Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

mercoledì 11 luglio 2012

11 luglio 1982: 30 anni fa capimmo cosa significa essere "Campioni del mondo"... Una prima volta - e un cofanetto di ricordi personali - rispolverati anche grazie al libro di "Pablito"...

Due settimane fa, mentre i clacson delle auto (e perfino di qualche autotreno) infiammavano il lungomare di Alba Adriatica, dopo la vittoria degli Azzurri sulla Germania, alla terza ora di baldoria consecutiva, in piena notte, mio figlio mi ha chiesto: “Babbo ma non è ora che smettono?”.

Nella sua innocente spontaneità, Giovanni aveva ragione. In fondo non avevamo ancora vinto nulla (anche se battere i tedeschi è sempre una “goduria”, ma questo lui lo capirà tra qualche anno…).
Gli ho risposto, con la prima cosa che mi veniva in mente. E l’ho buttata là: “Fanno festa perché un giorno lo racconteranno ai loro figli e magari ai nipotini. Come il nonno Giorgio mi raccontò della festa per le strade dopo Italia-Germania 4-3. Come io ti ho raccontato della festa di Italia-Germania 3-1 quasi 30 anni fa. Tu magari racconterai al tuo bambino di aver festeggiato al mare questo 2-0…”.
Peccato che poi sia mancata la ciliegina sulla torta (senza la quale, talvolta, anche la torta resta indigesta…).

Però sono esattamente 30 anni: 30 anni da quell'11 luglio 1982, da quel 3-1 sulla Germania che faceva gridare al pur mite Nando Martellini, per tre volte, "Campioni del mondo!" e che mandava in visibilio l'ugola composta e anglosassone dello storico radiocronista Enrico Ameri (una chicca che potete riascoltare nel documento filmato qui in basso).



Sarà stato l’effetto condizionante del libro che ho finito di leggere in queste ore (non parlo di giorni, perché lui, il libro, fila via che è un piacere): “1982 - Il mio mitico Mondiale”, firmato dall’indimenticabile "Pablito", al secolo Paolo Rossi,  con sua moglie, la collega perugina Federica Cappelletti.

Se chiedi ad un italiano cosa ha fatto il giorno x dell’anno y nessuno saprà risponderti con precisione. Ma se gli chiedi dov’era e cosa faceva nei giorni del Mundial di Spagna tutti sapranno raccontarti nei dettagli la loro storia”.
E’ l’incipit di uno dei capitoli più interessanti del libro, che nella prima parte è una sorta di diario personale di Pablito – una storia che è di per sè un romanzo considerando che l’eroe, capocannoniere, artefice della vittoria degli azzurri con i suoi 6 gol tutti d'un fiato, arrivava a quella manifestazione dopo appena 1 mese di attività agonistica, all’indomani di una squalifica di 2 anni (poi rivelatasi ingiusta) per il calcio scommesse del 1980.

Ma l’idea di un libro costruito anche sui ricordi dei tifosi l’ho trovata geniale. E' forse il modo migliore per celebrare il trentennale di un evento che contraddistingue non solo il 1982, ma che potrebbe tranquillamente finire nella top ten degli eventi del XX secolo italiano (che pure ha generato due guerre mondiali e molti altri avvenimenti, ahinoi, dolorosi).

A fine lettura, posso dire che il libro – per la leggerezza con cui l’autore si racconta e anche per la capacità di riprodurre l’atmosfera di quei giorni rocamboleschi – finirebbe per piacere anche a chi di calcio, in fondo, vuol saperne poco o nulla. Ma di sicuro, in quell’82, non restò indifferente alla febbre generale da Mundial (e da Pablito).
Per i cultori del dio Eupalla, poi, sono davvero innumerevoli i passaggi significativi, brillanti, originali, a tratti perfino commoventi: soprattutto nella descrizione della sofferenza dei genitori di Paolo Rossi nei periodi dello scandalo, e del loro straordinario modo di vivere la resurrezione del figlio, in quei 30 giorni spagnoli, interpretato con una dignità, una compostezza e una signorilità non comuni (quando al loro posto, chiunque avrebbe potuto scaricare su stampa e opinione pubblica tonnellate di sassolini dalle scarpe… per rimanere ad una metafora molto cara all'attuale CT Prandelli).

