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giovedì 12 luglio 2012

Toglieteci tutto ma non le "nostre" maglie... Crollano definitivamente anche gli ultimi simboli della passione calcistica: con una felice eccezione... bianconera

Palacio e il "rosso" Inter, decisamente indigesto
E' l'estate dello spread, della spending review, dei 50 mila euro per l'intervista a Schettino e della "guerra delle maglie da calcio".
Ormai non c'è più tabù che regga e perfino gli ultimi simulacri di passione, identità e senso di appartenenza - legati al dio Eupalla - si sgretolano di fronte alla legge inesorabile del merchandising.
Gli sceicchi monopolizzano quasi incondizionatamente il mercato calciatori - rischiando di proiettare nell'olimpo calcistico europeo una società che non ha mai vinto nulla fuori dai confini parigini - dando ossigeno ad un fenomeno che per altro non si limita al calcio (perfino la holding fashion Valentino appartiene ormai ad un emiro del Qatar).
In tutta questa fiera della bulimia consumistica - che fa un po' a pugni con le difficoltà quotidiane dei potenziali fruitori di molti di questi gadget - si assiste ad un parossistico carosello di gaffe in uno degli inutili "riti" che la fiera calcistica moderna ha escogitato per questo periodo: la presentazione delle nuove divise.

Rischieremmo la reclusione coatta in un astenotrofio di periferia se dicessimo della nostra nostalgia per le estati di qualche anno fa, quando le amichevoli si giocavano esclusivamente con le selezioni locali, prima di vedere in campo le "squadre vere" solo per i turni preliminari di Coppa Italia, quando i numeri andavano dall'1 all'11, il fischio d'inizio era indistintamente alle 14.30 e alle 18 ci aspettava Paolo Valenti per vedere, ansiosamente, i primi gol prima della sintesi commentata da Nando Martellini.
Ma senza ambire a camicie di forza, lasciateci dire che la parata di nuove divise sta (finalmente) andando in corto circuito: gli stilisti del football non sanno più cosa inventarsi e a furia di cercare soluzioni innovative e qualche variazione sul tema - pur di far vendere maglie e orpelli griffati - di fronte a flash e sorrisi patinati si finisce per assistere ad una triste liturgia che ormai, nella stragrande maggioranza dei casi, suscita delusione se non addirittura vere e proprie crociate di protesta.
I tifosi, quelli veri, non ci stanno. E siccome sono loro a tirare fuori (buona) parte delle risorse che garantiscono a quelle maglie di essere indossate (non solo con i biglietti allo stadio ma soprattutto con gli abbonamenti pay per view), è bene che qualche Presidente prenda nota e tenga a mente a futura memoria.

Clemente con la  nuova maglia "ciclistica" del grifo
L'ultimo caso, molto locale ma emblematico, è fresco di giornata. Presentate le nuove divise del Perugia calcio e a dare un'occhiata veloce alla maglia c'è da strabuzzare gli occhi. Il povero Clemente - abituato a dirimere mischie furiose nelle aree avversarie - deve aver avuto più di un sussulto imbarazzato quando si è trattato di infilarsi una magliettina attillata come fosse una muta da Tour de France, con un'incomprensibile doppia croce bianca (simbolo dei kamikaze, a detta del patron), oltre al non esaltante logo dello sponsor che, non ce ne voglia, contribuisce a condire un minestrone cromatico indigesto e a sfiorare i vertici del risibile estetico.
Quel che lascia perplessi è che alla guida del sodalizio perugino ci sia un vero guru della moda italiana (mister Frankie Garage) al quale è finora riuscito tutto bene (con i jeans e con il grifo), salvo sottovalutare le reazioni a questa maglia, diciamo così, alquanto naif. Su facebook i tifosi perugini sono già scatenati, e al momento non si segnala neppure un voto a favore della maglia (con l'aggravante che per il portiere la divisa scelta è rossoverde, soluzione suicida o masochistica, nell'ottica del tifoso della Nord, a seconda dei punti di vista).
Che distanza siderale - di stile e sobrietà - quella maglia interamente rossa, con bordi bianchi e colletto a V, indossata dal Perugia imbattibile di Castagner e da mostri sacri del calcio italico, come "Pablito" Rossi.

Ma il Perugia è in buona compagnia, e almeno su questo può consolarsi. C'è chi riesce a fare di peggio, come l'Inter, capace di sfoderare un rosso diabolico nella seconda maglia da trasferta (i tifosi della Nord, anche qui, hanno già esortato a Moratti a donare queste divise a Samantha Cristoforetti, prima astronauta tricolore, che decollerà nello spazio solo nel novembre 2014). E non ha trovato gloria neppure la T-shirt away (da trasferta) dei mitici Gunners, l'Arsenal di Londra, che ha scelto un improbabile versione pigiama, a bande orizzontali nero-viola, già ribattezzata dal "Mirror" come maglia da Famiglia Addams o peggio ancora, da busta dell'immondizia (rubbish, termine tecnico).

In questo panorama sconfortante, un sospiro di sollievo arriva fortunatamente dall'universo bianconero. Parlo di Juventus e non mi soffermo sulla tanto chiacchierata anomalia semantica ("30 sul campo" anzichè la terza stella). Il riferimento è alle riconquistate maglie a strisce (non zigrinate) verticali ma soprattutto ai numeri che tornano magicamente di colore bianco su quadrante nero (stile anni 70-80, come nelle divise rese celebri e vincenti da gente come Bettega, Scirea o Michel Platini). Se ne va - mi auguro per sempre - quell'ignobile numero giallo (un anno fu addirittura rosso) che faceva somigliare la divisa ufficiale della Signora ad un'anonima magliettina da mercato del martedì, buona forse per qualche partitella a calcetto tra amici in spiaggia, non certo per sollevare in cielo una coppa (scudetto o Champions che sia).
 
La maglia azzurra, ultima versione:
decisamente kitsch

Un consiglio ci si consenta di lanciarlo agli originali e creativi stilisti sportivi in circolazione. Un vecchio maestro di giornalismo mi disse un giorno: "L'articolo migliore è quello in cui riesci più possibile a rimanere te stesso. Il giorno in cui vorrai strafare, sicuramente non sarai all'altezza".
E' così difficile applicare questa massima anche ad una banale maglietta di calcio?
Sembrerà (e forse lo è davvero) un problema stupido e ozioso, da post estivo di un blog qualsiasi. Ma quei colori, in fondo, sono tra le poche autentiche passioni che ancora ci restano.
E dopo un'estate di azzurro (anche sulla maglietta della Nazionale ci sarebbe, eccome, da ridire...), è così pretestuoso aspettarsi un po' di naturalezza, sobrietà, semplicità, di linee, colori e tendenze, in vista dell'autunno da sabato o domenica calcistica?
Se è vero - come è vero - che un sondaggio inglese individua nelle 16.15 della domenica il momento più triste della settimana di un italiano (indovinate perchè?), non rendetelo ancora più triste, solo per qualche euro in più...

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