Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

mercoledì 12 gennaio 2011

I ricordi di Walter Pauselli, pilota Tornado nella Guerra del Golfo. E un pezzo di un acerbo giornalista che oggi rifirmerei da cima a fondo...

Era il gennaio 1992. Da un anno la Guerra del Golfo si era consumata. Nel batter d'occhio di poche settimane. Erano bastate alcune incursioni aeree della coalizione alleata - che sotto l'egida dell'Onu aveva attaccato Baghdad capitale dell'Iraq di Saddam, a sua volta protagonista dell'invasione del Kuwait 6 mesi prima - per sbaragliare la famosa "Guardia Nazionale" irachena.
Tra i 16 piloti dei Tornado dell'Aviazione italiana, c'era un eugubino: l'allora tenente colonnello (oggi colonnello) Walter Pauselli.
A 20 anni di distanza ho voluto ascoltare dalle sue parole ricordi, aneddoti e racconti che in parte aveva già esternato ma che in piccola - ma significativa - porzione, aveva forse tenuto per sè. Una chiacchierata, più che un'intervista, su una guerra "anomala" - come lui stesso l'ha definita. Primo perché combattuta in poche settimane, praticamente solo in cielo. Secondo perché l'Italia stessa l'aveva dovuta definire "operazione di polizia internazionale" (escludendo la Costituzione la possibilità per l'esercito italiano di svolgere iniziative belliche che non fossero di difesa del suolo patrio).

L'intervista - che andrà in onda stasera nella 13ma puntata di "Link" (giovedì sera 21.15, venerdì 14.30, sabato ore 16 e domenica ore 12) rivela da un lato la straordinaria preparazione tecnica dei piloti di Tornado, la capacità di calarsi in una realtà che non era più virtuale, come lo sono le simulazioni. Ma al tempo stesso la sensibilità con cui affiorano ricordi personali, che trapelano dalle parole di Walter Pauselli: il ricordo dei familiari al telefono, in quei pochi minuti di contatto consentiti dalla linea satellitare americana (allora non esistevano nè cellulari nè tanto meno internet); il rammento delle lacrime di suo padre ("che mi colpirono più di ogni altra cosa" ricorda Pauselli, "perchè lui la guerra l'aveva vissuta da piccolo e perché non ti aspetti che tuo padre, quella persona a cui ti sei sempre aggrappato, possa crollare. Qualcosa non torna, dici a te stesso..."), la necessaria freddezza di fronte alle evenienze che un conflitto comunque può presentare (come la cattura dei colleghi Cocciolone e Bellini, di cui Pauselli venne a sapere la mattina dopo pensando "Cominciamo bene... ma poi andai a fare colazione. Del resto che potevo fare? Dovevamo partire di lì a breve e dovevamo mettere in conto anche questo....). E infine la consapevolezza che il lavoro che si fa non è di quelli che può farti stare tranquillo, soprattutto se poi sfocia in un'esperienza come un evento bellico. Pur restando comunque il sogno cullato da bambino: "Da quando, studente geometri a Gualdo - dice -  andavo alle Campestrine, e vedendo con un mio amico passare sulle nostre teste un F104, pur non sapendo che fosse un F104, dissi a me stesso: un giorno salirò su quell'aereo...".