E allora colgo l’occasione – un cenno l’ho fatto parlando della vigilia di Italia-Germania – per ricostruire qualche ricordo personale su quelle partite, su quell’estate 82 che ha segnato felicemente anche la mia adolescenza – anche se per la verità fu il 5 luglio, data di Italia-Brasile, la partita che più di ogni altra (e più della stessa finale) catturò le emozioni e i brividi del sottoscritto (e forse anche di altri milioni di tifosi italiani).

Naranja
Intanto quel Mondiale 82 segnalò, per la prima volta, la mia attitudine non dico alla professione giornalistica (avevo 11 anni), ma quanto meno a qualcosa che le somigliasse un po' da lontano: ricordo che ritagliai da alcuni quotidiani (mio padre ha comprato per decenni "La Nazione" e mio nonno materno era uno dei più fedeli lettori della “rosea” – anche per l’inaffondabile fede nel ciclismo) e anche da qualche periodico (credo il Guerin Sportivo, sempre proveniente da casa di nonno Pompeo), i profili delle 24 squadre partecipanti, con i bomber attesi, i pronostici, gli stadi, il programma delle partite e tutto quello che ruotava attorno al Mundial 82.
Forse il pappiere ormai trentennale (un rudimentale quadernone a quadretti, di quelli spartani che si compravano per i compiti dell'estate) impolverato e spiegazzato, giaccia in qualche armadio a casa dei miei. Chissà se prima o poi si deciderà di rispuntare fuori…
Ricordo ancora “Naranja”, la mascotte della manifestazione, che campeggiava in ogni rivista e che vedevo spuntare dalle sigle delle trasmissioni televisive dei pochi canali allora esistenti (oltre la Rai, la sola Capodistria e qualche timida apparizione di tv locali).

Nell’82, per la cronaca, ancora a Gubbio non aveva visto la luce neppure Canale 5 – credo di aver visto per la prima volta questo strano canale con il biscione campeggiare in basso a destra, in uno sperduto ristorante di una lontana trasferta nelle Marche meridionali a seguito del Gubbio, dove con mio padre, mio fratello e mio zio Giulio finimmo stregati da una fiamminga di code di rospo, saltando letteralmente il primo tempo (evidentemente neanche tanto memorabile) di Porto S.Elpidio-Gubbio. Nell'occasione su quell’ignota stazione tv (Canale 5, appunto) appariva una puntata di "Hazzard" (mi colpì quella auto arancione con gli sportelli che non si aprivano, ma ignoravo ancora che sarebbe diventato di lì a qualche anno una delle mie serie preferite).

Ebbene il Mundial 82 mi riporta a qualche flash che seppur arrugginito dai 6 lustri trascorsi, ancora conservo. E magari vado a inchiostrare, di getto, per ricordarmelo tra qualche anno, quando i lustri saranno aumentati e anche la memoria comincerà a fare cilecca.
Ho già cancellato - e rinuncio a recuperare i backup - i file relativi alle prime due deludenti partite di quel Mondiale spagnolo. Di una, della gara d’esordio – Italia-Polonia 0-0 a Vigo – ricordo solo (ma per averle viste in seguito) le immagini degli Sbandieratori di Gubbio che curarono la coreografia della gara tra primo e secondo tempo. Memorabile il commento sarcastico al Tg1 del senese Paolo Frajese che annunciando la loro presenza si lasciò scappare un “Se ci fossero stati quelli di Siena, sarebbe stata un’altra cosa”. Una gaffe che fece infuriare tutti gli eugubini, la cui eco credo sia giunta anche allo stesso giornalista Rai (dato che la redazione romana della tv di stato era frequentata dagli eugubinissimi Italo Cicci – parlamentarista - e Dante Alimenti – vaticanista).

