Il mio puzzle, i miei pezzi.Di ieri e l'altro ieri.

domenica 14 ottobre 2012

Metti un pomeriggio con quattro olimpionici...

Metti un pomeriggio con quattro olimpionici. Sala Trecentesca di Palazzo Pretorio, a Gubbio, uno scenario degno di una kermesse che vuole valorizzare, prima ancora che celebrare, alcuni tra i protagonisti della recente rassegna olimpica di Londra 2012.
All’insegna dello spirito olimpico, dei valori sportivi più autentici, del coinvolgimento dei più giovani – peccato, non molti presenti in sala – su iniziativa (lodevole) dell’ufficio stampa della Gubbio calcio.

Personaggi, gli olimpionici, tra loro diversi e distanti, il cui unico comun denominatore è stato di ritrovarsi insieme a rappresentare i colori azzurri. Nelle due settimane più importanti per lo sport planetario. Importanti anche per chi si è ritrovato, da un giorno all’altro, catapultato nel “tritacarne” mediatico, sotto i riflettori del grande pubblico, impreparato forse ad affrontare il red carpet dello sport internazionale, appartenendo a discipline sportive spesso bistrattate e confinate nei box di taglio basso delle ultime pagine di un quotidiano. Ospiti ideali di uno spazio apposito dedicato allo sport nella seconda puntata del talk show “Link”.

Massimo Fabbrizi, medaglia argento tiro a volo
Forse è il caso di Massimo Fabbrizi, medaglia d’argento del tiro a volo, categoria trap. Lui che l’oro l’ha visto volare via con un piattello mancato, nel round di spareggio con il croato Cernogoraz, ha lo sguardo sereno di chi sa di aver vissuto comunque qualcosa di irripetibile: “Mi avevano detto che l’atmosfera dell’Olimpiade ha qualcosa di speciale, ma tutto è andato al di là delle mie immaginazioni. Solo per vivere nel campus olimpico per alcuni giorni vale la pena affrontare gli allenamenti e i sacrifici che ogni giorno facciamo, ognuno nel proprio campo di gara. La vittoria è importante perché è un coronamento, ma essere lì, vi assicuro, è la cosa più bella”. Non sono parole di circostanza. Perché le poche ore che Fabbrizi – marchigiano di San Benedetto del Tronto – resta a Gubbio, con a fianco la moglie con cui sarebbe poi anche andato allo stadio a seguire la partita Gubbio-Benevento, mi bastano per conoscere una persona semplice, anche un po’ timida, ma dall’animus generoso e soprattutto felice. Felice di condividere quel suo stato di gioia con gli altri, soprattutto con chi non sa neanche da che parte cominci il tiro a volo, specialità che dal 1952 ad oggi si è ritagliata uno spazio importante alle Olimpiadi e ha regalato ciclicamente molte soddisfazioni al tricolore.

Giovi sorride mentre Simone Santi racconta
la sua Olimpiade da arbitro di volley
Chi è più abituato ai clamori dei media sportivi – benché vesta la maglia azzurra solo da 3 anni – è Andrea Giovi, libero della Sir Perugia e della Nazionale di Berruto, autentico protagonista della cavalcata olimpica del sestetto italiano, che dopo un primo turno “tra tanti alti e bassi, anzi più bassi che alti” come lo ha definito lui stesso, ha letteralmente asfaltato i campioni olimpici statunitensi trovando la sconfitta solo con il Brasile “alieno” ma rifacendosi con gli interessi nella finalina per il bronzo vinta contro la Bulgaria di uno dei tanti coach italici sparsi per il mondo (con la singolare attitudine a parlare proprio in italiano durante i time out). “Ho fatto un Mondiale e un Europeo ma le Olimpiadi sono davvero di un altro pianeta – confida il perugino – A Londra eravamo tutti una grande squadra. Ricordo che nei momenti di relax giravamo per il villaggio e ci fermavamo a vedere le altre nazionali allenarsi. Ad esempio abbiamo trascorso un pomeriggio ad ammirare i pugili in allenamento, ma ci scappava anche di andare a vedere qualche gara. Anche perché il torneo di volley è lunghissimo e se arrivi fino in fondo, ti fai tutta l’Olimpiade”. Cos’è per Giovi lo spirito olimpico? “Vivere la pallavolo, il mio sport preferito, con la semplicità di quando da casa mia facevo 100 metri e andavo nella palestra a giocare con gli amici. Il professionismo ti dà responsabilità, pressioni, impegno costante ma non deve toglierti il gusto di praticare quello sport. Altrimenti è meglio lasciar perdere”.