E rovistando anche tra i ricordi personali di una guerra che fu, per me, giornalista in erba, la prima vissuta dal vivo, in diretta tv, con il memorabile collegamento di "Studio aperto" di Emilio Fede (vedi riquadro in fondo al post) in contemporanea con la Cnn dell'inviato Peter Arnett testimone di quell'immagine di Bagdad notturna illuminata dai proiettili color verde tra contraerea e aviazione in arrivo, ho ripescato anche un articolo dal numero di gennaio 1992 di "Gubbio oggi". Per la verità m'interessava una foto (quella di copertina, che è riportata in cima a questo pezzo). Poi è sbucato fuori anche un articolo.
Lo firmava un acerbo Gma, appena 20enne.
Rileggendolo, però, lo sottoscriverei da cima a fondo: pensando a quanta ipocrisia e populismo spesso si consuma in celebrazioni e cerimonie di discutibile profilo, con personaggi che magari hanno poco o nulla a che fare con la nostra città. Dimenticando puntualmente chi invece ha compiuto il proprio dovere, ha messo in gioco anche la propria esistenza, in nome di un ideale che ormai, purtroppo, si sente pulsare (a malapena) solo pochi minuti prima di una partita di calcio... Si chiamava Patria... "Siamo militari, dobbiamo mettere a disposizione la nostra professionalità senza discutere la bontà o meno degli ordini - ha spiegato Pauselli, sempre nell'intervista a TRG - Non sta a noi decidere se un conflitto è giusto o non è giusto. Noi siamo lì per rappresentare il nostro Paese, a prescindere da chi lo governa. Abbiamo fatto un giuramento. Andreotti era Capo del Governo nella Guerra del Golfo, ma poi qualche anno dopo quando andammo in Kosovo, il Governo (D'Alema n.d.r.) era di un altro colore. Per noi non cambiava nulla. Per questo ho grande rispetto dei militari che ancora oggi sono in Afghanistan e in altre parti del mondo a rappresentare il nostro Paese".

Ah, dimenticavo... Il pezzo di "Gubbio oggi". Eccolo di seguito: datato gennaio 1992. Rileggerlo oggi ha qualcosa di antico, nostalgico ma al tempo stesso - nella voglia di guardare avanti, al di là di ogni steccato - di attuale. Mentre andava in stampa questa modesta riflessione, ancora esisteva il muro, c'erano Dc e Pci a dividersi poltrone e potere, rispettivamente a Roma e dalle nostre parti. E uscire con articoli del genere non era, quel che si dice, "seguire l'umore della piazza". Che anzi se poteva, protestava contro quella missione ed etichettava chi osava andare fuori dal "pensiero unico".
Ma se si ha un'idea, se si è convinti di questa, è giusto metterci la firma, la faccia, la coerenza. Perchè al di là di ogni opinione, l'unico modo per cercare di far bene questo mestiere è... sbagliare con la propria testa.

GUBBIO OGGI - gennaio 1992
I reduci dal Golfo, anche quelli che si trovavano negli Emirati Arabi come meccanici, infermieri o ausiliari di guerra, una volta rientrati in Italia sono stati accolti con calore e riconoscimenti dalle autorità cittadine. Ma quelli che hanno veramente conosciuto la guerra sono i 28 equipaggi (piloti e navigatori) dei Tornado italiani. E Walter era tra questi. Si era ad un certo punto ventilata l'ipotesi di una manifestazione con la Banda dell'Aeronautica, poi non se n'è fatto più nulla. Ancora una volta Gubbio (ma in questo caso, tutta l'Umbria) ha brillato per la sua latitanza.
I più impulsivi e faziosi politicanti, forse, ci criticheranno: offuscati e annebbiati dall'ipocrita demagogia, ignorano che dietro una divisa, dentro un Tornado, dietro la stretta di mano di un Presidente della repubblica, c'è un uomo, un eugubino, che ha combattuto in nome del nostro Paese. Ha rischiato la vita, certo professionalmente, ma lo ha fatto. Al ritorno, solo i familiari, gli amici più stretti e qualche associazione (le Famiglie dei Santantoniari e dei Sangiorgiari, il Comitato Albero di Natale) gli hanno fatto omaggio di semplici riconoscimenti. Niente dalla Regione, niente dalla Provincia, nemmeno un "bentornato" dal Comune. Walter è un ragazzo semplice: e con la sua aria bonacciona avrà sorriso a quella indifferenza di protocollo, che è forse l'immagine più chiara di quel "senso civico" e quel "rispetto per i diritti di tutti i cittadini" che i nostri politici tanto hanno enfatizzato nello Statuto Comunale.
"Gubbio oggi" vuole dimostrare, attraverso questa intervista, di non essersi dimenticata di un concittadino, che ha onorato il proprio dovere verso la patria. Un valore che trascende qualsiasi ideologia.
GMA



Da "Studio aperto" 16 gennaio 1991 - annuncio attacchi aerei su Baghdad in diretta 

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