In occasione di Italia-Camerun ricordo di essere stato invece a casa di mio zio Gigino Balducci (per la verità lo chiamavo “zio” in modo affettuoso, pur non essendolo in realtà, se non in modo acquisito): ricordo l’euforia per il gol di Graziani (e uno strano tipo, credo un fotografo, che gli correva dietro da bordo campo dimenticandosi di fare il suo lavoro), che sembrava rompere un incubo, seguito pochi istanti dopo dal pareggio di quella bizzarra squadra africana, che aveva in porta uno strano tipo (N'Kono) capace di vestire una calzamaglia quando in campo si stava ben oltre i 30 gradi: quel golletto striminzito comunque sarebbe stato il motivo della qualificazione degli Azzurri (differenza reti proprio rispetto alla squadra di Roger Milla).

Nel turno successivo, in attesa di Maradona e Zico, con la squadra di Bearzot data per spacciata praticamente da tutti – giornalisti italiani in primis – ritrovammo la "nostra" formazione tipo davanti alla tv: nel senso che vedemmo le partite, in reclusione quasi claustrale, io, mio padre e mio fratello, nel salotto di casa. E sempre in un caldo infernale (le gare erano tutte di pomeriggio, a conferma dello scarso appeal televisivo che forse ispirava la squadra azzurra, o magari ancora perché le tv non dominavano come oggi gli interessi del calcio).

Un trio che era complementare: perché mio padre era il disfattista – dopo 10’ senza gol avrebbe già sostituito mezza squadra – mio fratello l’irascibile – con scatti carichi di adrenalina ad ogni sussulto dal limite d’area in poi – ed io, diciamo una via di mezzo, ma più compassato (apparentemente) e con più ottimismo. Anche se in due circostanze di solito, vado su tutte le furie: sugli errori dell’arbitro e sui gol clamorosamente “divorati” (tipo quello di Di Natale con la Germania, l'altra sera, a fine gara).
Un trio cui, allora, si aggiungevano a turno mia madre (con domande tecniche del tipo “Che fa l’Italia?”) con in braccio nostra sorella, Anna, che aveva poco più di un anno, e in ogni partita vestiva un completino azzurro confezionato per l’occasione. Oppure faceva capolino mia nonna paterna, nonna Anna, che incitava a suo modo Paolo Rossi: “Dai Paolino, che se fai gol ti facciamo sposare l’Annarella!” (mia sorella, sua omonima).
Quasi tre decenni dopo il destino ha voluto che quella piccola Annarella abbia casualmente conosciuto Pablito e famiglia, ma, credo non abbia trovato il coraggio di raccontargli, seppur simpaticamente, questo aneddoto (anzi credo sia arrosita in silenzio solo pensandoci…).

La curiosità su Italia-Argentina è che dopo il primo tempo (finito 0-0) mio padre se ne dovette andare per uno “scarico improvviso” – termine tecnico che non deve far pensare a qualche crisi gastrointestinale: era semplicemente un cliente della nostra azienda di famiglia che aveva bisogno di nafta (termine per me quasi di origine mitologica, visto che l’ho sentita nominare da quando ero in fasce, senza sapere per anni cosa esattamente fosse, ma ne ricordo solo l’inconfondibile profumo) e, vista l'urgenza, mio padre era dovuto andare ad assolvere alla consegna personalmente (tra mille improperi verso quell’intempestivo cliente). Ricordo la gioia con cui insieme a mio fratello, gli comunicammo al suo rientro la notizia della vittoria strepitosa e insperata sull’Argentina (gol di Tardelli e Cabrini): probabilmente finse di essere sorpreso e di non saperlo, per farci contenti (escludo che non abbia fatto di tutto per ascoltare almeno in radio quella gara, nonostante lo scetticismo ancora imperante sul destino della Nazionale).