Russo sembra chiedermi: "E tu?"
I più guasconi sono di sicuro i pugili. E non solo perché si permettono un ritardo di quasi 50’, e te li ritrovi in sala con lo sguardo di chi sembra chiederti: “Ma ancora non avete iniziato?”. Ma ti ritrovi uno, il più celebre, con berretto da marines che neppure si toglie per l’intera durata dell’incontro, e l’altro, con il ciglio di uno scugnizzo e l’impertinenza esuberante di un debuttante sul ring, che segue come un’ombra il veterano. Clemente Russo e Vincenzo Mangiacapre, entrambi a medaglia con la boxe (il primo d’argento, bissando il colore di Pechino 2008, l’altro di bronzo alla prima partecipazione olimpica).

... si riguarda al maxi schermo...
Russo ha padronanza e confidenza con il microfono. Sarebbe l’ospite ideale di un “Link “ da studio (il problema è portarcelo). Mi accontento di Palazzo Pretorio e lui si scioglie tranquillo già al primo gong: “Come ho iniziato? Per dimagrire, e non ridete – avverte – perché la maggior parte dei pugili va in palestra per questo. Mio padre voleva farmi fare ciclismo, ma avevo mal di schiena. Sono andato in palestra e poi non ne sono più uscito”. Parla dei suoi match olimpici come si trattasse di una passeggiata al parco, ricorda gli allenamenti nella villa dove erano alloggiati e il tanto pubblico che riuscivano a radunare, vanitosamente, attorno a loro. E poi l’aria di Londra: “Non ho visto una gara – confessa – come è invece successo ad Atene quando fui eliminato al primo turno. Sia a Pechino che a Londra sono arrivato fino in fondo e ho voluto lasciare la mia testa solo per i miei confronti”.

... e poi ci ride (in bianco e nero)
Lui, così come Mangiacapre, viene da Marcianise, una cittadina che trasuda di boxe con tre campioni del mondo e quattro palestre vere fucine della boxe italiana. Anche se ora Russo gareggia per la “Dolce e Gabbana tenders” e vive a Milano, nel cuore del jet set modaiolo di cui non si dispiace di essere affiliato.
Per capirne carattere e costumi basta dare un’occhiata alla mise che si è scelto per il matrimonio. Ma a parlarci si rivela una persona molto più schietta e vera di quanto non sembrino raccontare i suoi gusti estetici: “Ai giovani dico che qualsiasi sport fa bene purchè lo facciano. Intanto meglio sudare in un campo o in una palestra che starsene davanti la tv a mangiare merendine. E poi lo sport ti forma il carattere. E comunque la si veda, chi sei su un ring, su un campo di gioco, in un confronto con un’altra persona, sei anche nella vita. Lo sport ti tira fuori il carattere, ti fa conoscere meglio te stesso e anche i tuoi limiti”.

Una bella vetrina e una piacevole chiacchierata con persone molto più dirette e autentiche di quanto non si pensi. Perché l’Olimpiade ti affascina e ti abbaglia ma, per fortuna, se c’è la scorza giusta, non ti cambia.
Una proficua occasione di confronto e dibattito, in parte vanificata dal poco pubblico presente - non ha aiutato l’orario, le 17.30, di un lunedì e lo scarso coinvolgimento delle scuole cui farebbe bene ogni tanto cimentarsi in queste audizioni di vita, molto più formative che tante inutili righe imparate a memoria su un libro pieno di soli tecnicismi o banali nozioni.
Qualcuno si sarebbe aspettato anche di vedere qualche dirigente del Gubbio (organizzatore dell'evento). Pazienza, questa è un'altra storia.
Per le occasioni perse non esistono medaglie nè podi. Ma forse, a posteriori, pesano più che perdere una partita o una competizione...


fotoservizio - Marco Signoretti

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