalisa Nuti - Pochi gg fa sono stati ricordati tutti i morti (e non solo ebrei) sterminati a causa della seconda Guerra mondiale. Noi di Gubbio abbiamo subito tanti lutti e chi ha avuto dei genitori o dei nonni che hanno vissuto queste esperienze, ricordiamo nelle loro parole il dolore della guerra. Poco fa, caro Giacomo, leggendo il tuo articolo, mi hai proprio commossa...non mi vergogno a dirti che ho pianto....spero che faccia lo stesso effetto a tutti coloro, giovani e meno giovani che leggeranno!!!!

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  3. Direttamente sul mio blackberry -

    Verso una pacificazione che questa città deve ormai incontrare. Ho letto il tuo blog. Grazie al direttore e all'uomo. RM

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