Più nitidi i ricordi di Italia-Brasile. Una partita che, a distanza di 30 anni – o poco più, visto che si giocò il 5 luglio – continuo a considerare a tutt'oggi (per dirla alla Rino Tommasi) “nel mio taccuino personale” LA PARTITA.
Italia-Brasile di scena nella "bombonera" del Sarrià di Barcellona – gara che ho rivisto integralmente non meno di 10 volte – è un film che ricordo quasi in ogni istante. Probabilmente la rivedessi ancora, da un semplice retropassaggio a centrocampo, riuscirei a risalire all'epilogo successivo dell’azione: un po’ nei film di Sergio Leone, di cui rammenti le battute di ogni scena, o come i codici di procedura penale o civile, che nelle ultime settimane pre-esame, nel dubbio, ingurgitavo mnemonicamente articolo per articolo.
I flash di questa gara, vissuta con toni spasmodici in un ennesimo pomeriggio torrido, sono così vivi che è quasi surreale pensare siano già corsi via 30 anni.
Italia-Brasile: dopo 5' il gol dell'1-0: comincia
il vero Mundial di Pablito
L’inno nazionale, e quel preambolo musicale sul “Fratelli d’Italia” di Mameli che non avevo sentito in nessun altra occasione. Il viso sudato di Cabrini e Tardelli, che sembravano già sfiniti quando ancora doveva essere battuto il calcio d’inizio. Il rutilante tam tam del tifo brasiliano, la torcida, che sembrava quasi il ciclico ripetersi di un treno monocorde che circondava quello stadio, un vero catino, per tutto l’arco dell’incontro. Ricordo l’azzurro di quelle maglie, inizialmente morbido e quasi appannato, che poi trasfigurava in una tonalità sempre più scura, col passare dei minuti, e l’addensarsi delle chiazze di sudore vivo emblema della battaglia in corso. E il timore, epidermico, ogni volta che il Brasile si avvicinava all’area di rigore degli azzurri, nella consapevolezza di avere di fronte una squadra di “marziani”.
I boati, tra l’incredulo e l’estasiato, che seguirono ai guizzi di Pablito, finalmente destatosi nel giorno più importante con una tripletta che l’avrebbe reso celebre in tutto il mondo. E avrebbe trasformato quel suo acronimo "Paolorossi", in un neologismo brasiliano con significato assimilabile al nostro “Corea”.

Italia-Brasile: "Pablito", coperto da Junior,
ha appena deviato la palla del 3-2
Ricordo l’urlo liberatorio di Falcao, dopo il momentaneo 2-2 nel quale temetti davvero che la squadra azzurra sarebbe crollata. Prima del guizzo inaspettato su azione da corner, ancora di "Pablito" per il 3-2 finale. E le maledizioni, mie e di mio padre, all’arbitro israeliano Klein, che nel finale di gara annullò il 4-2 (regolarissimo) di Antognoni, rete che avrebbe evitato il sussulto di coronarie degli ultimi minuti, con epiteti che scomodarono il riconoscimento internazionale di Israele del ‘48 e la guerra dei 6 giorni di fine anni ‘60.
Fortunatamente non venne fuori anche la diaspora e i salmi di Abramo, perché Klein fece in tempo a fischiare la fine dell’incontro.

L'indimenticato Gaetano Scirea, con la Coppa del Mondo
Fischio finale che né io, né mio padre, né mio fratello in realtà vedemmo. Perché ad un fischio precedente – che avevamo erroneamente interpretato come triplice fischio finale – eravamo schizzati fuori di casa a festeggiare, ritrovandoci tutti, fantozzianamente soli, in mezzo a corso Garibaldi. Mio padre, in preda ad un’euforia da bambino che mai gli avevo visto addosso, si sentì autorizzato a spostare il divieto di transito in mezzo alla strada, mentre il silenzio ansioso e ansimante che proveniva dal bar Padeletti assiepato di tifosi e dal bar de la Caterina poco distante, ci fece capire che avevamo anticipato un po’ i tempi… Secondi che sembrarono eterni, e che furono interrotti da un boato in stereo arrivato contemporaneamente da finestre, giardini, bar, praticamente da tutta Gubbio, al momento del triplice vero fischio di chiusura. Uno dei primi a comparire dal bar Padeletti fu l’istrionico "Nanne" Vergari, con completino brasiliano e una valigia in mano, che sorridente salutava tutti, deridendo quel Brasile di Tele Santana già dato per vittorioso che invece doveva imbarcarsi per la via di casa.

Dopo l'urlo di Munch, quello di Marco (Tardelli)
E poi i caroselli infiniti che avrei continuato a godermi prima al mare – per la semifinale Italia-Polonia, vista con mio cugino a Marotta (dove ero stato dirottato con mio fratello per qualche giorno di balneare) in un albergo dove avevamo escogitato delle maracas fatte in casa (bicchieri di plastica riempiti di sassolini e chiusi con il palmo della nostra mano).
Poi per la finalissima quando tornai a Gubbio e, come già detto in un altro post, ho il flash di quella bandiera con scudo sabaudo vista volteggiare in mezzo piazza Oderisi, davanti la sede dell'allora Pci.
Ma LA PARTITA per antonomasia, di quel Mundial, per me resta Italia-Brasile.

Come nel 2006, LA PARTITA resta Italia-Germania e quella vittoria incancellabile in terra tedesca realizzata nei supplementari (con una mia reazione che sorprese anche me stesso, 35enne ormai teoricamente maturo, ma incapace di trattenersi al gol di Del Piero, uscire in giardino e gridare quel che di peggio si potrebbe sull’intera stirpe teutonica… il calcio è un fantastico poema tragicomico, che aiuta anche a conoscere i lati più oscuri del proprio io…).

Paolo Rossi e Federica Cappelletti
Tutto questo, ricordi, aneddoti, curiosità personali, è tornato fatalmente a galla grazie al libro di Paolo Rossi e Federica Cappelletti: in una piacevole settimana di mare, trascorsa aspettando l'escalation degli Azzurri di Prandelli.
Non l’ho fatto per scaramanzia, durante un Europeo che, epilogo a parte, ci ha ricordato proprio l’epopea di quell’estate (o magari, ad essere pignoli, la splendida Italia del Mundial del 78), né per esorcizzare chissà quale paura. Ma perché, talvolta, anche la lettura di un libro “sportivo” può sbobinare la pellicola dei ricordi, riattivare il tasto on e metterci di fronte ad un telo bianco che si inebria di immagini e di sensazioni…
Sensazioni uniche di un'estate, quella dell'82, dopo la quale nulla, per gli sportivi italiani (ma anche per tanti italiani non sportivi) sarebbe stato più come prima.

Il celebre scopone scientifico nel viaggio di ritorno
tra Pertini, Zoff, Causio e Bearzot
Eravamo "Campioni del mondo!" nello sport che più di ogni altro catalizzava le passioni (e anche le manìe) del nostro straordinario Paese. Comunque sarebbe andata dopo (e fortunatamente siamo tornati a gridarlo 6 anni fa), comunque l'82 resterà per tutti quelli della nostra generazione, "la prima volta", il nostro Mondiale.
In questa avventura, ognuno ha il suo patrimonio di energie emozionali, ognuno conserva gelosamente dei file, ognuno potrebbe scriverne un suo libro. Ho provato a farlo, a mio modo (e mi piacerebbe che i frequentatori del blog, facessero altrettanto, perchè no...), proprio seguendo l'idea originale di Paolo Rossi e Federica Cappelletti.
In attesa, magari, di parlarne de visu con il protagonista diretto…


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